Archive pour février, 2013

PURIM – LA FESTA DELLE SORTI

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PURIM – LA FESTA DELLE SORTI

Purim, la più gioiosa tra le festività ebraiche, è la festa più amata dai bambini. Cade a metà del mese ebraico di Adar e ricorda il sovvertimento delle sorti e il conseguente scampato pericolo per il popolo ebraico.
La storia di Purìm (in ebraico Purim significa « sorti ») accaduta circa 2500 anni fa, ci viene raccontata nella Meghillàth Estèr, il Libro di Ester, libro che fa parte del canone biblico e che in questa occasione si legge pubblicamente.
La storia che viene narrata in breve è la seguente: Assuero, re di Persia e di Media, regnava su 127 province, era un sovrano molto potente ed aveva accanto a sé una moglie che però (essendosi rifiutata di partecipare ad un banchetto fatto preparare dal re e a cui erano stati invitati le persone più importanti del regno) venne ripudiata. Vennero quindi convocate le più belle ragazze del paese e fra queste fu scelta una ragazza ebrea, Estèr che andò così in sposa ad Assuero. Ester divenne la nuova regina e nella storia avrà un importante ruolo: difatti Hamàn, primo Ministro del re Assuero, chiese ed ottenne dal re che tutti gli ebrei del regno fossero uccisi, in un giorno che sarebbe stato tirato a sorte (pur). Fu così tirato a sorte il 13 di Adar. Quando Mordekhài, zio della regina lo seppe, si rivolse ad Ester perché intercedesse. Ester informò il re sulle malvagie macchinazioni e supplicò di salvare il suo popolo e lei stessa, in quanto ebrea. Per merito della regina gli ebrei, con l’aiuto del Signore, riuscirono a salvarsi.
Assistere alla lettura del Libro di Ester è uno dei precetti della festa. In questo giorno si devono anche fare doni ai bisognosi, inviare dei cibi a due persone diverse, partecipare ad un banchetto festivo.
Negli anni embolismici (con un mese in più) Purìm viene festeggiato in Adàr Shenì perché l’intervallo, fra questa festa e Pésach, deve essere di circa trenta giorni.
Il giorno 13 è giorno di digiuno in ricordo del digiuno fatto da Estèr per invocare l’aiuto del Signore.
Midrash
« Se anche dovessero essere cancellate tutte le feste dal nostro ricordo, la festa di Purim sarà sempre ricordata. »

Un approfondimento:  » Meghillat Ester: lo svelamento del nascosto. »
di rav Roberto Della Rocca
 » … Questi giorni di Purim non cadranno in disuso tra gli ebrei ed il loro ricordo non cessi in mezzo alla loro discendenza… » (Libro di Ester, 9; 28).
Nella sua grande opera di giurisprudenza ebraica, il Mishnèh Torà, Maimonide (1135-1204) sostiene che nell’era messianica tutti i libri della Bibbia cadranno in disuso tranne il Rotolo di Estèr essendo questo duraturo come i cinque libri della Torà, l’esistenza della quale è eterna e, continua, « …anche se dovesse scomparire il ricordo di tutte le nostre sofferenze, quello di Purim non sarà mai cancellato ».
Ma perché proprio il Libro di Estèr e con esso il ricordo di Purim dovrebbero sopravvivere a tutti gli altri? La Meghillàh (termine che deriva dalla g-l-l, che significa arrotolare, avvolgere, e che indica la lettura su un rotolo di pergamena come il Sefer Torà) è un libro che narra di una comunità completamente assimilata, sradicata dalla sua terra d’origine, lontana, materialmente e spiritualmente, dalla Terra di Israele, di cui, in tutto il racconto, non si fa alcun cenno, né come ricordo né, tanto meno, come mèta di aspirazione. Siamo nel pieno della golàh, dell’ esilio, quindi, al punto che gli ebrei temono addirittura di rivelare la loro identità.
Un altro segno sorprendente è che, contrariamente a quanto si fà durante la festa di Chanukkàh, a Purim non si legge l’ Hallel (lett. lode; è il nome dato ai Salmi 113-118), riservato solo ai miracoli avvenuti in Terra di Israele.
Ciononostante, Estèr ottiene quello che ai valorosi fratelli Maccabei non è stato concesso: non solo il suo libro viene incluso nel canone biblico, ma questo ha dato anche il nome ad un trattato talmudico, chiamato appunto « Meghillàh ».
Ciò che però più sorprende, nel libro di Estèr, è che in tutto il testo non viene mai citato il Nome di Dio, né alcuno dei Suoi attributi. Questa peculiarità della Meghillàh, cioè di essere l’unico libro della Bibbia non solo privo della parola e dell’azione di Dio, ma anche di qualsiasi riferimento a Lui, ha fatto discutere molto i Maestri, prima che si arrivasse alla decisione di inserire anche questo testo nel canone biblico.
La stessa storia di Estèr, sembra essere un concatenarsi di eventi del tutto casuali: ad esempio, il grande banchetto del re Assuero, la decisione di chiamare la regina Vashtì, il rifiuto di questa di presentarsi, la scelta di Estèr, il tentativo del colpo di Stato scoperto casualmente da Mordekhài, l’insonnia del re, l’arrivo di Hamàn e di Assuero proprio in quella notte. Il destino del popolo ebraico sembra completamente abbandonato al caso e alla fatalità.
Il termine Purim, dal persiano pur, designa le sorti che si gettano per fissare una data o per regolare il destino altrui secondo il decreto del solo caso. L’esistenza degli ebrei sembra legata a una partita a dadi e il popolo stesso appare impotente in un mondo mosso dalla sorte, abbandonato a un destino cieco, in un mondo da cui Dio sembra assente o, quantomeno, così ben nascosto che tutto accade come se Egli non esistesse.
I Maestri del Talmùd, ricorrendo ai più originali espedienti interpretativi, si domandano « …dove si parla di Estèr nella Torà… » (Talmùd babilonese; Haghigàh 5, b). I Maestri fingono di non sapere che tra la Torà ed Estèr trascorrono almeno sette, otto secoli.
Per capire il senso della loro domanda bisogna interpretare il testo come segue: in quale punto della Torà si trova un’allusione alla storia di Estèr? Nella Torà, dove è compresa la storia passata, presente e futura del popolo ebraico, deve pur esserci un qualche riferimento al tipo di miracolo che caratterizza Purim e molta parte della storia ebraica. I Maestri leggono quindi nel verso del Deuteronomio 31; 18: « …ed Io continuerò a nascondere il Mio volto in quel giorno… », un preciso riferimento a Estèr e a Purim.
Il Talmùd, quindi, scorge uno stretto rapporto tra il tema del Dio nascosto, che si eclissa, e l’etimologia del nome Estèr, che significa appunto nascosta.
La salvezza del popolo di Estèr e di Mordekhài avviene in modo nascosto e discreto, diversamente da quanto accade per altri miracoli, nei quali Dio si manifesta e opera in forma palese, come, ad esempio, nella liberazione degli Ebrei dall’Egitto.
Ecco perché qualche commentatore ha tentato di trovare un’allusione al Nome di Dio nel verso in cui Mordekhài, spazientito dalle esitazioni di Estèr a presentarsi al re ed intercedere per la salvezza del popolo, dichiara: « … se tu in questo momento taci, liberazione e salvezza sorgeranno da un altro luogo.. » ( Ester 4; 14).
Il termine Maqom, Luogo, designerebbe la stessa residenza divina, conformemente a quanto sostiene la letteratura rabbinica: « Egli è il Luogo del Suo mondo, ma il Suo mondo non è il Suo Luogo », nel senso che Dio è onnipresente anche quando Egli è nascosto.
La parola ebraica che indica il mondo è olam e deriva dalla radice alum, nascosto, forse per significare che l’esistenza di Dio in questo mondo è nascosta e lo scopo dell’ olam, cioè del mondo nascosto, è la ricerca di quella verità, emèt, che secondo il Midràsh al momento della creazione Dio ha gettato a terra, affinché l’uomo la facesse germogliare con i suoi propri strumenti.
Compito dell’uomo quindi, è quello di cogliere l’intervento di Dio non tanto nelle dieci piaghe o nell’aprirsi del mare, quanto piuttosto negli eventi di ogni giorno, poiché un’eccessiva enfasi sull’attività miracolosa di Dio può farci dimenticare che la Sua presenza è in ogni luogo.
Benché altri quattro libri biblici portino il nome di Meghillàh, quello di Estèr è considerato il Rotolo per antonomasia.
Durante il suo srotolamento ci viene gradatamente rivelato ciò che è avvolto e nascosto. Dio si rivela una guida così silenziosa e invisibile, che la Sua reale partecipazione agli eventi dell’uomo può anche essere messa in discussione.
L’abilità, la forza di Israele consiste nel saper srotolare il rotolo, dipanare la matassa: potremmo dire nel saper « meghillare estèr », cioè svelare il nascosto, sollevare il velo dell’ascondimento, saper leggere dietro la maschera dell’apparenza e restituire un significato autentico al volto della maschera, che di umano ha solo la parvenza.
è detto nel Talmùd che nel pasto del giorno di Purim è consuetudine bere tanto vino fino al punto di non saper più distinguere la destra dalla sinistra, di non saper più riconoscere la differenza tra « maledetto Hamàn e benedetto Mordekhài ».
(è notevole tra l’altro che le due espressioni, arur Hamàn e baruch Mordekhài, abbiano lo stesso valore numerico secondo la Ghematrià, regola interpretativa che si basa sul valore numerico delle lettere).
In un universo, quindi, dominato dalla confusione, dove non si discerne il giusto dall’ingiusto, dove la fatalità sembra reggere i due estremi della catena della storia e il mondo rischia di trasformarsi in una gigantesca mascherata, e in una sbornia generale, i Maestri invitano a mantenere quel discernimento che permette di decifrare il senso del trucco universale.
In ebraico la differenza tra golàh, esilio, e gheullàh, redenzione, è data da una sola lettera la a Alef, la prima lettera dell’alfabeto ebraico, la lettera con cui iniziano fra l’altro diversi nomi di Dio, la parola Adàm, uomo, i Dieci Comandamenti, la lettera con cui doveva avere inizio la Torà, ma che ha dovuto lasciare il posto alla b Bet, la seconda lettera dell’alfabeto, forse per insegnare al mondo, simboleggiato dalla dualità della Bet, di tendere alla ricerca dell’Uno.
Se la gheullàh è la condizione ideale a cui deve aspirare il popolo ebraico, ed essa sarà raggiunta con la celebrazione di quel Seder, quell’ordine di tutta l’umanità, la golàh del libro di Estèr, è la condizione reale del mondo, dove tutto è confuso, distorto, disordinato.
Tuttavia la golàh e la gheullàh non sono così distanti fra loro come potrebbe sembrare; infatti negli anni embolismici, quando si aggiunge un tredicesimo mese, Adar , si celebra Purim nel secondo Adar, per avvicinare il più possibile questa ricorrenza alla festa di Pesach. Purim, infatti è la preparazione a Pesach, una preparazione per la completa gheullàh.
Purim, le sorti del popolo ebraico, sono legate alla ricerca e alla riconquista dell’Alef, dell’unicità, dell’identità individuale e collettiva, di quella particella dell’ Unico che è in ognuno di noi e in virtù della quale Gli somigliamo.
è proprio l’assenza dell’ Alef che consente agli Hamàn di ogni tempo di giocare a dadi le sorti del popolo ebraico. La disunione e le scissioni all’interno del popolo ebraico scatenano le forze di Amalek, antenato di Hamàn, prototipo dell’antigiudaismo irrazionale e gratuito di tutte le generazioni destinato a minacciare l’esistenza di Israele in tutti i tempi della storia.
La salvezza nella storia di Purim, giunge viceversa solo quando Estèr rivela ciò che ha tenuto celato: la sua identità, la sua Alef, adempiendo così all’imperativo della Torà
 » …Ricorda ciò che fece a te Amalek..! » (Deuteronomio, 25; 17).
Il digiuno istituito da Estèr per invocare l’aiuto divino contro il decreto di Hamàn diventa, quindi, una premessa a un radicale capovolgimento della situazione. La Teshuvàh, il pentimento, il ritorno, attraverso il digiuno rappresenta l’occasione per scrutare dentro di sé, per riprendere in mano le sorti del proprio destino e per liberarsi da un esilio che non ha una valenza esclusivamente geografica.
La condizione necessaria per passare oltre la golàh e raggiungere la gheullàh è, dunque, l’esperienza della Teshuvàh, così come è detto nel Talmùd « …grande è la Teshuvàh perché avvicina la gheullà…. » ( Jomà 86, b). Forse questo è il senso di ciò che è sostenuto dalla letteratura rabbinica: la parola Purim, sorti, è contenuta dalla parola Kippurim, espiazioni. Le sorti sono dentro le espiazioni, nel senso letterale dell’affermazione, ma si può anche leggere: le sorti sono nella Teshuvàh.
Solo con la Teshuvàh l’ebreo riprende quindi in mano, responsabilmente e coscientemente, le proprie sorti, non consentendo più che il caso decida per lui.
Purim-Kippurim, (in questo caso la k Kaf iniziale potrebbe avere la funzione di « come ») Purim come il giorno del grande digiuno! La vita dell’uomo oscilla tra queste due dimensioni, così diverse, ma al contempo così legate tra loro. Il mascherarsi e lo smascherarsi completamente!
Il digiuno, in fondo, è la necessaria conseguenza di un grande banchetto, e l’introspezione è l’inevitabile reazione a una rumorosa baldoria; talvolta è proprio una sbornia e il travalicamento dei limiti a stimolare un sincero esame di coscienza.
Nella concezione ebraica, il corpo non è scisso dall’anima: la nostra esistenza fisica nel mondo, messa in pericolo a Purim e, quindi, esaltata attraverso un banchetto, è inscindibile dalla nostra esistenza spirituale celebrata nello Jom Ha-Kippurim. Non c’è un Kippurim senza un Purim che lo determini e lo motivi, e non c’è un Purim senza un Kippurim che lo contenga e gli dia senso.
La prima volta che figura la parola estèr nella Torà è in Genesi 4; 14:
 » … Sarò rimosso dal tuo cospetto… ». è Caino che parla: egli teme di essere abbandonato da Dio e non essere considerato più come uomo. Caino, uccidendo suo fratello, tende a restaurare il caos originario dell’universo. Eppure la sua condanna non è la pena capitale, ma l’esilio: il primo assassino gode di una strana immunità, nessuno ha il diritto di imitarlo, grazie a un marchio che Dio incide su di lui. Il primo segno che il Signore pone nel mondo. Secondo un midràsh Adamo incontrando Caino rimane stupito nel trovarlo vivo, tanto da chiedergli: » non hai forse ucciso tuo fratello Abele? » Caino gli risponde:  » Io ho fatto Teshuvàh padre e sono stato perdonato! » nascondendo il volto fra le mani, Adamo, allora, esclama: « tanto grande è il potere della Teshuvàh? … non lo sapevo! ».
Caino, l’uomo del crimine brutale, rappresenta la prova vivente che il perdono è possibile e che la forza della Teshuvàh può far risplendere la luce velata dall’oscurarsi del volto di Dio: la Hastaràt Panim.
« … Se si legge la Meghillat Estèr a ritroso non si è compiuto il proprio obbligo… » (Mishnàh, Meghillàh, 2; 1)
Quale è il senso di questa norma? Chi legge la Meghillat Estèr pensando che gli eventi in essa narrati appartengano solo al passato, « a ritroso », e il miracolo non è rilevante per il presente, non ha compiuto il suo obbligo.
Molti eventi della storia ebraica, anche quelli più recenti sembrano farci rivivere la storia del libro di Estèr, dove Dio sembra essere completamente assente. Per questo motivo i Maestri hanno visto nella storia di Purim, la condizione paradigmatica del popolo ebraico, indicando che sta all’uomo cercare la presenza divina nella storia, anche quando l’oscurità dell’esilio è divenuta più fitta, o quando la disumanità della maschera rischia di trasfigurare il volto umano.
Non dimentichiamoci, infatti, che nella lingua ebraica, l’etimo g-l-h significa « esiliare » e « rivelare » nello stesso tempo.

Publié dans:ebraismo, Ebraismo : feste |on 23 février, 2013 |Pas de commentaires »

PADRI APOSTOLICI : POLICARPO DI SMIRNE – 23 FEBBRAIO

 http://www.larici.it/culturadellest/icone/apostolici/policarpo/index.htm

 PADRI APOSTOLICI > POLICARPO DI SMIRNE -  23 FEBBRAIO

I contenuti dell’epistola di Clemente I Romano sono riportati e citati nella Lettera ai Filippesi di san Policarpo, vescovo di Smirne (attuale Izmir, Turchia), che si configura come risposta alla richiesta della comunità cristiana della città macedone di Filippi – fondata da san Paolo nel 49 – di avere la copia delle lettere che sant’Ignazio di Antiochia aveva scritto durante il suo viaggio verso il martirio. La Lettera ai Filippesi, unico scritto autentico rimasto di Policarpo e tramadatoci nella sua versione latina, dà molte direttive e costituisce una narrazione importante sotto il profilo storico, agiografico e liturgico. Dal punto di vista dottrinale, viene detto che Cristo ha Dio per Padre e, di conseguenza, è Figlio di Dio, ma è anche uomo e per noi morì e fu da Dio resuscitato.
E’ possibile che Policarpo abbia scritto numerose altre lettere alle comunità vicine alla sua, ma non si sono conservate.
Della vita di Policarpo, si ipotizza che nacque intorno all’anno 69 e che, secondo gli scritti di Ireneo ed Eusebio di Cesarea, fu educato dagli apostoli che lo ordinarono vescovo di Smirne, forse lo nominò Giovanni che viveva a Efeso ma è difficile dimostrare se si trattava dell’evangelista o di un suo omonimo.
Nel 107 incontrò, a Smirne, sant’Ignazio di Antiochia, durante il suo viaggio a Roma per essere martirizzato, di cui raccolse gli scritti e scrisse a sua volta la Lettera ai Filippesi esortando quei cristiani a servire Dio nel timore, credere in Lui, sperare nella resurrezione, camminare nella via della giustizia, secondo l’esempio di Ignazio, di cui egli univa le lettere in suo possesso.
Verso la fine del 154, molto anziano, Policarpo si recò a Roma da papa Aniceto per discutere, tra l’altro, della data della celebrazione della Pasqua, che in Occidente si celebrava la domenica seguente al plenilunio di primavera, mentre in Oriente era fissata, secondo il computo ebraico, per il 14 del mese di Nisan (marzo-aprile). L’accordo non fu raggiunto, ma ciò non mise in alcun modo in discussione l’unità fondamentale della Chiesa cristiana, dimostrando la possibile pacifica convivenza di pareri diversi.
Tornando a Smirne, Policarpo andò incontro al martirio, come si narra in un documento coevo, il Martyrium Polycarpi, che è il più antico esempio autentico di Acta Martyrum. Al proconsole Stazio Quadrato che lo esortava a rinnegare Cristo, rispose: “Sono ottantasei anni che lo servo e non mi ha fatto nessun torto. Come potrei bestemmiare il mio re, il mio salvatore?” e si lasciò condurre sul rogo, dove recitò questa preghiera: “Signore Dio Onnipotente… Ti benedico perché mi hai fatto degno di questo giorno, di quest’ora; di prendere parte, nel numero dei martiri, al calice del Tuo Cristo, per la risurrezione, anima e corpo, alla vita eterna, nella incorrutibilità dello Spirito Santo”.
E’ da notare che l’affermazione “Sono 86 anni che lo servo…” fa presumere che Policarpo sia nato da genitori cristiani.
Il momento della morte è raccontato nel Martyrium: il fuoco non riuscì a toccare Policarpo, che, quindi, fu trafitto con un pugnale. Era il 23 febbraio 155 e, insieme a Policarpo, subirono il martirio altri cristiani provenienti dalla città di Filadelfia.
L’immagine di Policarpo è riprodotta nei mosaici della basilica di S. Apollinare in Classe (V secolo) a Ravenna nella teoria dei martiri che offrono a Dio la preziosa corona del martirio.
Dionisio da Furnà, nella sua Ermeneutica della pittura, indica Policarpo di Smirne in due modi (un vecchio dalla barba rotonda o dalla lunga barba dipartita), ne ricorda la morte nel fuoco e lo celebra il 23 febbraio. Non è impossibile che le diverse raffigurazioni si riferiscano a due santi omonimi. Infatti, il nome Policarpo (che significa « molti frutti », fruttuoso) era piuttosto comune nelle regioni orientali di lingua greca, ma lo si trova anche tra i primi cristiani romani. Un Policarpo, martire, è sepolto nelle catacombe di San Callisto a Roma, un altro, prete e confessore, è venerato a Roma anch’egli il 23 febbraio (da qui poté forse nascere l’equivoco, se così si tratta, di Dionisio). Sono annoverati tra i santi anche altri due martiri di nome Policarpo di origini orientali (Nicea e Antiochia) ma molto incerte sono le notizie.
Il culto è tuttora molto vivo in tutto il mondo cristiano. A Smirne è dedicata al santo patrono una parrocchia, sul cui altare maggiore troneggia una statua. A Roma sono conservati frammenti di ossa nella Chiesa di S. Maria in Campo Marzio, sede del patriarca di Antiochia di Siria. Da alcuni decenni gli è stata dedicata una grande parrocchia nel quartiere Tuscolano. Nella basilica di S. Clemente a Roma, nella prima metà del 1700, il pittore romano Giacomo Triga (1710-46) ha rappresentato l’incontro di Policarpo con S. Ignazio di Antiochia, ambedue rivestiti di solenni paramenti vescovili orientali. Altri luoghi di culto sono nell’isola di Malta e a Lione in Francia, dove fu vescovo e martire il suo discepolo sant’Ireneo.

Publié dans:Santi, santi martiri |on 23 février, 2013 |Pas de commentaires »

Trasfigurazione – “O datore di luce, gloria a te!”

Trasfigurazione – “O datore di luce, gloria a te!” dans immagini sacre trasfigurazione-cost-meta-xii-sec_2

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Publié dans:immagini sacre |on 22 février, 2013 |Pas de commentaires »

SALMO 26 : IL SIGNORE E’ MIA LUCE E MIA SALVEZZA

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 SALMO 26 

IL SIGNORE E’ MIA LUCE E MIA SALVEZZA

vv.1-6
Il Signore è mia luce e mia salvezza, di chi avrò timore?
Il Signore è difesa della mia vita, di chi avrò terrore?
Quando mi assalgono i malvagi per straziarmi la carne,
sono essi, avversari e nemici,
a inciampare e cadere.
Se contro di me si accampa un esercito il mio cuore non teme;
se contro di me divampa la battaglia anche allora ho fiducia.
Una cosa ho chiesto al Signore questa sola io cerco:
abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita,
per gustare la dolcezza del Signore ed ammirare il suo santuario.
Egli mi offre un luogo di rifugio nel giorno della sventura.
Mi nasconde nel segreto della sua dimora,
mi solleva dalla rupe.
E ora alzo la testa sui nemici che mi circondano;
immolerò nella sua casa sacrifici d’esultanza,  
inni di gioia canterò al signore.

NON NASCONDERMI IL TUO VOLTO
vv.7-14

Ascolta, Signore, la mia voce.
Io grido: abbi pietà di me! Rispondimi.
Di te ha detto il mio cuore: “Cercate il suo volto”;
il tuo volto, Signore io cerco.
Non nascondermi il tuo volto, non respingere con ira il tuo servo.
Sei tu il mio aiuto, non lasciarmi, non abbandonarmi, Dio della mia salvezza.
Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato,
ma il Signore mi ha raccolto.
Mostrami, Signore, la tua via, guidami sul retto cammino,
a causa dei miei nemici.
Non espormi alla brama dei miei avversari;
contro di me sono insorti falsi testimoni che spirano violenza.
Sono certo di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi.
Spera nel Signore, sii forte, si rinfranchi il tuo cuore e spera nel Signore.

L’ARGOMENTO.
Il salmo si divide in due momenti distinti di un unico atteggiamento di profonda fiducia in Dio. Nel primo momento (Cantico di fiducia vv.1-6) il povero del Signore si rivolge a Lui da una posizione euforica di distanza dalla prova: tutto è bello, tutto è facile, tutto è sicuro per chi ha nel Signore la sua luce e la sua salvezza. Tutto è dominato dalla dolcezza del Signore, dal dono impareggiabile dell’esperienza di Dio.
Nel secondo momento (Lamentazione individuale vv.7-14) la prova ha attanagliato l’anima. Si ode un grido lacerante: “Abbi pietà di me, Signore! Rispondimi!”
E’ l’ora del buio, del deserto, in cui Dio pare nascondere il suo volto. L’ora del Getsemani. Ma il povero del Signore non desiste dalla preghiera, non rimette ogni cosa in discussione, non si lascia naufragare dallo sconforto; la preghiera si fa più tersa, fino a raggiungere il distacco della carità perfetta: “Il tuo volto, Signore, io cerco”.
La fede, nell’impatto con la realtà cocente della prova, affonda le sue radici e acquista dimensioni e certezze nuove: “Il Signore mi ha raccolto”.
E’ dall’avere creduto all’amore che scaturisce l’invito alla speranza che non delude, in un appello pieno di tenerezza che la voce dello Spirito Santo, attraverso quella della Chiesa, ci fa giungere oggi per stimolare l’impegno delle nostre risorse umane: sii forte, rinfrancati, e spera nel Signore.

COMMENTO.
La fede trionfante espressa in questi magnifici versi non è dovuta all’esuberanza giovanile o al rifiuto dell’adulto di affrontare la serietà della situazione contingente. Manifesta invece la maturità di chi è radicato in quella fede e in quella fiducia che si sono sviluppate attraverso le tribolazioni dell’esistenza. Fortificato interiormente dalla sua fede vibrante, l’orante, (come re Davide) può rialzare la testa con fiducia e speranza, pur trovandosi in mezzo ai problemi pressanti del momento.
L’esperienza ha dimostrato ad ogni orante che Dio, nostra luce, nostro presidio e nostra salvezza, non manca mai di correre in aiuto per liberarci dall’assalto dei nemici (siano essi fisici siano essi spirituali). Queste cose non giungono mai a nuocerci o a distruggerci perché, appena sferrano il loro attacco, restano abbattuti dal Signore.
La sicurezza dell’orante è così grande che, anche se si scatenassero tute le negatività contro di lui, il suo cuore resterebbe fiducioso in Dio. San Francesco, chiamato in giudizio dal padre suo, gli restituì gli abiti che indossava, affermando che, da quel momento in poi, a più giusto titolo avrebbe potuto chiamare Dio con il nome di padre.
Anche Giobbe il grande paziente, parlando di Dio, dichiara: “anche se Egli mi uccidesse, continuerei a sperare” (Gb.13,15).
L’orante rivela la fonte del suo enorme coraggio e della sua forza interiore. Essa scaturisce da un rapporto di tenero e fiducioso abbandono in Dio. Il desiderio più profondo del suo cuore è vivere in comunione perenne col Signore. Se si riesce a realizzarlo, si possiede tutto ciò che si desidera: la vicinanza e l’amicizia con Dio.
La prima arte del salmo è costruita essenzialmente con due serie d’immagini: la guerra d’attacco e il rifugio. Da una parte avanza il male, per sopprimere l’orante. Ma, anche se si vedesse assalito da più parti, l’orante non ha timore, perché Dio è per lui una difesa.
La seconda parte ci dice che l’orante prega il Signore di guidarlo su un retto cammino. Possiamo intravedere in questo salmo i grandi temi della storia d’Israele che sono trasposti sul credente stesso, il quale si pone in stato di esodo. Quanto agli avversari, mentitori, traditori, spergiuri, tentatori, idolatri ecc…non sono più paragonati ad un esercito (nemici) che si presenta di fronte, ma ad una banda armata appostata in agguato (le tentazioni).
Le due parti del salmo sono unite in modo evidente, come due tavole simmetriche di un dittico. Paradossalmente, Dio mette nello stesso tempo i suoi fedeli al riparo e al largo. Il legame che concilia questi due simboli opposti è il tempio che, agli occhi della fede, rimane luogo di rifugio dell’esodo (quante volte entrando in una chiesa ci siamo sentiti a casa!).
Noi cristiani non dobbiamo più cercare fuori di noi stessi la casa del Signore. Il nostro corpo stesso, con la chiesa, forma il tempio di Dio (1 Cor. 7,19).
Io penso che il salmo, questa stupenda preghiera-dialogo, c’insegna a mantenere il giusto equilibrio tra contemplazione e azione, tra il gustare la dolcezza di Dio e il camminare sul retto cammino.
Per terminare bisogna, da una parte, aderire a Dio con la mente e il cuore, e, dall’altra parte, collaborare all’estensione del Regno di Dio proclamato da Gesù Cristo.

Amen!Alleluia!Amen! 

Publié dans:BIBBIA, BIBBIA. A.T. SALMI |on 22 février, 2013 |Pas de commentaires »

II DOMENICA DI QUARESIMA – LETTURE ED OMELIA

http://www.perfettaletizia.it/archivio/anno-C/II_quaresima.htm

II DOMENICA DI QUARESIMA – LETTURE ED OMELIA

I LETTURA (GN 15,5-12.17-18)
DAL LIBRO DELLA GENESI                                                    

In quei giorni, Dio condusse fuori Abram e gli disse: « Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle » e soggiunse: « Tale sarà la tua discendenza ». Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia.
E gli disse: « Io sono il Signore, che ti ho fatto uscire da Ur dei Caldei per darti in possesso questa terra ». Rispose: « Signore Dio, come potrò sapere che ne avrò il possesso? ». Gli disse: « Prendimi una giovenca di tre anni, una capra di tre anni, un ariete di tre anni, una tortora e un colombo ».
Andò a prendere tutti questi animali, li divise in due e collocò ogni metà di fronte all’altra; non divise però gli uccelli. Gli uccelli rapaci calarono su quei cadaveri, ma Abram li scacciò.
Mentre il sole stava per tramontare, un torpore cadde su Abram, ed ecco terrore e grande oscurità lo assalirono.
Quando, tramontato il sole, si era fatto buio fitto, ecco un braciere fumante e una fiaccola ardente passare in mezzo agli animali divisi. In quel giorno il Signore concluse quest’alleanza con Abram:
« Alla tua discendenza
io do questa terra,
dal fiume d’Egitto
al grande fiume, il fiume Eufrate ».

Salmo (26)                                               
 Rit. Il Signore è mia luce e mia salvezza.
Il Signore è mia luce e mia salvezza:
di chi avrò timore?
Il Signore è difesa della mia vita:
di chi avrò paura? Rit.

Ascolta, Signore, la mia voce.
Io grido: abbi pietà di me, rispondimi!
Il mio cuore ripete il tuo invito:
«Cercate il mio volto!».
Il tuo volto, Signore, io cerco. Rit.

Non nascondermi il tuo volto,
non respingere con ira il tuo servo.
Sei tu il mio aiuto, non lasciarmi,
non abbandonarmi, Dio della mia salvezza. Rit.

Sono certo di contemplare la bontà del Signore
nella terra dei viventi.
Spera nel Signore, sii forte,
si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore. Rit.

II LETTURA (FIL 3,17-4,1)
DALLA LETTERA DI SAN PAOLO APOSTOLO AI FILIPPESI

Fratelli, fatevi insieme miei imitatori e guardate quelli che si comportano secondo l’esempio che avete in noi. Perché molti – ve l’ho già detto più volte e ora, con le lacrime agli occhi, ve lo ripeto – si comportano da nemici della croce di Cristo. La loro sorte finale sarà la perdizione, il ventre è il loro dio. Si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi e non pensano che alle cose della terra.
La nostra cittadinanza infatti è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose.
Perciò, fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete in questo modo saldi nel Signore, carissimi!

Rit. Lode e onore a te, Signore Gesù!
Dalla nube luminosa, si udì la voce del Padre:
“Questi è il mio Figlio l’amato: ascoltatelo”.
Rit. Lode e onore a te, Signore Gesù!

VANGELO (LC 9,28-36)
DAL VANGELO SECONDO LUCA

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme.
Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui.
Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: « Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa ». Egli non sapeva quello che diceva.
Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: « Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo! ».
Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.

OMELIA
E’ proprio curioso quel forno fumante e quella fiaccola accesa che passano tra gli animali divisi da Abramo, su ordine di Dio. La divisione degli animali era un rito di alleanza tra due contraenti, che si mettevano tra gli animali divisi invocando su di sé un esito uguale qualora l’alleanza venisse da loro spezzata; questo lo sappiamo bene (Ger 34,18), ma il resto, appunto, va indagato. Cosa significa quel forno fumante che passa tra gli animali divisi? Sicuramente, stando all’archeologia, un piccolo forno per il pane, e si tratta così di un segno di abbondanza. Dio si impegna a proteggere, a nutrire il popolo immenso che discenderà da Abramo. La fiaccola ardente? E’ il segno che Dio sarà luce ai passi del suo popolo. Abramo – si noti – non è tra gli animali: l’alleanza è un fatto unilaterale di Dio. E’ un’alleanza offerta da Dio, che l’uomo è chiamato ad accogliere. Alleanza di pace, di amore. Gli animali divisi indicano la serietà dell’impegno. L’uomo davanti a Dio è degno della sorte di quegli animali, ma Dio è misericordioso e dona vita e luce. Come si vede il rito compiuto da Abramo, su ordine di Dio, non coincide precisamente con il rito di alleanza tra due uomini.
Quello che ci colpisce di questa narrazione, oltre la misericordia di Dio, è la costanza di Abramo nello scacciare gli uccelli rapaci. Abramo arriva fino alla sera, al tramontare del sole. A questo punto Abramo avverte un torpore, una svogliatezza nell’attendere. E’ il momento della tentazione. A questo torpore segue in Abramo un oscuro terrore. E’ l’oscuro terrore di chi avverte che è sull’orlo di cedere. Di chi si sente oppresso dal pensiero di essersi ingannato. E’ il terrore oscuro di chi sente la sua fede in pericolo; il terrore oscuro di considerare le difficoltà del mantenimento di un popolo numeroso. E’ notte; e la notte suggerisce il riposo, la fine della giornata; ma Abramo lotta contro il sonno, come prima lottava contro gli uccelli del cielo. E proprio quando la fede di Abramo è allo spasimo, Dio si rende presente, con i segni di un forno e di una fiaccola.
Quella fiaccola che illumina la notte è facile leggerla come immagine di Cristo, Luce del mondo. E quel forno per il pane è ancora facile rapportarlo a Cristo, che nel suo amore per noi (il fuoco del forno) si è fatto nostro cibo: Pane disceso dal cielo che ci sostiene nel cammino, come già la manna nel deserto.
Il Vangelo ci presenta Cristo che su di un alto monte si trasfigura: è la Luce del mondo. Mosè ed Elia compaiono a fianco di lui, riverenti.
I discepoli sono oppressi dal sonno, ma tuttavia rimangono svegli; la meraviglia, la bellezza, la beatitudine li sottraggono al sonno. Ma ai discepoli sfugge la portata del discorso centrato sull’andare a Gerusalemme di Gesù, per la sua dipartita da questo mondo. Pietro ha in mente ben altro; chiede a Gesù di poter fare tre capanne, “una per te, una per Mosè e una per Elia”. Per Pietro è giunto il compimento di tutto. Sono giunti i cieli e terra nuovi. Ma le cose non stanno così, come le pensa Pietro. Una nube avvolge tutto e una voce dice: “Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!”. Un invito a non ascoltare se stessi, ma lui. Chi ascolta se stesso e non il Cristo si comporta da “nemico della croce di Cristo”, come dice san Paolo (Fil 3,18). E quanti oggi sono nemici della croce di Cristo! Sono quelli che leggendo il Vangelo non ascoltano il Vangelo, ma il loro quieto vivere, oscurando così la forza rinnovatrice del Vangelo. Sono quelli che hanno occhi che vedono, ma cuore che non vuol vedere; e così leggendo il Vangelo ascoltano se stessi e vogliono trovare l’avallo alla loro mediocrità, la giustificazione della loro avversione alla croce. E’ la storia della formazione delle eresie; attribuire a Dio i nostri errori e quindi essere obbedienti a Dio datore non della verità, ma dei nostri errori. Orribile a dir poco! Eppure, fratelli e sorelle, accade spesso.
Ma noi vogliamo ascoltare Gesù, il suo Vangelo. Vogliamo seguirlo prendendo la croce, testimoniando con la nostra vita la fecondità della sua croce in noi. Noi dobbiamo cercare il sacrificio, il che vuol dire che di fronte a due cose da intraprendere bisogna scegliere quella che ci costa di più in lotta all’amor proprio, per un maggiore amore al prossimo. Non parlo di penitenze corporee, che non vanno escluse, ma parlo di lotta all’amor proprio; le penitenze corporee le facciamo più volentieri che le rinunce del cuore.
Abramo accolse l’alleanza di Dio nel segno di un sacrificio: gli animali divisi. Noi accogliamo la nuova ed eterna alleanza stabilita nel sangue di Cristo, morto sulla croce. Chi vuole un’alleanza con Dio fuori del sacrificio di Cristo, al quale è invitato a partecipare, è un illuso frequentatore del peccato.
Ma diciamo col salmista queste parole, noi che non siamo nemici della croce di Cristo: “Il mio cuore ripete il tuo invito: <Cercate il mio volto>. Il tuo volto, Signore, io cerco”. Cerchiamo il volto del Signore nel Vangelo, vivendo il Vangelo. Quel volto ci apparirà, ci illuminerà, e ci impegneremo a rendere non il 10% o il 40%, ma il 100%. Chi coglie, nella fede, nella speranza e nella carità, il volto di Cristo non può che essere rapito da lui, che “trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso”. Ma coloro che sono nemici della croce di Cristo, e che accarezzano perciò il vizio, non avranno il corpo trasfigurato in conformità al corpo glorioso di Cristo, ma il loro corpo sarà marcato in eterno da una risurrezione di condanna e di infamia. San Paolo ben ci avverte (Gal 6,8): “Chi semina nella sua carne, dalla carne raccoglierà corruzione; chi semina nello Spirito, dallo Spirito raccoglierà vita eterna”. Amen. Ave Maria. Vieni, Signore Gesù.

Purim, ricordando il coraggio di Ester

Purim, ricordando il coraggio di Ester dans immagini sacre

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Publié dans:immagini sacre |on 21 février, 2013 |Pas de commentaires »

LA FESTA DI PURIM Parte prima, parte seconda (Febbraio 24-25 – Adar 14-15)

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LA FESTA DI PURIM (Febbraio 24-25 – Adar 14-15)

PARTE PRIMA

(ARGENTINO QUINTAVALLE)

La Festa di Purim è la festa che ricorda la liberazione del popolo Giudeo ai tempi di re Assuero di Persia (chiamato ’aḥšwērôš  in ebraico), secondo quanto descritto nel libro di Ester.
Perché studiare questa festa? Innanzitutto perché è nella Bibbia, e quindi è importante. Dobbiamo ricordare che le feste non sono solo giudaiche, ma bibliche, ed hanno un significato per TUTTI  i credenti di tutte le età. La questione non è, “dobbiamo continuare ad osservare la festa oggi?”, ma piuttosto, “c’è qualche lezione che possiamo apprendere da questa festa oggi”?
Il Libro di Ester, che viene letto per intero nelle sinagoghe nel giorno di questa festa, ci parla di una donna ebrea di nome Ester, le cui circostanze la mettono nella condizione di salvare il suo popolo da un malvagio complotto che mirava ad annientare l’intera popolazione giudaica dell’Impero Persiano. La storia è piena di situazioni ironiche e coincidenze straordinarie. Così evidente è la presenza di Dio nel libro di Ester, che molti trovano difficile credere che, a differenza di altri libri della Bibbia, il nome del Dio d’Israele non sia citato neanche una volta. L’intervento di Dio a favore del Suo popolo è così evidente che pervade tutto il libro anche se il Suo nome non appare.
Possiamo anche vedere un tocco d’ironia nella scelta del nome di questa festa. Sembra che il grande nemico del popolo, Haman, sia stato molto superstizioso e per questo si affidò alla sorte (Est.3:7). Gli Ebrei chiamarono questa festa Purim (che è il plurale ebraico della parola persiana Pur, che significa «sorte». L’ebraico «im» è il suffisso del plurale) o festa delle Sorti, la festa che ricorda quando Haman aveva gettato le sorti per accertare quale fosse il giorno favorevole per mettere in atto il suo decreto sanguinario (Est.9:24). Ma, ironicamente, il giorno stabilito dalla sorte per la distruzione del popolo ebraico è diventato il giorno in cui i Giudei celebrano la vittoria sui loro nemici. Questo libro è pieno di ironie. Il principio stabilito in Gen.12:3 è qui visto molto chiaramente: «benedirò quelli che ti benediranno e maledirò chi ti maledirà».
Purim è classificato come una delle feste « minori » perché non è citata nei libri di Mosè, tuttavia questa non era la valutazione dei rabbini antichi. Molti credevano che il libro di Ester fosse stato scritto per insegnare che Dio opera nascostamente dietro le scene. Più di una saggio ha paragonato Purim alla festa “maggiore” di Yom Kippur, il Giorno dell’Espiazione. Gli Hasidim (i pii) hanno considerato Purim come un classico caso di Kiddush Ha-Shem (la Santificazione del Nome) dove ogni singolo Giudeo era disposto a morire piuttosto che ad abbandonare la propria fede. La preservazione del popolo Giudeo sotto gli stenti e sotto le minacce di genocidio è un tema ricorrente nella storia. A Purim, Haman è una metafora del male, come Faraone, Antioco Epifanie e Adolf Hitler. In un discorso del 1944, Hitler disse che se i Nazisti sarebbero stati sconfitti, i Giudei avrebbero potuto celebrare “un secondo trionfante Purim”. Un’altra interpretazione rabbinica di Purim che abbiamo nel libro di Ester è la maledizione degli Amalekiti, che vedremo più avanti. Adesso diamo uno sguardo alla storia.
Questi eventi ebbero luogo in Persia durante il tempo della prima deportazione, a partire dal 519 a.C. Il re di Persia (il moderno Iran) era ’aḥšwērôš. Il suo impero aveva conquistato il decadente impero babilonese. Tra gli abitanti multi-etnici del suo regno c’erano molti ebrei che erano stati deportati. Questa comunità era sopravvissuta e si era stabilizzata, ma durante il regno di Assuero le cose improvvisamente presero una svolta pericolosa.
I due eroi principali della storia sono Ester e Mardocheo. Ester, il cui nome ebraico era Hadassah, aveva perso i suoi genitori sin dalla tenera età e suo cugino Mardocheo l’ha adottata e fatta crescere come se fosse una figlia. Mardocheo aveva un incarico a corte, che gli dava accesso al palazzo ed alla porta del re. Egli non ha mai nascosto la sua origine ebraica, né si è mai vergognato di essa, mentre ha consigliato ad Ester di non rivelare la sua nazionalità. Mardocheo fu quel giusto che si è rifiutato di inchinarsi di fronte ad Haman, perché era Giudeo e doveva rendere onore soltanto a Dio. Questo fatto ha creato le circostanze per il resto della storia.
Assuero aveva organizzato una grande festa. Infatti, la storia si apre con il re che si trova nel mezzo di un grande banchetto. Nell’ultimo giorno della festa, mentre aveva il «cuore allegro dal vino», decise di mostrare a tutti gli ospiti la sua bella moglie Vashti. La regina, che nel frattempo teneva anch’essa un banchetto nel palazzo reale, ma separatamente con le donne, si rifiutò di ubbidire al re. Questo ha comportato la sua messa al bando ed il re, su consiglio dei suoi ministri, ha deciso di indire un bando di “Miss Persia” per scegliere la nuova regina. Ha vinto Ester, che era molto bella, e così divenne la regina della Persia, ma il re non sapeva che era Giudea né che Mardocheo era il suo più stretto parente e tutore. Come già detto, Mardocheo l’aveva istruita a tenere segreta la sua origine.
In seguito, Mardocheo venne a conoscenza di un piano per assassinare il re e lo riferì alla regina Ester, vanificando così il complotto e salvando la vita del re. Il fatto venne registrato nel libro delle Cronache del regno ma ben presto dimenticato. A questo punto entra in scena l’altro personaggio importante della vicenda, Haman, promosso dal re alla più alta carica del regno.
Come Haman ha preso potere, ha subito preteso i dovuti omaggi e, secondo la buona tradizione pagana, tutti i suoi subalterni dovevano inchinarsi davanti a lui. Ma Mardocheo si rifiutava continuamente. Ora, sappiamo che Haman era un Amalekita, e questo ci dà il motivo di quello che potrebbe apparire come una reazione esagerata, da parte sua, quando venne a sapere delle origini di Mardocheo.
L’inimicizia tra i figli d’Israele ed i figli di Amalek risale ai tempi dell’Esodo. Quando Haman ha saputo che Mardocheo era un Giudeo, ha deciso di servirsi della sua influenza sul re per strappargli un decreto nel quale dichiarare “caccia aperta” ai Giudei di tutto l’impero. In questa versione iniziale della «Soluzione Finale» di Hitler, Haman convinse il re che non era suo interesse tollerare il popolo Giudeo e che quindi doveva essere distrutto: «non conviene quindi che il re lo tolleri» (Est.3:8).
Quando Mardocheo viene a sapere del piano, entra in un grande lutto. Ester, venuta a sapere della sua condizione di dolore, gli manda un servitore per scoprire la causa. Mardocheo cerca di convincerla di andare dal re per salvare la sua gente, ma Ester ha paura, perché chiunque si avvicinava al re senza invito veniva messo a morte, anche la regina, a meno che il re non decidesse di stendere il suo scettro come segno di favore. Lei manda a dire a Mardocheo che ha paura, ma a questo punto Mardocheo fece dare la seguente risposta:
«Non ti mettere in mente che tu sola scamperai fra tutti i Giudei perché sei nella casa del re. Poiché se oggi tu ti taci, soccorso e liberazione sorgeranno per i Giudei da qualche altra parte; ma tu e la casa di tuo padre perirete; e chi sa se non sei pervenuta ad esser regina appunto per un tempo come questo?» (Est.4:13,14).
La regina Ester non aveva alcuna scelta oltre che rispondere a questa richiesta. Lei ordinò che tutti i Giudei digiunassero per tre giorni, la stessa cosa avrebbe fatto lei e le sue serve. Quindi, a grande rischio della propria vita, lei si è presentata al re. Assuero, invece di essere arrabbiato, è stato molto lieto di vederla e le ha chiesto cosa voleva, «Quand’anche tu chiedessi la metà del regno, ti sarà data» (Est.5:3). Lei chiese che il re ed Haman fossero presenti  quella sera ad un convito preparato da lei stessa. Quella sera il re rinnova la sua richiesta. Lei risponde dicendo di volere che lui ed Haman venissero ad un altro convito il giorno seguente, durante il quale esprimerà il suo desiderio al re.
Haman fu piuttosto euforico per il fatto che al convito della regina ci fosse soltanto lui, oltre al re. Così, incoraggiato dall’invito, incoraggiato da sua moglie e dai suoi amici e arrabbiato dal rifiuto di Mardocheo d’inchinarsi davanti a lui, ordinò la costruzione di una forca alta cinquanta cubiti, dove aveva previsto di impiccare pubblicamente Mardocheo per “insubordinazione”.
Ora, per ironia della sorte, quella notte il re non riusciva a dormire e chiamò i servitori per farsi leggere il libro delle Memorie. Gli venne rinfrescata la memoria che Mardocheo aveva smascherato un complotto contro il trono ed aveva salvato il re. Si rese conto che Mardocheo non era mai stato ringraziato adeguatamente, ed ha cercato un modo per farlo. Per una straordinaria “coincidenza”, Haman proprio allora era entrato nel palazzo per chiedere l’impiccagione di Mardocheo alla forca che aveva fatto costruire per tale scopo. Ma prima che egli potesse rendere nota la sua richiesta, il re ha iniziato a chiedergli: «che bisogna fare ad un uomo che il re voglia onorare?» (Est.6:6). Essendo un uomo “modesto” e pensando che il re si riferisse a lui, Haman rispose secondo quello che avrebbe gradito per se stesso: «Si prenda la veste reale che il re suol portare, e il cavallo che il re suol montare, e sulla cui testa è posta una corona reale; si consegni la veste e il cavallo a uno dei principi più nobili del re; si rivesta di quella veste l’uomo che il re vuole onorare, lo si faccia percorrere a cavallo le vie della città, e gli si gridi davanti a lui: – Così si fa dell’uomo che il re vuole onorare!» (Est.6:8,9). Sarebbe stato bello poter vedere la faccia di Haman quando venne a sapere che il re stava parlando di Mardocheo.
Haman tornò a casa «tutto addolorato e col capo coperto» (Est.6:12), e pieno di vergogna cominciò a raccontare a sua moglie e ai suoi amici tutto quello che gli era successo. Mentre essi stavano ancora parlando, i servi del re arrivarono per accompagnare Haman al convito della regina. Durante la serata, ancora una volta Assuero chiese ad Ester, «Qual è la tua richiesta?…fosse anche la metà del regno, l’avrai» (Est.7:2). A questo punto Ester rivela che lei ed il suo popolo erano in pericolo di vita ed il responsabile di tutto era Haman. Quando ha sentito questo, il re «tutto adirato si alzò, e dal luogo del convito andò nel giardino del palazzo» (Est.7:7). Mentre egli era uscito Haman si è gettato sullo stesso divano dove stava Ester per chiedere la sua clemenza. Quando il re è rientrato nella sala del banchetto ha trovato Haman vicino alla regina, troppo vicino alla regina, e lo ha fatto appendere sulla stessa forca che era stata preparata per Mardocheo!
Dopo l’esecuzione di Haman, il re ha affrontato il problema della distruzione del popolo Giudeo. Secondo la legge dei Medi e dei Persiani, un decreto reale non poteva essere annullato; però potevano essere fatte delle leggi aggiuntive per eludere la legge precedente. Così il re Assuero ha decretato che se i Giudei venivano attaccati, potevano difendersi con tutti i mezzi a loro disposizione. E così, il giorno scelto per la loro distruzione divenne un giorno di liberazione e di allegria per i Giudei dato che hanno respinto con successo gli attacchi dei loro nemici.
Questa è la storia della festa di Purim, così come è registrata nel rotolo di Ester. Mardocheo ha scritto questi fatti ed ha inviato lettere a tutti i Giudei di tutte le province del regno di Assuero, vicine e lontane, per far loro celebrare ogni anno i giorni quattordici e quindici del mese di Adar (febbraio/marzo) come il tempo quando i Giudei hanno ottenuto riposo dai loro nemici e come il mese in cui il loro dolore è stato trasformato in allegria e il loro lutto in festa. Egli ha scritto loro  affinché facessero di quei giorni dei giorni di conviti e di gioia, nei quali mandarsi dei doni gli uni agli altri e particolarmente ai bisognosi. Perciò quei giorni furono detti di Purim, dal termine Pur (Est.9:20:22,26).
Ora consideriamo la maledizione di Amalek di cui abbiamo accennato. Nel Libro di Ester, Haman è detto essere un Agaghita, un discendente di Agag, re di Amalek. Il primo scontro con gli Amalekiti lo troviamo in Es.17. Gli Israeliti si trovavano ancora nel deserto e gli Amalekiti commisero il triste errore di diventare la prima nazione Canaanita ad attaccarli dopo l’Esodo. Per questo atto di arroganza, gli Amalekiti sono stati puniti con il disprezzo e con la maledizione (Es.17:14-16; Deut.25:17-19).
Come già detto, alla festa di Purim, l’intero rotolo di Ester viene letto. Ogni volta che nella lettura viene pronunciato il nome di Haman, esso viene fischiato con forza e il suo nome viene coperto da suoni di ogni genere, in conformità con l’ingiunzione biblica, «cancellerai la memoria di Amalek». Per tutta la storia, l’idea di nascondere la memoria del nome di Amalek, di cui Haman era un discendente, ha preso molte forme. In Persia ed in  Babilonia veniva bruciata un’effige di Haman. Nel 1800 nell’Europa Orientale, i Giudei scrivevano il nome di Haman sotto le suole delle loro scarpe e quando veniva pronunciato il suo nome, essi battevano i piedi in terra cancellando la scrittura. Oggi viene fatto ogni sorta di rumore, con strumenti di vario tipo ogniqualvolta viene pronunciato il nome di Haman.
Il tema di maledire o cancellare i nomi degli uomini malvagi si trova spesso nelle Scritture. Dobbiamo ricordare che i nomi erano molto più significativi di oggi nei tempi antichi. Essi indicavano chi era una persona e non erano semplicemente uno strumento per chiamare quella persona. Un nome poteva evocare onore, rispetto, paura, pietà, disprezzo o derisione. Ad esempio, quando il nome di Giacobbe è stato cambiato in Israele, egli è stato conosciuto non più come il soppiantatore (colui che ha preso il diritto di primogenitura di suo fratello) ma come colui che ha lottato con Dio ed ha vinto (Gen.25:6; 32:28). Uno degli aspetti più importanti della vita era quello di tramandare un buon nome ai propri discendenti. Un buon nome sarebbe rimasto per tutte le generazioni. Anche dopo la morte, il suo nome avrebbe continuato a vivere nel ricordo; ma un nome disonorato sarebbe stato dimenticato o cancellato.
Considerando questo tipo di cultura, è un po’ più facile vedere la gravità della maledizione di Dio sugli Amalekiti, consegnare il loro nome e la loro memoria all’oblìo in modo che la sola citazione del nome sia sinonimo di disonore e di disgrazia. Eppure, malgrado i tentativi di Israele di dimenticarsi di questa nazione arrogante, il nome di Amalek è ritornato a perseguitarli, alcune centinaia di anni dopo lo scontro di Es.17.
Il problema con gli Amalekiti divenne grave ai tempi di Saul, primo re d’Israele. Benché egli venne accettato da Dio quando il popolo chiese un re che governasse sopra di loro, Saul aveva dei grossi difetti che sono stati la causa di gravi mali per la nazione d’Israele. Un difetto era la sua tendenza a trascurare l’ubbidienza completa verso Dio. Saul ignorò la parola di Dio che gli aveva ingiunto di distruggere tutti gli Amalekiti ed i loro beni. Essi erano i discendenti naturali e spirituali della nazione che era stata maledetta nel deserto. Saul con il suo esercito vinse la battaglia, «ma Saul e il popolo risparmiarono Agag e il meglio delle pecore, dei buoi…e tutto quello che v’era di buono» (1Sam.15:8). Il rifiuto di Saul di eseguire il giudizio di Dio su Agag non solo gli costò il trono, ma portò anche dolore ad una generazione futura d’Israele.
Non solo Haman era un Amalekita, ma nel libro di Ester ci viene detto anche che Mardocheo era della tribù di Beniamino e un discendente di Kis. Anche il re Saul era un Beniaminita e il nome di suo padre era Kis. Possiamo vedere che l’inimicizia tra Mardocheo ed Haman era il punto cruciale di una battaglia che era durata quasi mille anni! Mosè ed Amalek, Saul e Agag, ed ora Mardocheo ed Haman. È a Purim che siamo chiamati, insieme a tutto Israele, di unirci a Mardocheo per cancellare il nome di Haman, e quindi quello di Agag ed Amalek. Come quelli che seguono l’antica tradizione di scrivere il nome di Haman sulle suole delle loro scarpe, cancelliamo il nome che Dio ha maledetto ed ha giudicato. Il nome di Haman è vergognoso e dovrebbe essere cancellato, anche solo simbolicamente, poiché rappresenta il male, l’odio e la ribellione contro il Dio d’Israele.
I fatti di Purim ci ricordano la fedeltà di Dio e il trionfo della vittima sopra il malvagio oppressore. Ma noi conosciamo un Innocente che ha volontariamente preso il posto del colpevole, Gesù il cui nome significa «salvezza». Egli offre vita e pace a tutti, sia Giudei che Gentili, e che hanno fede nel suo nome. E tutti coloro che seguono Gesù, secondo il Nuovo Patto, avranno i loro nomi scritti nel libro della vita, dove non saranno mai cancellati.                                                             

 LA FESTA DI PURIM – PARTE SECONDA

Finora ci siamo concentrati sulla base storica di questa festa, ora daremo uno sguardo agli usi ed alle tradizioni associate a Purim.
Ricordiamo che un intero libro della Bibbia, Ester, è dedicato al racconto degli eventi che hanno condotto a questa festa. L’eccezionale storia viene letta nel servizio della sinagoga alla sera di Purim e di nuovo al servizio della mattina seguente.
Dai tempi di Ester e Mardocheo, il giorno di Purim ha avuto il suo proprio posto nel calendario ebraico. Le date delle feste sono stabilite nel libro stesso. La data scelta da Haman per la distruzione dei Giudei era il 13° giorno del mese biblico di Adar. Per ricordare l’afflizione, la comunità ebraica in quel giorno fa un digiuno, dal tramonto al tramonto. Esso richiama alla memoria anche il digiuno di tre giorni fatto da Ester, Mardocheo e tutto il popolo per cercare la guida di Dio (Est.4:16). In seguito alla potente liberazione avvenuta, la celebrazione gioiosa di Purim inizia al tramonto del 14 di Adar e continua il 15 di Adar. Il secondo giorno è chiamato Shushan Purim perché i Giudei della capitale (Shushan o Susa) hanno chiesto un giorno supplementare per finire di sbarazzarsi di quelli che avevano cercato di annientarli (Est.9:18). Siccome Susa era una città fortificata, è diventata usanza, per altre città fortificate con mura, di celebrare la festa il quindicesimo giorno. Gerusalemme osserva Purim il quindicesimo giorno.
Come il libro di Ester indica, Purim deve essere un tempo di grande gioia dove fare di questi giorni «dei giorni di conviti e di gioia, nei quali gli uni manderebbero dei regali agli altri, e si farebbero dei doni ai bisognosi» (Est.9:22). Ognuna di queste componenti è stata integrata nella moderna  commemorazione di Purim.
La festa viene ricordata per mezzo di un pasto festoso (chiamato Seudah) con famiglia e amici, o alla sinagoga. Questo si svolge nel pomeriggio del primo giorno di Purim, a differenza di altre feste, quando il pasto festoso si tiene all’inizio del giorno (tramonto della sera prima, in conformità con il racconto della Genesi). Lo spirito dei festeggiamenti continua per tutto il tempo.
Come per altri giorni di festa, si prepara per l’occasione un cibo tradizionale, che ha significato simbolico. Nel caso di Purim, ci sono i biscotti hamantashen. Sono triangolari e farciti con marmellata o con qualche altra cosa dolce. Hamantashen, una  parola tedesco/yiddish, può significare le « tasche » di Haman o, come l’ebreo (Ozney Haman) dice, gli « orecchi » di Haman. Questi giorni di intrattenimento ricordano al popolo la vittoria sul terribile nemico. Si usa anche mangiare cibi « dolci e amari », che esprimono la « doppia natura” di Purim – una festa che passa dal digiuno e dal lutto (il 13° di Adar) all’allegria ed al ricordo (il 14° di Adar).
Possiamo vedere altri aspetti di “gioia” a Purim. Un’enfasi particolare viene messa sul servizio della sinagoga. Il rotolo di Ester (Megillah Ester) viene letto, o meglio, recitato, in ebraico. La lettura può essere accompagnata da una certa teatralità, chiamata Purim Shepiel. La gioia viene manifestata con molta forza. Man mano che si procede nella lettura, quando viene letto il nome di Haman, esso viene fischiato con fragore. Per cancellare il suo nome vengono usati vari strumenti che servono per emettere dei suoi assordanti! Per contrasto, ogni citazione dell’eroe Mardocheo, viene accompagnata da un applauso vigoroso.
Purim è una di quelle feste dove nella sinagoga si lascia da parte il normale decoro richiesto per altri giorni, e ci si può dare all’allegria più sfrenata. Attraverso la lettura della Megillah, dello shepiel e dell’atmosfera festosa, si prova un vero senso di allegria. La tradizione rabbinica dice che si può bere fino al punto di non riconoscere più la differenza tra Haman e Mardocheo (Megillot 7b)! Questo atteggiamento è una cosa estrema e certamente non consigliabile, ma illustra la grande allegria associata alla festa di Purim.
Com’è scritto nella Bibbia, Purim deve essere non solo un ricordo della liberazione dei Giudei, ma anche un tempo per inviare doni ai poveri della comunità (Est.9:22). Il termine ebraico mišlôaḥ mānôt è spesso tradotto  šlaḥ mānôs in Yiddish, che significa « porzioni inviate ». Queste scatole di šlaḥ mānôs contengono cibo, dolci e hamantashen. È uno dei modi in cui il popolo Giudeo viene ricordato di aiutare quelli meno fortunati. Questo particolare costume è molto antico. È menzionato in Neh.8:10, dove Esdra istruisce i Giudei a celebrare la lieta occasione della ripresa della lettura pubblica della Torah (dopo un lungo periodo di tempo in cui non s’era più fatto) inviando doni ai bisognosi.
Alcuni rabbini fatto notare un aspetto messianico in questo giorno santo. Essendo un giorno di liberazione e di riposo dai problemi, Purim è stato collegato al più grande giorno di riposo ai tempi del Messia. Così riporta un commento:
Il Patriarca Giacobbe ha desiderato fortemente l’istituzione che ogni giorno della settimana sia come il Sabato dei tempi messianici – totalmente pieno della santità del Sabato – ma non ebbe successo, perché era prematuro. Ma riuscì, tuttavia, ai suoi discendenti di assaporare qualcosa di questo Sabato messianico anche durante i giorni della settimana, e fu a Chanukah ed a Purim (Sefas Emes su Chanukah).
Infatti, Purim è un grande promemoria del piano di Dio e come quel piano sarà realizzato attraverso il Messia!
Il giorno di Purim non viene citato direttamente nel Nuovo Testamento, ma le lezioni di questa festa lo pervadono. La lezione principale è quella legata alla fedeltà di Dio verso il Suo popolo del patto. In Gen.12:3 leggiamo della promessa fatta ad Abrahamo: «e benedirò quelli che ti benediranno e maledirò chi ti maledirà e in te saranno benedette tutte le famiglie della terra». La lezione semplice ma profonda di Purim è che Dio sarà fedele alle Sue promesse. Ogni volta che il Suo popolo è minacciato di distruzione, Dio interverrà. Come Paolo ha detto, «i doni e la vocazione di Dio sono senza pentimento» (Rom.11:29). Forse, se vogliamo riassumere con un parola questo concetto, essa è “protezione”. Inoltre, il messaggio di Purim non deve essere limitato all’antica storia d’Israele. Ogni credente in Gesù ha motivo per fare festa. La protezione di Dio verso il popolo Giudeo dovrebbe dare a tutti i credenti un senso di speranza e sicurezza. Dio mantiene fede al Suo patto, ed è fedele per ogni generazione.
Un’altra importante lezione di questo giorno è la responsabilità che ha l’uomo di compiere la volontà di Dio. Nel libro di Ester non c’è alcun riferimento a Dio; eppure possiamo scorgerlo manovrare gli eventi da dietro le scene. Ma viene anche sottolineato che le persone hanno la responsabilità di agire secondo la volontà di Dio. Quando il malvagio complotto di Haman divenne noto ai Giudei, ci fu una chiamata alla preghiera e al digiuno. Poi ci fu una chiamata all’azione, come Mardocheo ha fatto notare ad Ester:
«Poiché se oggi tu ti taci, soccorso e liberazione sorgeranno per i Giudei da qualche altra parte; ma tu e la casa di tuo padre perirete; e chi sa se non sei pervenuta ad esser regina appunto per un tempo come questo?» (Est.4:14).
Purim dovrebbe essere un sollecito per tutti i credenti. Dio vuole operai disponibili a servire nel Suo regno. Chi sa se non siamo stati messi dove siamo per un tempo come questo? Che possiamo essere tutti degli ambasciatori fedeli del Messia e che portano il messaggio di redenzione a quelli che stanno intorno a noi.
Purim è una delle feste più espressive del calendario biblico. Il decoro normale della sinagoga viene temporaneamente messo da parte per lasciar spazio all’allegra e rumorosa commemorazione. In gran parte delle tradizioni giudaiche possiamo vederci un’espressione messianica. Ad esempio, anche se non ordinato dalle Scritture, il “digiuno di Ester” del 13 di Adar, certamente ci parla dello spirito di preghiera che è anche insegnato nel Nuovo Patto. I credenti potrebbero scegliere questo giorno per intercedere per Israele (vedi Rom.10:1).
Alla fine del digiuno, il primo giorno di Purim inizia con il servizio in sinagoga e con la lettura della Megillah. Tutti i partecipanti sono incoraggiati ad indossare un costume (biblico o no) per rendere più folcloristici i rumori che verranno fatti. Molti si vestono da Ester e Mardocheo, altri più sfrontati da Haman. È anche una buona occasione per non avere inibizioni, perciò ci si può vestire da chiunque, dal presidente degli Stati Uniti a Topolino! Purim diventa una festa in costume santificata da un messaggio importante.
I credenti in Gesù possono apprezzare il significato di questa usanza, che altro non è che gioia nella giustizia e nella protezione di Dio. Significa celebrare Dio che opera dietro le scene, Dio che è fedele alle Sue promesse, Dio che libera e protegge.

Publié dans:Ebraismo : feste |on 21 février, 2013 |Pas de commentaires »

«È Cristo che tiè er timone»: poesia di un parroco romano

http://www.zenit.org/it/articles/e-cristo-che-tie-er-timone-poesia-di-un-parroco-romano

«È Cristo che tiè er timone»: poesia di un parroco romano

Padre Lucio Zappatore, carmelitano della Capitale, saluta il Papa dimissionario con dei versi in romanesco

Roma, 21 Febbraio 2013 (Zenit.org).

Salutare il Papa in romanesco, nel dialetto della città di cui è stato – ed è, fino al 28 febbraio – vescovo. Padre Lucio Maria Zappatore, settant’anni nel prossimo agosto, carmelitano, dal 2000 alla guida dela comunità parrocchiale di Santa Maria Regina Mundi a Torre Spaccata, ma soprattutto un poeta nela lingua di Trilussa, ha dedicato una poesia al Santo Padre. Un saluto affettuoso da un sacerdote romano, che ben interpreta i sentimenti anche degli altri presbiteri.

Il titolo: «Ar Papa uscente Benedetto XVI». Di seguito la poesia composta da padre Zappatore:

So’ rimasto de stucco, che sconforto,
ner sentì ch’ha deciso de mollà.

A Roma, er Papa, o è vivo o è morto
Nun ce so’ vie de mezzo da ‘nventà.

«Morto un Papa se ne fa ‘n’antro»: è duro,
ma mo nun vale più: come faremo?

«Ogni morte de Papa» …t’assicuro
che qui sta vivo: come la mettemo?

Ma er core poi me dice de fidasse,
che ‘sto Papa, lui sa quello che fa:

prima ch’er tempo suo lo buggerasse,
s’è aritirato solo e in umirtà.

E la fede me dice da che esisto,
che la barca de Pietro nun vacilla,

ché, Papa dopo Papa, è sempre Cristo,
che tiè er timone e la fa annà tranquilla!

Shabbat

Shabbat dans immagini sacre Shabbos

http://centroculturaebraicatiqqun.blogspot.it/2012_08_01_archive.html

Publié dans:immagini sacre |on 20 février, 2013 |Pas de commentaires »

SPADE E ARATRI, LANCE E FALCI – GIANFRANCO RAVASI

http://www.famigliacristiana.it/chiesa/blog/la-bibbia-in-un-frammento_1/spade-e-aratri-lance-e-falci.aspx

SPADE E ARATRI, LANCE E FALCI – GIANFRANCO RAVASI

19 DIC 2010 – DA FAMIGLIA CRISTIANA

« Spezzerannole loro spade per farne aratri, trasformeranno le loro lance in falci. Una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra. « 
(Isaia 2,4)

L’orizzonte planetario è attraversato da un movimento: da ogni angolo della terra si mettono in moto processioni di popoli che convergono verso un monte. Non è il più alto né il più famoso, eppure esso è come un faro di luce che irradia i suoi bagliori sulla distesa delle regioni e dei continenti. Quei flussi umani giungono ai piedi della montagna, ed ecco che dalla sua vetta, ove si leva un tempio, esce personificata la parola di Dio che va incontro all’umanità in ricerca.
Di fronte a questa presenza le genti che sono accorse lasciano cadere a terra spade e lance che hanno recato con sé per difendersi dagli altri popoli a loro estranei. Gli artigiani prendono quelle armi e le forgiano in aratri e falci, ossia in strumenti di sviluppo pacifico. Ormai si chiudono le scuole di guerra e si aprono centri di studio e di ricerca per il bene dell’umanità; le pianure non sono più campi di battaglia, ma terreni coltivati, agli armamenti sono subentrati gli armenti.
Abbiamo voluto “sceneggiare” una delle grandi pagine di quel Dante della poesia ebraica e vertice dei profeti d’Israele che è Isaia. È facile sciogliere il significato della parabola. Il suo è, infatti, un inno dedicato a Sion, la sede del tempio di Gerusalemme e della casa di Davide, quindi della presenza divina nello spazio, nella storia e nella Parola (la Tôrah, la Legge e la rivelazione del Signore).
La speranza di questa convergenza planetaria verso il vero Dio per l’edificazione di un
mondo di pace è collocata dal profeta «alla fine dei giorni» (2,2).
È, perciò, una meta sperata come fine ultimo della vicenda umana, ma già ora si deve cominciare a costruire questo ordine di serenità, di collaborazione, di sviluppo. E in prima fila dovrebbero essere proprio i fedeli. Esclama, infatti, Isaia nella conclusione del suo cantico-visione (1,1): «Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore» (2,5). Naturalmente questo affresco grandioso ha due connotati che meritano una sottolineatura particolare.
Da un lato, la pace-shalôm, che non è solo cessazione delle ostilità tra i popoli, ma anche
inaugurazione di una nuova era di armonia e di benessere, apre il sipario sul regno del Messia, un regno di giustizia e di pace, di difesa dei poveri e di fraternità. È ciò che Isaia dipingerà nelle due pagine stupende di 9,1-6 e 11,1-9, due testi da meditare, cari alla tradizione natalizia cristiana che li applica a Cristo e alla sua opera. Un forte messaggio di speranza nel futuro e di attesa fiduciosa.
D’altro lato, affiora qui quella linea universalista che serpeggerà in vari passi della letteratura profetica e sapienziale d’Israele e che avrà una sua celebrazione ultima nella visione neotestamentaria. A questo proposito vorremmo evocare solo un annuncio presente proprio nel libro di Isaia, ma appartenente a un autore posteriore che si è voluto mettere sotto il patronato del grande profeta di Giuda. Anche questo oracolo è collocato «in quel giorno», equivalente, in pratica, alla formula isaiana «alla fine dei giorni»: «In quel giorno Israele sarà il terzo con l’Egitto e l’Assiria [le due superpotenze d’allora], una benedizione in mezzo alla terra. Li benedirà il Signore degli eserciti così: Benedetto sia l’Egiziano mio popolo, l’Assiro opera delle mie mani e Israele mia eredità» (19,24-25).
Pubblicato il 19 dicembre 2010 -

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