Archive pour le 23 février, 2013

Saint- Polycarpe , évêque et martyr

Saint- Polycarpe , évêque et martyr dans immagini sacre polycarp
http://christbearers.wordpress.com/page/16/

Publié dans:immagini sacre |on 23 février, 2013 |Pas de commentaires »

PURIM – LA FESTA DELLE SORTI

http://www.nostreradici.it/giornata_cultura09.htm

PURIM – LA FESTA DELLE SORTI

Purim, la più gioiosa tra le festività ebraiche, è la festa più amata dai bambini. Cade a metà del mese ebraico di Adar e ricorda il sovvertimento delle sorti e il conseguente scampato pericolo per il popolo ebraico.
La storia di Purìm (in ebraico Purim significa « sorti ») accaduta circa 2500 anni fa, ci viene raccontata nella Meghillàth Estèr, il Libro di Ester, libro che fa parte del canone biblico e che in questa occasione si legge pubblicamente.
La storia che viene narrata in breve è la seguente: Assuero, re di Persia e di Media, regnava su 127 province, era un sovrano molto potente ed aveva accanto a sé una moglie che però (essendosi rifiutata di partecipare ad un banchetto fatto preparare dal re e a cui erano stati invitati le persone più importanti del regno) venne ripudiata. Vennero quindi convocate le più belle ragazze del paese e fra queste fu scelta una ragazza ebrea, Estèr che andò così in sposa ad Assuero. Ester divenne la nuova regina e nella storia avrà un importante ruolo: difatti Hamàn, primo Ministro del re Assuero, chiese ed ottenne dal re che tutti gli ebrei del regno fossero uccisi, in un giorno che sarebbe stato tirato a sorte (pur). Fu così tirato a sorte il 13 di Adar. Quando Mordekhài, zio della regina lo seppe, si rivolse ad Ester perché intercedesse. Ester informò il re sulle malvagie macchinazioni e supplicò di salvare il suo popolo e lei stessa, in quanto ebrea. Per merito della regina gli ebrei, con l’aiuto del Signore, riuscirono a salvarsi.
Assistere alla lettura del Libro di Ester è uno dei precetti della festa. In questo giorno si devono anche fare doni ai bisognosi, inviare dei cibi a due persone diverse, partecipare ad un banchetto festivo.
Negli anni embolismici (con un mese in più) Purìm viene festeggiato in Adàr Shenì perché l’intervallo, fra questa festa e Pésach, deve essere di circa trenta giorni.
Il giorno 13 è giorno di digiuno in ricordo del digiuno fatto da Estèr per invocare l’aiuto del Signore.
Midrash
« Se anche dovessero essere cancellate tutte le feste dal nostro ricordo, la festa di Purim sarà sempre ricordata. »

Un approfondimento:  » Meghillat Ester: lo svelamento del nascosto. »
di rav Roberto Della Rocca
 » … Questi giorni di Purim non cadranno in disuso tra gli ebrei ed il loro ricordo non cessi in mezzo alla loro discendenza… » (Libro di Ester, 9; 28).
Nella sua grande opera di giurisprudenza ebraica, il Mishnèh Torà, Maimonide (1135-1204) sostiene che nell’era messianica tutti i libri della Bibbia cadranno in disuso tranne il Rotolo di Estèr essendo questo duraturo come i cinque libri della Torà, l’esistenza della quale è eterna e, continua, « …anche se dovesse scomparire il ricordo di tutte le nostre sofferenze, quello di Purim non sarà mai cancellato ».
Ma perché proprio il Libro di Estèr e con esso il ricordo di Purim dovrebbero sopravvivere a tutti gli altri? La Meghillàh (termine che deriva dalla g-l-l, che significa arrotolare, avvolgere, e che indica la lettura su un rotolo di pergamena come il Sefer Torà) è un libro che narra di una comunità completamente assimilata, sradicata dalla sua terra d’origine, lontana, materialmente e spiritualmente, dalla Terra di Israele, di cui, in tutto il racconto, non si fa alcun cenno, né come ricordo né, tanto meno, come mèta di aspirazione. Siamo nel pieno della golàh, dell’ esilio, quindi, al punto che gli ebrei temono addirittura di rivelare la loro identità.
Un altro segno sorprendente è che, contrariamente a quanto si fà durante la festa di Chanukkàh, a Purim non si legge l’ Hallel (lett. lode; è il nome dato ai Salmi 113-118), riservato solo ai miracoli avvenuti in Terra di Israele.
Ciononostante, Estèr ottiene quello che ai valorosi fratelli Maccabei non è stato concesso: non solo il suo libro viene incluso nel canone biblico, ma questo ha dato anche il nome ad un trattato talmudico, chiamato appunto « Meghillàh ».
Ciò che però più sorprende, nel libro di Estèr, è che in tutto il testo non viene mai citato il Nome di Dio, né alcuno dei Suoi attributi. Questa peculiarità della Meghillàh, cioè di essere l’unico libro della Bibbia non solo privo della parola e dell’azione di Dio, ma anche di qualsiasi riferimento a Lui, ha fatto discutere molto i Maestri, prima che si arrivasse alla decisione di inserire anche questo testo nel canone biblico.
La stessa storia di Estèr, sembra essere un concatenarsi di eventi del tutto casuali: ad esempio, il grande banchetto del re Assuero, la decisione di chiamare la regina Vashtì, il rifiuto di questa di presentarsi, la scelta di Estèr, il tentativo del colpo di Stato scoperto casualmente da Mordekhài, l’insonnia del re, l’arrivo di Hamàn e di Assuero proprio in quella notte. Il destino del popolo ebraico sembra completamente abbandonato al caso e alla fatalità.
Il termine Purim, dal persiano pur, designa le sorti che si gettano per fissare una data o per regolare il destino altrui secondo il decreto del solo caso. L’esistenza degli ebrei sembra legata a una partita a dadi e il popolo stesso appare impotente in un mondo mosso dalla sorte, abbandonato a un destino cieco, in un mondo da cui Dio sembra assente o, quantomeno, così ben nascosto che tutto accade come se Egli non esistesse.
I Maestri del Talmùd, ricorrendo ai più originali espedienti interpretativi, si domandano « …dove si parla di Estèr nella Torà… » (Talmùd babilonese; Haghigàh 5, b). I Maestri fingono di non sapere che tra la Torà ed Estèr trascorrono almeno sette, otto secoli.
Per capire il senso della loro domanda bisogna interpretare il testo come segue: in quale punto della Torà si trova un’allusione alla storia di Estèr? Nella Torà, dove è compresa la storia passata, presente e futura del popolo ebraico, deve pur esserci un qualche riferimento al tipo di miracolo che caratterizza Purim e molta parte della storia ebraica. I Maestri leggono quindi nel verso del Deuteronomio 31; 18: « …ed Io continuerò a nascondere il Mio volto in quel giorno… », un preciso riferimento a Estèr e a Purim.
Il Talmùd, quindi, scorge uno stretto rapporto tra il tema del Dio nascosto, che si eclissa, e l’etimologia del nome Estèr, che significa appunto nascosta.
La salvezza del popolo di Estèr e di Mordekhài avviene in modo nascosto e discreto, diversamente da quanto accade per altri miracoli, nei quali Dio si manifesta e opera in forma palese, come, ad esempio, nella liberazione degli Ebrei dall’Egitto.
Ecco perché qualche commentatore ha tentato di trovare un’allusione al Nome di Dio nel verso in cui Mordekhài, spazientito dalle esitazioni di Estèr a presentarsi al re ed intercedere per la salvezza del popolo, dichiara: « … se tu in questo momento taci, liberazione e salvezza sorgeranno da un altro luogo.. » ( Ester 4; 14).
Il termine Maqom, Luogo, designerebbe la stessa residenza divina, conformemente a quanto sostiene la letteratura rabbinica: « Egli è il Luogo del Suo mondo, ma il Suo mondo non è il Suo Luogo », nel senso che Dio è onnipresente anche quando Egli è nascosto.
La parola ebraica che indica il mondo è olam e deriva dalla radice alum, nascosto, forse per significare che l’esistenza di Dio in questo mondo è nascosta e lo scopo dell’ olam, cioè del mondo nascosto, è la ricerca di quella verità, emèt, che secondo il Midràsh al momento della creazione Dio ha gettato a terra, affinché l’uomo la facesse germogliare con i suoi propri strumenti.
Compito dell’uomo quindi, è quello di cogliere l’intervento di Dio non tanto nelle dieci piaghe o nell’aprirsi del mare, quanto piuttosto negli eventi di ogni giorno, poiché un’eccessiva enfasi sull’attività miracolosa di Dio può farci dimenticare che la Sua presenza è in ogni luogo.
Benché altri quattro libri biblici portino il nome di Meghillàh, quello di Estèr è considerato il Rotolo per antonomasia.
Durante il suo srotolamento ci viene gradatamente rivelato ciò che è avvolto e nascosto. Dio si rivela una guida così silenziosa e invisibile, che la Sua reale partecipazione agli eventi dell’uomo può anche essere messa in discussione.
L’abilità, la forza di Israele consiste nel saper srotolare il rotolo, dipanare la matassa: potremmo dire nel saper « meghillare estèr », cioè svelare il nascosto, sollevare il velo dell’ascondimento, saper leggere dietro la maschera dell’apparenza e restituire un significato autentico al volto della maschera, che di umano ha solo la parvenza.
è detto nel Talmùd che nel pasto del giorno di Purim è consuetudine bere tanto vino fino al punto di non saper più distinguere la destra dalla sinistra, di non saper più riconoscere la differenza tra « maledetto Hamàn e benedetto Mordekhài ».
(è notevole tra l’altro che le due espressioni, arur Hamàn e baruch Mordekhài, abbiano lo stesso valore numerico secondo la Ghematrià, regola interpretativa che si basa sul valore numerico delle lettere).
In un universo, quindi, dominato dalla confusione, dove non si discerne il giusto dall’ingiusto, dove la fatalità sembra reggere i due estremi della catena della storia e il mondo rischia di trasformarsi in una gigantesca mascherata, e in una sbornia generale, i Maestri invitano a mantenere quel discernimento che permette di decifrare il senso del trucco universale.
In ebraico la differenza tra golàh, esilio, e gheullàh, redenzione, è data da una sola lettera la a Alef, la prima lettera dell’alfabeto ebraico, la lettera con cui iniziano fra l’altro diversi nomi di Dio, la parola Adàm, uomo, i Dieci Comandamenti, la lettera con cui doveva avere inizio la Torà, ma che ha dovuto lasciare il posto alla b Bet, la seconda lettera dell’alfabeto, forse per insegnare al mondo, simboleggiato dalla dualità della Bet, di tendere alla ricerca dell’Uno.
Se la gheullàh è la condizione ideale a cui deve aspirare il popolo ebraico, ed essa sarà raggiunta con la celebrazione di quel Seder, quell’ordine di tutta l’umanità, la golàh del libro di Estèr, è la condizione reale del mondo, dove tutto è confuso, distorto, disordinato.
Tuttavia la golàh e la gheullàh non sono così distanti fra loro come potrebbe sembrare; infatti negli anni embolismici, quando si aggiunge un tredicesimo mese, Adar , si celebra Purim nel secondo Adar, per avvicinare il più possibile questa ricorrenza alla festa di Pesach. Purim, infatti è la preparazione a Pesach, una preparazione per la completa gheullàh.
Purim, le sorti del popolo ebraico, sono legate alla ricerca e alla riconquista dell’Alef, dell’unicità, dell’identità individuale e collettiva, di quella particella dell’ Unico che è in ognuno di noi e in virtù della quale Gli somigliamo.
è proprio l’assenza dell’ Alef che consente agli Hamàn di ogni tempo di giocare a dadi le sorti del popolo ebraico. La disunione e le scissioni all’interno del popolo ebraico scatenano le forze di Amalek, antenato di Hamàn, prototipo dell’antigiudaismo irrazionale e gratuito di tutte le generazioni destinato a minacciare l’esistenza di Israele in tutti i tempi della storia.
La salvezza nella storia di Purim, giunge viceversa solo quando Estèr rivela ciò che ha tenuto celato: la sua identità, la sua Alef, adempiendo così all’imperativo della Torà
 » …Ricorda ciò che fece a te Amalek..! » (Deuteronomio, 25; 17).
Il digiuno istituito da Estèr per invocare l’aiuto divino contro il decreto di Hamàn diventa, quindi, una premessa a un radicale capovolgimento della situazione. La Teshuvàh, il pentimento, il ritorno, attraverso il digiuno rappresenta l’occasione per scrutare dentro di sé, per riprendere in mano le sorti del proprio destino e per liberarsi da un esilio che non ha una valenza esclusivamente geografica.
La condizione necessaria per passare oltre la golàh e raggiungere la gheullàh è, dunque, l’esperienza della Teshuvàh, così come è detto nel Talmùd « …grande è la Teshuvàh perché avvicina la gheullà…. » ( Jomà 86, b). Forse questo è il senso di ciò che è sostenuto dalla letteratura rabbinica: la parola Purim, sorti, è contenuta dalla parola Kippurim, espiazioni. Le sorti sono dentro le espiazioni, nel senso letterale dell’affermazione, ma si può anche leggere: le sorti sono nella Teshuvàh.
Solo con la Teshuvàh l’ebreo riprende quindi in mano, responsabilmente e coscientemente, le proprie sorti, non consentendo più che il caso decida per lui.
Purim-Kippurim, (in questo caso la k Kaf iniziale potrebbe avere la funzione di « come ») Purim come il giorno del grande digiuno! La vita dell’uomo oscilla tra queste due dimensioni, così diverse, ma al contempo così legate tra loro. Il mascherarsi e lo smascherarsi completamente!
Il digiuno, in fondo, è la necessaria conseguenza di un grande banchetto, e l’introspezione è l’inevitabile reazione a una rumorosa baldoria; talvolta è proprio una sbornia e il travalicamento dei limiti a stimolare un sincero esame di coscienza.
Nella concezione ebraica, il corpo non è scisso dall’anima: la nostra esistenza fisica nel mondo, messa in pericolo a Purim e, quindi, esaltata attraverso un banchetto, è inscindibile dalla nostra esistenza spirituale celebrata nello Jom Ha-Kippurim. Non c’è un Kippurim senza un Purim che lo determini e lo motivi, e non c’è un Purim senza un Kippurim che lo contenga e gli dia senso.
La prima volta che figura la parola estèr nella Torà è in Genesi 4; 14:
 » … Sarò rimosso dal tuo cospetto… ». è Caino che parla: egli teme di essere abbandonato da Dio e non essere considerato più come uomo. Caino, uccidendo suo fratello, tende a restaurare il caos originario dell’universo. Eppure la sua condanna non è la pena capitale, ma l’esilio: il primo assassino gode di una strana immunità, nessuno ha il diritto di imitarlo, grazie a un marchio che Dio incide su di lui. Il primo segno che il Signore pone nel mondo. Secondo un midràsh Adamo incontrando Caino rimane stupito nel trovarlo vivo, tanto da chiedergli: » non hai forse ucciso tuo fratello Abele? » Caino gli risponde:  » Io ho fatto Teshuvàh padre e sono stato perdonato! » nascondendo il volto fra le mani, Adamo, allora, esclama: « tanto grande è il potere della Teshuvàh? … non lo sapevo! ».
Caino, l’uomo del crimine brutale, rappresenta la prova vivente che il perdono è possibile e che la forza della Teshuvàh può far risplendere la luce velata dall’oscurarsi del volto di Dio: la Hastaràt Panim.
« … Se si legge la Meghillat Estèr a ritroso non si è compiuto il proprio obbligo… » (Mishnàh, Meghillàh, 2; 1)
Quale è il senso di questa norma? Chi legge la Meghillat Estèr pensando che gli eventi in essa narrati appartengano solo al passato, « a ritroso », e il miracolo non è rilevante per il presente, non ha compiuto il suo obbligo.
Molti eventi della storia ebraica, anche quelli più recenti sembrano farci rivivere la storia del libro di Estèr, dove Dio sembra essere completamente assente. Per questo motivo i Maestri hanno visto nella storia di Purim, la condizione paradigmatica del popolo ebraico, indicando che sta all’uomo cercare la presenza divina nella storia, anche quando l’oscurità dell’esilio è divenuta più fitta, o quando la disumanità della maschera rischia di trasfigurare il volto umano.
Non dimentichiamoci, infatti, che nella lingua ebraica, l’etimo g-l-h significa « esiliare » e « rivelare » nello stesso tempo.

Publié dans:ebraismo, Ebraismo : feste |on 23 février, 2013 |Pas de commentaires »

PADRI APOSTOLICI : POLICARPO DI SMIRNE – 23 FEBBRAIO

 http://www.larici.it/culturadellest/icone/apostolici/policarpo/index.htm

 PADRI APOSTOLICI > POLICARPO DI SMIRNE -  23 FEBBRAIO

I contenuti dell’epistola di Clemente I Romano sono riportati e citati nella Lettera ai Filippesi di san Policarpo, vescovo di Smirne (attuale Izmir, Turchia), che si configura come risposta alla richiesta della comunità cristiana della città macedone di Filippi – fondata da san Paolo nel 49 – di avere la copia delle lettere che sant’Ignazio di Antiochia aveva scritto durante il suo viaggio verso il martirio. La Lettera ai Filippesi, unico scritto autentico rimasto di Policarpo e tramadatoci nella sua versione latina, dà molte direttive e costituisce una narrazione importante sotto il profilo storico, agiografico e liturgico. Dal punto di vista dottrinale, viene detto che Cristo ha Dio per Padre e, di conseguenza, è Figlio di Dio, ma è anche uomo e per noi morì e fu da Dio resuscitato.
E’ possibile che Policarpo abbia scritto numerose altre lettere alle comunità vicine alla sua, ma non si sono conservate.
Della vita di Policarpo, si ipotizza che nacque intorno all’anno 69 e che, secondo gli scritti di Ireneo ed Eusebio di Cesarea, fu educato dagli apostoli che lo ordinarono vescovo di Smirne, forse lo nominò Giovanni che viveva a Efeso ma è difficile dimostrare se si trattava dell’evangelista o di un suo omonimo.
Nel 107 incontrò, a Smirne, sant’Ignazio di Antiochia, durante il suo viaggio a Roma per essere martirizzato, di cui raccolse gli scritti e scrisse a sua volta la Lettera ai Filippesi esortando quei cristiani a servire Dio nel timore, credere in Lui, sperare nella resurrezione, camminare nella via della giustizia, secondo l’esempio di Ignazio, di cui egli univa le lettere in suo possesso.
Verso la fine del 154, molto anziano, Policarpo si recò a Roma da papa Aniceto per discutere, tra l’altro, della data della celebrazione della Pasqua, che in Occidente si celebrava la domenica seguente al plenilunio di primavera, mentre in Oriente era fissata, secondo il computo ebraico, per il 14 del mese di Nisan (marzo-aprile). L’accordo non fu raggiunto, ma ciò non mise in alcun modo in discussione l’unità fondamentale della Chiesa cristiana, dimostrando la possibile pacifica convivenza di pareri diversi.
Tornando a Smirne, Policarpo andò incontro al martirio, come si narra in un documento coevo, il Martyrium Polycarpi, che è il più antico esempio autentico di Acta Martyrum. Al proconsole Stazio Quadrato che lo esortava a rinnegare Cristo, rispose: “Sono ottantasei anni che lo servo e non mi ha fatto nessun torto. Come potrei bestemmiare il mio re, il mio salvatore?” e si lasciò condurre sul rogo, dove recitò questa preghiera: “Signore Dio Onnipotente… Ti benedico perché mi hai fatto degno di questo giorno, di quest’ora; di prendere parte, nel numero dei martiri, al calice del Tuo Cristo, per la risurrezione, anima e corpo, alla vita eterna, nella incorrutibilità dello Spirito Santo”.
E’ da notare che l’affermazione “Sono 86 anni che lo servo…” fa presumere che Policarpo sia nato da genitori cristiani.
Il momento della morte è raccontato nel Martyrium: il fuoco non riuscì a toccare Policarpo, che, quindi, fu trafitto con un pugnale. Era il 23 febbraio 155 e, insieme a Policarpo, subirono il martirio altri cristiani provenienti dalla città di Filadelfia.
L’immagine di Policarpo è riprodotta nei mosaici della basilica di S. Apollinare in Classe (V secolo) a Ravenna nella teoria dei martiri che offrono a Dio la preziosa corona del martirio.
Dionisio da Furnà, nella sua Ermeneutica della pittura, indica Policarpo di Smirne in due modi (un vecchio dalla barba rotonda o dalla lunga barba dipartita), ne ricorda la morte nel fuoco e lo celebra il 23 febbraio. Non è impossibile che le diverse raffigurazioni si riferiscano a due santi omonimi. Infatti, il nome Policarpo (che significa « molti frutti », fruttuoso) era piuttosto comune nelle regioni orientali di lingua greca, ma lo si trova anche tra i primi cristiani romani. Un Policarpo, martire, è sepolto nelle catacombe di San Callisto a Roma, un altro, prete e confessore, è venerato a Roma anch’egli il 23 febbraio (da qui poté forse nascere l’equivoco, se così si tratta, di Dionisio). Sono annoverati tra i santi anche altri due martiri di nome Policarpo di origini orientali (Nicea e Antiochia) ma molto incerte sono le notizie.
Il culto è tuttora molto vivo in tutto il mondo cristiano. A Smirne è dedicata al santo patrono una parrocchia, sul cui altare maggiore troneggia una statua. A Roma sono conservati frammenti di ossa nella Chiesa di S. Maria in Campo Marzio, sede del patriarca di Antiochia di Siria. Da alcuni decenni gli è stata dedicata una grande parrocchia nel quartiere Tuscolano. Nella basilica di S. Clemente a Roma, nella prima metà del 1700, il pittore romano Giacomo Triga (1710-46) ha rappresentato l’incontro di Policarpo con S. Ignazio di Antiochia, ambedue rivestiti di solenni paramenti vescovili orientali. Altri luoghi di culto sono nell’isola di Malta e a Lione in Francia, dove fu vescovo e martire il suo discepolo sant’Ireneo.

Publié dans:Santi, santi martiri |on 23 février, 2013 |Pas de commentaires »

PUERI CANTORES SACRE' ... |
FIER D'ÊTRE CHRETIEN EN 2010 |
Annonce des évènements à ve... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Vie et Bible
| Free Life
| elmuslima31