Archive pour le 20 février, 2013

Shabbat

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Publié dans:immagini sacre |on 20 février, 2013 |Pas de commentaires »

SPADE E ARATRI, LANCE E FALCI – GIANFRANCO RAVASI

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SPADE E ARATRI, LANCE E FALCI – GIANFRANCO RAVASI

19 DIC 2010 – DA FAMIGLIA CRISTIANA

« Spezzerannole loro spade per farne aratri, trasformeranno le loro lance in falci. Una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra. « 
(Isaia 2,4)

L’orizzonte planetario è attraversato da un movimento: da ogni angolo della terra si mettono in moto processioni di popoli che convergono verso un monte. Non è il più alto né il più famoso, eppure esso è come un faro di luce che irradia i suoi bagliori sulla distesa delle regioni e dei continenti. Quei flussi umani giungono ai piedi della montagna, ed ecco che dalla sua vetta, ove si leva un tempio, esce personificata la parola di Dio che va incontro all’umanità in ricerca.
Di fronte a questa presenza le genti che sono accorse lasciano cadere a terra spade e lance che hanno recato con sé per difendersi dagli altri popoli a loro estranei. Gli artigiani prendono quelle armi e le forgiano in aratri e falci, ossia in strumenti di sviluppo pacifico. Ormai si chiudono le scuole di guerra e si aprono centri di studio e di ricerca per il bene dell’umanità; le pianure non sono più campi di battaglia, ma terreni coltivati, agli armamenti sono subentrati gli armenti.
Abbiamo voluto “sceneggiare” una delle grandi pagine di quel Dante della poesia ebraica e vertice dei profeti d’Israele che è Isaia. È facile sciogliere il significato della parabola. Il suo è, infatti, un inno dedicato a Sion, la sede del tempio di Gerusalemme e della casa di Davide, quindi della presenza divina nello spazio, nella storia e nella Parola (la Tôrah, la Legge e la rivelazione del Signore).
La speranza di questa convergenza planetaria verso il vero Dio per l’edificazione di un
mondo di pace è collocata dal profeta «alla fine dei giorni» (2,2).
È, perciò, una meta sperata come fine ultimo della vicenda umana, ma già ora si deve cominciare a costruire questo ordine di serenità, di collaborazione, di sviluppo. E in prima fila dovrebbero essere proprio i fedeli. Esclama, infatti, Isaia nella conclusione del suo cantico-visione (1,1): «Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore» (2,5). Naturalmente questo affresco grandioso ha due connotati che meritano una sottolineatura particolare.
Da un lato, la pace-shalôm, che non è solo cessazione delle ostilità tra i popoli, ma anche
inaugurazione di una nuova era di armonia e di benessere, apre il sipario sul regno del Messia, un regno di giustizia e di pace, di difesa dei poveri e di fraternità. È ciò che Isaia dipingerà nelle due pagine stupende di 9,1-6 e 11,1-9, due testi da meditare, cari alla tradizione natalizia cristiana che li applica a Cristo e alla sua opera. Un forte messaggio di speranza nel futuro e di attesa fiduciosa.
D’altro lato, affiora qui quella linea universalista che serpeggerà in vari passi della letteratura profetica e sapienziale d’Israele e che avrà una sua celebrazione ultima nella visione neotestamentaria. A questo proposito vorremmo evocare solo un annuncio presente proprio nel libro di Isaia, ma appartenente a un autore posteriore che si è voluto mettere sotto il patronato del grande profeta di Giuda. Anche questo oracolo è collocato «in quel giorno», equivalente, in pratica, alla formula isaiana «alla fine dei giorni»: «In quel giorno Israele sarà il terzo con l’Egitto e l’Assiria [le due superpotenze d’allora], una benedizione in mezzo alla terra. Li benedirà il Signore degli eserciti così: Benedetto sia l’Egiziano mio popolo, l’Assiro opera delle mie mani e Israele mia eredità» (19,24-25).
Pubblicato il 19 dicembre 2010 -

NOVITÀ DENTRO LE COSE SOLITE – LA «VERBUM DOMINI» E L’ALLARGAMENTO DELLA RAGIONE SECONDO BENEDETTO XVI

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LA «VERBUM DOMINI» E L’ALLARGAMENTO DELLA RAGIONE SECONDO BENEDETTO XVI

NOVITÀ  DENTRO LE COSE SOLITE

Un semplice raffronto tra l’esortazione apostolica Verbum Domini, l’intervento di Papa Benedetto XVI nel Sinodo della Parola e la produzione teologica del professore e poi del cardinale Ratzinger  permettono di constatare la sua costante preoccupazione di chiarire l’autentica maniera di vincolare l’esegesi biblica scientifica alla rivelazione storica. Dai suoi primi lavori, come Il Dio della fede e Il Dio dei filosofi, del 1960, ai suoi ultimi interventi, passando per discorsi programmatici come quello di Ratisbona, si riconosce una grande continuità nella sua opera intellettuale al servizio della Chiesa.
L’esegesi storico-critica si è dimostrata un eccellente metodo per interpretare i testi antichi; di fatto, nella programmatica introduzione al primo volume del libro Gesù di Nazaret, Papa Benedetto XVI afferma che tale metodo «resta indispensabile» (volume I, p. 12), perché il testo biblico, in sé, ha una storia. Ma questo metodo tanto necessario mostra i propri limiti quando lo si intende come autosufficiente, ossia come l’unico cammino e il cammino completo per la comprensione del testo biblico. La Scrittura richiede  metodi filologici e storici seri per essere compresa, poiché «il Verbo si fece carne» (Giovanni, 1, 14), ma questi non ne esauriscono la lettura.
L’ermeneutica secolarizzata non è aperta alla novità: non ammette che la realtà sia diversa da ciò che è usuale, e allora  la consuetudine si stabilisce come norma: laddove la Scrittura presenta qualcosa che va al di là della nostra esperienza quotidiana, lo si dovrà ridurre al livello della nostra esperienza quotidiana.
Per accettare la rivelazione cristiana è allora necessario essere aperti a una vera novità nella storia, ossia è necessario ammettere che la realtà possa essere più vasta e più ricca di ciò a cui siamo abituati.
Una lettura biblica che pretende di essere filosoficamente neutrale, senza convinzioni previe, è illusoria, e su ciò le attuali filosofie del linguaggio sono concordi. Se non sono presenti le convinzioni della fede cristiana, ci saranno altre convinzioni. Detto in altre parole, i lettori sono sempre “credenti”, la differenza sta nel fatto che alcuni “credono” in una cosa e altri “credono” in un’altra. Non si deve pertanto considerare meno scientifica un’esegesi che parte dalle convinzioni della fede cristiana.  La soluzione viene da un dialogo in cui il pensatore cristiano, illuminato dalla rivelazione, riforma la propria filosofia e, nello stesso tempo, esamina in modo critico la propria fede, alla luce della ragione.  In questo dialogo, si purifica la fede e si purifica la ragione. Ovvero, questo dialogo permette di avvicinarsi a ciò che appartiene veramente  alla fede e alle reali esigenze della ragione. Tale programma di “ampliamento della ragione” sarà forse una delle grandi eredità della teologia di Papa Benedetto XVI. Si tratta di un’eredità fondamentale, poiché solo una lettura biblica che si avvale di una ragione aperta alla novità del mistero di Dio è degna dell’uomo e, in definitiva, atta a far sì che, in modo autentico e responsabile, per mezzo della Scrittura, possiamo ascoltare Dio.
  Samuel Fernández, Pontificia Università Cattolica del Cile
19 febbraio 2013
[parola chiave: Benedetto XVI]

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