MEDITAZIONE DETTATA AGLI OPERATORI PASTORALI, RIUNITI IN CATTEDRALE, ALL’INIZIO DELLA QUARESIMA 2012

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MEDITAZIONE DETTATA AGLI OPERATORI PASTORALI, RIUNITI IN CATTEDRALE, ALL’INIZIO DELLA QUARESIMA 2012

+ Gualtiero Sigismondi, Vescovo di Foligno

La liturgia quaresimale, dopo averci condotto nel deserto di Giuda (cf. Mc 1,12-13), ci invita a salire con Gesù sul Tabor (cf. Mc 9,2-10). Considerati insieme, entrambi gli episodi anticipano il Mistero pasquale: la lotta di Gesù col Tentatore prelude al duello finale della Passione, mentre la luce incomparabile del suo volto trasfigurato, oltre a rimuovere dall’animo dei discepoli lo scandalo
della Croce, dà un fondamento solido alla speranza della Chiesa. Da una parte vediamo Gesù pienamente uomo, che condivide con noi persino la tentazione; dall’altra lo contempliamo Figlio di Dio, che “nella sua umanità, in tutto simile alla nostra, fa risplendere la sua divinità”. Questi due eventi fungono da pilastri su cui poggia tutto l’edificio della Quaresima, anzi, dell’intera struttura
della vita cristiana, che ha essenzialmente un dinamismo pasquale: dalla morte alla vita. “Sei giorni dopo” il primo annuncio della Passione Gesù “prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli” (Mc 9,2; Mt 17,1). Luca osserva che il volto di Gesù, “mentre pregava, cambiò d’aspetto” (Lc 9,29); Matteo e Marco lasciano intendere che Egli “fu trasfigurato” dal Padre (Mt 17,2; Mc 9,2), precisando che “il suo volto brillò come il sole” (Mt 17,2) e “le sue vesti divennero splendenti, bianchissime” (Mc 9,3). Gli evangelisti sono concordi nel testimoniare che la Trasfigurazione di Gesù è “il balenare della futura Risurrezione”, è una sorta di “preludio pasquale” che prepara i discepoli a sostenere lo scandalo della Croce e
anticipa la meravigliosa sorte della Chiesa. “Sul monte – canta un antico inno – ti sei trasfigurato e i tuoi discepoli, per quanto ne erano capaci, hanno contemplato la tua gloria, affinché, vedendoti crocifisso, comprendessero che la tua Passione era volontaria e annunciassero al mondo che tu sei veramente lo splendore del Padre”. Accanto a Gesù “apparvero Mosè con Elia”, figura della Legge e dei Profeti, “che conversavano con Lui” (Mt 17,3). Luca indica l’oggetto della conversazione: “Parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme” (Lc  9,31). “Le voci dell’Antico e del Nuovo Testamento  – scrive san Leone Magno  – si uniscono in perfetto accordo” nel testimoniare che il Cristo dovrà patire molte sofferenze “per entrare nella sua gloria” (cf. Lc 24,26.46). Secondo il racconto lucano, Pietro, Giacomo e Giovanni sono oppressi dal sonno (cf. Lc 9,32); quando verrà l’ora del tradimento, nonostante l’invito di Gesù a vegliare e pregare con Lui (cf. Mt 26,38), il torpore li assalirà di nuovo (cf. Mt 26,40.43). Se al Getsemani i discepoli dormono “per la tristezza” (cf. Lc 22,45), sul Tabor, nonostante l’intensità della luce, si assopiscono a motivo dello spavento (cf. Mc 9,6) che procura loro la visione di un mistero “affascinante e tremendo”, intimo intreccio di Croce e di gloria. A tale riguardo Benedetto XVI nota che “la verifica della Trasfigurazione è, paradossalmente, l’agonia nel Getsemani” (cf. Lc 22,39-46).  Pietro, destatosi dal sonno, prende la parola e dice a Gesù: “Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia” (Lc 9,33). L’espressione estatica di Pietro, il quale “non sapeva quello che diceva” (Lc 9,33) o “non sapeva che cosa dire” (Mc 9,6), tradisce il suo desiderio di evadere dalla realtà e dalle responsabilità che essa comporta, senza assumerle fino in fondo. La sua reazione istintiva dimentica che le consolazioni del Signore in genere sono brevi esperienze, che Egli a volte concede, specialmente in vista di dure prove. Quella del Tabor è una sosta, uno “scalo tecnico”, che consente ai discepoli di “fare il pieno” di luce prima di entrare nella “notte oscura” del grande silenzio della Passione. Essi, però, stentano a riconoscere che le gioie seminate da Dio nella vita non sono punti di arrivo, ma tappe che rinfrancano il passo del pellegrinaggio terreno. Il cammino di fede, infatti, procede più nella penombra che in piena
luce, non senza momenti di oscurità e anche di buio fitto.“Venne una nube che li coprì con la sua ombra” (Mc 9,7): mentre Pietro sta parlando, una nube avvolge lui e gli altri discepoli; si tratta di una “colonna di nube” che copre e rivela, simile a quella che ha guidato il popolo pellegrinante nel deserto (cf. Es  13,21-22). Dalla nube esce una voce: “Questi è il Figlio mio, l’amato; ascoltatelo!” (Mc 9,7). In queste parole risuona l’eco della chiamata rivolta dal Signore ad Abramo: “Prendi tuo figlio, il tuo unigenito che ami, Isacco, va’ nel territorio di Mòria e offrilo in olocausto” (Gen  22,2). Sul Tabor il Padre rompe il silenzio per
spronare i discepoli ad ascoltare il Figlio suo, che ha annunciato loro la potenza misteriosa della Croce. Tre volte il Padre ha fatto sentire la sua voce: al Giordano, dopo il Battesimo di Gesù che dà inizio alla sua missione (Mc 1,11); sul Tabor, che rappresenta il “giro di boa” del suo “esodo pasquale”; a Gerusalemme, prima di dare compimento al mistero della sua Morte e Risurrezione:
“L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!” (Gv 12,28). “Appena la voce cessò, restò Gesù solo” (Lc 9,36). Gesù è solo davanti al Padre, mentre prega, ma, allo stesso tempo, “Gesù solo” è tutto ciò che è dato ai discepoli, i quali, “guardandosi
attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro” (Mc 9,8). “Gesù solo”: è Lui l’unica voce che la Chiesa di ogni tempo deve ascoltare e seguire. “Finché siamo quaggiù  – avverte Benedetto XVI –, il nostro rapporto con Dio avviene più nell’ascolto che nella visione; e la stessa contemplazione si attua, per così dire, a occhi chiusi, grazie alla luce della parola di Dio”. Ecco,
dunque, il dono e l’impegno quaresimale per eccellenza: ascoltare Cristo nella sua Parola, custodita nella Scrittura e interpretata dal Magistero alla luce dei Padri; ascoltarlo negli eventi stessi della vita, cercando di leggere in essi i messaggi della Provvidenza; ascoltarlo nei fratelli, specialmente nei piccoli e nei poveri. Frutto maturo dell’ascolto è la conversione, che, essendo la “porta della
fede”, si configura come esperienza di trasfigurazione, la quale avrà compimento quando il Signore “trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso” (Fil 3,21).

Publié dans : meditazioni, Tempi liturgici: Quaresima |le 19 février, 2013 |Pas de Commentaires »

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