Archive pour le 19 février, 2013

Maria, la Madre, sotto la Croce

Maria, la Madre, sotto la Croce dans immagini sacre maria_addolorata

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Publié dans:immagini sacre |on 19 février, 2013 |Pas de commentaires »

MEDITAZIONE DETTATA AGLI OPERATORI PASTORALI, RIUNITI IN CATTEDRALE, ALL’INIZIO DELLA QUARESIMA 2012

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MEDITAZIONE DETTATA AGLI OPERATORI PASTORALI, RIUNITI IN CATTEDRALE, ALL’INIZIO DELLA QUARESIMA 2012

+ Gualtiero Sigismondi, Vescovo di Foligno

La liturgia quaresimale, dopo averci condotto nel deserto di Giuda (cf. Mc 1,12-13), ci invita a salire con Gesù sul Tabor (cf. Mc 9,2-10). Considerati insieme, entrambi gli episodi anticipano il Mistero pasquale: la lotta di Gesù col Tentatore prelude al duello finale della Passione, mentre la luce incomparabile del suo volto trasfigurato, oltre a rimuovere dall’animo dei discepoli lo scandalo
della Croce, dà un fondamento solido alla speranza della Chiesa. Da una parte vediamo Gesù pienamente uomo, che condivide con noi persino la tentazione; dall’altra lo contempliamo Figlio di Dio, che “nella sua umanità, in tutto simile alla nostra, fa risplendere la sua divinità”. Questi due eventi fungono da pilastri su cui poggia tutto l’edificio della Quaresima, anzi, dell’intera struttura
della vita cristiana, che ha essenzialmente un dinamismo pasquale: dalla morte alla vita. “Sei giorni dopo” il primo annuncio della Passione Gesù “prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli” (Mc 9,2; Mt 17,1). Luca osserva che il volto di Gesù, “mentre pregava, cambiò d’aspetto” (Lc 9,29); Matteo e Marco lasciano intendere che Egli “fu trasfigurato” dal Padre (Mt 17,2; Mc 9,2), precisando che “il suo volto brillò come il sole” (Mt 17,2) e “le sue vesti divennero splendenti, bianchissime” (Mc 9,3). Gli evangelisti sono concordi nel testimoniare che la Trasfigurazione di Gesù è “il balenare della futura Risurrezione”, è una sorta di “preludio pasquale” che prepara i discepoli a sostenere lo scandalo della Croce e
anticipa la meravigliosa sorte della Chiesa. “Sul monte – canta un antico inno – ti sei trasfigurato e i tuoi discepoli, per quanto ne erano capaci, hanno contemplato la tua gloria, affinché, vedendoti crocifisso, comprendessero che la tua Passione era volontaria e annunciassero al mondo che tu sei veramente lo splendore del Padre”. Accanto a Gesù “apparvero Mosè con Elia”, figura della Legge e dei Profeti, “che conversavano con Lui” (Mt 17,3). Luca indica l’oggetto della conversazione: “Parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme” (Lc  9,31). “Le voci dell’Antico e del Nuovo Testamento  – scrive san Leone Magno  – si uniscono in perfetto accordo” nel testimoniare che il Cristo dovrà patire molte sofferenze “per entrare nella sua gloria” (cf. Lc 24,26.46). Secondo il racconto lucano, Pietro, Giacomo e Giovanni sono oppressi dal sonno (cf. Lc 9,32); quando verrà l’ora del tradimento, nonostante l’invito di Gesù a vegliare e pregare con Lui (cf. Mt 26,38), il torpore li assalirà di nuovo (cf. Mt 26,40.43). Se al Getsemani i discepoli dormono “per la tristezza” (cf. Lc 22,45), sul Tabor, nonostante l’intensità della luce, si assopiscono a motivo dello spavento (cf. Mc 9,6) che procura loro la visione di un mistero “affascinante e tremendo”, intimo intreccio di Croce e di gloria. A tale riguardo Benedetto XVI nota che “la verifica della Trasfigurazione è, paradossalmente, l’agonia nel Getsemani” (cf. Lc 22,39-46).  Pietro, destatosi dal sonno, prende la parola e dice a Gesù: “Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia” (Lc 9,33). L’espressione estatica di Pietro, il quale “non sapeva quello che diceva” (Lc 9,33) o “non sapeva che cosa dire” (Mc 9,6), tradisce il suo desiderio di evadere dalla realtà e dalle responsabilità che essa comporta, senza assumerle fino in fondo. La sua reazione istintiva dimentica che le consolazioni del Signore in genere sono brevi esperienze, che Egli a volte concede, specialmente in vista di dure prove. Quella del Tabor è una sosta, uno “scalo tecnico”, che consente ai discepoli di “fare il pieno” di luce prima di entrare nella “notte oscura” del grande silenzio della Passione. Essi, però, stentano a riconoscere che le gioie seminate da Dio nella vita non sono punti di arrivo, ma tappe che rinfrancano il passo del pellegrinaggio terreno. Il cammino di fede, infatti, procede più nella penombra che in piena
luce, non senza momenti di oscurità e anche di buio fitto.“Venne una nube che li coprì con la sua ombra” (Mc 9,7): mentre Pietro sta parlando, una nube avvolge lui e gli altri discepoli; si tratta di una “colonna di nube” che copre e rivela, simile a quella che ha guidato il popolo pellegrinante nel deserto (cf. Es  13,21-22). Dalla nube esce una voce: “Questi è il Figlio mio, l’amato; ascoltatelo!” (Mc 9,7). In queste parole risuona l’eco della chiamata rivolta dal Signore ad Abramo: “Prendi tuo figlio, il tuo unigenito che ami, Isacco, va’ nel territorio di Mòria e offrilo in olocausto” (Gen  22,2). Sul Tabor il Padre rompe il silenzio per
spronare i discepoli ad ascoltare il Figlio suo, che ha annunciato loro la potenza misteriosa della Croce. Tre volte il Padre ha fatto sentire la sua voce: al Giordano, dopo il Battesimo di Gesù che dà inizio alla sua missione (Mc 1,11); sul Tabor, che rappresenta il “giro di boa” del suo “esodo pasquale”; a Gerusalemme, prima di dare compimento al mistero della sua Morte e Risurrezione:
“L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!” (Gv 12,28). “Appena la voce cessò, restò Gesù solo” (Lc 9,36). Gesù è solo davanti al Padre, mentre prega, ma, allo stesso tempo, “Gesù solo” è tutto ciò che è dato ai discepoli, i quali, “guardandosi
attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro” (Mc 9,8). “Gesù solo”: è Lui l’unica voce che la Chiesa di ogni tempo deve ascoltare e seguire. “Finché siamo quaggiù  – avverte Benedetto XVI –, il nostro rapporto con Dio avviene più nell’ascolto che nella visione; e la stessa contemplazione si attua, per così dire, a occhi chiusi, grazie alla luce della parola di Dio”. Ecco,
dunque, il dono e l’impegno quaresimale per eccellenza: ascoltare Cristo nella sua Parola, custodita nella Scrittura e interpretata dal Magistero alla luce dei Padri; ascoltarlo negli eventi stessi della vita, cercando di leggere in essi i messaggi della Provvidenza; ascoltarlo nei fratelli, specialmente nei piccoli e nei poveri. Frutto maturo dell’ascolto è la conversione, che, essendo la “porta della
fede”, si configura come esperienza di trasfigurazione, la quale avrà compimento quando il Signore “trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso” (Fil 3,21).

IL TEMPO DI QUARESIMA: E DICEVA: « ABBÀ, PAdre … »

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TEMPO LITURGICO  

IL TEMPO DI QUARESIMA: E DICEVA: « ABBÀ, PAdre … »

Dal punto di vista artistico, i racconti della passione sono veramente scritti bene; a parte il linguaggio un po’ « naif », sono racconti stupendi. Purtroppo, nel leggere la Bibbia, non badiamo mai alla bellezza del racconto, della scenografia. E, invece, la teologia appare anche attraverso questi strumenti. Procederemo con un’analisi letteraria semplice: non si richiedono molte regole, ma un po’ di spirito d’osservazione sul testo, che va letto e riletto. Emerge così una teologia, una visione di Cristo, icona di Dio, ma emerge anche la figura del discepolo e quella della comunità. E’ teologia narrativa, perché è il racconto stesso che parla.
Cominciamo con il racconto di Marco perché accettiamo l’ipotesi comoda e diffusissima, anche se non provata, che sia il vangelo più antico, da cui dipendono quelli di Matteo e Luca. In Giovanni, invece, la scena del Getzemani non è presente.
E giungono in un podere chiamato Getzemani, e dice ai suoi discepoli: « Sedetevi qui, finché io prego ».
E prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e smarrimento, e dice loro: « Sono triste da morire, restate qui e vegliate ». E andato un poco più in là, si prostrava per terra e pregava che, se fosse possibile, l’ora passasse da lui, e diceva: « Abbà, Padre, Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice: però non quello che voglio io, ma quello che vuoi tu ».
E viene e li trova che dormivano, e dice a Pietro: « Simone, dormi? Non hai avuto la forza di vegliare neppure un’ora. Vegliate e pregate per non soccombere nella prova. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole ». E allontanatosi di nuovo, pregò dicendo le stesse parole. E di nuovo tornato, li trovò che dormivano: i loro occhi, infatti, erano appesantiti e non sapevano che cosa rispondergli.
E viene per la terza volta e dice loro: « Ancora dormite e riposatevi! Finito. L’ora è giunta: ecco, il Figlio dell’uomo è consegnato nelle mani dei peccatori. Alzatevi, andiamo. Colui che mi consegna è vicino » (14,32-42).
Prima osservazione: il verbo « giungono » è al plurale e sottintende Gesù e i suoi discepoli. Poi, però, la narrazione passa al singolare. Questo passaggio dal plurale al singolare si ritrova anche in altre parti del vangelo di Marco, per esempio nel capitolo V, quando si racconta il bellissimo episodio della liberazione dell’indemoniato dei Geraseni (quello dei porci, per intenderci): Intanto giunsero all’altra riva del mare … Come scese dalla barca … (Mc 5,1-2). Un altro esempio lo troviamo al capitolo I: …andarono a Cafarnao e, entrato di sabato nella sinagoga, Gesù si mise a insegnare (Mc 1,21). Gesù è sempre con il suo gruppo, ma il protagonista è lui; Gesù è sempre con la sua Chiesa, ma la Chiesa fa un po’ da tappezzeria, è Gesù che agisce.
Seconda osservazione: Gesù prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni. Questa scelta di prendere solo alcuni discepoli con sé non è così nuova, la si ritrova poco prima nel racconto della Trasfigurazione (Mc 9,2).
Il confronto tra i due racconti è splendido: in quello della Trasfigurazione, un uomo si trasfigura e in lui si vede la gloria di Dio; nel racconto del Getzemani, il Figlio di Dio mostra tutta la profondità della debolezza dell’uomo.
Ci sono alcuni verbi che Marco utilizza senza remore: cominciò a provare paura e smarrimento. La traduzione non è delle migliori. Risalendo alla versione greca, il primo verbo, ekthambeísthai è un verbo fortissimo: Matteo lo sostituirà con « essere triste », Luca lo lascia cadere del tutto, Marco, invece, con la sua ingenuità, ma anche con la sua profondità, lo adopera. Ekthambeísthai è un verbo che dice lo sconcerto. Denota bene il momento in cui una cosa inaspettata, angosciante, troppo brutta o troppo bella, ti piomba addosso e tu sei come scioccato, pietrificato, incapace di reagire. Dopo magari scapperai o griderai di gioia, ma c’è il momento in cui sei ammutolito e pietrificato.
Ademoneín è il secondo verbo, che di per sé vorrebbe dire « fuori patria », « spaesato ». Anche questo, quindi, un verbo dal significato forte.
Ma dopo i verbi usati da Marco, Gesù stesso esprime il suo stato d’animo e dice: « Sono triste da morire », forse ancor più triste, « tristissimo ». Del resto, questo momento di angoscia di Gesù è espresso molto bene anche dal suo andare e venire, dal suo chiedere ai discepoli di rimanere a vegliare. Dunque, un Gesù veramente sofferente, impietrito, smarrito.    
Osservando con più attenzione, si nota che questo racconto, il quale ha una sua unità, è scandito – a parte l’introduzione iniziale descrittiva – dal verbo « dire », che ricorre cinque volte (vv. 32.34.36.37.41). E diceva: il verbo usato all’imperfetto mette in risalto l’importanza della preghiera. Infatti, mentre il presente storico (aoristo) esprime un’azione puntuale, momentanea, veloce, l’imperfetto è il verbo della continuità, dell’azione lunga, distesa.
La preghiera, dunque, appare come il centro della questione, il segreto della pagina.          
Pregando, Gesù si prostrava per terra. Vedere Gesù prostrato, per il credente è qualcosa di sorprendente, perché nelle pagine precedenti si legge che erano gli altri a prostrarsi davanti a lui. In questo momento Gesù non è dalla parte di Dio rivolto all’uomo, ma sta dalla parte dell’uomo rivolto a Dio, condivide l’esperienza più delicata dell’uomo: prova cosa vuol dire stare davanti a un Dio che pare non ascoltarti, che sembra silenzioso.
E diceva: « Abbà,Padre … »: un’invocazione tenerissima, usata dai bambini per il loro papà. Sorprende che questa tenerezza, nel vangelo di Marco, affiori proprio nel momento dell’angoscia, dell’abbandono. Il modo di pregare di Gesù è questo. Lui che, nelle parabole, ha definito Dio con diversi titoli (padrone, re …) ora, al di fuori della parabole, lo chiama « padre ».
Le altre definizioni, quindi, devono essere lette alla luce della paternità.                              
Poi c’è il riconoscimento, la professione di fede: « tutto è possibile a te ». Ma proprio da queste due cose di cui Gesù è convinto, che cioè Dio è padre e che gli è tutto possibile, proprio qui nasce lo sconcerto. Se è padre, mi vuole bene e se gli è tutto possibile, può cambiare le cose: ma allora perché non lo fa? Questa è l’angoscia del credente.
Segue la richiesta, che nel vangelo di Marco è molto decisa: « allontana da me questo calice ». Quindi la consegna: « però non quello che voglio io, ma quello che vuoi tu ».
La consegna viene solo dopo la richiesta di essere liberato: è una formulazione tipicamente umana! Il Figlio di Dio affronta umanamente il suo martirio. Questa pagine sono senza retorica: è un Figlio di Dio antiretorico. Il « calice » e « l’ora » sono due immagini che Gesù adopera alludendo alla croce. Del calice ha già parlato due volte nel vangelo di Marco: « Potete bere il calice che io bevo …? » (Mc 10,38-39). L’ora è il momento  decisivo.                                                                                                                                                                      Quando Gesù prega così, trova i discepoli addormentati e dice a Pietro: « Simone dormi? Non hai avuto la forza di vegliare neppure un’ora. Vegliate e pregate per non soccombere nella prova. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole ». Sono parole rivolte ai discepoli, a tutti. Attraverso la prova si passa indenni, anche se dolorosamente, soltanto se si veglia e si prega, ed è proprio quello che sta facendo Gesù, il contrario di quello che fanno i discepoli.
Bisogna pregare, perché la forza non si trova in se stessi.
Lo spirito è pronto, ma la carne è debole: questa frase ha un senso diverso a secondo della cultura nella quale si legge.
In una cultura dualistica, come poteva essere quella ellenistica, in cui lo spirito è la realtà vera, nobile, mentre il corpo è la prigione dello spirito e causa della sua pesantezza, si dà colpa al corpo. Per la cultura ebraica, per la Bibbia, in genere, spirito e carne, invece, non rappresentano le due parti dell’uomo, ma le due modalità dell’uomo.
Lo spirito è l’uomo che è attratto da Dio; la carne è l’uomo nella sua debolezza, che vorrebbe scappare. C’è una lacerazione nell’uomo, ma non fra corpo e spirito bensì tra la volontà di aderire, di accettare, e la volontà di fuggire.
Una lacerazione interiore tipica dell’uomo di sempre, nel medesimo tempo attratto e timoroso di Dio. Ricordo di aver conosciuto, diversi anna fa, un missionario in partenza che, poco prima di imbarcarsi dal porto di Genova, mi prese vicino e mi disse in confidenza: « Don Bruno, se non mi vergognassi, tornerei indietro ». Sono trent’anni che è in missione. Ne ho accompagnato un altro, che conoscevo meno; al momento della partenza era euforico, esaltato, accompagnato da un codazzo di giovani entusiasti.
Dopo tre anni si è sposato. Non è detto, quindi, che la lacerazione sia segno di debolezza o di mancanza di fede.
A questo punto vorrei rimettere a fuoco alcune cose.
UNA PRIMA CONSIDERAZIONE. Questa pagina è il rovescio della Trasfigurazione: là la gloria, qua la debolezza; là un uomo che si manifesta come il Figlio di Dio, qua il Figlio di Dio che sembra quasi nascondersi nella debolezza di un uomo. Sia là, sia qua c’è il discepolo che non comprende, perché entrambi gli aspetti di Gesù non sono compresi o, per lo meno, c’è il rischio che non siano compresi. Nella tradizione cristiana è sempre stata presente una duplice tentazione: da una parte quella di sminuire l’umanità di Gesù a vantaggio della divinità; dall’altra quella di vederlo come uomo e non come Figlio di Dio. Ci vuole il coraggio, invece, di accettare l’una e l’altra cosa. Per cui la fede cristiana matura conosce una doppia meraviglia: che quest’uomo sia Figlio di Dio e che il Figlio di Dio si sia fatto uomo.
UNA SECONDA CONSIDERAZIONE. La scena, tutto sommato, è abbastanza affollata, perché ci sono diversi personaggi: i discepoli, poi i tre che si staccano dagli altri. Gesù che invoca il Padre, Pietro, e infine il traditore …. ma rileggendo il testo, si nota che nessuno parla, nessuno si muove, tranne Gesù. E’ un racconto scenografico attraversato da diverse tensioni.
La prima è quella, palese, tra Gesù e i discepoli: Gesù veglia e loro dormono, e il sonno è il massimo della distanza in un momento di tragedia. Il discepolo, chiamato a comprendere, in realtà non capisce; chiamato a restare, fugge. C’è, comunque, una somiglianza tra Gesù che resta e i discepoli che fuggono: anche lui ha chiesto che gli venisse allontanato il calice amaro, solo che lui non è fuggito, pur avendone sentito il peso e provato quello che ha fatto fuggire gli altri.
E’, dunque, il momento della distanza, ma anche della massima vicinanza: Cristo, infatti, ha provato cosa vuol dire essere uomo davanti a Dio. La cosa risalta ancora più chiaramente perché, in precedenza, il vangelo ha registrato una distanza tra Gesù e i discepoli. All’inizio, in particolare, è una distanza « missionaria »: al capitolo 1,37-38 ai discepoli che lo chiamano per dirgli: « Tutti ti cercano! », Gesù risponde: « Andiamocene altrove per i villaggi, perché io predichi anche là … ». E’ l’universalità della missione.
Una seconda tensione è fra Gesù e il Padre: Gesù prega il Padre e poi, con tenerezza, si aggrappa a lui. Ma il Padre non parla. Nella Trasfigurazione, nel Battesimo si è sentita la sua voce, qui niente. E’ quanto, generalmente, capita all’uomo. Ma poi si scopre che in realtà il Padre ha parlato, perché Gesù, che prima era nell’angoscia, dice ai discepoli: « Alzatevi, andiamo ».
Ha ripreso in mano il suo cammino, perché il Padre ha parlato, non allontanando la croce, ma facendogli ritrovare la sua prontezza.
Una terza tensione. Immediatamente prima del Getzemani, durante l’ultima cena, Gesù, da signore, parla serenamente della sua croce. Qui, invece, c’è un Cristo angosciato. Secondo alcuni esegeti ci sono due cristologie soggiacenti: l’una di tipo eucaristico, l’altra di tipo più « umano » che Marco ha messo insieme non armonizzandole molto bene. Ma chi ha un briciolo di fede sa che può veramente succedere di essere un momento sereni e il momento dopo angosciati. E’ la preghiera dell’angoscia, sentimento di cui la Bibbia è piena: l’angoscia della morte, della sconfitta, anche della distanza da Dio, che pare lontano. Ci sono tante angosce, quindi, tra cui anche quella della colpa, soprattutto nei Salmi. Ma, in Gesù, di quest’ultimo tipo di angoscia non c’è traccia: nei vangeli ci sono tutte le altre, mai questa. A mio avviso, di tutti i tentativi che sono stati fatti per « nobilitare » l’angoscia di Gesù, quasi fosse una cosa di cui vergognarsi (dicendo, ad esempio, che Gesù in un istante ha visto tutti i peccati del mondo e ne è rimasto schiacciato), non c’è traccia nel vangelo. Noi vogliamo sempre nobilitare l’umanità di Gesù, e invece la nostra fierezza sta proprio nel fatto che il Figlio di Dio si è fatto veramente uomo e che quell’uomo è il Figlio di Dio.
Il racconto del Getzemani in Matteo 26,36-46 è molto simile a quello di Marco, solo un po’ più ripulito. Il tratto forse più bello è che Matteo ha esplicitato il desiderio di comunione di Gesù con i discepoli: « Restate qui e vegliate con me » (v. 38).
Quel « con me » esplicita ciò che, a di la verità, era già implicito in Marco. Matteo lo fa spesso, come un catechista che non lascia nulla d’implicito, per paura che non si capisca.
LEGGIAMO, INVECE, QUELLO DI LUCA.
Uscito si recò come era sua abitudine sul monte degli uilivi. Lo seguirono anche i discepoli. Giunto sul posto disse loro: « Pregate per non soccombere nella prova ».
Allontanatosi da loro quanto un tiro di sasso e postosi in ginocchio, pregava dicendo: « Padre, se vuoi, allontana da me questo calice; però non la mia volontà, ma la tua sia fatta ».
Gli apparve un angelo dal cielo a rincuorarlo. E nel momento dell’agonia più fortemente pregava, e il suo sudore cadeva per terra come gocce di sangue.
Alzatosi dalla preghiera, venne presso i discepoli e li trovò addormentati per la tristezza. E disse loro: « Perché dormite? Alzatevi e pregate per non soccombere nella prova » (22,39-46).
Luca inizia e finisce il racconto con l’imperativo: « pregate per non soccombere nella prova », lo sottolinea più di Marco, come se fosse la cornice del quadro. Anche nella preghiera c’è qualcosa di diverso: « Padre, se vuoi, allontana da me questo calice ».
E’ un po’ più attenuata rispetto a Marco, perché il « se vuoi » è anteposto alla richiesta. Inoltre, mentre in Marco il Padre era rimasto silenzioso, qui gli appare un angelo: il divino si è fatto manifesto.
E nel momento dell’agonia più fortemente pregava: anche qui Gesù trova la sua forza nella preghiera, si aggrappa al Padre. Interessante è la parola agonia, a volte tradotta semplicemente con « angoscia », è un vocabolo mutuato dal linguaggio sportivo e indica la tensione dell’atleta prima della gara. Nel testo di Luca può indicare la lotta che il giusto deve sostenere per praticare la virtù morale in modo eroico.
Per Luca il Getzemani non è tanto il momento dell’abbattimento, ma è il momento culminante della lotta, quando l’atleta è teso fino allo spasimo perché deve superare gli ultimi metri. Il Gesù di Luca è proteso, non afflosciato, impietrito, come quello di Marco. Quelli di Marco e di Matteo sono due quadri diversi, non facilmente armonizzabili con quello di Luca.
Giovanni ha tralasciato di raccontare questo momento della passione di Gesù. C’è, tuttavia, qualcosa di interessante da notare, a tale proposito, nell’episodio in cui alcuni greci chiedono di vedere Gesù. In quell’occasione, agli apostoli Cristo dice: « E’ giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo. In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo, se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo. Se uno mi serve, il Padre lo onorerà. Ora l’anima mia è turbata; e che devo dire? Padre, salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome » (12,23-28). Il passaggio finale assomiglia al racconto del Getzemani. Anche Giovanni conosce il turbamento di Gesù. Nel vangelo di Giovanni, inoltre, Gesù dirà: non sia turbato il vostro cuore (14,1), però lui è stato turbato, l’umanità e il turbamento interiore non mancano.

da: Bruno Maggioni, I racconti della Passione
Centro Ambrosiano PIMedit 2004, pg. 17-27
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