Archive pour le 15 février, 2013

Brooklyn Museum – Jésus tenté dans le désert – James Tissot

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COME PAOLO: ROM 10, 8-9

http://euntes.net/sanpaolo/ministeroparola.html

MONS. JUAN ESQUERDA BIFET  – COME PAOLO

IL MINISTERO DELLA PAROLA

« … Vicino a te è la parola sulla tua bocca e nel tuo  cuore: cioè la parola della fede che noi predichiamo. Poiché se con­fesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore, e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai sal­vo » (Rom. 10, 8-9).    

Il ministero della parola è annunziare la morte e la risurrezione di Cristo sollecitando ad un incontro, ad un cambiamento, ad un battesimo o immersione. Si predica Cristo Parola di Dio, che vive presente in mezzo a noi e che invita a pensare con lui, a dare valore alle cose come lui ed a rispondere con l’amore come lui. È un processo di conversione che dura tanto quanto è lunga la vita per poter dire « Padre » con la fisionomia e con la voce di Cristo. La predicazione mira a realizzare l’incontro con Cristo risorto e presente. È il Signore che vive con noi, lui che visse nelle nostre condizioni e che ora e glorifica­to. Gli apostoli sono testimoni qualificati della risurre­zione del Signore. Tutta la predicazione ha lo scopo di creare uomini consapevoli e coerenti alla realtà di Cristo risorto …

Vivere dell’incontro con Cristo e frutto della predi­cazione della parola; è un dono di Dio. Non c’è altra liberazione ed altra salvezza al di fuori di quella che deriva dalla morte e dalla risurrezione di Cristo. Educare gli uomini a vivere di questa realtà, è un compito arduo ed ininterrotto che richiede apostoli maturi nell’amore per Cristo. Non si può predicare la risurrezione in una atmosfera di dubbi teorici e pratici. Incomincia a dubita­re chi si è ben sistemato in una società consumistica. Gli Apostoli non predicarono miti né mezze verità; essi vi­dero il Signore, toccarono con mano i suoi miracoli. Nel sepolcro vuoto scoprirono la realtà ed il significato della risurrezione: Cristo era risorto e questo non era una illusione o una fantasia. Cristo che ha vinto la morte, è il Signore, il Figlio di Dio, che ci ha redento, che vive in noi e che cammina con noi verso il Padre. Noi stessi risusciteremo in lui cominciando fin d’ora, innestati in lui, il progresso della vittoria totale sul peccato e sulla morte …

SALMO 90 (91) SOTTO LE ALI DELL’ONNIPOTENTE

http://www.perfettaletizia.it/bibbia/salmi/salmo90.htm

SALMO 90 (91)  SOTTO LE ALI DELL’ONNIPOTENTE

Chi abita al riparo dell’Altissimo
passerà la notte all’ombra dell’Onnipotente.
Io dico al Signore: “Mio rifugio e mia fortezza,
mio Dio in cui confido”.
Egli ti libererà dal laccio del cacciatore,
dalla peste che distrugge.
Ti coprirà con le sue penne,
sotto le sue ali troverai rifugio;
la sua fedeltà ti sarà scudo e corazza.
Non temerai il terrore della notte
né la freccia che vola di giorno,
la peste che vaga nelle tenebre,
lo sterminio che devasta a mezzogiorno.
Mille cadranno al tuo fianco
e diecimila alla tua destra,
ma nulla ti potrà colpire.
Basterà che tu apra gli occhi
e vedrai la ricompensa dei malvagi!
“Sì, mio rifugio sei tu, o Signore!”.
Tu hai fatto dell’Altissimo la tua dimora:
non ti potrà colpire la sventura,
nessun colpo cadrà sulla tua tenda.
Egli per te darà ordine ai suoi angeli
di custodirti in tutte le tue vie.
Sulle mani essi ti porteranno,
perché il tuo piede non inciampi nella pietra.
Calpesterai leoni e vipere,
schiaccerai leoncelli e draghi.
“Lo libererò, perché a me si è legato,
lo porrò al sicuro, perché ha conosciuto il mio nome.
Mi invocherà e io gli darò risposta;
nell’angoscia io sarò con lui,
lo libererò e lo renderò glorioso.
Lo sazierò di lunghi giorni
e gli farò vedere la mia salvezza”.

COMMENTO

Il salmista professa di trovare la sua forza e pace nel Signore, nel quale confida: “Io dico al Signore: <Mio rifugio e mia fortezza, mio Dio in cui confido>”.
Il salmo vuole infondere fiducia nel futuro, sicuramente positivo per chi confida nel Signore (Cf. Dt 6,14).
Il « laccio del cacciatore”, sono le trappole poste dai nemici per giungere a compromettere il giusto.
“Dalla peste che distrugge”; più giustamente secondo l’originale ebraico dovrebbe tradursi: “Dalla parola che distrugge”, cioè dalla parola calunniatrice.
“Il terrore della notte”, sono gli assalti dei briganti, le incursioni dei nemici.
“La freccia che vola di giorno”, sono gli attacchi in pieno giorno dei nemici: di notte le frecce non si usano.
“La peste che vaga nelle tenebre”, l’uomo non vede il propagarsi del contagio; per questo “nelle tenebre”.
“Lo sterminio che devasta a mezzogiorno”, è l’azione delle carestie.
Di fronte all’imperversare delle sventure: “Mille cadranno al tuo fianco e diecimila alla tua destra, ma nulla ti potrà colpire”.
Indubbiamente il salmo presenta una situazione del giusto non costantemente frequente, per cui va aperta ad una lettura in chiave figurata, dal momento che le sventure colpiscono anche i giusti. Le sventure non colpiscono il giusto nel senso che in tutte le circostanze avrà l’aiuto di Dio per non cadere nell’infedeltà a Dio ed essere felice della sua presenza: Dio è il più grande bene.
Gli angeli custodiranno il giusto in tutti i suoi passi, cioè nei suoi viaggi, nelle sue iniziative. Anzi, tutto sarà facilitato dagli angeli, la cui azione è presentata con l’immagine degli angeli che stendono le loro mani a formare la strada dove percorre il giusto, affinché non inciampi nella pietra il suo piede.
Il giusto assistito da Dio camminerà indenne
nei pericoli: “Calpesterai leoni e vipere, schiaccerai leoncelli e draghi”. I “draghi”, sono un’immagine tratta dalla mitologia cananea (Vedi il Leviatan; Cf. Ps 73).
Il salmista alla fine “passa la parola” a Dio: “Lo libererò, perché a me si è legato, lo porrò al sicuro, perché ha conosciuto il mio nome…lo libererò e lo renderò glorioso. Lo sazierò di lunghi giorni e gli farò vedere la mia salvezza”.

OMELIA (17-02-2013): LE ACQUE DEL GIORDANO TRIONFANO SUL MALIGNO

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/27601.html

OMELIA (17-02-2013)

PADRE GIAN FRANCO SCARPITTA

LE ACQUE DEL GIORDANO TRIONFANO SUL MALIGNO

Gesù è stato da poco confermato dal Padre come Figlio suo prediletto mentre usciva dall’acqua battesimale del Giordano; è stato rivestito di Spirito Santo, lo stesso Spirito che lo ha iniziato e lo conduce adesso alla missione di annuncio e lo conferma nella sua figliolanza divina e nella divinità. Sempre lo Spirito adesso però lo conduce nel deserto appositamente per essere tentato dal demonio. Dall’esaltazione alla prova; dalla gioia alla frustrazione; dalla gloria altisonante alla deprimente umiliazione. Lui, appena preconizzato come il Figlio di Dio dalle cui labbra tutti devono pendere, adesso viene sottomesso alla molteplici, accattivanti, seduzioni del maligno dopo essere stato stremato e consumato dal caldo e dall’asperità del deserto e mentre ora viene avvinto dalla fame. L’evangelista Marco aggiunge che stava in mezzo alle fiere, sebbene gli angeli lo servivano.
La spiritualità monastica, della quale maggiore testimone è S. Antonio abate, descriverà il deserto come il luogo delle tentazioni per eccellenza, nel quale il diavolo aleggia sulle anime solitarie operando il contrasto delle passioni, le pulsioni e repulsioni della carne. Esso sarà pertanto il luogo del combattimento e della lotta estenuante per la vittoria dello spirito sulle insidie del maligno. Nella situazione di Gesù il deserto offre tutte le occasioni e tutti gli elementi perché le tentazioni si rendano più insidiose e fuorvianti. Il diavolo, che si mostra peraltro ostile quando può essere vigliacco e meschino, tenta infatti di sedurre Gesù non già in una condizione di sazietà e di padronanza, ma quando la fame ha già avuto il sopravvento su di lui, il che significa in una condizione di debolezza estrema, nella quale le possibilità di resa sono molteplici e palesi. Senza contare poi i quaranta giorni (numero simbolico ricorrente nella Bibbia) caratterizzati dal caldo, dalla sete, dall’inospitalità delle zolle di terra tutt’intorno.
Nel deserto Gesù dimostra effettivamente di aver rinunciato alle sue prerogative di grandezza e di divinità e alla conclamata posizione di Figlio di Dio da poco conclamata dal Padre: in lui c’è l’umano che si alterna al divino ma che ha la prevalenza quando si tratti di esercitare la pazienza, l’astuzia, la costanza, insomma la lotta contro le tentazioni. Anche qui avviene quanto Paolo affermerà poi rivolto ai Filippesi: Gesù non considera gelosamente la propria uguaglianza con Dio, ma annulla se stesso facendosi in tutto simile agli uomini e umiliandosi assieme ad essi: Gesù si sottomette, pur essendo Dio invitto, alla caducità propriamente umana armato solo di quella contro le tentazioni del maligno. Questi adopera addirittura la Scrittura quale sottile espediente di seduzione, ma trova in Gesù un degno avversario che ha la meglio su di lui e sulle sue accattivanti proposte. Sempre ricorrendo alla sola risorsa dell’umano, Gesù controbatte infatti con serio raziocinio e ricchezza di buon senso le seducenti osservazione scritturistiche del’avversario, avendo finalmente ragione di lui e costringendolo alla fuga. Il diavolo si allontana, ma Luca precisa che dovrà tornare al momento opportuno. Sarà quello della passione, dove la morte di Cristo sarà associata alle umiliazioni e all’abbandono da parte di tutti e dove solo il male sembrerà avere la prevalenza definitiva: Gesù sarà condotto al patibolo soprattutto per opera del maligno e quale tentazione maggiore per il Re del mondo sofferente più di quella di scendere dalla croce e di sterminare chi lo sta vessando e maltrattando.
La lotta senza esclusione di colpi fra Gesù e il diavolo, nel deserto, è molto sofferta viste le suddette condizioni di mancata garanzia, ma la tenacia di Gesù, la costanza della propria fede e l’abbandono alla volontà del Padre che da poco lo ha nominato suo Figlio prediletto gli ottengono dominio sulle forze del male meritandogli di averne ragione: essere stato battezzato gli aveva procurato la forza dallo Spirito Santo e adesso le acque del Giordano, seppure ormai evaporate dal suo capo, trionfano sul maligno.
Nella tentazione subita volutamente da Gesù vi è la prassi necessariamente abituale di chi si dispone ad intraprendere un serio itinerario di vita spirituale proteso verso la perfezione: quando si corrisponde alla chiamata divina e al progetto di comunione con il Signore optando per la conversione radicale di noi stessi, ci si dispone con retta intenzione nei riguardi di Dio, ci si incammina volentieri verso di lui, i nostri itinerari e le nostre scelte si orientano nei suoi confronti e tuttavia gli ostacoli a tale processo sono all’ordine del giorno nella fattezza delle prove, delle tentazioni e delle insidie che l’antico avversario non manca di apporre sulle nostre orme. Il maligno (quello vero) nulla detesta di più se non che una sola anima si protenda verso Dio e per questo non potremo che attenderci insidie e trappole da parte sua. L’esperienza di Gesù deve però essere la nostra esperienza perché la sua umanità condivide la nostra umanità e pertanto anche la vittoria sul maligno e il dominio delle tentazioni può essere compatibile con lo nostre possibilità.
Non va dimenticato peraltro che, seppure la carne è debole, lo Spirito resta sempre desto per difendere chi mostra fedeltà a Dio e anche nella prova e nella tentazione non siamo mai abbandonati a noi stessi e nessuno resta privo di mezzi o di sostentamento. La prima Lettura, tratta dal libro del Deuteronomio racconta al popolo d’Israele come Dio lo avesse sostenuto nonostante la schiacciante prova della schiavitù in Egitto e come siffatta prova sia stata superata dalla ferma volontà degli Israeliti, non senza l’intervento deciso e determinante del Signore: ogni lotta ha in Dio la sua vittoria.
La grazia di Dio supera tutte le seduzioni maligne e anche noi possiamo contare sull’aiuto dello Spirito Santo per mantenere intatta la nostra fedeltà al battesimo e per progredire nella lotta contro il peccato e le imperfezioni. L’itinerario di quaresima da noi appena intrapreso ci ragguaglia sulla verità delle prove e delle tentazioni che minano la nostra fedeltà e tendono a debilitarci facendoci vacillare. Ma è pur vero che la grazia dello Spirito Santo ci invita a rialzarci ad ogni caduta e a proseguire il cammino dimentichi di essere caduti, per cui ogni combattimento spirituale proprio nella prova tempra e fortifica la nostra forza di spiritualità.

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