Archive pour le 13 février, 2013

14 febbraio: Santi Cirillo e Metodio

14 febbraio: Santi Cirillo e Metodio dans immagini sacre 0214

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14 FEBRAIO: SANTI CIRILLO E METODIO

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14 FEBRAIO: SANTI CIRILLO E METODIO

L’inizio della vita della Chiesa nel mondo slavo è legato all’opera di monaci – illuministi del IX secolo, ss. Cirillo e Metodio. I fratelli Costantino (il nome di Cirillo, Costantino ha preso soltanto dopo l’iniziazione della vita monasctica, non molto tempo prima della morte) e Metodio (nel mondo lo chiamavano originariamente Michele) erano discendenti di una conosciuta famiglia greca di Saloniki. Nel IX secolo in quella città vivevano molti slavi e i due fratelli, sembra, dall’infanzia conoscevano la lingua slava. Di una speciale preparazione scolastica si poteva vantare Costantino, che ha ricevuto dopo il sopranome il Filosofo. Studiava assieme al figlio dell’imperatore Michele III, e uno dei suoi maestri e protettori era un celebre teologo, patriarca di Costantinopoli, Focio.
I due fratelli erano attirati dalla vita monastica e volevano dedicarsi allo studio nel silenzio della cella monastica. Però la Chiesa e l’impero esigevano da loro un altro tipo di servizio. Così Cirillo veniva mandato nelle missioni religioso-diplomatiche dagli arabi e khazari. Uno dei suoi viaaggi al Principato Azaro, Cirillo ha compiuto con suo fratello Metodio. Come risultato, il principe Azaro ha permesso ai suoi cittadini ricevere il battesimo. I fratelli hanno battezzato personalmente 200 persone. Secondo parere di alcuni storici, i neo battezzati era anzitutto degli slavi.
Dopo il ritorno a Constantinopoli, Cirillo ha cominciato il lavoro di creazione dell’alfabeto slavo, cosidetta glagoliza, e ha iniziato anche la traduzione della Sacra Scrittura in un dialetto slavo usato nel sud a Saloniki. Alla base delle traduzioni di Cirillo e Metodio si è creata per la prima volta la lingua slava scritta e letteraria – il cosidetto paleoslavo.
In quel tempo le traduzioni di testi liturgici dal latino e dal greco in altre lingue non erano più una novità: le liturgie venivano celebrate in paleogieorgiano, armeno, siriaco, copto, gotico. I greci Cirillo e Metodio nei suoi progetti di illuminare il mondo slavo, che conosceva già parzialmente il cristianesimo, si basavano non sulle idee nazionalistiche, bensì su quelle della Chiesa Universale, nella quale « non c’è nè Greco, ne Ebreo » e la quale chiamava a portare la buona notizia « fino alle estremità del mondo ». Con l’appoggio del governo dell’imperio, sia quello chiericale sia quello laico, Cirillo e Metodio, sulla richiesta del principe di Moravia, Rostislav, sono partiti nel 863 con la misisone in Moravia. Lì hanno costruito la vita ecclesiale, portavano alla fede i moravi, insegnavano l’alfabeto slavo, traducevano i testi liturgici in paleoslavo e facevano delle celebrazioni in questa lingua.
Dopo tre anni, in compagnia di studenti-moravi, preparati per l’ordinazione sacerdotale, Cirillo e Metodio sono partiti verso la patria, però si sono fermati in Pannonia (parte sud-ovest dell’Ungheria), dove hanno continuato la loro attività missionaria. Avendo ricevuto nel 867 la notizia da Costantinopoli del colpo di stato alla corte imperiale e della detronizzazione del loro protettore, patriarca Focio, i due fratelli hanno decido di andare a Roma.
Il papa romano Adriano II ha sostenuto pienamente la loro iniziativa. Il debole di salute Cirillo non ha sopportato le difficoltà del lungo viaggo ed è morto a Roma nel 869, invece Metodio fu ordinato come arcivescovo di Pannonia e si è stabilito nella propria diocesi, sotto il principato di Kocel. Ancora in Moravia l’attività dei fratelli veniva messa in difficoltà attraverso la contrarietà del clero latino-tedesco, non contento del fatto di « slavinizzazione » della liturgia. Nel VIII secolo, uno dei grossi concili della Chiesa Occidentale ha proibito lo svolgimento delle celebrazioni in tutte le lingue, se non in latino, greco e ebraico antico. Metodio è stato accusato nella violazione dei canoni ecclesiastici ed è stato racchiuso per circa tre anni nella prigione. Il nuovo papa Giovanni VIII ha insistito per liberare Metodio e lo ha nominato arcivescovo di Moravia, però gli ha proibito di svolgere le liturgie in paleoslavo. Questa proibizione (a proposito, mai accettata da Metodio) è stata tolta formalmente soltanto nel 880.
Dopo la morte di Metodio nel 885, i suoi discepoli in Moravia furono perseguitati, e quelli che sono sopravissuti, hanno trovato il rifugio dal principi bulgaro Boris. Precisamente in Bolgaria l’opera di Cirillo e Metodio nel mondo slavo ha trovato la sua continuazione.

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BENEDETTO XVI : UDIENZA GENERALE 13 FEBBRAIO 2013

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2013/documents/hf_ben-xvi_aud_20130213_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

AULA PAOLO VI

MERCOLEDÌ, 13 FEBBRAIO 2013

Cari fratelli e sorelle,

come sapete – grazie per la vostra simpatia! – ho deciso di rinunciare al ministero che il Signore mi ha affidato il 19 aprile 2005. Ho fatto questo in piena libertà per il bene della Chiesa, dopo aver pregato a lungo ed aver esaminato davanti a Dio la mia coscienza, ben consapevole della gravità di tale atto, ma altrettanto consapevole di non essere più in grado di svolgere il ministero petrino con quella forza che esso richiede. Mi sostiene e mi illumina la certezza che la Chiesa è di Cristo, il Quale non le farà mai mancare la sua guida e la sua cura. Ringrazio tutti per l’amore e per la preghiera con cui mi avete accompagnato. Grazie! Ho sentito quasi fisicamente in questi giorni, per me non facili, la forza della preghiera, che l’amore della Chiesa, la vostra preghiera, mi porta. Continuate a pregare per me, per la Chiesa, per il futuro Papa. Il Signore ci guiderà.

LE TENTAZIONI DI GESÙ E LA CONVERSIONE PER IL REGNO DEI CIELI

Cari fratelli e sorelle,
oggi, Mercoledì delle Ceneri, iniziamo il Tempo liturgico della Quaresima, quaranta giorni che ci preparano alla celebrazione della Santa Pasqua; è un tempo di particolare impegno nel nostro cammino spirituale. Il numero quaranta ricorre varie volte nella Sacra Scrittura. In particolare, come sappiamo, esso richiama i quarant’anni in cui il popolo di Israele peregrinò nel deserto: un lungo periodo di formazione per diventare il popolo di Dio, ma anche un lungo periodo in cui la tentazione di essere infedeli all’alleanza con il Signore era sempre presente. Quaranta furono anche i giorni di cammino del profeta Elia per raggiungere il Monte di Dio, l’Horeb; come pure il periodo che Gesù passò nel deserto prima di iniziare la sua vita pubblica e dove fu tentato dal diavolo. Nell’odierna Catechesi vorrei soffermarmi proprio su questo momento della vita terrena del Signore, che leggeremo nel Vangelo di domenica prossima.
Anzitutto il deserto, dove Gesù si ritira, è il luogo del silenzio, della povertà, dove l’uomo è privato degli appoggi materiali e si trova di fronte alle domande fondamentali dell’esistenza, è spinto ad andare all’essenziale e proprio per questo gli è più facile incontrare Dio. Ma il deserto è anche il luogo della morte, perché dove non c’è acqua non c’è neppure vita, ed è il luogo della solitudine, in cui l’uomo sente più intensa la tentazione. Gesù va nel deserto, e là subisce la tentazione di lasciare la via indicata dal Padre per seguire altre strade più facili e mondane (cfr Lc 4,1-13). Così Egli si carica delle nostre tentazioni, porta con Sè la nostra miseria, per vincere il maligno e aprirci il cammino verso Dio, il cammino della conversione.
Riflettere sulle tentazioni a cui è sottoposto Gesù nel deserto è un invito per ciascuno di noi a rispondere ad una domanda fondamentale: che cosa conta davvero nella mia vita? Nella prima tentazione il diavolo propone a Gesù di cambiare una pietra in pane per spegnere la fame. Gesù ribatte che l’uomo vive anche di pane, ma non di solo pane: senza una risposta alla fame di verità, alla fame di Dio, l’uomo non si può salvare (cfr vv. 3-4). Nella seconda tentazione, il diavolo propone a Gesù la via del potere: lo conduce in alto e gli offre il dominio del mondo; ma non è questa la strada di Dio: Gesù ha ben chiaro che non è il potere mondano che salva il mondo, ma il potere della croce, dell’umiltà, dell’amore (cfr vv. 5-8). Nella terza tentazione, il diavolo propone a Gesù di gettarsi dal pinnacolo del Tempio di Gerusalemme e farsi salvare da Dio mediante i suoi angeli, di compiere cioè qualcosa di sensazionale per mettere alla prova Dio stesso; ma la risposta è che Dio non è un oggetto a cui imporre le nostre condizioni: è il Signore di tutto (cfr vv. 9-12). Qual è il nocciolo delle tre tentazioni che subisce Gesù? E’ la proposta di strumentalizzare Dio, di usarlo per i propri interessi, per la propria gloria e per il proprio successo. E dunque, in sostanza, di mettere se stessi al posto di Dio, rimuovendolo dalla propria esistenza e facendolo sembrare superfluo. Ognuno dovrebbe chiedersi allora: che posto ha Dio nella mia vita? E’ Lui il Signore o sono io?
Superare la tentazione di sottomettere Dio a sé e ai propri interessi o di metterlo in un angolo e convertirsi al giusto ordine di priorità, dare a Dio il primo posto, è un cammino che ogni cristiano deve percorrere sempre di nuovo. “Convertirsi”, un invito che ascolteremo molte volte in Quaresima, significa seguire Gesù in modo che il suo Vangelo sia guida concreta della vita; significa lasciare che Dio ci trasformi, smettere di pensare che siamo noi gli unici costruttori della nostra esistenza; significa riconoscere che siamo creature, che dipendiamo da Dio, dal suo amore, e soltanto «perdendo» la nostra vita in Lui possiamo guadagnarla. Questo esige di operare le nostre scelte alla luce della Parola di Dio. Oggi non si può più essere cristiani come semplice conseguenza del fatto di vivere in una società che ha radici cristiane: anche chi nasce da una famiglia cristiana ed è educato religiosamente deve, ogni giorno, rinnovare la scelta di essere cristiano, cioè dare a Dio il primo posto, di fronte alle tentazioni che una cultura secolarizzata gli propone di continuo, di fronte al giudizio critico di molti contemporanei.
Le prove a cui la società attuale sottopone il cristiano, infatti, sono tante, e toccano la vita personale e sociale. Non è facile essere fedeli al matrimonio cristiano, praticare la misericordia nella vita quotidiana, lasciare spazio alla preghiera e al silenzio interiore; non è facile opporsi pubblicamente a scelte che molti considerano ovvie, quali l’aborto in caso di gravidanza indesiderata, l’eutanasia in caso di malattie gravi, o la selezione degli embrioni per prevenire malattie ereditarie. La tentazione di metter da parte la propria fede è sempre presente e la conversione diventa una risposta a Dio che deve essere confermata più volte nella vita.
Ci sono di esempio e di stimolo le grandi conversioni come quella di san Paolo sulla via di Damasco, o di sant’Agostino, ma anche nella nostra epoca di eclissi del senso del sacro, la grazia di Dio è al lavoro e opera meraviglie nella vita di tante persone. Il Signore non si stanca di bussare alla porta dell’uomo in contesti sociali e culturali che sembrano inghiottiti dalla secolarizzazione, come è avvenuto per il russo ortodosso Pavel Florenskij. Dopo un’educazione completamente agnostica, tanto da provare vera e propria ostilità verso gli insegnamenti religiosi impartiti a scuola, lo scienziato Florenskij si trova ad esclamare: “No, non si può vivere senza Dio!”, e a cambiare completamente la sua vita, tanto da farsi monaco.
Penso anche alla figura di Etty Hillesum, una giovane olandese di origine ebraica che morirà ad Auschwitz. Inizialmente lontana da Dio, lo scopre guardando in profondità dentro se stessa e scrive: “Un pozzo molto profondo è dentro di me. E Dio c’è in quel pozzo. Talvolta mi riesce di raggiungerlo, più spesso pietra e sabbia lo coprono: allora Dio è sepolto. Bisogna di nuovo che lo dissotterri” (Diario, 97). Nella sua vita dispersa e inquieta, ritrova Dio proprio in mezzo alla grande tragedia del Novecento, la Shoah. Questa giovane fragile e insoddisfatta, trasfigurata dalla fede, si trasforma in una donna piena di amore e di pace interiore, capace di affermare: “Vivo costantemente in intimità con Dio”.
La capacità di contrapporsi alle lusinghe ideologiche del suo tempo per scegliere la ricerca della verità e aprirsi alla scoperta della fede è testimoniata da un’altra donna del nostro tempo, la statunitense Dorothy Day. Nella sua autobiografia, confessa apertamente di essere caduta nella tentazione di risolvere tutto con la politica, aderendo alla proposta marxista: “Volevo andare con i manifestanti, andare in prigione, scrivere, influenzare gli altri e lasciare il mio sogno al mondo. Quanta ambizione e quanta ricerca di me stessa c’era in tutto questo!”. Il cammino verso la fede in un ambiente così secolarizzato era particolarmente difficile, ma la Grazia agisce lo stesso, come lei stessa sottolinea: “È certo che io sentii più spesso il bisogno di andare in chiesa, a inginocchiarmi, a piegare la testa in preghiera. Un istinto cieco, si potrebbe dire, perché non ero cosciente di pregare. Ma andavo, mi inserivo nell’atmosfera di preghiera…”. Dio l’ha condotta ad una consapevole adesione alla Chiesa, in una vita dedicata ai diseredati.
Nella nostra epoca non sono poche le conversioni intese come il ritorno di chi, dopo un’educazione cristiana magari superficiale, si è allontanato per anni dalla fede e poi riscopre Cristo e il suo Vangelo. Nel Libro dell’Apocalisse leggiamo: «Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (3, 20). Il nostro uomo interiore deve prepararsi per essere visitato da Dio, e proprio per questo non deve lasciarsi invadere dalle illusioni, dalle apparenze, dalle cose materiali.
In questo Tempo di Quaresima, nell’Anno della fede, rinnoviamo il nostro impegno nel cammino di conversione, per superare la tendenza di chiuderci in noi stessi e per fare, invece, spazio a Dio, guardando con i suoi occhi la realtà quotidiana. L’alternativa tra la chiusura nel nostro egoismo e l’apertura all’amore di Dio e degli altri, potremmo dire che corrisponde all’alternativa delle tentazioni di Gesù: alternativa, cioè, tra potere umano e amore della Croce, tra una redenzione vista nel solo benessere materiale e una redenzione come opera di Dio, cui diamo il primato nell’esistenza. Convertirsi significa non chiudersi nella ricerca del proprio successo, del proprio prestigio, della propria posizione, ma far sì che ogni giorno, nelle piccole cose, la verità, la fede in Dio e l’amore diventino la cosa più importante.

« È STATO UN PAPA CHE HA SVELATO LA CARITÀ COME CONTENUTO DELLA FEDE »

http://www.zenit.org/it/articles/e-stato-un-papa-che-ha-svelato-la-carita-come-contenuto-della-fede

« È STATO UN PAPA CHE HA SVELATO LA CARITÀ COME CONTENUTO DELLA FEDE »

IL MESSAGGIO DI MONSIGNOR MASSIMO CAMISASCA, VESCOVO DI REGGIO EMILIA, SULLA RINUNCIA DI BENEDETTO XVI

REGGIO EMILIA, 13 FEBBRAIO 2013 (ZENIT.ORG).

Riportiamo di seguito il messaggio diffuso da monsignor Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia, in occasione della rinuncia di papa Benedetto XVI.
***
La prima parola che voglio dire è di ringraziamento a Dio per averci concesso questo Papa, per averci donato la sua profondità intellettuale e spirituale, la sua finezza d’animo, la sua umiltà. Io personalmente devo molto a lui. Gli sono grato per l’affetto che ha sempre dimostrato per la mia persona.
L’annuncio delle dimissioni che il Papa ha dato questa mattina al concistoro dei Cardinali mi riempie di silenzio e di preghiera. Di silenzio perché sono consapevole di partecipare a un momento grande della storia della Chiesa. Essa infatti è segnata soprattutto dal rapporto di ogni uomo con Dio, dall’adesione alla sua volontà.
Il Papa, nella profondità della sua coscienza cristiana, ha percepito che rispondere oggi a Dio significava per lui ritirarsi. È una scelta drammatica e, nello stesso tempo – ne sono sicuro – apportatrice di pace per il suo animo credente. Esce così dalla scena del governo della Chiesa un grande Papa, che verrà ricordato per tante ragioni.
Alla morte di Giovanni Paolo II, dopo 27 anni di magistero incisivo e planetario, tutti ci chiedevamo: “Chi potrà succedere a un simile Papa? Chi potrà imprimere un suo stile dopo una tale altezza di presenza e di parola?” Benedetto XVI, con grande umiltà, ha saputo disegnare una sua linea di interpretazione del sommo pontificato. Una linea che è passata attraverso la catechesi. Egli verrà ricordato nei secoli, a mio parere, come un nuovo Leone Magno, un nuovo Gregorio Magno, un vescovo che ha saputo introdurre i cristiani in una visione profonda e sintetica dell’esperienza della Chiesa, mettendo al centro di essa la liturgia e la preghiera.
Benedetto XVI è stato un Papa che ha svelato la carità come contenuto della fede. Lo ha detto nel messaggio per la Quaresima e mostrato con questo suo ultimo atto di governo. Egli ha espresso ciò che è essenziale nel cristianesimo: il legame con la Tradizione, la centralità della liturgia, la necessità della grazia che salva, la superiorità della vita personale di fronte ad ogni burocrazia o sovrastruttura.
Nello stesso tempo egli ha parlato a tutti gli uomini, mostrando la grande stima che il cristianesimo ha della ragione umana e combattendo contro ogni riduzione di essa. Il Logos è il cuore del cristianesimo: è questo il principio che combatte ogni assolutizzazione politica della religione. Ha posto continuamente sul tappeto il tema della convivenza tra i popoli e le religioni.
Inizia ora un tempo di preghiera nella Chiesa, affinché sia concesso dallo Spirito di Dio un nuovo Papa che sappia continuare l’opera dei suoi predecessori con la santità che i papi del Novecento hanno saputo incarnare in modo così mirabile.

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