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III stazione – Gesù cade la prima volta sotto la croce

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LA CROCE UN APPELLO ALLA SEQUELA – DI MONS. BRUNO FORTE

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LA CROCE UN APPELLO ALLA SEQUELA

DI MONS. BRUNO FORTE

I cristiani sanno di dover vivere nel segno della croce le opere e i giorni del loro cammino. Sanno anche che nulla è più lontano dall’immagine del discepolo del Crocifisso che una Chiesa tranquilla e sicura, forte dei propri mezzi e delle proprie influenze.
La croce è il luogo in cui Dio parla nel silenzio: quel silenzio della finitudine uma­na, che è diventata per amore la sua finitudine. Il mistero ­nascosto nelle tenebre della croce è il mistero del dolore di Dio e del suo amore per gli uomini. L’un aspetto esige l’altro: il Dio cristiano soffre perché ama e ama in quanto soffre. Egli è il Dio che patisce con noi e per noi, che si dona fino al punto di uscire totalmente da sé nell’alienazione della mor­te, per accoglierci pienamente in sé nel dono della vita.
Nella morte di croce il Figlio è entrato nella ‘’fine” dell’uomo, nell’abisso della sua povertà, del suo dolore, della sua solitudine, della sua oscurità. E soltanto lì, bevendo l’amaro calice, ha fatto fino in fondo l’esperienza della nostra condizione uma­na: sulla via del dolore è diventato uomo fino alla possibilità estrema. Ma proprio così anche il Padre ha conosciuto il dolore: nell’ora della croce, men­tre il Figlio si offriva in incondizionata obbedienza a lui e in solidarietà con i peccatori, anche il Pa­dre ha fatto storia! Egli ha sofferto per l’Innocente consegnato ingiustamente alla morte: e tuttavia ha scelto di offrirlo, perché nell’umiltà e nell’ignominia della croce si rivelasse agli uomini l’amore trinita­rio di Dio per loro e la possibilità di divenirne partecipi. E lo Spirito, consegnato da Gesù morente al Padre suo, non è stato meno presente nel nascon­dimento di quell’ora: Spirito dell’estremo silenzio, egli è stato lo spazio divino della lacerazione dolo­rosa e amante, che si è consumata fra il Signore del cielo e della terra e colui che si è fatto peccato per noi, in modo che un varco si aprisse nell’abisso e ai poveri si schiudesse la via del Povero verso la pienezza della vita.

È SULLA VIA DELLA CROCE CHE TROVEREMO DIO
 Questa morte in Dio non significa in alcun modo la morte di Dio che “l’uomo folle” di Nietzsche va gridando sulle piazze del mondo: non esiste né mai esisterà un tempio dove si possa cantare nel­la verità il “Requiem aeternam Deo”! L’amore che lega l’Abbandonante all’Abbandonato, e in questi al mondo, vincerà la morte, nonostante l’apparen­te trionfo di questa. La sorprendente identità del Crocifisso e del Risorto mostra apertamente quan­to sulla croce è rivelato “sub contrario” e garantisce che quella fine è un nuovo inizio: il calice del­la passione di Dio si è colmato di una bevanda di vita, che sgorga e zampilla in eterno (cf. Gv 7,37-­39). Il frutto dell’albero amaro della croce è la gioiosa notizia di Pasqua: il Consolatore del Crocifisso viene effuso su ogni carne per essere il Conso­latore di tutti i crocefissi della storia e per rivelare nell’umiltà e nell’ignominia della croce, di tutte le croci della storia, la presenza corroborante e trasformante del Dio cristiano. In questo senso, la sofferenza divina rivelata sulla croce è veramente la buona novella: «Se gli uomini sapessero… – scrive Jacques Maritain – che Dio “soffre” con noi e molto più di noi di tutto il male che devasta la ter­ra, molte cose cambierebbero senza dubbio, e molte anime sarebbero liberate».
La “parola della croce” (1 Cor 1,18) chiama co­sì in maniera sorprendente il discepolo alla sequela: è sulla via della croce – nella povertà, nella de­bolezza, nel dolore e nella riprovazione del mondo – che troveremo Dio. Non gli splendori delle perfezioni terrene, ma precisamente il loro contrario, la piccolezza e l’ignominia, sono il luogo privilegiato della sua presenza fra noi, il deserto fiorito dove egli parla al nostro cuore. La perfezione del Dio cristiano si manifesta proprio nelle sofferenze, che per amore nostro egli assume: la finitudine del patire, la lacerazione del morire, la debolezza della povertà, la fatica e l’oscurità del domani, sono al­trettanti luoghi, dove egli mostra il suo amore, per­fetto fino alla consumazione totale. Nella vita di ogni creatura umana può ormai essere riconosciu­ta la croce del Dio vivo: nel soffrire diventa possibile aprirsi al Dio presente, che si offre con noi e per noi, e trasformare il dolore in amore, il soffrire in offrire.

EGLI VIVE CON NOI E IN NOI LE AGONIE DELLA VITA
Lo Spirito del Crocifisso opera il miracolo di questa rivelazione salvifica: egli è il Consolatore della passione del mondo, colui che proclama la verità della storia dei vinti, confondendo la storia dei vincitori. Egli vive con noi e in noi le agonie del­la vita, facendo presente nel nostro patire il patire del Figlio, e perciò aprendovi un’aurora di vita, rivelazione e dono del mistero di Dio. La “kènosi” dello Spirito nelle tenebre del tempo degli uomini non è che il frutto della “kènosi” del Verbo nella storia della passione e morte di Gesù di Nazaret, l’estrema conseguenza del più grande amore, che ha vinto e vincerà la morte.
La Chiesa e i singoli discepoli del Dio trinitario, che soffre per amore nostro, vengono allora a con­figu­rarsi come il popolo della “sequela crucis”, la comunità e il singolo sotto la croce: preceduti da Cristo nell’abisso della prova, attraverso cui si apre la via della vita, i cristiani sanno di dover vivere nel segno della croce le opere e i giorni del loro cam­mino. Nulla è più lontano dall’immagine del discepolo del Crocifisso che una Chiesa tranquilla e sicura, forte dei propri mezzi e delle proprie influenze: «La cristianità stabilita dove tutti sono cristiani, ma in interiorità segreta, non somiglia alla Chiesa militante più che il silenzio della morte all’eloquenza della passione» (Kier­kegaard). La Chiesa sotto la croce è il popolo di coloro che, con Cristo e nel suo Spirito, si sforzano di uscire da sé e di entrare nella via dolorosa dell’amore: una comunità di discepoli del Dio Crocifisso al servizio dei poveri, capace di confutare con la vita i falsi sapienti e potenti di questa terra. Una Chiesa sotto la croce dice anche una comunità feconda nel dolore dei suoi membri: la sequela del Nazareno, fonte di vita che vince la morte, esige di percorrere con lui l’oscuro cammino della passione: “Chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me” (Mt 10,38 e Lc 14,27).
Il discepolo dovrà dunque “completare nella sua carne quello che manca ai patimenti del Cristo” (Col 1,24): lo farà se riuscirà a portare la più pesante di tutte le croci, la croce del presente a cui il Padre lo chiama, credendo anche senza vedere, lottando e sperando, anche senza avvertire la germinazione dei frutti, nella solidarietà con tutti colo­ro che soffrono (cf. 1 Cor 15,26), nella comunione a Cristo, compagno e sostegno del patire umano, e nell’oblazione al Padre, che valorizza ogni nostro dolore. Questa croce del presente è il travaglio della fedeltà e insieme l’esperienza della persecuzione messa in atto dai “nemici della croce di Cristo” (Fil 3,18). La “via crucis” della fedeltà è fatta dalla lotta interiore e dalle agonie silenziose dei momenti di prova, di solitudine e di dubbio, ed è sostenuta dalla preghiera perseverante e tenace di una povertà che aspetta la misericordia del Padre: la stessa “via crucis” della fedeltà di Gesù, con la differenza che egli fu solo a percorrerla, mentre noi siamo preceduti e accompagnati da lui. Questa prossimità del Signore crocifisso ai sofferenti specialmente a quelli che si trovano nella fragilità della malattia è la buona novella che come discepoli siamo chiamati ad annunciare a tutti e sempre. La croce della persecuzione è invece la conseguenza dell’amore per la giustizia e della relativizzazione di ogni presunto assoluto mondano da parte dei discepoli del Crocifisso: la loro spe­ranza nel Regno che viene, li fa inquietanti verso le miopie di tutti i vincitori e i dominatori della storia. “Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi…E sarete odiati da tutti a causa del mio nome” (Mc 10,16.22; cf. 16ss).

Il Crocifisso si identifica con i crocifissi della storia
La Chiesa sotto la croce diventa così, per la sua stessa fame e sete del mondo nuovo di Dio e per la grazia di cui è strumento, il popolo che aiuta a portare la croce e che combatte le cause ini­que delle croci di tutti gli oppressi: essa si confron­ta con le prigionie di ogni sorta di legge e con le schiavitù di ogni sorta di potere, e, come il suo Si­gnore, si pone in alternativa umile e coraggiosa nei loro confronti. Il Crocifisso non esita a identificarsi con tutti i crocefissi della storia, fino al punto di poter riconoscere nell’altro bisognoso d’amore e di cura il sacramento di lui, il “sacramento del fratello”.
Chi ama il Crocifisso e lo segue, non può non sentirsi chiamato a lenire le croci di tutti coloro che sof­frono e ad abbatterne le cause inique con la parola e con la vita. La croce della liberazione dal peccato e dalla morte esige la liberazione da tutte le croci frutto di morte e di peccato: l’ imitatio Christi crucifixi non potrà mai essere accettazione passiva del male presente! Essa si consumerà, al contrario, nell’attiva dedizione alla causa del Regno che viene, che è anche impegno operoso e vigilante per fare del Calvario della terra un luogo di risurrezione, di giustizia e di vita piena. La compassione verso il Crocifisso si traduce nella compassione operosa verso le membra del suo corpo nel­la storia: per una Chiesa, che si dibatte nel proble­ma del rapporto fra la sua identità e la sua rilevanza, fra la fedeltà e la creatività audace, questo significa il riconoscimento della possibilità risolutrice. La Chiesa si ritroverà perdendosi, porrà la sua identità esattamente nel metterla al servizio degli altri, per ritrovarla all’unico livello degno dei segua­ci del Crocifisso: l’amore.
Essere cristiani, allora, non vorrà dire soltanto andare da Dio perché lui ci faccia compagnia nel­la nostra solitudine, cercando in lui consolazione e pace: il cristiano va dal Dio sofferente anche per fargli compagnia nel suo dolore. È quello che hanno insegnato i mistici.
Al discepolo, cha fa compagnia al suo Signore schiacciato sotto il peso della cro­ce, è rivolta però la parola della promessa, dischiusa nella risurrezione, contraddizione di tutte le croci della storia: parola di consolazione e di impegno, che ha sostenuto già la vita, il dolore e la morte di tutti quanti ci hanno preceduto nel combatti­mento della fede. “Infatti, come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione” (2 Cor 1,5). “Siamo tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; persegui­tati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi; portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si ma­nifesti nel nostro corpo” (2 Cor 4,8-10). In colui che si sforza di vivere così, la Croce di Cristo non è stata resa vana (cf. 1 Cor 1,17): in lui si manifesterà anche la vittoria dell’Umile, che ha vinto il mondo (cf. Gv 16,33), quella vittoria promessa dal Vangelo della sofferenza di Dio, sorgente di forza cui si appella e potrà sempre appellarsi l’invocazione della fede pellegrina nel tempo.

QUARESIMA DI TRANSIZIONE: LA RINUNCIA DI BENEDETTO XVI È UNA DECISIONE DI GRANDE IMPORTANZA PER LA VITA DELLA CHIESA

http://www.zenit.org/it/articles/quaresima-di-transizione

QUARESIMA DI TRANSIZIONE

LA RINUNCIA DI BENEDETTO XVI È UNA DECISIONE DI GRANDE IMPORTANZA PER LA VITA DELLA CHIESA

ROMA, 12 FEBBRAIO 2013 (ZENIT.ORG). GIUSEPPE ADERNÒ

La notizia delle dimissioni del Santo Padre ha sconvolto, quasi un fulmine a ciel sereno, tutto il mondo cattolico e politico. Non era mai capitato e non era neanche immaginabile che potesse esistere un “papa emerito”.
La quaresima che inizia sarà una prolungata pausa di riflessione e di cambiamento nella Chiesa e le forti innovazioni come questa produrrà un effetto d’urto del quale non si possono prevedere le conseguenze.
Il numero speciale di Zenit dell’11 febbraio, storica ricorrenza dei Patti Lateranensi e festa della Madonna di Lourdes che ha annunciato la notizia delle dimissioni del Papa, con il titolo rinuncia al ministero petrino ha collocato come aforisma del giorno l’espressione di Thomas Mann: “Fermezza di fronte al destino, grazia nella sofferenza, non vuol dire semplicemente subire: è un’azione attiva, un trionfo positivo”.
Quella di Benedetto XVI è stata una “decisione di grande importanza per la vita della Chiesa”. Le mie forze, per l’età avanzata non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino.
L’opinione pubblica appare divisa nel registrare che alcuni apprezzano il gesto di umiltà e di coraggio che dovrebbe essere fatto anche dai tanti politici che non vogliono lasciare la loro poltrona, da altri letto con sospetto immaginando congiure, costrizioni, complotti e manovre segreti e da altri ancora con sfiducia nel non vedere ferma e salda la nave di Pietro ed il capitano che scende dalla nave e si dimette dall’incarico evocando un gesto di abbandono, incerta testimonianza e mancanza di fede nello Spirito Santo, che guida e protegge la Chiesa in particolare in questo speciale Anno della Fede.
Chiedersi il perché è legittimo e le risposte, ancorché numerose, restano pur sempre incomplete e inadeguate, specie seguendo la logica umana.
Il dado è tratto, la notizia che ha fatto il giro del mondo in poche ore ha tracciato un solco profondo nella vita della Chiesa monolitica e adamantina.
Ora si rileggono gli otto anni del Pontificato del Papa Teologo, Magister veritatis, che ha saputo risolvere con la saggezza della razionalità questioni scabrose e delicate della vita della Chiesa e dei cristiani coinvolti.
Sono stati anni difficili e carichi di complessità che hanno vista la Chiesa in dialogo con la società contemporanea intrisa di relativismo, di profonda crisi di valori e di economia sempre più fragile e insicura.
La complessa questione dei matrimoni omosessuali, fenomeno che si allarga a macchia d’olio in diverse Nazioni costituisce uno dei punti caldi e delicati dalla morale cristiana.
La consapevolezza del venir meno delle forze per amministrare “bene” la Chiesa ha sollecitato questo gesto che passa alla storia come lezione non del “gran rifiuto” nella memoria di Celestino V, bensì dell’umiltà e della responsabilità che si rapporta anche alle forze fisiche e all’età.
La dimensione temporale del “Sì” pronunziato al termine del Conclave del 19 aprile del 2005, costituisce una novità nella cultura della fedeltà fino alla morte, che non ha mai consentito a nessuno scrivere la parola “fine” per propria volontà.
Nel Codice di Diritto Canonico al n. 332  al secondo paragrafo è descritta la norma delle dimissioni ed il gesto di Benedetto XVI viene considerato come “esempio di grande coraggio” e di  “profonda libertà interiore”, in risposta ad una legge spirituale intima e personale.
E’ stato inoltre annunciato che il Papa continuerà a dare le sue magistrali lezioni di saggezza e di santità ed il corale grazie che si eleva da ogni parte del mondo, mentre Egli è ancora in vita, costituisce un insolito nella storia ordinaria.
Diciamo anche noi Grazie Benedetto XVI per tutti i doni e gli insegnamenti che ci hai trasmesso e come non si perde la memoria del proprio maestro, rimarranno sempre vivi gli insegnamenti saggi e razionali di Joseph Ratzinger, maestro del buon governo.
Egli è stato ed è “Un dono per tutta la Chiesa – ha scritto il portavoce vaticano Padre Lombardi  in occasione del 60° anniversario dell’ordinazione sacerdotale di Benedetto XVI – e in particolare per tutti i sacerdoti, a cui giustamente non si stanca di ricordare, con la sua parola e soprattutto il suo esempio, che il rapporto personale con Gesù – l’amico – è la sorgente permanente della vitalità e della fecondità della loro chiamata e del loro servizio”.
Il cammino paziente che ha accompagnato Papa Ratzinger dal giorno della sua ordinazione sacerdotale (29 giugno 1951) in una Germania distrutta dalla guerra, con un’economia in crisi e una diffusa povertà materiale e spirituale, ‘sotto il sole e la pioggia, nella serenità e nella difficoltà, nelle diverse fasi della purificazione e della prova, come anche nella gioia evangelica’ e lo ha portato all’inaspettata elezione al soglio di Pietro, è stato segnato da numerosi cambiamenti anche nello stile di relazione e di comunicazione, ma è rimasta intatta la fedeltà del Signore, che è lo stesso ieri, oggi e sempre. “Con il suo aiuto andiamo avanti”.
Nella Quaresima che ci accompagna con il sacrificio penitenziale e la preghiera alla Pasqua radiosa  si fa ancor più intenso il bisogno di pregare per la Chiesa perché il Signore la sostenga in questo momento di indubbia difficoltà e di fronte ad un evento così straordinario.

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