Archive pour le 8 février, 2013

Angel and Isaiah the Prophet Unclean Lips

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http://seashoremary.wordpress.com/2012/11/10/woe-to-self/

Publié dans:immagini sacre |on 8 février, 2013 |Pas de commentaires »

ISAIA 6,1-8 (commento a)

http://www.monte-tabor.net/pdf/catechesi%208%20isaia%206,1-8.pdf

(Stagione 2007-07 )

Catechesi 8

ISAIA 6,1-8

Abramo, Mosè, Samuele, Isaia, Geremia, Ezechiele, gli Apostoli, Paolo di Tarso sono dei chiamati e bisogna sempre tornare ai grandi racconti biblici della loro vocazione se si vuol comprendere la forza e il senso di una chiamata. Non mediteremo mai abbastanza questa pagina folgorante che ci trasmette il libro di Isaia. Siamo verso il 740 a.C., in piena cerimonia al tempio: qui il profeta è colto dalla grandezza di Dio che supera ogni creatura (c’è un trono elevato, simbolo della divinità e regalità celeste;
il manto di Dio riempie il tempio: è la presenza dimorante di Dio, come l’incenso sul fuoco che riempie l’ambiente circostante con una nuvola di fumo – vedi v. 4).I Serafini sono esseri di fuoco che circondano Dio (il loro nome significa esseri brucianti,
ardenti: sono esseri celesti con ali e forma umana). Isaia è il primo nella Bibbia che li mette in relazione con Jahvè (già si parla di angeli in Esodo 25: esseri celesti che sono sopra l’Arca dell’alleanza e in Ezechiele sono attorno al carro di Dio, ma in entrambi i passi sono chiamatiCherubini). Questi Serafini circondano Dio senza riuscire a sostenere il fulgore del suo mistero, si dice infatti che si coprivano la faccia (come anche Mosè ed Elia di fronte alla manifestazione di Dio: vedi Es 3 e 1 Re 19). A questo punto risuona la grande acclamazione al Dio degli eserciti: Santo, Santo, Santo (in altre parole Dio è tre volte Santo: è un superlativo assoluto e indica che la santità di Dio è infinita, insuperabile). Il Signore degli eserciti: significa il Signore di tutte le creature, di tutto l’universo, del firmamento (l’esercito celeste), in un secondo tempo la parola eserciti indicò gli eserciti armati, le schiere d’Israele. Tutta la terra è piena della sua gloria: la gloria di Dio è lo splendore della sua presenza misteriosa e attiva che riempie l’universo (vedi anche Ap 4,2 e il Santo della Messa). La rivelazione di Dio è per Isaia inesprimibile, infattiegli usa le parole comuni delle manifestazioni divine (l’acclamazione, il terremoto, il fumo) e qualche immagine presa dallo splendore delle corti orientali (trono, manto, serafini). Tuttavia al di là delle parole si intuisce qualche cosa di grande e sublime. Vibravano gli stipiti delle porte alla voce di colui che gridava: il terremoto indica una manifestazione di Dio e della sua potenza; i Serafini proclamano all’unisono (infatti si dice: alla voce di colui che gridava) la gloria splendente di Dio. Il tempio si riempiva di fumo: è la nuvola della presenza di Dio, della sua gloria. Vediamo questa nuvola nella tenda del Convegno costruita da Mosè, durante il viaggio nel deserto
per accompagnare il cammino d’Israele e nel tempio di Salomone. La nuvola indica anche lo Spirito Santo come dice S. Paolo in 1 Cor 10,1-2. Ohimé! Io sono perduto, eppure i miei occhi hanno visto il Re, il Signore degli eserciti: l’uomo peccatore si sente perduto di fronte alla Santità di Dio (è il timore riverenziale provato di fronte a Dio da Mosè, Elia, Pietro dopo la pesca miracolosa), si trova come indifeso, perduto, davanti alla rivelazione di Dio (Nessuno può vedere Dio!). Nell’istante stesso in cui il profeta sperimenta la grandezza e la santità di Dio, è invaso dal sentimento di essere solamente peccato. Dio interviene con il suo fuoco santo per purificare il profeta (il quale è la bocca di Dio, quindi deve essere puro): un serafino tocca le labbra col carbone ardente (le labbra, la bocca indicano anche tutta la persona). Il fuoco indica la Croce che ci purifica e ci rinnova, come anche lo Spirito Santo. In questa scena c’è un richiamo ai riti del Battesimo: il celebrante fa un segno di croce sulle orecchie e sulle labbra perché il battezzando possa ascoltare Dio e rispondere alla sua voce (c’è una analogia con la guarigione del sordomuto, quando Gesù gli disse: « Effatà » cioè « Apriti »). Udii la voce del Signore che diceva: « Chi manderò e chi andrà per noi? ». Noi è un plurale di
maestà, alcuni commentatori vedono qui un accenno alla Trinità. Il profeta risponde: « Eccomi, manda me! »: prontezza, disponibilità, consegna, resa (è come dire: « Fa’ di me quello che vuoi » o « Sia fatta la tua volontà »). Isaia dimostra decisione, al contrario di Mosè e Geremia che tentennarono quando furono chiamati. Con la domanda di Jahvè c’è la chiamata e poi la missione
(Va’ e riferisci a questo popolo).pag.1Dio vuole aver bisogno dell’uomo per compiere il suo progetto di salvezza. La sua chiamata
purifica e prepara colui che è scelto. D’ora in poi Isaia sarà un altro uomo, non sarà mai più lo stesso (cfr. Giacobbe che zoppica, Mosè diventato umile, ecc.), investito della missione di rimproverare i suoi compatrioti che chiudono gli occhi e gli orecchi a Dio e alla sua legge. Soltanto quando il popolo decimato avrà perso ogni illusione e ogni appoggio umano, dal piccolo gruppo dei sopravvissuti (il resto d’Israele) potrà nascere la salvezza che viene da Dio. Come sempre nel corso della storia umana Dio non ha bisogno della nostra forza, degli sforzi umani per agire con potenza (cfr. Zc 4,6 e 2 Cor 12,9-10).In certi giorni la cecità dell’uomo (quindi anche la nostra cecità) sembra essere senza rimedio: è il momento in cui tocca al profeta parlare, è il tempo in cui Dio fa udire la sua voce per mezzo dei suoi servi i profeti (allora come oggi). Questo racconto della vocazione di Isaia (che andrebbe all’inizio del libro, come anche per Ezechiele: forse per indicare che Dio si rivela progressivamente) è l’introduzione ai capitoli 7 – 12, che sono denominati il Libretto dell’Emmanuele (cioè della vicinanza e della presenza di Dio in mezzo al suo popolo attraverso il Messia); in questi capitoli c’è l’essenza del messaggio di Isaia. Non dobbiamo temere, Dio è con noi sempre, Gesù ce l’ha promesso, importante è che noi rispondiamo ai suoi inviti con un generoso: « Eccomi, manda me! ». Scrivi una preghiera personale nella quale ti rivolgi al Padre celeste e gli chiedi, nel Nome di Gesù e con la potenza dello Spirito Santo, di rivelarti la sua manifesta
presenza che trasformi la tua vita a lode della sua gloria. Inoltre offri a Lui la tua disponibilità nell’accogliere la sua volontà e le missioni che ti affida per la salvezza dei fratelli.

Passi biblici complementari:
Sal 24 Chi salirà il monte del Signore?
Ap 4,6-11 L’adorazione celeste davanti al trono di Dio

OMELIA (10-02-2013): DIO RIEMPIE LE RETI DELLA NOSTRA VITA

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/27567.html

OMELIA (10-02-2013)

PADRE ERMES RONCHI

DIO RIEMPIE LE RETI DELLA NOSTRA VITA

Quattro pescatori so­no lanciati in un’av­ventura più grande di loro: pescare per la vita. Pescare produce la mor­te dei pesci. Ma per gli uo­mini non è così: pescare si­gnifica «catturare vivi», è il verbo usato nella Bibbia per indicare coloro che in una battaglia sono salvati dalla morte e lasciati in vita (Gs 2,13; 6,25. 2 Sam 8,2). Nella battaglia per la vita l’uomo sarà salvato, protetto dall’a­bisso dove rischia di cadere, portato alla luce.
«Sarai pescatore di uomini»: li raccoglierai da quel fondo dove credono di vivere e non vivono; mostrerai loro che sono fatti per un altro respi­ro, un altro cielo, un’altra vi­ta! Raccoglierai per la vita.
Gesù sale anche sulla mia barca, non importa se è vuo­ta e l’ho tirata in secco, e di­ce anche a me: Vuoi mettere a disposizione la tua barca, la barca della tua vita? c’è u­na missione per te. Quella stessa di Pietro, che è per tut­ti, non solo per preti o suore: se pescare non significa da­re la morte, ma portare a vi­vere meglio, con più respiro e luce, portare a galla la per­sona da quel fondo limac­cioso, triste, senza speranza, in cui vive, allora in questa nostra «epoca delle passioni tristi» un grande lavoro è da compiere. Non noi però, ma lo Spirito di Dio.
Sulla tua parola getterò le re­ti. Che cosa spinge Pietro a fidarsi? Non ci sono discorsi sulla barca, ma sguardi: per Gesù guardare una persona e amarla era la stessa cosa. Pietro in quegli occhi ha vi­sto l’amore per lui. Si è sen­tito amato, sente che la sua vita è al sicuro accanto a Ge­sù, crede nella forza dell’a­more che ha visto, e si fida.
E le reti si riempiono. Simo­ne, davanti a questa potenza e mistero, ha paura: allonta­nati da me, perché sono un peccatore. E Gesù ha una rea­zione bellissima: trasporta Simone su di un piano total­mente diverso. Non si inte­ressa dei suoi peccati; ha u­na sovrana indifferenza per il passato di Simone, pronuncia parole che creano fu­turo: Non temere. Tu sarai pe­scatore, donerai vita.
Mi incantano la delicatezza e la sapienza con le quali il Si­gnore Gesù si rivolge a Si­mone, e in lui a tutti:
- lo pregò di scostarsi da riva: Gesù prega Simone, non si impone mai;
- non temere: Dio viene co­me coraggio di vita; libera dalla paura, paralisi del cuo­re;­
- tu sarai: Tu donerai vita. Ge­sù intuisce in me fioriture di domani; per lui nessun uo­mo coincide con i suoi falli­menti, bensì con le sue po­tenzialità.
Tre parole con cui Gesù, maestro di umanità, rilancia la vita: delicatezza, coraggio, futuro.
Lasciarono tutto e lo seguiro­no. Senza neppure chiedersi dove li condurrà. Sono i «fu­turi di cuore». Vanno dietro a lui e vanno verso l’uomo, quella doppia direzione che sola conduce al cuore della vita.

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