Archive pour le 5 février, 2013

The Ark of Covenant, Byzantine Apse mosaic (c 850)

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« La pace è un divenire che Gesù fa diventare beatitudine » – Messaggio del Custode di Terra Santa per la Giornata della Pace 2013

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« La pace è un divenire che Gesù fa diventare beatitudine »

Messaggio del Custode di Terra Santa per la Giornata della Pace 2013

Gerusalemme, 27 Gennaio 2013 (Zenit.org).

Proponiamo di seguito il messaggio del Custode di Terra Santa, Fra Pierbattista Pizzaballa OFM, per la Giornata della Pace 2013.
***
La parola “pace” attraversa tutto il Vangelo: eterna novità di vita per gli uomini di tutti i tempi, la pace ne costituisce un filo conduttore che partendo dall’annuncio della nascita di Gesù Cristo, ne svela il dono per l’umanità amata da Dio: Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama. Dono reale, concreto, frutto di una giustizia che ha la sua radice nel riconoscimento e rispetto dei diritti dell’uomo. Dice il Papa nel suo messaggio per la Giornata Mondiale per la Pace 2013: Il desiderio di pace corrisponde ad un principio morale fondamentale, ossia, al dovere-diritto di uno sviluppo integrale, sociale, comunitario, e ciò fa parte del disegno di Dio sull’uomo.
Realtà e promessa, la pace è un divenire che Gesù fa diventare beatitudine: Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Un riconoscimento “postumo” che forse ci aiuta a operare delle distinzioni fra tutto ciò che chiamiamo “pace”. (In Lc e in Mt, Beati i poveri… perché di essi è il regno dei cieli – e in Mt: beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli). Se, come dice il Papa: La beatitudine consiste nell’adempimento di una promessa rivolta a tutti coloro che si lasciano guidare dalle esigenze della verità, della giustizia e dell’amore, non si può non sottolineare che la “giustizia” della quale è figlia la pace è cosa ardua, che deve mettere in conto la fatica e la persecuzione.
Una delle più ardue difficoltà che si incontrano a parlare di Gerusalemme è la domanda di “giudizio” su una situazione che la vede capitale di un Medio Oriente che patisce violenza, anzi, che sembra avvinto, compenetrato, quasi “abituato” a vivere nella sofferenza. E qui io penso ci sia un argomento che può aiutarci a vivere questa Giornata che, ormai tradizionale, può darsi oggi una tappa importante, una “giusta” partenza per pregare per la pace. Non dobbiamo giudicare, o – ma è un imperativo – dobbiamo giudicare “con pietà”. Il che vuol dire che prima di pregare, nel nostro cuore, ci deve essere una sincera, profonda e ragionata empatia verso questa situazione di sofferenza, verso tutte le persone coinvolte, verso l’una e l’altra parte. Questo non è disconoscere la verità, ma situarci nella verità del nostro essere cristiani, del nostro trovarci – volerci trovare, a parlare con Dio presentandogli il nostro desiderio di pace. La com-passione, la misericordia, il dovere imprescindibile del perdono (per-dono: dono che si riceve, dono che si offre, dono che si deve offrire per primi in quanto cristiani), devono essere “prima” della nostra preghiera, esserne la base che la genera, che ci unisce, che la farà diventare ascoltata e fruttuosa. Da questi sentimenti, da questa profonda empatia verso Gerusalemme, deve nascere la nostra preghiera.
Allora la nostra sarà una preghiera nella verità, nella giustizia e nell’amore: perché sapremo pregare per Gerusalemme così com’è, accettandone la realtà di oggi, sapremo pregare per Gerusalemme senza pregiudizi o faziosità, senza dannosi idealismi. Sapremo amarla senza paura, senza esclusioni, senza divisioni. Pregheremo perché Dio la faccia capace di accogliere il dono della pace come balsamo sulle sue ferite, come amorevole sollecitudine verso ogni suo abitante, come compassione verso le loro sofferenze, come perdono e misericordia che la faranno capace di speranza e di futuro. Sapremo amarla col cuore sgombro da ogni giudizio, libero, forte di quell’amore che fa posto nel cuore e nella mente alla preghiera per i propri nemici, sapremo pregare per la pace a Gerusalemme pensandola prediletta dall’amore di Dio, Padre di misericordia che ci ama, oggi, così come siamo.
Pace è il saluto di Cristo, il suo rivolgersi agli apostoli negli incontri dopo la risurrezione: ed è a questo rinnovato e costante dono della pace che dobbiamo rendere omaggio oggi, facendolo scendere nelle nostre coscienze, lasciandosi educare dalle sue esigenze, lasciando che converta i nostri cuori, perché in noi e attorno a noi, nelle nostre città e a Gerusalemme, ci sia pace. 

(27 Gennaio 2013)

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Il pellegrinaggio della mente!

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Il pellegrinaggio della mente!

Quando la coscienza tace o si allenta, l’uomo muore

Roma, 02 Febbraio 2013 (Zenit.org).

Abramo non si fermò mai. Visse in un pellegrinaggio perenne, perché tale è la Parola del Signore. Noi siamo statici, chiusi nel nostro acquisito e soprattutto ancorati a delle certezze materiali, che sempre di più si dimostrano evanescenti e rarefatte. Viviamo in una società che di sicuro non ha nulla, perché l’uomo ha pensato di poter sovrastare il creato con la sua forza e la sua intelligenza, piegandolo ai suoi interessi, anche illegittimi. Tutto è possibile all’uomo se ascolta la voce del Signore e non turba l’armonia della vita, così come è stata concepita per il benessere degli uomini. In questi ultimi anni, tra disastri naturali e disastri economici e ambientali, praticati dell’uomo, l’umanità è diventata sempre di più incerta. Noi non conosciamo il pellegrinaggio della nostra mente verso il cielo. Ci fermiamo alle nostre illusioni e scordiamo che l’uomo senza Dio si trova sempre con il cuore duramente insoddisfatto.
Il vangelo di Luca ci insegna, però, che Dio invita tutti al suo “banchetto divino”, nessuno escluso. L’uomo, comunque, legato ai suoi beni e alle sue opere terrene non capisce l’importanza di quell’invito e si prende anche il lusso di rifiutare. “All’ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: “Venite, è pronto”. Ma tutti, uno dopo l’altro, cominciarono a scusarsi. Il primo gli disse: “Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego di scusarmi”. Un altro disse: “Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego di scusarmi”. Un altro disse: “Mi sono appena sposato e perciò non posso venire”. Gli invitati hanno altre cose più importanti da fare. Invece che scegliere l’eternità con Dio, l’uomo preferisce pochi attimi di tempo con se stesso e con le sue cose. Questa è vera stoltezza ed insipienza. Ma il banchetto non può rimanere senza commensali e il Signore manda i servi ad invitare chiunque si trovi in mezzo la strada o nei luoghi più nascosti, perché il dono della salvezza non può essere negato ad alcuno. Siamo noi che decidiamo di farlo nostro o tenerci lontano dal  suo valore eterno. Il brano evangelico di Luca continua: “Allora il padrone di casa, adirato, disse al servo: “Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi”. Il servo disse: “Signore, è stato fatto come hai ordinato, ma c’è ancora posto”. Il padrone allora disse al servo: “Esci per le strade e lungo le siepi e costringili ad entrare, perché la mia casa si riempia. Perché io vi dico: nessuno di quelli che erano stati invitati gusterà la mia cena”.
 Siamo noi cristiani che oggi dobbiamo invitare l’uomo, perché accolga l’invito ad entrare nel regno di Dio. Ma spesse volte, proprio noi, ci comportiamo, come se fossimo “menomati” nello spirito. Siamo sordi,  ciechi, zoppi, muti, pigri, addirittura dimostriamo di essere falsi apostoli e falsi missionari, quando proclamiamo che si possa entrare nella sala del convito eterno, senza neanche rispondere all’invito durante la vita terrena. Si forza la verità del Signore e si rischia, con questo tipo d’insegnamento, di notificare al mondo, che tutto il Vangelo è cosa inutile. Il pericolo c’è! La verità di Cristo, che è del Padre, non può essere mescolata con la stoltezza umana. Questa si serve di un relativismo strisciante, per mettere a tacere la propria interiorità. Quando la coscienza tace o si allenta, l’uomo muore, anche se luccica nell’oro. Rifiuta così l’invito del Signore e sconfessa la sua missione naturale, interrompendo il pellegrinaggio della mente nella Parola. Si priva della sicurezza di Dio, per governare le illusioni terrene.

Riprenda l’uomo il cammino di Abramo! Sarà tempo di una nuova primavera per tutta l’umanità.

* Egidio Chiarella, pubblicista-giornalista, collabora con il Ministero dell’Istruzione, a Roma. E’ stato docente di ruolo di Lettere presso vari istituti secondari di I e II grado a Lamezia Terme (Calabria). Dal 1999 al 2010 è stato anche Consigliere della Regione Calabria. Ha conseguito la laurea in Materie Letterarie con una tesi sulla Storia delle Tradizioni popolari presso l’Università degli Studi di Messina (Sicilia). E’ autore del romanzo La nuova primavera dei giovani.

Chi volesse contattarlo può scrivere al seguente indirizzo email: egidio.chiarella@libero.it

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