Archive pour le 4 février, 2013

HOLY MARY

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L’ISTORIA DEI DUE CIECHI SANATI DA NOSTRO SIGNORE – SAN CARLO BORROMEO

http://www.atma-o-jibon.org/italiano6/letture_patristiche_o.htm#«QUANDO VERRÒ E VEDRÒ IL VOLTO DI DIO?»

L’ISTORIA DEI DUE CIECHI SANATI DA NOSTRO SIGNORE

SAN CARLO BORROMEO *

Carlo Borromeo (1538-1584) resse per 24 anni, in tempi difficili di divisioni e di scismi, la diocesi di Milano. A lui si deve l’istituzione dei seminari per la formazione degli aspiranti al sacerdozio. Pastore zelantissimo e infaticabile, percorse e ripercorse la vastissima zona affidata alle sue cure, riaffermando la disciplina ecclesiastica, consolidando il senso liturgico e conservando la morale cattolica. Quando il flagello della peste invase e tormentò la Lombardia, la carità del santo fu inesauribile. Simbolo del suo ardente zelo per il bene delle anime a lui affidate, la pagina che segue manifesta la sua umiltà e il senso del concreto, che contraddistinsero la sua personalità e il suo ufficio pastorale.

Abbiamo un’istoria bellissima, molto accomodata al bisogno nostro: l’istoria di que’ due ciechi che furono, come recita il santo evangelo, sanati da nostro Signore, nell’uscir di Gerico per andare a Gerusalemme, vicino al tempo della sua passione. Erano poveri mendichi, che stavano per la via mendicando, e furono illuminati dal Signore: e non solo illuminati negli occhi esteriori, ma negl’interiori ancora; non solo sanati nel corpo, ma nell’anima insieme. E’ per esempio questo molto accomodato al bisogno nostro e di molto ammaestramento, che siccome siamo simili nella mendicità, così siamo nel di mandare aiuto, in chieder la luce. E uno dei primi e più efficaci mezzi coi quali abbiamo da impetrarla è conoscere il bisogno che ne abbiamo; conoscere, dico, quanto ne siamo privi, in quanta mendicità e cecità siamo involti e quanto all’anima e quanto al corpo. Tutta la vita nostra è un continuo mendicare; né vi è cosa più povera e mendica dell’uomo…
Da tutti abbiamo bisogno, in ogni cosa siamo mendichi, parlando poi anche del solo corpo. Che, quanto all’anima, oh che mendicità ed estrema povertà! Di continuo ci bisogna dimandar lume, cognizione, grazia, buona volontà, fortezza, quel che è peggio, non curiamo di questa povertà nostra, né studiamo di conoscerla; e guai a quell’anima che non conosce se stessa. E’ in cattivo stato quell’anima, in cattivo stato. E può aver maggior superbia che presumere di se stessa? che attribuire alla virtù sua le opere che fa? Chi è quella, che abbia almeno un poco di ragione, che si voglia gloriare nelle forze sue e nel giudizio suo?.. Se entrassimo bene nell’interior nostro e penetrassimo bene sino al fondo, ah quante macchie, quanti peccati occulti! come bene ci conosceremmo ciechi, poveri e mendichi!
Questa cognizione è utilissima; ed io l’ho non solo per preparazione molto degna all’orazione, ma per mezzo molto efficace per impetrare quanto in essa dimandiamo. Conviene metterci avanti al Signor Dio, scoprirgli la viltà nostra, le piaghe nostre, le miserie nostre, la cecità nostra, la povertà e mendicità nostra. I ciechi erano poveri mendichi, stavano per le vie accattando ed in questa loro mendicità ottennero la sanità. Né in ciò siamo noi da loro differenti, poiché oltre la povertà simile, stiamo in questo mondo che è una via e siamo di continuo viandanti e pellegrini fin che in esso permaniamo.
Non manca a noi la turba, che, come a quelli, ci insegni il Signore. Poiché, oltre le continue voci dei predicatori e delle Scritture sacre, tutte queste cose create sono turbe che ce lo insegnano: e campi, e fiori, e arbori, e uccelli, ed acque, e sale, e stelle, tutte ci insegnano il Signore; per tutto egli passeggia; in tutto ci si scopre l’amore, la potenza e la sapienza sua. Ma notate che quella stessa turba, che insegnò il Signore ai ciechi, la stessa dico, vietava loro che non dimandassero la sanità. Il che avviene a noi, e molte volte, quando affezionandoci troppo a queste cose, create pur per servizio nostro, le godiamo con troppo senso e ne siamo ingrati al Signor Dio, di modo tale che di quelle cose, che ci sono date per istrumenta di maggiar virtù, ce ne serviamo di maniera che ci si convertono in occasione di far male… Ma non per questo abbiamo da impaurirsi a desistere dall’opera nostra. Né per quella si ritirarono i ciechi, anzi più ingagliardivano le voci: Signore, figlio di Davide, abbi pietà di noi (ML 9, 27).

* Parole di San Carlo ai Milanesi: dai «Sermoni familiari ». Convento dei Servi in San Carlo – Milano 1965 – pp. 25-28.

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IN RELAZIONE CON L’ASSOLUTAMENTE ALTRO: ELOGIO DELLA PREGHIERA – MICHEL QUESNEL

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MICHEL QUESNEL

LA SAGGEZZA CRISTIANA ARTE DEL VIVERE

IN RELAZIONE CON L’ASSOLUTAMENTE ALTRO

ELOGIO DELLA PREGHIERA

Quando parliamo di preghiera dobbiamo cominciare con l’illustrare ciò di cui non parliamo. Perché ci sono mille ed uno modi di pregare e chi ne parla è per forza condizionato dalla forma di preghiera alla quale egli stesso tiene di più, quella che lo fa vivere e lo nutre. Ciò non implica che le altre forme non rivestano interesse per lui, che le disprezzi o che non le pratichi; soltanto, gli sono meno essenziali. Tenendo conto di questo, non parleremo qui della preghiera comunitaria o liturgica, né del rosario, né del breviario, ma della preghiera solitaria e silenziosa, cuore a cuore con Dio. Alcuni la definiscono meditazione, altri orazione mentale. Manteniamo il termine preghiera, che è meno tecnico e più dinamico.
In alcune famiglie cristiane, quando un bambino va a dormire, i genitori gli ricordano: « Non dimenticare di recitare la tua preghiera ». Gli ricordano un’attività importante, ma con parole maldestre: non sono io che recito la preghiera, è piuttosto la preghiera che si dispiega in me; e non è la mia preghiera, perché non mi appartiene. Un dirigente superiore molto occupato, che aveva conservato fin dall’ infanzia la buona abitudine di non addormentarsi senza mettersi in presenza di Dio, chiamava questo momento, per lui indispensabile, « il mio quarto d’ora di umiltà ». L’espressione è semplice e felice. Esprime una dimensione fondamentale della preghiera, questo tempo più o meno lungo regalato a Dio, che mette le cose alloro posto. Dio è Dio (« nome di Dio! » aggiungerebbe Maurice Clavel) (3), io sono io e non sono che me stesso, gli altri sono gli altri. Se non mi prendo regolarmente del tempo affinché questi tre poli siano posizionati ciascuno in rapporto agli altri due, la mia vita non può che andare alla deriva: nel falso misticismo, se ipertrofizzo il posto di Dio; nell’orgoglio, se amplifico il mio; in un’anarchica oblazione, se è il servizio al prossimo ad occupare tutto il paesaggio. « L’uomo che non prega è un animale senza ragione », amava dire san Filippo Neri. Pregare è proprio dell’uomo più ancora che ridere; integrando la preghiera alla vita, la persona umana accede a un surplus di umanità.
Fra il prossimo, Dio e me stesso, è evidentemente Dio colui che più vive e più ama. Pregare, allora, significa semplicemente lasciarlo agire e ricevere umilmente ciò che mi dona. La mia partecipazione può essere soltanto minima; consiste essenzialmente nel tempo che impiego a non fare altro, il che è già molto, visto che, da buon cittadino del XXI secolo, di solito rincorro minuti preziosi. lo mi offro, e Dio agisce. Che cosa faccio, concretamente, in questo tempo? Nulla di eccezionale: sono disponibile. Per quanto tempo? Per un tempo significativo… Almeno quanto ne consacro ogni giorno ad informarmi sull’ attualità; se pretendo che Dio sia importante per me, deve essere il primo ad essere servito. Altrimenti mi inganno. Regalandogli il mio tempo, mi privo di una parte di vita che potrei dedicare all’azione, è vero; la preghiera non è priva di rapporto con la morte. Forse questo spiega in parte le reticenze che ho a dedicarle del tempo…
Se sottolineiamo in questo modo la dimensione del rendersi disponibili, non è illusorio il rischio che l’attenzione si disperda. Chiamiamo questa eventualità distrazione. Che è normale, che esprime il ritornare in superficie della mia vita. Esistono dei metodi per concentrarmi di più. Non è inutile un’immagine: un bel paesaggio dinanzi agli occhi se sono all’aperto; un crocifisso, un’icona, un lume, un poco d’incenso se sono in luogo chiuso. E poiché il Dio vivente ha avuto la buona idea di parlare agli uomini attraverso la Bibbia, è normale che essa divenga un supporto abituale alla mia preghiera. Ciascuno deve trovare i mezzi che più gli si addicono. Questi non rimangono in genere gli stessi a mano a mano che la vita si evolve. Il modo di pregare cambia con l’età. Non abbiamo mai finito di imparare a pregare, e in questo stanno il fascino e la perpetua novità della preghiera.
I maestri spirituali distinguono, nell’ orazione mentale, un susseguirsi di tempi: il raccoglimento, la lettura, la meditazione, l’adorazione. Lista che somiglia a un bell’ideale: spiriti ben disciplinati vi si ritrovano, ma altri ci vedono uno schema troppo rigido. Senza dubbio è più realistico porre l’accento su alcuni fondamentali atteggiamenti di preghiera, che si concatenano come possono in relazione a ciò che stiamo vivendo. È opportuno fare attenzione, nel lungo termine, a non dimenticare nessuno di questi momenti; per questo è bene, in certi casi, per valutare la propria preghiera, ritornare sulle ultime parole pronunciate, soli o aiutati da un fratello.
La preghiera è offerta. lo mi offro a Dio, mi svuoto in parte di me, scavo in me uno spazio affinché egli possa venire ad occuparlo. Charles de Foucault esprimeva questo concetto in termini di abbandono: « Padre mio, mi abbandono a te; fa di me quello che ti piacerà. Qualsiasi cosa farai, io ti ringrazio. . . « . Infatti è da Dio che ricevo vita, movimento, esistenza, come ricordano gli Atti degli Apostoli (At 17,28). Attraverso la preghiera opera una legittima restituzione, preparatoria alla restituzione ultima, quella del giorno nel quale non potrò fare altro che rimettere la mia vita, tutta intera, nelle mani di Dio. Riguardo ai tre poli che abbiamo indicato all’inizio, la dimensione della preghiera è quella che mi mette al posto giusto.
La preghiera è intercessione, comunione con gli altri, apertura alla vita del mondo fuori di me: dà uno spazio alle persone coinvolte in avvenimenti vicini o lontani, alle loro gioie, alle loro pene, ai morti, ai nascituri… Questa parte della mia preghiera può nutrirsi del sopravvenire di distrazioni. Piuttosto che scacciarle, è meglio trasformarle in intenzioni. È questo lo spazio per la preghiera di domanda, quella che più spesso ci riserva le delusioni più grandi. Quante giuste cause abbiamo presentato a Dio con fervore senza tuttavia essere esauditi? La saggezza consiste allora nell’ aprirsi al mistero di una volontà divina che non dominiamo, così come scriveva sant’ Agostino nella Lettera a Proba: « Se quanto avviene contraddice la nostra preghiera, sopportandolo pazientemente e rendendo grazie per tutto, non possiamo in nessun modo dubitare che doveva compiersi quanto era conforme alla volontà di Dio, e non alla nostra ». Tuttavia spesso sono necessarie dure battaglie per arrivare a questo distacco.
Nella preghiera di intercessione, che dedichiamo molto spontaneamente ai viventi, bisogna anche inserire i nostri fratelli che non sono più o non sono ancora in questo mondo. In altre parole, i defunti – è un classico – ed i nascituri, cosa assai meno abituale. L’estensione della preghiera non ha motivo di limitarsi allo spazio; merita anche di dispiegarsi sulla linea del tempo. In questo caso, possiamo anche parlare di preghiera di comunione.
Riguardo ad un defunto, la preghiera consiste nella presentazione a Dio del suo vissuto, senza pretendere di influenzare le decisioni divine nell’aldilà. Chi pretendo di essere io per reclamare da Dio, per una persona amata, un favore che egli stesso potrebbe non desiderare di concedergli? Riguardo ai nascituri, l’impegno è più grande. Lo sguardo che dirigo su di loro mi porta a preparare una terra capace di accoglierli in buone condizioni. E tutti sanno che questo obiettivo non è raggiunto!
La preghiera è adorazione, momentaneo oblio degli altri e di sé per aprirsi a Dio. Tutto sarebbe vano se Dio non fosse Amore con la A maiuscola, se l’elezione del popolo ebreo e la missione di Gesù non fossero segni di questo amore. Che un essere onnipotente si possa essere compromesso a tal punto con un minuscolo pianeta dell’universo immenso, oltrepassa ogni possibilità di comprensione. L’adorazione onora la dimensione spirituale della meraviglia.
Gesù stesso aveva un’esperienza intensa della relazione di preghiera col Padre. Le consegne che egli dà a proposito della preghiera nel Discorso della montagna sono l’espressione della sua esperienza. E sono da meditare sempre.
* * *
« Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Tu, invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate » (Mt 6,5-8).
[13] Clavel (1920 – 1979) fu giornalista, filosofo e scrittore: Dieu est Dieu, nom de Dieu! (Dio è Dio, nome di Dio!) è il titolo di una sua opera del 1976 (n.d.t.).

IN RELAZIONE CON L’ASSOLUTAMENTE ALTRO

ELOGIO DEL SILENZIO
« Silenzio! » Chi tra noi non ricorda i richiami dei maestri che esortavano gli alunni irrequieti a tacere? Era – lo è ancora? – un modo di ristabilire l’ordine. Il silenzio va d’accordo con l’ordine; il rumore ha spesso il sapore del disordine. Ma bisogna distinguere rumore da rumore, così come silenzio da silenzio.
La musica insulsa delle stazioni della metropolitana e degli aeroporti, che sentiamo senza ascoltarla, pretende di avere la medesima funzione pacificante dei richiami al silenzio dei maestri di scuola; perché il vuoto sonoro, in quei vasti spazi disumanizzati, genererebbe angoscia ed inquietudine. I giovani che nutrono di decibel le loro orecchie al ritmo proveniente dalle loro cuffie, principalmente sui mezzi di trasporto pubblico, vogliono insieme colmare il vuoto e coprire le diverse musiche che si riversano fuori dagli altoparlanti. Tengono il volume alto. Attraverso questo gesto contestano l’ordine uniforme che pretendiamo di imporre loro. Lo vediamo, rumore e silenzio sono ambivalenti. Qual è allora il silenzio che possiamo considerare come aspetto della saggezza?
Innanzitutto è il risultato del saper tacere. « Lo sciocco dice quello che sa, il saggio sa quello che dice », afferma un proverbio orientale. C’è « un tempo per tacere e un tempo per parlare », scrive Qoélet (Qo 3,7). Visto che non si può sempre dire qualcosa di intelligente, spesso è meglio non dire nulla. Talvolta, nella Bibbia, perfino Dio tace. Giobbe e alcuni autori di salmi colpiti dalle disgrazie glielo rimproverano, come se il silenzio di Dio, quando si attenderebbe da lui una parola di conforto, potesse essere considerato come silenzio colpevole. Ma il silenzio di Dio, quando tutto ciò che potrebbe dire gli verrebbe rimproverato, non è forse il miglior discorso? Di fronte all’infelicità, spesso non c’è parola che valga. Un silenzio rispettoso della sofferenza dell’ altro può essere il più bel volto dell’amore.
Il silenzio è una risorsa della memoria e del pensiero. Ci vuole tranquillità per far vivere i ricordi; ci vuole tranquillità anche per riflettere. Il silenzio del mattino può essere straordinariamente fecondo. Fare la doccia mattutina in silenzio anziché facendo sbraitare la radio permette di dare corpo alle idee sfuggite durante la notte. Alimenta la disposizione di veglia dei sensi e del pensiero. Le idee possono abbondare; è bene allora avere a portata di mano carta e matita, per non perdere nessuno dei preziosi prodotti della materia grigia.
Il silenzio ha anche qualcosa a che vedere con la solitudine, in quanto una folla è quasi sempre rumorosa; ciò è ancor più vero nei Paesi dell’oriente o del sud, nei quali un occidentale ha spesso difficoltà a prender sonno, a meno che non sia protetto da solide mura d’albergo, proprio per il fatto che, fuori, il rumore non cessa quasi mai. Allora il silenzio diventa un lusso; non bisogna nascondersi che, spesso, è proprio questo il caso. La giovane madre di famiglia spossata dalle grida dei suoi bambini vi aspira, anche se non ha le condizioni per raggiungerlo. Può rimproverarli con una forza pari a quella del maestro di scuola, con successo ineguale. Non si tratta qui più solo di una questione di ordine. Si tratta di una questione di sopravvivenza.
San Vincenzo De Paoli affermava: « Il rumore non fa bene e il bene non fa rumore ». Silenzio e bene, effettivamente, sono collegati. E poiché il bene ha rapporto con la saggezza, non vi è saggezza possibile senza silenzio. L’assenza di rumore è necessaria per estraniarsi, prendere le distanze, trovarsi soli con se stessi. Gustare il silenzio può essere la via per ritrovare il gusto degli altri o per meglio intendere la « melodia segreta » dell’universo, l’eco assordante del Big Bang iniziale che permette di prendere coscienza dell’ antichissima età e dell’immensità del mondo, per citare un bel titolo di Trinh Xuan Thuan, astrofisico vietnamita che vive negli Stati Uniti.
Possiamo allora offrire il silenzio come offriamo un regalo. Durante le attività di gruppo, quando le persone stanno insieme per più giorni, a viaggiare o a vivere in qualche posto gli uni sugli altri – nelle stazioni sciistiche, per esempio -, è auspicabile stabilire insieme delle pause di silenzio. Se, all’interno dei ritmi stabiliti, non ne sono state previste, il gruppo perde in fretta la motivazione. Ognuno fa di questa pausa quello che vuole: per gli uni sarà il momento della lettura tranquilla, per altri quello della preghiera, o della corrispondenza. .. La stessa cosa meriterebbe di trovar posto nelle liturgie. Tempi di celebrazione, di canti e della parola, sono spesso troppo chiacchieroni. La persona in dialogo con Dio cerca invano dei momenti per interiorizzare ciò che ha appena visto o sentito. I gruppi di preghiera comunitaria come quelli che organizza la comunità di Taizé hanno trovato, in questo campo, un equilibrio interessante: l’alternanza di silenzi e di melodie molto dolci aiutano i singoli, sostenuti dalla preghiera dei vicini, a lasciarsi raggiungere dal Dio vivente, attivo nel cuore a condizione che questo accetti di lasciarsi abitare. Comprendiamo anche perché certi cattolici abbiano ritrovato il gusto – che si era un poco perduto – dell’adorazione eucaristica: oltre al Santo Sacramento che si dona allo sguardo, i luoghi nei quali la si pratica sono generalmente spazi di silenzio intenso e raccolto, lontani dai rumori della città. Sono spazi necessari. Nel IX secolo prima dell’era cristiana, il profeta Elia fuggiva dinanzi alla regina Gezabele. Si ritrovò all’Oreb, altro nome del Sinai, dove, qualche secolo prima, Mosé aveva incontrato Dio nel tuono e nel fuoco. Ma il Dio che si offre a lui si mostra in altri modi, che non sono privi di analogia con la melodia segreta dell’universo.
* * *
« Entrò in una caverna per passarvi la notte, quand’ecco il Signore gli disse: – Che fai qui, Elia? -. Egli rispose: – Sono pieno di zelo per il Signore degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi tentano di togliermi la vita -. Gli fu detto: – Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore -. Ecco, il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu un vento leggero. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna » (1Re 19,9-13).

IN RELAZIONE CON L’ASSOLUTAMENTE ALTRO

ELOGIO DELLA SOLITUDINE
La solitudine è come un’amante capricciosa. Quando non la vorremmo si impone, e quando abbiamo bisogno di lei non arriva. Chi può pretendere di non avere mai sofferto di solitudine? La canicola del 2003 ha messo in evidenza i suoi disastri: le persone anziane morte durante quell’ estate per ipertermia o per disidratazione sono morte soprattutto di solitudine; è questo che l’analisi del fenomeno ha subito rivelato.
La Bibbia stessa identifica la solitudine come pericolo o veleno: « Non è bene che l’uomo sia solo », dice Dio nel libro della Genesi, prima di formare una compagna che gli sia adatta. Ed è vero che l’isolamento può generare la follia; la persona umana è fatta per vivere in relazione. È anche vero che la misantropia si nutre di una mancanza di fiducia nell’ altro che non ha nulla di evangelico. Alceste è un atrabiliare patologico (14), non un modello di saggezza.
Effettivamente la solitudine ricercata si presta volentieri alla caricatura. Tuttavia, a condizione di fame moderato uso – e fatte salve le vocazioni particolari come quelle dei Certosini -, la solitudine è strutturante. È perfino una condizione necessaria della lucidità e della libertà. Che lo si voglia o no, la vita di ognuno comporta momenti di solitudine. Soffriamo da soli, moriamo da soli; la vicinanza che ci offrono amici o parenti non può annullare la distanza. Una sentenza proverbiale, che ho letto da qualche parte, affermava: « Chi non ama la solitudine non ama la libertà, perché si è davvero liberi solo quando si è soli ». Dobbiamo, però, guardarci dall’ erigere questa affermazione a linea generale di condotta, cosa che equivarrebbe a teorizzare una misantropia latente. In ogni caso, se vogliamo governare la nostra vita e non farci governare da lei, dobbiamo beneficiare di un’autonomia che solo la solitudine garantisce. Rifiutarla, significa privarsi di momenti essenziali.
I nostri tempi, è vero, non amano la solitudine. Numerose tra le innovazioni tecniche inventate negli ultimi decenni sono principalmente strumenti per infrangerla. Se è assai utile per arricchire la documentazione, il Web diventa perverso quando viene usato come sostitutivo di relazioni che non si è più capaci di stabilire. Il navigatore ha l’illusione di essere in comunicazione con numerosi corrispondenti. Ma spesso solo per scoprire un mondo di isolamento e di frustrazione simile al suo. Si potrebbe dire la stessa cosa del telefono cellulare. Invenzione superba, che permette di entrare in relazione qualunque sia il luogo in cui ci si trova, spesso assume l’immagine di un ridicolo gadget. La persona che, nel corso di un viaggio di due ore, telefona per tre volte a quella che l’accoglierà all’arrivo, imponendole un insipido commentario di tutte le fermate e di tutte le partenze nelle stazioni intermedie, rivela la propria incapacità di stare da sola, piuttosto che la propria incapacità di comunicare. Le sue chiamate assomigliano soprattutto a messaggi di sconforto. Che cosa farà quando dovrà intraprendere il viaggio ultimo che nessuno potrà compiere al suo posto e alla sua ora? E che dire dei telefonini per bambini giunti di recente sul mercato, con un tasto per il babbo ed un tasto per la mamma, moderne immagini di un cordone ombelicale che i genitori non sanno tagliare, e di grande ostacolo al raggiungimento dell’autonomia da parte del figlioletto?
All’ opposto di tutti questi tentati vi angosciosi di rompere la solitudine, la saggezza invita, al contrario, a riservarsi regolarmente alcuni momenti per confrontarsi con se stessi e con Dio. In un certo senso, il cristiano non è mai solo. Quando devo affrontare situazioni difficili – lutti, incontri con persone sofferenti o in fin di vita – e mi metto in cammino per vivere questi momenti, è bene che non stia in altra compagnia se non quella di me stesso. Materialmente parlando, sono solo, ma l’accompagnamento di Colui che non abbandona mai i suoi in qualche modo mi si impone. Porto Dio nei miei bagagli. Egli mi saprà ispirare la parola giusta e gesti pieni di sollecitudine. Se mi è necessario prepararmi spiritualmente a questo tipo di incontri, non è necessario che preveda dettagliatamente quello che dirò o farò; Dio provvederà. Sarebbe certo più piacevole andarci in tanti. Ma significherebbe fare la scelta della diversione. La solitudine mi mette alla prova; certo, rivela la mia fragilità strutturale. Ma mi pone in una situazione di verità dinanzi a persone fragili o ferite; e per questo motivo è la compagnia della quale ho bisogno più che di qualsiasi altra.
Nei momenti più difficili della sua missione, Gesù era solo. La maggior parte dei discepoli non lo avevano seguito al Getsemani, ed i tre che stavano con lui si erano addormentati; alla fine della scena egli rimprovera loro la loro noncuranza e la loro leggerezza. Questo in ogni caso non significa che avrebbero potuto dispensarlo dalla battaglia che egli stesso doveva affrontare. Questa battaglia la si combatte soltanto da soli, con o senza Dio.
* * *
« Ecco, verrà l’ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno per conto proprio e mi lascerete solo; ma io non sono solo perché il Padre è con me. Vi ho detto queste cose perché abbiate pace in me. Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia. lo ho vinto il mondo » (Gv 16,32-33).
[14] Riferimento al protagonista della commedia di Molière Il misantropo, il sottotitolo della quale è l »’atrabiliare innamorato » (n.d.t.).

Publié dans:preghiera (sulla) |on 4 février, 2013 |Pas de commentaires »

« L’UOMO NON NASCE DA SE STESSO, RICEVE LA VITA » – Omelia di monsignor Camisasca per la festa della Presentazione di Gesù al tempio

http://www.zenit.org/article-35454?l=italian

« L’UOMO NON NASCE DA SE STESSO, RICEVE LA VITA »

Omelia di monsignor Camisasca per la festa della Presentazione di Gesù al tempio

REGGIO EMILIA, Sunday, 3 February 2013 (Zenit.org).
Pubblichiamo di seguito il testo dell’omelia pronunciata ieri da monsignor Massimo Camisasca, vescovo della diocesi di Reggio Emilia–Guastalla, per la festa della Presentazione di Gesù al tempio.
***

Cari fratelli e sorelle,
la Chiesa ha significativamente legato questa giornata, memoria della presentazione di Gesù al Tempio, alla vita consacrata. Saluto e ringrazio innanzitutto mons. Gianfranco Ruffini, mio vicario per la vita consacrata e i monasteri e tutti voi religiosi e religiose, soprattutto coloro che durante quest’anno festeggiano un particolare anniversario della professione religiosa.
Vorrei guardare assieme a voi ciò che caratterizza la vostra vita e, nello stesso tempo, indicare a tutti ciò che è essenziale in ogni autentica vita cristiana.
La Tradizione ecclesiale ha visto nell’obbedienza, verginità e povertà le caratteristiche principali della persona di Gesù e di ogni uomo e donna chiamati a seguirlo.
Sono i consigli evangelici, così chiamati perché nascono da un invito di Gesù: se vuoi essere perfetto… (Mt 19,21). In realtà esprimono un ideale a cui tutti sono invitati, pur nella diversità delle forme in cui si esprime la risposta dell’uomo a Dio. Sono paragonabili ad un unico raggio di luce bianca che si rifrange in tre diversi colori.
Obbedienza, povertà e verginità ci parlano innanzitutto del rapporto che Gesù aveva col Padre, ma anche con gli uomini e con le cose. Rappresentano perciò l’itinerario compiuto della vita cristiana.
L’obbedienza
L’obbedienza è il fondamento e assieme il coronamento della vita nuova. L’uomo non nasce da se stesso, riceve la vita. E rimane in vita perché lo Spirito di Dio continuamente alimenta la sua persona. Vivere è, dunque, aderire a Colui che ci crea e ci rinnova. Il rapporto col padre e con la madre è per ogni uomo e donna il segno riassuntivo di tutto questo dinamismo di crescita verso la propria statura adulta, verso la propria maturità personale.
Ogni autorità, infatti, è soltanto una funzione vicaria, necessaria ma relativa a quell’autorità che non viene mai meno, anzi cresce di importanza col crescere della nostra figliolanza, l’autorità di Dio Padre.
Gesù ha fondato tutta la propria esistenza, la propria missione, nel rapporto col Padre. Io faccio ciò che piace a Lui (Cfr. Gv 8,29). Il dialogo, vissuto giorno e notte, col Padre era l’alimento della sua vita. Egli fu obbediente ai genitori, alla gente, alla legge mosaica, perfino alle leggi civili, per custodire l’obbedienza al Padre. Cercare la volontà del Padre, entrare in essa, era il suo pane quotidiano. Egli ha insegnato a noi a fare altrettanto. Anzi, ci ha mandato il suo Spirito che in noi grida “Padre”(cfr. Rom 8,15; Gal 4,6) perché lo conosce e lo sa riconoscere.
Nello stesso tempo, è anche vero che noi impariamo dalle autorità sulla terra a riconoscere ed amare l’autorità e la paternità di Colui che è nel cielo.
Per questo, grande è la responsabilità davanti a Dio e agli uomini di ogni autorità! I superiori possono facilitare o ostacolare il cammino dei loro fratelli verso la verità e il bene, possono svelare o offuscare il volto di Dio.
In una comunità ecclesiale, in particolare, il posto dell’autorità è proprio quello del Padre. Ogni autorità nella Chiesa deve saper coniugare accoglienza, ascolto, pazienza, capacità di perdono, con l’indicazione disinteressata della verità e del bene. Deve sapere quando comandare e quando consigliare, quando correggere apertamente e quando rimandare. Non deve lasciarsi guidare nel giudizio sulle persone da nessun interesse che non sia il bene dell’altro.
Così ha vissuto Gesù con i suoi apostoli. E noi possiamo partecipare dei raggi di questa luce. Egli ha insegnato agli apostoli la sua obbedienza chiamandoli a vivere con lui. Ascoltando le sue parole, guardandolo agire, aderendo a ciò che egli chiedeva loro, sono entrati, quasi senza accorgersi, in una vita nuova di cui lo Spirito ha rivelato loro, in modo definitivo, la realtà.
Obbedire, molto prima che eseguire un comando, significa per noi addentrarsi nell’esperienza della compagnia vocazionale, in cui ha iniziato a rivelarsi il disegno buono del Padre per noi.
Verginità e maturità affettiva
La verginità è l’altro volto dell’obbedienza. Potremmo dire che è l’obbedienza al Padre vissuta nel rapporto con gli uomini e con le donne. Essa è la modalità di rapporto che Gesù viveva con ogni persona.
La verginità non rappresenta la rinuncia ad amare. Chi segue Cristo, imitando anche la forma della sua esistenza, non vive una vita diminuita, meschina, arida. All’opposto, è raggiunto dalla promessa di Gesù di avere il centuplo sulla terra, assieme alle persecuzioni (cfr. Mc 10,30). Cento volte tanto in pienezza affettiva. Eppure Gesù non si è sposato, non ha avuto figli carnali. Come stanno insieme le due cose? Certamente egli non ha disprezzato il matrimonio: ha iniziato il suo ministero pubblico durante una festa di nozze, ha fatto dell’unione tra uomo e donna un sacramento, cioè un segno efficace della alleanza tra Dio e l’umanità. Ma ha scelto lui stesso e ha chiesto a chi lo seguiva stabilmente di non avere marito o moglie. Ha presentato sé come l’unum necessarium (Lc 10,42). Amare Cristo, seguirlo, può bastare al cuore dell’uomo: in Lui troviamo un amore che non ci chiude in noi stessi ma, al contrario, ci spalanca ad amare tanti uomini e donne con lo stesso amore disinteressato con cui Gesù ama le nostre persone. L’itinerario della verginità ci conduce alla pienezza della carità, a quei beni definitivi che resteranno quando tutto ciò che è provvisorio scomparirà.
Se la verginità non può essere frutto dei nostri sforzi o propositi, allo stesso modo esige, e quasi suscita, il cambiamento del nostro modo istintivo di possedere, segnato dalla nostra condizione di peccatori.
Gesù invita a guardare l’altro con occhio purificato (Cfr. Mt 6,22), come lo guarda Dio, nel rispetto della sua vocazione.
La verginità, prima ancora che nei rapporti con i fratelli, dev’essere vissuta con noi stessi, imparando a guardarci, corpo e anima, come ci guarda Dio. Anche i legami con i genitori, i parenti, gli amici, devono essere segnati da questa conversione.
La verginità è custodita nella preghiera, con cui chiediamo a Dio l’esperienza del suo amore. Dal silenzio, che ci aiuta ad uscire dalla distrazione. Da un uso oculato e vigilante delle fonti di immagini (libri, cinema, televisione, tecnologie…), che permetta una purificazione della memoria.
Ma soprattutto sarà l’esperienza stessa della verginità a renderla desiderabile e a far sentire come leggero ogni sacrificio che essa richiederà alla nostra umanità ferita.
Tutta la nostra vita può essere definita un cammino di purificazione, di conversione dell’amore, verso la maturità affettiva. Anche se tale itinerario non sarà mai interamente compiuto sulla terra, noi, già nel tempo, possiamo sperimentare il passaggio dall’ira alla pazienza, dalla superbia all’umiltà, dal rancore al perdono, dall’invidia alla gioia per i beni degli altri. Possiamo, soprattutto, per grazia di Dio, convertire il nostro desiderio di possedere l’altro e le cose strumentalizzandole a nostro piacere, nella gratuità che sa godere in modo puro della presenza della persona amata, che sa donarsi e sacrificarsi.
La povertà è la pienezza dell’umano
La povertà nasce dalla scoperta che io appartengo ad un Altro, a Dio. Tale coscienza è fonte di un’enorme positività: sono di un Altro perché sono stato voluto e amato da lui. Sono stato suscitato all’essere dal nulla.
Se io sono opera di un Altro, tutto mi è dato da lui. Nello stesso tempo tutto è mio perché in Gesù trovo ogni bene necessario alla vita, in misura sovrabbondante. Tutto mi è dato per conoscere il Padre e colui che egli ha mandato (Cfr. Gv 17,3).
Vedere e usare di ogni cosa per raggiungere il Padre: in questo sta il segreto affascinante della povertà. Essa non è propriamente una virtù negativa, ma un atteggiamento positivo.
Nei discorsi missionari riportati da Matteo e Luca nei loro vangeli, tutto ciò è molto chiaro. La vita è definita dalla missione ed essa necessita di uomini liberi. Gesù invita i suoi che stanno partendo a non avere due tuniche, due borse, a non rimanere troppo in una casa (cfr. Lc 9,3-5; Mt 10,9-14). Li invita cioè ad avere un rapporto leggero, libero con cose e persone. Nessun uomo e nessuna cosa è disprezzata, tutto è collocato in un disegno in cui ciascuno trova il suo giusto posto. È veramente l’inizio di quei cieli nuovi e terra nuova di cui parla san Pietro (2Pt 3,13). L’inizio di un mondo veramente umano.
La povertà è la virtù che nasce dalla resurrezione di Cristo. Tutto è vostro, ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio (cfr. 1Cor 3,21-23). Soltanto chi vive nella certezza di aver ricevuto tutto da Gesù è libero di fronte alle cose. Altrimenti cercherà la propria sicurezza in ciò che ha, stringendolo sempre più a sé. Come in un naufragio, invece di affidarsi alla leggerezza delle acque, si aggrappa agli altri trascinandoli verso il fondo.
Colui che vive la povertà è luminoso. Essa deve irraggiarsi nel nostro modo di vestire, di mangiare, di arredare la casa. Dalla nostra vita deve essere abolito ogni sfarzo e ogni sciatteria. Le nostre case mostrino a noi e a chi vi entra la bellezza della semplicità, la gioia di avere solo ciò che è necessario.
Cari fratelli e sorelle, è questo il mio augurio per tutti voi. Possa la vostra vita risplendere nel mondo come segno e testimonianza della presenza di Dio in mezzo a noi.
Amen

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