Archive pour janvier, 2013

Le nozze di Cana

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Publié dans:immagini sacre |on 18 janvier, 2013 |Pas de commentaires »

INTRODUZIONE ALLA LECTIO DIVINA, II DOMENICA T.O. : ISAIA 62,1-5

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INTRODUZIONE ALLA LECTIO DIVINA,  II DOMENICA  T.O.

ISAIA 62,1-5

[1] Per amore di Sion non mi terrò in silenzio, per amore di Gerusalemme non mi darò pace, finché non sorga come stella la sua giustizia e la sua salvezza non risplenda come lampada. [2] Allora i popoli vedranno la tua giustizia, tutti i re la tua gloria;ti si chiamerà con un nome nuovo che la bocca del Signore indicherà. [3] Sarai una magnifica corona nella mano del Signore, un diadema regale nella palma del tuo Dio. [4] Nessuno ti chiamerà più “Abbandonata”, né la tua terra sarà più detta “Devastata”, ma tu sarai chiamata “Mio compiacimento “ e la tua terra  “Sposata”, perché il Signore si compiacerà di te e la tua terra avrà uno sposo. [5] Sì come un giovane sposa una vergine, così ti sposerà il tuo architetto; come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te.

La voce dello sconosciuto profeta, che ha scandito le parole di Dio, raccolte nella terza parte del libro di Isaia,* si leva qui alta nel presentare ad Israele un radioso destino di gloria per Gerusalemme, la città amata con passione, perché città amata dal Signore.
 Il contesto immediato è quello post-esilico.** Ad Israele è stato dato, per grazia, di tornare, con un nuovo esodo, da quell’esilio babilonese tormentato dal ricordo di Sion fumante tra le sue macerie, penoso segno dell’abbandono di Dio.
Ora, a fronte di rovine da sanare (58,12), in una situazione di precarietà nazionale, con il rischio di soccombere davanti a nuovi ed antichi nemici, tra cui l’inestirpabile ingiustizia nei rapporti cittadini (59,1-15), l’oracolo del profeta rassicura la smarrita comunità d’Israele con una consolante visione di salvezza: mai più morte e distruzione, mai più deportazione e rovina per Sion e per il suo popolo. E’ la revoca per sempre di un giudizio di condanna che troviamo al centro del brano (v 4).
Ma prima, nel linguaggio luminoso delle immagini – stella, lampada, corona, diadema – si dispiega anche un forte messaggio teologico: seppure la “giustizia” umana appare irrealizzabile, presto brillerà la Giustizia (zedek) divina, che per Israele non è che la stessa fedeltà del Signore alle Sue antiche promesse (57,16). E con essa la Salvezza (j’sha’) (v 1).
Solo allora in Sion sarà ristabilita la giustizia umana e la sua gloria sarà visibilità dell’amore ricevuto come salvezza (v2)
L’ultima parte dell’oracolo (v 4b-5) rafforza, sul piano esistenziale, il messaggio, introducendo la metafora sponsale per indicare lo speciale rapporto di tenerezza tra il Signore e Gerusalemme:”Sì, come un giovane sposa una vergine così ti sposerà il tuo creatore”.
Ma il cuore dell’ascoltatore abituato a scrutare la parola scorrendo a ritroso le scritture, può trasalire, perché prima d’ora la metafora matrimoniale vi è stata sempre usata a vergogna di Israele, bollata come sposa infedele, adultera peggiore della prostituta (Ez 16, 15-63). A lei è stato detto: “Tu ti sei disonorata con molti amanti e osi tornare da me? (Ger 3,1). Uguale accusa le è stata volta per prima in Osea (2, 4-15), mentre il profeta stesso è stato associato a questa sofferenza:  “Va’, ama una donna che è amata da un altro ed è adultera; come il Signore ama gli Israeliti ed essi si rivolgono ad altri dei” (Os 3,1). Può trasalire però di speranza, perché già allora, impensabilmente, dopo la minaccia di devastazioni – ”La ridurrò a una sterpaglia e a un pascolo di animali selvatici” (Os 2,14) – il Signore ha promesso di liberare tutta la sua tenerezza repressa: ”Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore, ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore. E avverrà in quel giorno – oracolo del Signore – io risponderò al cielo ed esso risponderà alla terra; la terra risponderà con il grano, il vino nuovo e l’olio e questi risponderanno a Izreèl” (Os 2, 21-24). A questa parola, dalla terra del suo esilio, si era già ispirato consolante il Deutero-Isaia: ”Viene forse ripudiata la moglie sposata in gioventù? Per un breve istante ti ho abbandonata, ma ti riprenderò con immenso amore….con affetto perenne ho avuto pietà di te” (Is 54, 6-8).
Allora “vergine” è il nome nuovo di Sion, peccatrice perdonata, dato da chi ha potere di fare nuove tutte le cose.
Perché il Signore la sua fedeltà alle promesse, l’ha impegnata da sempre con Israele secondo la modalità dell’Alleanza. Anzi, di una Alleanza perenne, come è detto al cap 61, 9; e questa sponsale, non è che un’ultima forma di alleanza, come già appariva in Osea (2, 20). Più esplicita ”…giurai alleanza con te – dice il Signore Iddio – e divenisti mia” (Ez 16,8). Il tutto, come sempre, secondo le logiche divine: da un lato una ricchezza che vuole tutto donare, dall’altra una povertà, chiamata a tutto ricevere, prima che a ricambiare.
Ma un’ Alleanza anche che aspetta, come tutte le realtà veterotestamentarie, il compimento, l’incarnazione. Un’Alleanza che attende di farsi, anch’essa, nuova in Cristo.
 “L’Amato mio è per me e io per lui” (Ct 2, 16). Gesù, lo Sposo atteso, cui la Sposa appartiene (Gv 3, 25-30), e a cui, come a “unico sposo” deve essere presentata “quale vergine casta” (2Cor 11, 1-2), resa tale da un dono: “ le hanno dato una veste di lino puro splendente” (Ap.19,8).
“Beati gli invitati al banchetto delle nozze dell’agnello” (Ap 19,9).

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*Capp 56-66, detti del Trito-Isaia
** A partire dal 538 a.C.

OMELIA (20-01-2013) – II DOMENICA DLE TEMPO ORDINARIO: QUEL GIORNO, A CANA DI GALILEA

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OMELIA (20-01-2013) – II DOMENICA DLE TEMPO ORDINARIO

DON ALBERTO BRIGNOLI

QUEL GIORNO, A CANA DI GALILEA

Quel giorno, a Cana di Galilea, eravamo in compagnia di una Madre, per festeggiare la festa della vita per eccellenza: le nozze, l’inaugurazione di una nuova vita.
Eppure, quel giorno, la festa non andò poi tanto bene: a metà banchetto venne a mancare il vino, l’elemento della gioia, la bevanda che rallegra i cuori, che unisce, che fa dimenticare le malinconie e che rende anche solo per un istante tutti amici. Se la gioia viene meno, anche la festa può trasformarsi in dramma. E quante volte pure a noi capita così: si cercano momenti per stare insieme, per rallegrarsi un po’, per stare bene, e poi, sul più bello, per i più svariati motivi, qualcosa non gira giusto, qualche parola di troppo, qualcuno si offende, e nel migliore dei casi si creano situazioni imbarazzanti che ci fanno dire « Che insopportabile quello o quest’altra! Un’altra volta non ci vado più ».
Così avviene anche nella vita, più in generale: si cerca sempre di essere felici, sereni, senza pensieri, si fanno i migliori propositi anche per cercare di vivere bene e poi, per colpa nostra o degli altri o della vita stessa, veniamo all’improvviso a contatto con problemi, difficoltà, a volte drammi che quando sono veramente grandi e non sappiamo come fare a risolvere, ci sembra che il mondo ci crolli addosso. Ci chiediamo « Dov’e Dio? », lo invochiamo, e magari lui non risponde…
Dio spesso sembra non rispondere alle nostre richieste di aiuto: poi magari ci accorgiamo che siamo stati troppo impavidi, che abbiamo osato oltre il dovuto, e allora ci pare naturale ricorrere alla mediazione di qualcuno, di qualcuno di potente, di qualche santo di quelli che a volte fanno anche i miracoli, prima fra tutte la nostra Mamma del cielo. Chissà, magari loro ce la fanno ad ottenerci una Grazia.
Invece, quel giorno, in quella Cana di Galilea che è il « metro » della nostra vita quotidiana, il Figlio di Dio e di Maria non ne vuole sapere, e risponde male anche alle richieste di una Madre premurosa e Mediatrice di Grazia: « Che cosa vuoi? Non è ancora il momento per queste cose! ». « Ogni cosa a suo tempo », sembra rispondere Gesù a sua Madre: perché stare lì a soddisfare immediatamente le richieste dell’uomo, capace di venire a cercare Dio solo quando è in difficoltà? Che stia un po’ immerso nei suoi problemi pure lui!
Una Madre poco sensibile, poco attenta, o anche solo tirata o nervosa risponderebbe immediatamente a tono ad una risposta così poco cortese del proprio figlio. Ma una Madre che conosce bene il Figlio, che lo apprezza e lo ama nonostante le sue scontrosità, capisce immediatamente, con un sesto senso tutto materno e – va detto – solo femminile, ciò che il figlio pensa e si appresterà a fare. Da qui, il « qualsiasi cosa vi dica, fatela ». Come a dire: « Non preoccupatevi, lui ha risposto in maniera scortese ma solo perché vi vuole prendere per mano, vuole farvi fare un percorso, un cammino di fede, invece di risolvervi i problemi così, di botto ».
E difatti è vero: se Dio ci risolvesse i problemi « in quattro e quattr’otto » perderemmo la nostra fede in Lui. Avremmo con lui un rapporto di convenienza, saremmo degli approfittatori, degli aguzzini che si servono di lui per ottenere i propri scopi, ma non ce ne importerebbe nulla di lui. In definitiva, non lo ameremmo. E questo a Dio non va: avere fede in lui significa, anzitutto, avercelo a cuore, amarlo.
Con quel « qualsiasi cosa vi dica, fatela », Maria diventa Mediatrice di Grazia perché ci insegna a stare con Gesù, ad avere fede in lui, ovvero ad amarlo. Credo sia doveroso, qui, aprire una parentesi relativa alla vera devozione mariana (cosa che vale anche per i santi). Se essere devoti a Maria non serve a farci diventare più devoti a suo Figlio, e al Padre di suo Figlio, e alla Figlia di suo Figlio (la Chiesa), la devozione a Maria non solo è inutile, ma può addirittura diventare pericolosa per la nostra fede. C’è molta, moltissima gente, che, magari con una devozione fuori dal comune, a volte addirittura esemplare anche per noi sacerdoti e religiosi, corre a tutti i luoghi di fede mariana (riconosciuti e non, anzi, più spesso non riconosciuti), vive con intensità straordinaria questi momenti di contatto spirituale con la Madre di Dio, e poi non sa vivere l’ordinarietà della vita di fede nel contesto del quotidiano, della comunità parrocchiale o della famiglia. Motivo? « Perché qui non c’è la fede, là invece sì! ». Oppure è tutta un giudizio nei confronti dei propri compaesani e fratelli di fede. Motivo? « Là la gente è devota e sincera, qui sono tutti falsi, vanno in Chiesa e sono i peggiori del paese! ». È un fenomeno molto diffuso, più di ciò che si crede.
La fede in Dio c’è ovunque, anche se in alcuni luoghi di particolare devozione si hanno delle manifestazioni più evidenti che in altri. Ma Maria non ha mai detto a nessuno: « Qualsiasi cosa io vi dica, fatela ». Ha solo detto, e per di più è Parola di Dio: « Qualsiasi cosa lui vi dica, fatela », riferito a suo Figlio. È Dio che salva: e sua Madre, Mediatrice di Grazia, questo lo sa bene.
Per ottenere il vino, ovvero la gioia, le Grazie che chiediamo al Signore per la nostra vita, Maria ci invita quindi a percorrere un cammino non così scontato e facile. Occorre dimostrare di avere pazienza e fiducia in Gesù, perché ci possa ottenere una Grazia.
E così, Dio, alla tua richiesta di vino, ti dice (incomprensibilmente e inspiegabilmente) di riempire le anfore di acqua: perché la sua Grazia si manifesta in forme e per strade completamente diverse da quelle che tu vorresti. E invece di darti subito il vino, vuole che ne faccia assaggiare al maestro di tavola: perché la Grazia di Dio si manifesta attraverso il rispetto e l’obbedienza all’autorità, anche se a noi piacerebbe saltarne la mediazione e arrangiarci a tu per tu con Dio.
Poi però Dio ci stupisce nuovamente, perché la sua Grazia la rivela a coloro che sono autorità nella Chiesa non direttamente, ma attraverso un’altra mediazione, quella dei poveri, quella dei servi, che sanno da dove hanno attinto il vino nuovo.
Il maestro di tavolo, la persona più importante in quel momento, non sa da dove viene il vino: lo sanno i servi, gli ultimi. Sono loro che riveleranno ai potenti l’efficacia della Grazia di Dio.
Quell’acqua che serviva per la purificazione rituale dei giudei diventa vino, allegoria di quel Sangue sparso sulla croce che salva ogni uomo per grazia, indipendentemente dalle sue opere. Ma a nessuno di noi sarebbe dato di gustare la bellezza delle opere di Dio se non ci fossero dei poveri che hanno la grazia di attingere per primi alla fonte della salvezza.
Che Dio ci doni la grazia di non lamentarci mai del poco o tanto che abbiamo: perché oggi ci ha dimostrato cosa è capace di fare con un po’ di acqua attinta da un gruppo di poveri servi.

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Publié dans:immagini sacre |on 17 janvier, 2013 |Pas de commentaires »

QUEL SENTIERO PARADOSSALE DOVE SI SALE SCENDENDO –

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 OSSERVATORE ROMANO 20 OTTOBRE 2012

LA SAPIENZA CERTOSINA

QUEL SENTIERO PARADOSSALE DOVE SI SALE SCENDENDO

DI FERDINANDO CANCELLI

Il 9 ottobre 2011 Benedetto XVI visitava i monaci della certosa di Serra San Bruno e, con loro, simbolicamente tutto l’ordine certosino sparso nel mondo da san Bruno dopo i modestissimi inizi dell’estate 1084 nei boschi francesi della Chartreuse. Fugitiva relinquere et aeterna captare (« abbandonare le realtà fuggevoli e cercare di afferrare l’eterno »): così, con una frase del fondatore, il Papa sintetizzava il nucleo della spiritualità certosina.
L’eterno, Dio, è quel tesoro di cui parla il vangelo di Matteo (13, 44) « che è stato nascosto nel campo, che un uomo trovando nascose di nuovo, e per la gioia che è in lui, va e vende tutto quanto possiede e compra quel campo ».
In singolare armonia con le parole di Benedetto XVI, un giovane monaco certosino ci svela, in un piccolo ma davvero prezioso libro intitolato Sentieri del deserto (Rubbettino – La Certosa), il senso di questa parola della Scrittura solo apparentemente semplice e ci permette di rileggere a fondo il discorso del Pontefice. « Ritirandosi nel silenzio e nella solitudine, l’uomo, per così dire, si espone al reale nella sua nudità », dice il Papa, « si espone ad un apparente vuoto », e il monaco lasciando tutto rischia, sente il peso vertiginoso della solitudine.
« Dall’inizio del noviziato – scrive in effetti il giovane certosino – improvvisamente tutto è cambiato ». Dopo l’entusiasmo provato entrando in certosa, « quel tesoro così vicino non lo vedevo più » ed « era come se mai l’avessi avuto davanti. Tra le mani mi restava la nuda e scura terra dei miei giorni ». E « come nel matrimonio – sembra fargli eco da Serra San Bruno il Papa – non basta celebrare il Sacramento per diventare effettivamente una cosa sola, ma occorre lasciare che la grazia di Dio agisca e percorrere insieme la quotidianità della vita coniugale, così il diventare monaci richiede tempo ».
È come se il tesoro sul quale d’impeto vorremmo gettarci ci fosse nascosto, è come se ci volessero giorni di buio e di sepolcro per gustare veramente la luce della Resurrezione: questo è quello che insieme dicono il Papa e il giovane monaco. « Ero entrato – scrive ancora il certosino – convinto che per trovare Dio avrei dovuto fare un salto oltre, su per montagne, scale, gradini e ascensori delle mie letture spirituali » e invece « mi sono trovato a fare un salto in basso, giù per un paradossale sentiero, dove si sale scendendo! ».
Questo tipo di tesoro non si può rubare, non si può comprare ma, per ottenerlo, la parola chiave è « vendere »: e vendere non solo i beni materiali ma la parte più ostinata del nostro io. « Se provo a rivedere i luoghi concreti di questa compravendita – continua il monaco – mi pare di riconoscerne con chiarezza tre »: debolezza, inutilità e povertà. « Ho venduto quella parte di autocompiacimento che mi restava e ho comprato una debolezza sconfinata. Ma proprio là in fondo ho ritrovato la misericordia infinita di Dio » che è « il suo modo più straordinario di amare gli uomini ». E ancora: « Ho venduto il mio sentirmi indispensabile e ho comprato la mia inutilità » guardando alla croce sulla quale « Gesù non era più utile a nessuno ma stava salvando tutti ». E infine, conclude il certosino, « ho venduto le mie facili certezze e ho comprato la mia grande povertà con il grido di speranza che si porta dietro ».
Solo allora si possiede il tesoro: « la vita in una Certosa – diceva un anno fa il Papa – partecipa della stabilità della croce, che è quella di Dio, del suo amore fedele », una vita, suggerisce alla fine del suo scritto il monaco, che tende giorno per giorno al tesoro della gioia: « La Gioia che non ha paragoni immaginabili con nessuna delle gioie umane, quella che resta quando tutte le altre muoiono, quella che non so descrivere, circoscrivere, narrare, eppure è qui, nella terra che io sono, nella terra che ogni uomo è ».
La sapienza certosina fa scoprire anche a noi la Gioia che ci abita. Quella stessa Gioia che porta a vendere tutto ciò che ci impedisce in questo mondo di gustarla pienamente.

Publié dans:meditazioni |on 17 janvier, 2013 |Pas de commentaires »

« NON C’È UNITÀ DEI CRISTIANI SE NON C’È UNITÀ IN DIO » (PRIMA PARTE)

http://www.zenit.org/article-35069?l=italian

« NON C’È UNITÀ DEI CRISTIANI SE NON C’È UNITÀ IN DIO » (PRIMA PARTE)

Alla vigilia della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, monsignor Bruno Forte riflette sui temi dell’ecumenismo

Luca Marcolivio
ROMA, Thursday, 17 January 2013 (Zenit.org).
L’ecumenismo sta facendo grandi passi avanti, grazie anche a un pontefice come Benedetto XVI, che sta riformando la Chiesa in assoluta coerenza con l’insegnamento del Concilio Vaticano II. Lo afferma monsignor Bruno Forte, teologo di fama internazionale, grande fautore ed esperto di ecumenismo.
In qualità di arcivescovo di Chieti-Vasto, monsignor Forte si è recato nei giorni scorsi in visita ad limina dal Santo Padre, assieme agli altri vescovi dell’Abruzzo e del Molise. Durante il suo breve soggiorno romano, ZENIT ha incontrato e intervistato il teologo, cogliendo l’occasione per riflettere sui temi dell’ecumenismo, alla vigilia della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani (18-25 gennaio).
Eccellenza, qual è lo stato di salute dell’ecumenismo a 50 anni dal Concilio Vaticano II?
Mons. Forte: Il beato Giovanni XIII, nel suo discorso d’apertura del Concilio (11 ottobre 2012), sottolineando quanto fosse importante vincere la sfiducia e guardare con fede all’azione di Dio nella storia, evidenziava come priorità del Concilio l’unità dei battezzati. Naturalmente l’unità tra tutti i cristiani non è realizzabile se alla base non c’è una profonda unità con Dio. In un certo senso l’ecumenismo non è la conversione da una chiesa all’altra ma la conversione di tutti i battezzati a Cristo.
Vedo poi una profonda continuità tra il Magistero di Benedetto XVI e l’insegnamento del Concilio. Ritengo che questo papa sia un riformatore e che lo sia proprio nel punto fondamentale proposto del Concilio, cioè la fede. Egli chiama la Chiesa a rinnovarsi non in un “aggiustamento di struttura” ma in un ritorno a Cristo, affermandone il primato assoluto e vivendo nella sequela e nella testimonianza di Lui. Quanto più la Chiesa realizzerà questo programma, tanto più potremmo dire che il cammino ecumenico crescerà.
Una seconda considerazione riguarda le differenze tra le chiese: se a volte il frutto dei dialoghi non è stato – come qualcuno, forse un po’ ingenuamente si aspettava – un immediato processo di riunificazione o comunque di forte riavvicinamento, è anche perché la riflessione sulla verità porta anche a conoscere le differenze. Naturalmente, alla luce dello spirito e della fede, le differenze non vanno riconosciute semplicemente per fissarle come elementi insuperabili ma per comprendere se, nonostante le differenze stesse, che vanno viste con estrema lucidità e chiarezza, non ci sia una sorgente di unità più profonda che, anche a livello dottrinale, può essere scoperta.
Quanto è stato fatto, in particolare, nel dialogo con le chiese ortodosse?
Mons. Forte: La Commissione Mista per il dialogo teologico tra la Chiesa Cattolica Romana e la Chiesa Ortodossa, di cui sono membro, ha prodotto nel 2007 il Documento di Ravenna dove per la prima volta tutte le autocefalie ortodosse hanno riconosciuto che il principio fondamentale dell’ecclesiologia orientale espresso nei Canoni degli Apostoli al n°21 (perché ci sia Chiesa occorre un primo e un capo). Questo principio, che le chiese ortodosse hanno sempre applicato a livello di Chiesa locale (alla base c’è il vescovo, poi il metropolita, infine, al vertice, il patriarca), è stato applicato anche a livello universale. C’è bisogno di un primo e di un capo a livello universale, che possa essere voce di tutta la Chiesa, e questo primo capo – lo riconoscono anche i fratelli ortodossi – non può che essere il vescovo di Roma, perché Roma è la prima della “pentarchia”, cioè delle cinque grandi chiese patriarcali del mondo antico. Sebbene talora questo dialogo abbia avuto dei contraccolpi alla base – alcune comunità ortodosse hanno accusato i loro patriarchi di essere troppo accondiscendenti verso Roma – si tratta di un cammino di grande e reciproco ascolto e di ascolto di Dio ed è la carità che deve sostenere l’impegno ecumenico.
All’inizio del suo pontificato, Benedetto XVI era stato visto come un papa che avrebbe frenato il dialogo ecumenico. I risultati di questi anni sembrano però dimostrare l’esatto contrario…
Mons. Forte: Innanzitutto dobbiamo sottolineare il rapporto profondo del magistero di Benedetto XVI con il Concilio Vaticano II. Egli, che del Concilio fu consulente teologico, ha ribadito più volte, che il Vaticano II – come disse anche il beato Giovanni Paolo II – resta la “bussola del nostro tempo”. È un papa che vuole rilanciare il Vaticano II ma vuole farlo nel modo giusto, cioè non in una superficiale contrapposizione tra “rottura” e “continuità”, quasi come se il Vaticano II fosse un elemento di lacerazione e rottura con la grande tradizione cattolica. Egli vuole invece evidenziare come, nel Vaticano II, lo spirito ha agito nella Chiesa, perché, nella fedeltà alla sua identità e al suo principio, che è il Cristo vivente, la Chiesa possa rinnovarsi e annunciare il Vangelo in modo comprensibile ed efficace per le donne e gli uomini di oggi. In questo spirito anche la causa dell’unità dei cristiani, è fatta propria da papa Benedetto in modo convinto, come dimostrano tutte le iniziative di questi anni di pontificato e tutte le occasioni in cui egli ha affermato che l’ecumenismo non è solo un’attività tra le altre ma una dimensione fondamentale della vita della Chiesa. Più che pensare, allora, come qualcuno vorrebbe suggerire, ad una sorta di cambiamento rispetto alle intuizioni del Concilio in campo ecumenico, il Papa rappresenta un approfondimento, che è qualcosa di ben diverso. Si tratta cioè di accogliere le grandi acquisizioni del Concilio e di portarle alla loro radice più profonda che è, appunto, una visione trinitaria della Chiesa, una visione che nella Trinità trova la sua origine. Così come nella Trinità, tre sono uno, pur essendo ognuno se stesso, così nella Chiesa c’è un’unità profonda nella Chiesa cattolica che si realizza nella varietà profonda delle chiese particolari, ovvero la dimensione storica di quest’unico mysterium ecclesiae.
Non bisogna avere la fretta di compiere passi compromissori ma bisogna avere la fiducia e la speranza di un cammino che porti alla piena realizzazione del disegno di Dio. In questa ottica il magistero di Benedetto XVI può essere colto in tutto il suo potenziale di profondità e di ricchezza nella continuità con il messaggio del Vaticano II.

Re Salomone

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Publié dans:immagini sacre |on 16 janvier, 2013 |Pas de commentaires »

LA MISERICORDIA NELL’ANTICO TESTAMENTO

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LA MISERICORDIA NELL’ANTICO TESTAMENTO

 Normalmente nell’Antico testamento troviamo il termine hesed per indicare l’agire di Dio in quanto espressione della sua fedeltà soccorritrice. Esso quindi rimanda al contesto dell’alleanza che, a sua volta, è espressa dai temi nuziali come in Os, 2,21: «Ti farò mia sposa per sempre nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza (hesed) e nell’amore (rahamim), ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore». Nella Dives in Misericordia Giovanni Poalo II considera centrale la rivelazione di Dio avvenuta nell’esperienza del vitello d’oro: «Su tale gesto di rottura dell’alleanza il Signore stesso trionfò, quando si dichiarò solennemente a Mosé come “Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e benigno, lento all’ira e ricco di misericordia e di fedeltà” (Es 34,6). È in questa rivelazione centrale che il popolo eletto e ciascuno dei suoi componenti troveranno, dopo ogni colpa, la forza e la ragione per rivolgersi al Signore, per ricordargli ciò che egli aveva esattamente rivelato di se stesso e per implorarne il perdono (DM 4). Il peccato del popolo non sta nell’aver scelto un dio diverso ma nell’essersi fatta una sua immagine di lui. È un tradimento questo dell’identità dell’Altro che si sta rivelando all’uomo. Mosé  può però intercedere per il popolo in nome della fedeltà che Dio deve a se stesso all’alleanza che ha offerto quando ha fatto uscire il popolo dall’Egitto. Mosé ricorda a Dio che Israele è il suo popolo: «Ricordati di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso e hai detto: Renderò la vostra posterità numerosa come le stelle del cielo e tutto questo paese, di cui ho parlato, lo darò ai tuoi discendenti, che lo possederanno per sempre» (Es 32,14).
Quindi il primo significato del termine hesed sta proprio in questa fedeltà all’amicizia e a se stesso da parte di Dio. Mosé invocando l’alleanza, scommette sull’amicizia che lega Dio ad Abramo. Hesed quindi non indica un sentimento ma l’attaccamento tranquillo e profondo di un cuore leale. L’amicizia, però da parte del popolo è stata tradita. Dio non può più essere in mezzo al suo popolo come prima. È Mosé che, solidale al suo popolo, entra in un’intimità particolare con il Signore che scriverà una seconda volta le tavole della legge. Questo rinnovo dell’alleanza però non si basa solo sulla fedeltà di Dio ma sulla sua grazia. L’espressione “mostrami la tua gloria” sgorga dal cuore di Mosé che, alle prese con la contraddizione assoluta in cui si trova a causa del grande peccato del popolo si sente spinto a una richiesta estrema costringendo quasi Dio  a prendere posizione di fronte a quel peccato. Mosé proclama, invocando il nome di Dio: “Signore”, e il Signore proclama il contenuto di questo nome. Per Giovanni Paolo II questa è una rivelazione centrale. All’amicizia e alla lealtà che Mosé già conosce di Dio si aggiungono due aggettivi: misericordioso (rahoum) e benigno (hannoun). Mosé scopre che c’è in Dio più della fedeltà e dell’amicizia e della stessa grazia: c’è la misericordia; scopre quindi che se egli – e attraverso lui il popolo – ha trovato grazia agli occhi di Dio, è perché è misericordioso. Da quel momento in poi la fedele amicizia divina esprime la sua misericordia e benignità.
Giovanni Paolo II sottolineava un fatto importantissimo: «Nel compimento escatologico la misericordia si rivelerà come amore, mentre nella temporaneità, nella storia umana, che è insieme storia di peccato e di morte, l’amore deve rivelarsi soprattutto come misericordia ed anche attuarsi come tale». Mosé continua la sua richiesta: «Il Signore cammini in mezzo a noi. Sì è un popolo dalla dura cervice, ma tu perdona la nostra colpa e il nostro peccato: fa di noi la tua eredità» (Es 34,9). Il perdono soltanto autorizza Dio a tornare a camminare in mezzo al suo popolo. Ora Mosé consoce il Signore come colui che perdona.. Il perdono permette di uscire dalla contraddizione! «Hesed cessando di essere obbligo giuridico, svelava il suo aspetto più profondo: si manifestava ciò che era al principio, cioè come amore che dona, amore più potente del tradimento, grazia più forte del peccato» (DM nota 52). Anche il profeta Isaia canta la misericordia di Dio che non dimentica il suo popolo: «Giubilate, o cieli, rallégrati, o terra, gridate di gioia, o monti, perché il Signore consola il suo popolo e ha misericordia dei suoi poveri. Sion ha detto: «Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato». Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai. Ecco, sulle palme delle mie mani ti ho disegnato, le tue mura sono sempre davanti a me» (Is 49,13-15). La donna non dimentica i momenti attraverso i quali dà progressivamente la vita al suo bambino. Essi iniziano nell’istante che fonda tutti gli altri: la gioia e l’emozione prodotte dal primo annuncio di un bambino vivente nel suo grembo. Ormai non può più vivere senza questa generazione permanente in qualche modo impressa dentro di lei. Il termine rahamin indica l’essere femminile nella sua relazione materna – spirituale e sensibile – con il suo bambino.
Questo termine può essere tradotto con “viscere femminili” perché esprime tutte le vibrazioni della madre per il suo bambino, chiamate nella Bibbia “misericordie”. Il legame con il bambino è la nuova identità di una dona divenuta madre. Ella non dimentica, nel senso che la procreazione continua a costituirla come madre e a trasmetterle una particolare pienezza che essa vede nascere in lei. Il mistero della procreazione e del legame che essa stabilisce fra la donna e il suo bambino esprime qualcosa del mistero di Dio e del suo legame con il suo popolo. Accanto ad hesed viene posto spesso il termine rahamim che indica le viscere materne e più precisamente l’utero (rehem) che si commuove sotto la spinta di un profonda emozione del cuore.
Anche nel Nuovo testamento vi sono echi di questa terminologia attraverso la parola eleos riferita a hesed e splagchna riferita a rehamim. Maria canta la misericordia di Dio perché ha sperimentato il suo agire di padre e di madre. Ella è la prima beneficiaria della misericordia divina offerta per noi dal cuore di Dio. Come una madre consola un figlio così io vi consolerò; in Gerusalemme sarete consolati. Voi lo vedrete e gioirà il vostro cuore, le vostre ossa saranno rigogliose come erba fresca (Is 66, 13-14)
Un’altra espressione della misericordia è la compassione. Il termine che la indica nell’AT è hus e ricorre soprattutto nel libro di Neemia, in Isaia ed Ezechiele. In quest’ultimo profeta appare che Dio non agisca tanto solo per fedeltà alla sua alleanza ma per fedeltà al suo stesso nome.
La sua compassione cioè dipende solo dal suo nome, cioè da lui stesso. (cf Ez 20,14.22.44). Isaia usa piuttosto il verbo hamal. Questo verbo indica che Dio “si lascia piegare”, “si ammorbidisce” dinanzi al suo popolo. Giovanni Paolo II spiega che il verbo hamal significa “risparmiare (il nemico sconfitto)”, ma anch manifestare pietà e compassione e, di conseguenza, perdono e remissione della colpa: «Voglio ricordare i benefici del Signore, le glorie del Signore, quanto egli ha fatto per noi.
 Egli è grande in bontà per la casa d’Israele. Egli ci trattò secondo la sua misericordia, secondo la grandezza della sua grazia. Disse: «Certo, essi sono il mio popolo, figli che non deluderanno», e fu per loro un salvatore in tutte le loro tribolazioni. Non un inviato né un angelo, ma egli stesso li ha salvati; con amore e compassione li ha riscattati, li ha sollevati e portati su di sé, tutti i giorni del passato. Ma essi si ribellarono e contristarono il suo santo spirito.(…) … Se tu squarciassi i cieli e scendessi! Davanti a te sussulterebbero i monti…» (Is 63,7-9.19)
LA MISERICORDIA NEL NUOVO TESTAMENTO 
La misericordia, nel Nuovo Testamento, esprime il modo con cui Dio si rivolge all’uomo, lo ama e lo giustifica in Cristo  Nell’Antico Testamento il termine hesed indica l’agire di Dio nella sua amicizia e fedeltà soccorritrice. Esso rimanda al contesto dell’alleanza e quindi ai temi nuziali come in Os, 2,21.
Accanto ad hesed viene posto spesso il termine rahamim che indica le viscere materne e più precisamente l’utero (rehem) che si commuove sotto la spinta di un profonda emozione del cuore. Anche nel N.T. vi sono echi di questa terminologia attraverso la parola eleos riferita a hesed e splagchna riferita a rehamim.. Essa, come ha affermato Giovanni Paolo II, possiede la forma interiore dell’Agápe  Cf Giovanni Paolo II. Dives in Misericordia. , n. 6) che perdona, riconcilia, guarisce e rigenera l’uomo, attraverso il mistero pasquale, rendendolo “ciò che è chiamato ad essere”: figlio nel Figlio di Dio.
Essa è la rivelazione radicale del Padre, ricco di misericordia (Ef 2,4), il Suo essere reso presente nella vita terrena di Gesù Cristo e, in modo del tutto particolare, di sua madre Maria: nella pro-esistenza; nella compassione e nell’amore per l’uomo a partire dai piccoli e dai poveri, dai sofferenti e dagli esclusi ; nel perdono che salva tutto l’uomo; nell’offerta di sé e nel sacrificio di espiazione e di amore per l’uomo  (Cf Bordoni M. Gesù di Nazareth, Signore e Cristo. Saggio di Cristologia sistematica, vol II: « Gesù al fondamento della Cristologia ». Perugia 1982, Herder-Università Lateranense, pp. 65-69; 85-95; 133-151; 206-224; 492-512).
 La misericordia si è incarnata definitivamente nel Cristo pasquale per il quale l’amore promuove il bene da tutte le forme di male e restituisce l’uomo a se stesso nella sua dignità di persona umana  Cf Giovani Paolo II. Dives in Misericordia, n. 6. Essa è quindi il ritorno, grazie anche al dono della Madre Immacolata, alle “viscere di carità”, al grembo umano-divino dal quale “rinascere dall’alto” (Gv 3,3) ed essere ri-generati in Cristo e vivere nell’Amore (cf 1 Pt 1,3)  Cf Cambier J., Léon- DufourX. Misericordia. In Leon-Dufour X. dir. « Dizionario di Teologia Biblica ». Torino 1976, V ed. Marietti, p. 699).
 Essa diviene quindi la missione della Chiesa, che ripropone all’uomo, per opera dello Spirito Santo, una “relazione di misericordia” in Cristo, di cui i sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucaristia sono il momento centrale di un’azione di rigenerazione dell’umanità che trasfigura la giustizia. Guida, modello e costante riferimento alla Chiesa, nel suo accostarsi all’uomo e piegarsi sulle sue ferite, è, in modo sommo, la Madre di misericordia.
A Lei siamo stati affidati come figli dal Cristo Crocifisso. In questo modo, attraverso la compassione, l’immedesimazione, il perdono e l’amore operante, per dono dello Spirito Santo, ognuno può riscoprire il bene e la dignità di sé stessi e dell’altro, riconciliarsi essere perdonato e perdonare; essere così ricondotto a se stesso e al suo mistero in Cristo e ritrovare il senso della sua vita nell’amore e nel dono sincero di sé a Dio e al prossimo.
La misericordia costituisce infine il contenuto fondamentale del messaggio messianico del Salvatore espresso nella sinagoga di Nazaret (Lc 4,18s) e sintetizzata nella frase: «Mi ha mandato ad evangelizzare i poveri» e nella risposta data ai portavoce del Battista: «I poveri sono evangelizzati» (Lc 7,22s)  (Cf Giovani Paolo II. Dives in Misericordia, n.3).
Nel Vangelo di Luca la misericordia di Dio viene particolarmente espressa nella commozione profonda che prende il padre del figliol prodigo allorché lo vede ritornare. Il termine che viene utilizzato è splagchnizomai: essere commosso fino alle viscere. Luca lo usa per indicare la commozione del padre, quella di Gesù dinanzi alla vedova di Nain e quella del samaritano alla vista del suo prossimo in fin di vita.
Tutti contesti quindi in cui c’è uno sguardo sulla morte: “Questo tuo fratello era morto…”. Questo sguardo suscita pietà e questa pietà spinge a ridare vita: il padre lo vide… Nell’uomo più miserabile, Dio misericordioso vede la sua eminente dignità di figlio. Questo sguardo opera una commozione profonda che spinge Dio a restituire l’uomo, che si crede perduto, alla sua dignità di figlio prediletto. Giovanni Paolo II sottolinea, nella parabola del figliol prodigo, la potenza della misericordia: «Tale amore è capace di chinarsi su ogni figlio prodigo, su ogni miseria umana e, soprattutto, su ogni miseria morale, sul peccato.
Quando ciò avviene, colui che è oggetto della misericordia non si sente umiliato, ma come ritrovato e “rivalutato”. Il padre gli manifesta innanzitutto la gioia che sia stato «ritrovato» e che sia «tornato in vita». Tale gioia indica un bene inviolato: un figlio, anche se prodigo, non cessa di esser figlio reale di suo padre; essa indica inoltre un bene ritrovato, che nel caso del figliol prodigo fu il ritorno alla verità su se stesso» (DM 4). In questo modo il figlio minore non è più invitato a far valere le sue azioni, che sono ingiuste, ma a vedere se stesso come lo vede il Padre. Solo in seguito può guardare alle sue azioni non conformi al suo essere filiale «Alle volte, seguendo un tale modo di valutare, accade che avvertiamo nella misericordia soprattutto un rapporto di diseguaglianza tra colui che la offre e colui che la riceve. E, di conseguenza, siamo pronti a dedurre che la misericordia diffama colui che la riceve, che offende la dignità dell’uomo.
La parabola del figliol prodigo dimostra che la realtà è diversa: la relazione di misericordia si fonda sulla comune esperienza di quel bene che è l’uomo, sulla comune esperienza della dignità che gli è propria. Questa comune esperienza fa sì che il figliol prodigo cominci a vedere se stesso e le sue azioni in tutta verità (tale visione nella verità è un’autentica umiltà); e per il padre, proprio per questo motivo, egli diviene un bene particolare: il padre vede con così limpida chiarezza il bene che si è compiuto, grazie ad una misteriosa irradiazione della verità e dell’amore, che sembra dimenticare tutto il male che il figlio aveva commesso» (DM 4)

PAPA BENEDETTO: « LA STORIA DELLA SALVEZZA È LA STORIA DI DIO CON L’UMANITÀ »

http://www.zenit.org/article-35034?l=italian

« LA STORIA DELLA SALVEZZA È LA STORIA DI DIO CON L’UMANITÀ »

La catechesi di Benedetto XVI durante l’Udienza Generale di oggi

CITTA’ DEL VATICANO, Wednesday, 16 January 2013 (Zenit.org).
Riprendiamo di seguito la catechesi tenuta questa mattina da Benedetto XVI durante la consueta Udienza Generale del mercoledì, svoltasi nell’Aula Paolo VI.
***
Cari fratelli e sorelle,
il Concilio Vaticano II, nella Costituzione sulla divina Rivelazione Dei Verbum, afferma che l’intima verità di tutta la Rivelazione di Dio risplende per noi «in Cristo, che è insieme il mediatore e la pienezza di tutta la Rivelazione» (n. 2). L’Antico Testamento ci narra come Dio, dopo la creazione, nonostante il peccato originale, nonostante l’arroganza dell’uomo di volersi mettere al posto del suo Creatore, offre di nuovo la possibilità della sua amicizia, soprattutto attraverso l’alleanza con Abramo e il cammino di un piccolo popolo, quello di Israele, che Egli sceglie non con criteri di potenza terrena, ma semplicemente per amore. E’ una scelta che rimane un mistero e rivela lo stile di Dio che chiama alcuni non per escludere altri, ma perché facciano da ponte nel condurre a Lui: elezione è sempre elezione per l’altro. Nella storia del popolo di Israele possiamo ripercorrere le tappe di un lungo cammino in cui Dio si fa conoscere, si rivela, entra nella storia con parole e con azioni. Per questa opera Egli si serve di mediatori, come Mosè, i Profeti, i Giudici, che comunicano al popolo la sua volontà, ricordano l’esigenza di fedeltà all’alleanza e tengono desta l’attesa della realizzazione piena e definitiva delle promesse divine.
Ed è proprio la realizzazione di queste promesse che abbiamo contemplato nel Santo Natale: la Rivelazione di Dio giunge al suo culmine, alla sua pienezza. In Gesù di Nazaret, Dio visita realmente il suo popolo, visita l’umanità in un modo che va oltre ogni attesa: manda il suo Figlio Unigenito; si fa uomo Dio stesso. Gesù non ci dice qualcosa di Dio, non parla semplicemente del Padre, ma è rivelazione di Dio, perché è Dio, e ci rivela così il volto di Dio. Nel Prologo del suo Vangelo, san Giovanni scrive: «Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato» (Gv 1,18).
Vorrei soffermarmi su questo « rivelare il volto di Dio ». A tale riguardo, san Giovanni, nel suo Vangelo, ci riporta un fatto significativo che abbiamo ascoltato ora. Avvicinandosi la Passione, Gesù rassicura i suoi discepoli invitandoli a non avere timore e ad avere fede; poi instaura un dialogo con loro nel quale parla di Dio Padre (cfr Gv 14,2-9). Ad un certo punto, l’apostolo Filippo chiede a Gesù: «Signore, mostraci il Padre e ci basta» (Gv 14,8). Filippo è molto pratico e concreto, dice anche quanto noi vogliamo dire: « vogliamo vedere, mostraci il Padre », chiede di « vedere » il Padre, di vedere il suo volto. La risposta di Gesù è risposta non solo a Filippo, ma anche a noi e ci introduce nel cuore della fede cristologica; il Signore afferma: «Chi ha visto me, ha visto il Padre» (Gv 14,9). In questa espressione si racchiude sinteticamente la novità del Nuovo Testamento, quella novità che è apparsa nella grotta di Betlemme: Dio si può vedere, Dio ha manifestato il suo volto, è visibile in Gesù Cristo.
In tutto l’Antico Testamento è ben presente il tema della « ricerca del volto di Dio », il desiderio di conoscere questo volto, il desiderio di vedere Dio come è, tanto che il termine ebraico pānîm, che significa « volto », vi ricorre ben 400 volte, e 100 di queste sono riferite a Dio: 100 volte ci si riferisce a Dio, si vuol vedere il volto di Dio. Eppure la religione ebraica proibisce del tutto le immagini, perché Dio non si può rappresentare, come invece facevano i popoli vicini con l’adorazione degli idoli; quindi, con questa proibizione di immagini, l’Antico Testamento sembra escludere totalmente il « vedere » dal culto e dalla pietà. Che cosa significa allora, per il pio israelita, tuttavia cercare il volto di Dio, nella consapevolezza che non può esserci alcuna immagine? La domanda è importante: da una parte si vuole dire che Dio non si può ridurre ad un oggetto, come un’immagine che si prende in mano, ma neppure si può mettere qualcosa al posto di Dio; dall’altra parte, però, si afferma che Dio ha un volto, cioè è un «Tu» che può entrare in relazione, che non è chiuso nel suo Cielo a guardare dall’alto l’umanità. Dio è certamente sopra ogni cosa, ma si rivolge a noi, ci ascolta, ci vede, parla, stringe alleanza, è capace di amare. La storia della salvezza è la storia di Dio con l’umanità, è la storia di questo rapporto di Dio che si rivela progressivamente all’uomo, che fa conoscere se stesso, il suo volto.
Proprio all’inizio dell’anno, il 1° gennaio, abbiamo ascoltato, nella liturgia, la bellissima preghiera di benedizione sul popolo: «Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace» (Nm 6,24-26). Lo splendore del volto divino è la fonte della vita, è ciò che permette di vedere la realtà; la luce del suo volto è la guida della vita. Nell’Antico Testamento c’è una figura a cui è collegato in modo del tutto speciale il tema del « volto di Dio »; si tratta di Mosé, colui che Dio sceglie per liberare il popolo dalla schiavitù d’Egitto, donargli la Legge dell’alleanza e guidarlo alla Terra promessa. Ebbene, nel capitolo 33 delLibro dell’Esodo, si dice che Mosé aveva un rapporto stretto e confidenziale con Dio: «Il Signore parlava con Mosè faccia a faccia, come uno parla con il proprio amico» (v. 11). In forza di questa confidenza, Mosè chiede a Dio: «Mostrami la tua gloria!», e la risposta di Dio è chiara: «Farò passare davanti a te tutta la mia bontà e proclamerò il mio nome… Ma tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo… Ecco un luogo vicino a me… Tu vedrai le mie spalle, ma il mio volto non si può vedere» (vv. 18-23). Da un lato, allora, c’è il dialogo faccia a faccia come tra amici, ma dall’altro c’è l’impossibilità, in questa vita, di vedere il volto di Dio, che rimane nascosto; la visione è limitata. I Padri dicono che queste parole, « tu puoi solo vedere le mie spalle », vogliono dire: tu puoi solo seguire Cristo e seguendo vedi dalle spalle il mistero di Dio; Dio si può seguire vedendo le sue spalle.
Qualcosa di completamente nuovo avviene, però, con l’Incarnazione. La ricerca del volto di Dio riceve una svolta inimmaginabile, perché questo volto si può ora vedere: è quello di Gesù, del Figlio di Dio che si fa uomo. In Lui trova compimento il cammino di rivelazione di Dio iniziato con la chiamata di Abramo, Lui è la pienezza di questa rivelazione perché è il Figlio di Dio, è insieme «mediatore e pienezza di tutta la Rivelazione » (Cost. dogm. Dei Verbum, 2), in Lui il contenuto della Rivelazione e il Rivelatore coincidono. Gesù ci mostra il volto di Dio e ci fa conoscere il nome di Dio. Nella Preghiera sacerdotale, nell’Ultima Cena, Egli dice al Padre: «Ho manifestato il tuo nome agli uomini… Io ho fatto conoscere loro il tuo nome» (cfr Gv 17,6.26). L’espressione « nome di Dio » significa Dio come Colui che è presente tra gli uomini. A Mosè, presso il roveto ardente, Dio aveva rivelato il suo nome, cioè si era reso invocabile, aveva dato un segno concreto del suo « esserci » tra gli uomini. Tutto questo in Gesù trova compimento e pienezza: Egli inaugura in un nuovo modo la presenza di Dio nella storia, perché chi vede Lui, vede il Padre, come dice a Filippo (cfr Gv14,9). Il Cristianesimo – afferma san Bernardo – è la «religione della Parola di Dio»; non, però, di «una parola scritta e muta, ma del Verbo incarnato e vivente»(Hom. super missus est, IV, 11: PL 183, 86B). Nella tradizione patristica e medioevale si usa una formula particolare per esprimere questa realtà: si dice che Gesù è il Verbum abbreviatum (cfr Rm 9,28, riferito a Is 10,23), il Verbo abbreviato, la Parola breve, abbreviata e sostanziale del Padre, che ci ha detto tutto di Lui. In Gesù tutta la Parola è presente.
In Gesù anche la mediazione tra Dio e l’uomo trova la sua pienezza. Nell’Antico Testamento vi è una schiera di figure che hanno svolto questa funzione, in particolare Mosè, il liberatore, la guida, il « mediatore » dell’alleanza, come lo definisce anche il Nuovo Testamento (cfr Gal 3,19; At 7,35; Gv 1,17). Gesù, vero Dio e vero uomo, non è semplicemente uno dei mediatori tra Dio e l’uomo, ma è « il mediatore » della nuova ed eterna alleanza (cfr Eb 8,6; 9,15; 12,24); «uno solo, infatti, è Dio – dice Paolo – e uno solo il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù» (1 Tm 2,5; cfr Gal 3,19-20). In Lui noi vediamo e incontriamo il Padre; in Lui possiamo invocare Dio con il nome di « Abbà, Padre »; in Lui ci viene donata la salvezza.
Il desiderio di conoscere Dio realmente, cioè di vedere il volto di Dio è insito in ogni uomo, anche negli atei. E noi abbiamo forse inconsapevolmente questo desiderio di vedere semplicemente chi Egli è, che cosa è, chi è per noi. Ma questo desiderio si realizza seguendo Cristo, così vediamo le spalle e vediamo infine anche Dio come amico, il suo volto nel volto di Cristo. L’importante è che seguiamo Cristo non solo nel momento nel quale abbiamo bisogno e quando
Troviamo uno spazio nelle nostre occupazioni quotidiane, ma con la nostra vita in quanto tale. L’intera esistenza nostra deve essere orientata all’incontro con Gesù Cristo all’amore verso di Lui; e, in essa, un posto centrale lo deve avere l’amore al prossimo, quell’amore che, alla luce del Crocifisso, ci fa riconoscere il volto di Gesù nel povero, nel debole, nel sofferente. Ciò è possibile solo se il vero volto di Gesù ci è diventato familiare nell’ascolto della sua Parola, nel parlare interiormente, nell’entrare in questa Parola così che realmente lo incontriamo, e naturalmente nel Mistero dell’Eucaristia. Nel Vangelo di san Luca è significativo il brano dei due discepoli di Emmaus, che riconoscono Gesù allo spezzare il pane, ma preparati dal cammino con Lui, preparati dall’invito che hanno fatto a Lui di rimanere con loro, preparati dal dialogo che ha fatto ardere il loro cuore; così, alla fine, vedono Gesù. Anche per noi l’Eucaristia è la grande scuola in cui impariamo a vedere il volto di Dio, entriamo in rapporto intimo con Lui; e impariamo, allo stesso tempo a rivolgere lo sguardo verso il momento finale della storia, quando Egli ci sazierà con la luce del suo volto. Sulla terra noi camminiamo verso questa pienezza, nell’attesa gioiosa che si compia realmente il Regno di Dio. Grazie.
[Al termine dell’Udienza, il Papa si è rivolto ai pellegrini italiani dicendo:]
E adesso, rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare saluto i fedeli della Diocesi di Civita Castellana – sono tanti, tremila – accompagnati dal Vescovo Mons. Romano Rossi. Cari amici, l’esempio della Beata Cecilia Eusepi aiuti ciascuno di voi, specialmente i giovani, a perseverare nella generosa adesione a Cristo e nella gioiosa testimonianza del Vangelo. Saluto poi gli studenti della diocesi di Caserta; anche voi dovevate essere accompagnati dal vostro Vescovo Mons. Pietro Farina, che è ammalato mi dicono, preghiamo per lui. Questo incontro rafforzi in ciascuno la fede e l’impegno di vita cristiana. E saluto con affetto i piccoli degenti dell’Istituto nazionale per la ricerca e la cura dei tumori di Milano ed assicuro la mia preghiera affinché il Signore sostenga ognuno con la sua grazia.
Mi rivolgo, infine, ai giovani, ai malati ed agli sposi novelli. Domani celebreremo la memoria liturgica di sant’Antonio Abate, insigne padre del monachesimo, maestro spirituale e modello sublime di vita cristiana. Il suo esempio aiuti voi, cari giovani, a seguire Cristo senza compromessi; sostenga voi, cari malati, nei momenti di sconforto e di prova; e stimoli voi, sposi novelli, a non trascurare la preghiera nella vita di ogni giorno. Grazie.

Publié dans:immagini sacre |on 16 janvier, 2013 |Pas de commentaires »

David with his harp

David with his harp dans immagini sacre Chagall_56Verve_David_Harp5

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Publié dans:immagini sacre |on 15 janvier, 2013 |Pas de commentaires »
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