Archive pour décembre, 2012

San Daniele Stilita, sacerdote

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11 dicembre: San Daniele lo Stilita Sacerdote, mf

http://www.santiebeati.it/dettaglio/92529

San Daniele lo Stilita Sacerdote, mf

11 dicembre

Maratha, Samosata, 409 – Siria, 490 circa

Nasce a Maratha, nelle vicinanze di Samosata in Siria nel 409. Daniele a dodici anni chiede di essere accolto in un vicino monastero e davanti alla resistenza dell’abate gli risponde che con la sua fede sopporterà la dura vita del cenobio. Guadagna subito la fiducia dell’abate, a tal punto che lo accompagna ad Antiochia dove conoscono san Simone che, da poco, ha iniziato a vivere da asceta in cima ad una colonna. Tornato a Maratha, alla morte dell’abate Daniele viene scelto come suo successore, ma rifiuta l’incarico perché vuol tornare a visitare Simone. A causa delle guerre è costretto a fermarsi a Costantinopoli, quindi si ritira in un tempio abbandonato a Filempora. Nel 459 muore Simone e il suo mantello viene dato a Daniele che, ormai cinquantenne, decide di seguire l’esempio del maestro e si stabilisce su una colonna. Muore nel 490 e viene sepolto ai piedi della colonna sulla quale aveva vissuto trentatré anni e tre mesi. (Avvenire)

Etimologia: Etimologia: Daniele = Dio è il mio giudice, dall’ebraico

Martirologio Romano: A Costantinopoli, san Daniele, detto Stilita, sacerdote, che, dopo aver condotto vita monastica e superato molte difficoltà, seguendo l’esempio di vita di san Simeone, alloggiò sull’alto di una colonna per trentatré anni e tre mesi fino alla morte, imperterrito davanti all’impeto del freddo, del caldo o dei venti.
Testimoni estremi della fede, la cui vita di penitenza era sempre sotto gli occhi di tutti, gli stiliti incarnarono una forma originale di ascetismo cui stenteremmo a credere se non avessimo fonti storiche documentate. Nati nel V secolo in Oriente (si diffusero poi anche in Russia), questi anacoreti vivevano presso un villaggio o un monastero, su una colonna alta dai dieci ai venti metri. Su di essa predicavano, guarivano malati e celebravano l’Eucaristia, trasformando così un simbolo pagano (solitamente sulle colonne si innalzavano gli idoli) in luogo di elevazione cristiana. La piattaforma garantiva la sopravvivenza grazie ad una tettoia, mentre dal balcone vi era il contatto con i fedeli. Alcuni seguaci provvedevano al sostentamento dello stilita innalzando il cibo con una carrucola o una scala. Alla sommità accedevano quanti necessitavano di conforto spirituale o cercavano soluzioni a controversie. Il primo e il più celebre stilita fu S. Simeone detto “il vecchio” (390-459) che visse in Siria a Qal’At Sem’An, nei pressi di Antiochia, e fu famoso per i miracoli e per aver convertito anche alcuni arabi. Daniele fu un suo discepolo, come apprendiamo dalla dettagliata biografia scritta, con diversi particolari storici, da un giovane seguace.
Daniele nacque a Maratha (vicino a Samosata) nel 409 da pii genitori che lo consacrarono subito al Signore. Crebbe buono e a soli dodici anni chiese di essere accolto in un vicino monastero. Alle resistenze dell’abate rispose che era sì giovane ma, con la sua grande fede, avrebbe sopportato la dura vita del cenobio. Pochi anni dopo godeva già della sua fiducia, tanto da accompagnarlo in un viaggio ad Antiochia. Ospiti del monastero di Telanissos (Dair Sem’an), conobbero S. Simeone che aveva da poco iniziato a vivere da asceta in cima ad una colonna, incompreso dai compagni e accusato di vanagloria. Nonostante la grande calura, il santo li accolse e li benedisse facendo breccia nel cuore del giovane, cui però predisse molte sofferenze. Qualche tempo dopo l’abate morì e Daniele venne scelto come suo successore. Egli però, rifiutato l’incarico, tornò a far visita a Simeone con l’intento di raggiungere successivamente la Terra Santa. Ripiegò su Costantinopoli a causa delle guerre, per poi ritirarsi a Filempora, in un tempio abbandonato, sotto la protezione del patriarca S. Anatolio. Nel 459 Simeone morì e il suo mantello, destinato inizialmente all’Imperatore Sergio I, venne dato a Daniele che, ormai cinquantenne, decise di seguire l’esempio del maestro. Alcuni compagni lo aiutarono a stabilirsi su una colonna dove iniziò la sua vita di meditazione e preghiera. All’ordine iniziale dell’Imperatore Leone di lasciare il luogo, la guarigione di un ragazzo posseduto dal demonio convinse il messo imperiale a tornare dall’imperatore per raccontare l’accaduto. Questi chiese a Daniele di pregare affinché l’imperatrice Verena concepisse un figlio. A grazia ottenuta l’imperatore andò di persona a ringraziarlo, salendo sulla colonna e toccandogli i piedi. Fece poi costruire un’altra colonna collegata con un ponte alla precedente, mentre il luogo era ormai meta di pellegrinaggi. Durante una tempesta la struttura corse il pericolo di crollare, ma Daniele non l’abbandonò e, a pericolo scampato, fece graziare il costruttore condannato dall’imperatore per la sua imperizia.
Il santo stilita era continuamente esposto alle intemperie e durante un inverno particolarmente rigido fu salvato in extremis dall’assideramento. L’imperatore fece allora costruire una stanza in cui fosse maggiormente riparato. Purtroppo a Daniele non mancarono gli attriti col Patriarca di Costantinopoli Gennadio e solo dietro ordine imperiale questi andò a trovarlo. All’incontro, nonostante la giornata caldissima, assistette una grande folla e il presule, dopo aver celebrato le preghiere d’ordinazione, salì sulla colonna dove si diedero vicendevolmente la comunione.
Daniele era ormai famoso in tutto l’impero. Si narra che predisse un incendio nella capitale (465) e che davanti alla sua colonna furono siglati patti di alleanza tra principi. Le visite più gradite erano però quelle dei malati che, dopo aver ascoltato la sua sapiente parola, ricevevano i sacramenti. Scese dalla colonna solo quando, morto l’imperatore, gli eretici monofisiti usurpavano il trono. Portato a spalle dalla folla ottenne il riconoscimento del nuovo Imperatore Zenone che, da lì a poco, con gratitudine, andò a onorarlo sulla colonna. Lo stesso successivamente promulgò il decreto detto Henoticon, diretto a vescovi, chierici e monaci della chiesa orientale, relativo all’approvazione del Simbolo Niceno.
Daniele morì ultraottantenne nel 490 (o 493) dopo aver incontrato il Patriarca Eufemio e aver celebrato la Messa. Fu sepolto in un oratorio ai piedi di quella colonna su cui era vissuto trentatre anni e tre mesi.

Autore: Daniele Bolognini

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HIC VERBUM CARO FACTUM EST (Fede, storia e « mistero » della Santa Casa di Loreto)

http://www.zenit.org/article-34434?l=italian

HIC VERBUM CARO FACTUM EST

Fede, storia e « mistero » della Santa Casa di Loreto

di padre Mario Piatti icms,
direttore del mensile “Maria di Fatima”

ROMA, lunedì, 10 dicembre 2012 (ZENIT.org) – Come in uno scrigno prezioso, intessuto di fede, di arte e di devozione, il Santuario di Loreto custodisce la “Casa Santa” di Nazareth, dove l’Angelo annunciò alla Vergine Maria la sua divina maternità. L’antica tradizione parla di Angeli che portarono miracolosamente, in volo, la venerata dimora, prima a Tersatto (nell’attuale Croazia) e poi, dopo altre “tappe”, il 10 dicembre del 1294, a Loreto.
Gli studi più recenti hanno confermato l’origine palestinese dell’edificio, caratterizzato da tre pareti, alte circa tre metri (la parte superiore dei muri e la copertura sono aggiunte di materiale locale, marchigiano), prive di fondamenta, di manifattura orientale e recanti anche numerosi graffiti, incisi sulle pietre, di evidente attribuzione giudeo-cristiana, equiparabili ad altre simili, scoperte a Nazareth.
La storia e la archeologia, ancora una volta, non contraddicono, anzi avvalorano e sostengono quanto trasmessoci nei secoli. Rimangono certamente aperti numerosi interrogativi sulle modalità del “trasporto”, ritenuto oggi, dai più, opera della nobile famiglia “Angeli”, che avrebbe sottratto ai Musulmani tale reliquia, unica e insigne, traferendola, via mare, in Italia.
La Santa Casa – le tre pareti originarie, fino appunto all’altezza dei tre metri circa – proprio per la sua configurazione e per la pietra utilizzata, sconosciuta nel territorio marchigiano, denuncia la sua ascendenza medio-orientale, con particolare riferimento alla tecnica dei Nabatei, ben attestata, in Galilea, agli inizi dell’era cristiana.
Il confronto con la Grotta di Nazareth ha rivelato una innegabile continuità tra l’edificio di Loreto e la parte, scavata nella roccia, rimasta in Palestina. Gli studi hanno consentito, perciò, di togliere qualsiasi dubbio sulla provenienza della Casa, senza risolverne, d’altra parte, del tutto i problemi.
Anche il trasferimento della abitazione “per mano d’uomo” lascia in sospeso diverse domande: circa, a esempio, la mancanza di una documentazione più precisa; circa le oggettive difficoltà di scomporre e ricostruire la Casa stessa, che non pare riportare i segni di una simile “operazione”. Forse – mi si perdoni l’accostamento un po’ azzardato – come la Sacra Sindone di Torino, non si giungerà mai a una definitiva chiarificazione di ogni aspetto, perché di “mistero” comunque si tratta (cioè di realtà che oltrepassano i limiti della nostra immediata comprensione).
Per chi non crede, qualunque “prova” risulterà sempre insufficiente, contestabile, provvisoria; per chi crede, la venerazione, colma di stupore, del Lenzuolo funerario di Cristo o l’immergersi nel silenzio orante della Casa Santa di Loreto sono già la risposta più bella, che fuga dubbi e sospetti di ogni genere e suggerisce allo spirito: “digitus Dei hic est”.
Tra le pareti di quella umile e semplicissima dimora avvenne il mistero più grande che si possa immaginare. Jahvé ha visitato il suo popolo: attraverso il “sì” generoso di una fanciulla, Dio è penetrato nella Storia, dando un significato nuovo a tutta la nostra complessa realtà umana. Il Verbo si fa carne nel silenzio di Nazareth, dentro il segreto di un Cuore illuminato dalla Grazia e reso dimora dell’Eterno.
L’Annuncio dell’Angelo rivela l’attitudine contemplativa di Maria Santissima, il suo trattenersi volentieri in intimo dialogo con Dio, amato e cercato in ogni cosa. L’iconografia cristiana ha prodotto una gamma infinita di capolavori, che raffigurano la Vergine nel suo incontro con il messo celeste. La straordinarietà di quell’evento, in realtà, è stata preparata da tutta la sua vita, nascosta in Dio e quotidianamente offerta all’Altissimo.
Chi prega, chi prega bene, permette a Dio di illuminare la sua coscienza e le sue scelte; è sostenuto dalla Grazia a ricercare, in tutto, il vero Bene della sua anima, dei suoi fratelli, del mondo intero; è aiutato oggi,adesso, ad affrontare la fatica del suo presente, senza dimenticare tuttavia la meta definitiva, “l’eschaton”, le ultime realtà.
La vera “prudenza cristiana” tiene conto di tutto; inserisce le scelte nel quadro più ampio e articolato della propria vita e della vita di un popolo, peregrinante nel tempo, verso la Eternità. La vera prudenza sa guardare oltre le difficoltà contingenti, perché considera il più vasto orizzonte del suo destino. Chi non prega abitualmente, chi non sa più riflettere né meditare, può avere larghe competenze nel suo campo, ma perde di vista il tutto, la meta, la destinazione finale.
Maria Santissima rivela la sua capacità di ascoltare la voce di Dio e di affrontare poi i problemi concreti, correttamente e coraggiosamente, lasciandosi guidare dalla Grazia, che opera in Lei e dallo Spirito Santo. Un Cuore, che si immerge volentieri nel mistero di Dio, sa poi essere capace di deliberare in fretta e saggiamente, di prendere decisioni giuste, per realizzare quel fine buono che il Signore affida a ciascuno, nel suo disegno universale di salvezza.
Tutto questo avviene in quella povera dimora di Nazaret, venuta – chissà come e chissà per quale misteriosa trama di eventi – fin sulle nostre dolcissime colline marchigiane, per essere un faro di Verità, di luce e di pace, per la nostra amata e travagliata nazione e per il mondo intero. A noi spetta il compito di raccogliere i “messaggi del Cielo”, di custodirli – come la Madre di Dio – nel cuore e di trasmetterli, generosamente e coraggiosamente, al mondo.

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San Giovanni Battista

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http://www.artbible.net/3JC/-Mat-03,01-John%20the%20baptist_Jean%20Baptiste/index.html

Publié dans:immagini sacre |on 8 décembre, 2012 |Pas de commentaires »

IL LIBRO DI BARUC

http://www.paoline.it/Conoscere-la-Bibbia/articoloRubrica_arb1627.aspx

il Libro di Baruc

[FILIPPA CASTRONOVO]

Il libro di Baruc mostra la vita religiosa della comunità dispersa tra le nazioni, il suo legame con Gerusalemme, la preghiera, il culto alla legge, i sogni messianici. Questo libro manca nell’elenco della Bibbia ebraica. È infatti, un libro deuterocanonico. Nella Bibbia cattolica è collocato tra Geremia e le Lamentazioni (LXX) e nella volgata dopo le Lamentazioni.
Il nome Baruc  richiama un personaggio del passato – esattamente il segretario del profeta Geremia – dietro il quale l’autore reale del libro si nasconde. E’ questo uno dei casi biblici di pseudonimia (cfr. Ap,11).  Il libro di Baruc  si ritiene sia stato composto diversi secoli dopo l’esistenza di Baruc, il vero segretario di Geremia. 
Il libro di Geremia riferisce diversi fatti della vita di Baruc storicamente esistito: è suo segretario (cap 5); consegnò a Geremia l’atto di acquisto del suo campo (32,12-16). Dopo che il rotolo, scritto da Geremia, fu bruciato, Baruc scrisse tutte le parole dettate da Geremia e le lesse davanti al popolo (36,4-32). Baruc fu accusato di incitare Geremia contro degli uomini superbi dopo la caduta di Gerusalemme e fu portato con Geremia in Egitto (43,1-7).
Il libro di Baruc, di carattere antologico, contenuto nel Canone biblico cattolico, sembra essere stato redatto in circostanze e momenti tra loro diversi, che rendono difficile stabilire con precisione la data e il luogo di composizione. I primi cinque capitoli hanno notevoli somiglianze con il libro di Daniele, da far collocare il libro di Baruc tra il II sec. a.C o l’inizio del I secolo a.C. Nello stesso periodo va, forse, collocata anche la stesura della Lettera di Geremia (cap. 6).
Il libro, dopo il prologo storico, presenta la confessione dei peccati, nello stile di una solenne e sentita liturgia penitenziale (Bar 1,15-3,8), che richiama il capitolo 9 del libro di Daniele. Il peccato è provocato dal rifiuto di ascoltare la voce del Signore e dal disprezzo dei suoi comandamenti. Segue una meditazione sulla sapienza dono di Dio al popolo (Bar 3,9-4,4) e un invito alla speranza rivolto a Gerusalemme, che non deve lasciarsi abbattere perché: «Sarai chiamata da Dio per sempre: “Pace di giustizia” e “Gloria di pietà”» (cfr. Bar 4,5-5,9). Infine vi è la lettera di Geremia contro l’idolatria (Bar 6, 1-72).
Il libro di Baruc, benché breve, è uno dei libri dell’Antico Testamento usati dalla liturgia cattolica. Si legge nei tempi liturgici forti: seconda domenica di Avvento anno C, per l’invito alla speranza (5,1-9); nella veglia pasquale, per il richiamo a seguire la Sapienza che risiede in Dio e si è rivelata al suo popolo (3,9-15.32-4,4) e nel  tempo ordinario: venerdì (1,15-22) e sabato (4,5-12.27-27) della ventiseiesima settimana dell’ anno dispari.

Da sapere che
Il libro, almeno in alcune sue parti fu scritto originariamente in ebraico o aramaico. Il testo che possediamo ci è pervenuto nella versione greca dei LXX. Nella nostra Bibbia, che segue l’uso della Vulgata latina, del libro di Baruc fa parte anche la Lettera di Geremia (6,1-72).

Publié dans:BIBBIA, Bibbia - Antico Testamento |on 8 décembre, 2012 |Pas de commentaires »

Omelia II Domenica di Avvento (Anno C): Voce di uno che grida nel deserto…

http://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=27071

Voce di uno che grida nel deserto…

mons. Antonio Riboldi

II Domenica di Avvento (Anno C) (09/12/2012)

Vangelo: Lc 3,1-6  
C’è sempre nello stile dell’amore di Dio il far precedere l’imminenza di un Suo intervento – tanto più se clamoroso – da fatti o persone, che avvertano gli uomini, affinché siano pronti e preparati.
E questa volta è davvero incredibile l’intervento che Dio ha in cuore per noi, degno di un Padre misericordioso che intende riallacciare l’amicizia con l’uomo, ogni uomo, per ‘rifarci’ Suoi figli, dopo il peccato originale.
Non vi sono parole per descrivere gli interventi di Dio nella storia dell’umanità, ma un segno è comune a tutti: Dio sceglie un Suo profeta, perché aiuti noi, Suoi figli, a cogliere la grandezza di quanto sta per compiere e ci prepariamo a cambiare totalmente i rapporti tra noi e Lui…
Per l’Evento più straordinario, pensato da Dio per noi, – mandare suo Figlio, fatto carne come uno di noi, per salvarci con la parola, i fatti e soprattutto la morte in croce, dono supremo dell’amore, sceglie un uomo, Giovanni il Battista, che nel deserto si prepara per la missione che Dio gli ha conferito dall’eternità.
È quello stesso bambino, cugino di Gesù, che aveva ‘sussultato nel seno di Elisabetta » quando sua
madre aveva incontrato Maria, già incinta del Figlio di Dio…
Quanto belli e misteriosi sono sempre i progetti di Dio!
Giovanni, un bambino, diventato uomo secondo lo Spirito di Dio, che oggi ci impressiona e scuote la nostra pigrizia, anche solo leggendo quanto dice:
« Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetràrca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetràrca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetràrca dell’Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Càifa’, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccarìa, nel deserto.
Egli percorse tutta la regione del Giordano; predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaia:
«Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! Ogni burrone sarà riempito, ogni monte e ogni colle sarà abbassato; le vie tortuose diverranno diritte e quelle impervie, spianate. Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio! ». (Lc. 3, 1-6)
Parole, quelle del Battista, che non lasciano spazio ad equivoci o titubanze.
E’ un richiamo breve, ma incisivo ed efficace, che scuote le coscienze, esige un cambiamento radicale, se si vuole fare strada all’opera che Dio, per mezzo di Suo Figlio Gesù, vuole compiere nella nostra vita, nella storia dell’umanità.
E l’Avvento è proprio il tempo della preparazione a tutto questo.
Le tappe dell’anno liturgico in cui si fa ‘memoria’ della vita di Gesù è una nuova attuazione del progetto del Padre, rinnovata per ogni generazione umana. 
Oggi le parole di Giovanni il Battista sono rivolte direttamente a noi.
Siamo pronti ad ascoltarlo o non corriamo il rischio di farci rintronare dall’urlo del consumismo, dal chiasso del mondo, che trasformano la venuta di Gesù solo in un’occasione profana per fare una festa, che finisce il giorno dopo?
Ascoltiamo Giovanni, prepariamoci, siamo vigilanti, per essere pronti ad accogliere Gesù, l’unica ragione e l’unico senso profondo dell’esistenza di ogni uomo. Gesù è il nostro Signore e Re, l’Unico che può salvarci e guidarci alla Luce piena e alla Vita senza tramonto.
Lui è la nostra « Via, Verità e Vita », la pienezza della Gioia.
E se ci sentiamo fragili o incapaci, preghiamo Maria, che ci aiuti ad accogliere Gesù, il Figlio di Dio e suo, che ci viene incontro, per salvarci, oggi e per sempre:
‘Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte… ‘
quando finalmente Lo incontreremo ‘faccia a faccia ‘

LA VIRGEN INMACULADA CONCEPCION

LA VIRGEN INMACULADA CONCEPCION dans immagini sacre Inmaculada+Concepcion+6

http://fotosdibujosimagenesvideos.blogspot.it/2010/11/dibujos-de-la-inmaculada-concepcion.html

Publié dans:immagini sacre |on 7 décembre, 2012 |Pas de commentaires »

8 DICEMBRE : IMMACOLATA CONCEZIONE DI MARIA

http://www.vivienna.it/2012/12/07/8-dicembre-beato-luigi-alojzy-liguda/

8 DICEMBRE : IMMACOLATA CONCEZIONE DI MARIA

(di Padre Alojzy Liguda)

L’Immacolata Concezione è un dogma cattolico proclamato dal Beato Pio IX (Giovanni Maria Mastai Ferretti, 1846-1878), l’8 dicembre 1854, con la Bolla “Ineffabilis Deus” che sancisce come la Vergine Maria sia stata preservata immune dal peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento: «(…) affermiamo e definiamo rivelata da Dio la dottrina che sostiene che la beatissima Vergine Maria fu preservata, per particolare grazia e privilegio di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, immune da ogni macchia di peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento, e ciò deve pertanto essere oggetto di fede certo ed immutabile per tutti i fedeli». Ma la storia della devozione per Maria Immacolata è molto più antica. Precede di secoli, anzi di millenni, la proclamazione del dogma che, come sempre, non ha introdotto una novità, ma ha semplicemente coronato una lunghissima tradizione. Già i Padri della Chiesa d’Oriente, nell’esaltare la Madre di Dio, avevano avuto espressioni che la ponevano al di sopra del peccato originale. L’avevano chiamata: “Intemerata, incolpata (nel senso di “senza colpa”), bellezza dell’innocenza, più pura degli Angeli, giglio purissimo, nube più splendida del sole, immacolata”. In Occidente, però, la teoria dell’immacolatezza trovò una forte resistenza, non per avversione alla Madonna, che restava la più sublime delle creature, ma per mantenere salda la dottrina della Redenzione, operata soltanto in virtù del sacrificio di Gesù. Se Maria fosse stata immacolata, se cioè fosse stata concepita da Dio al di fuori della legge del peccato originale, comune a tutti i figli di Eva, Ella non avrebbe avuto bisogno della Redenzione, e questa dunque non si poteva più dire universale. L’eccezione, in questo caso, non confermava la regola, ma la distruggeva. Il francescano Giovanni Duns, detto Scoto perché nativo della Scozia, e chiamato il “Dottor Sottile”, riuscì a superare questo scoglio dottrinale con una sottile ma convincente distinzione. Anche la Madonna era stata redenta da Gesù, ma con una Redenzione preventiva, prima e fuori del tempo. Ella fu preservata dal peccato originale in previsione dei meriti del suo figlio divino. Ciò conveniva, era possibile, e dunque fu fatto. Giovanni Duns Scoto morì sui primi del ’300. Dopo di lui, la dottrina dell’Immacolata fece grandi progressi, e la sua devozione si diffuse sempre di più. Dal 1476, la festa della Immacolata Concezione di Maria venne introdotta nel Calendario romano. Nel 1830, la Vergine apparve (Rue du Bac a Parigi) a Santa Caterina Labouré chiedendo di far coniare una medaglia chiamata, in seguito, “medaglia miracolosa” con l’immagine dell’Immacolata incorniciata dalla scritta «O Maria, concepita senza peccato, pregate per noi che ricorriamo a Voi » (Originale: «Ô Marie conçue sans peché priez pour nous qui avons recours à Vous»). Questa medaglia suscitò un’intensa devozione; molti Vescovi chiesero a Roma la definizione di quel dogma che ormai era nel cuore di quasi tutti i cristiani. Così, l’8 dicembre 1854, il Beato Pio IX proclamava Maria esente dal peccato originale, tutta pura, cioè Immacolata: fu un atto di grande fede e di estremo coraggio che suscitò gioia tra i fedeli della Madonna ma indignazione tra i nemici del Cristianesimo in quanto il dogma dell’Immacolata era una diretta smentita dei naturalisti e dei materialisti. Quattro anni dopo, le apparizioni di Lourdes apparvero una prodigiosa conferma del dogma che aveva proclamato la Vergine “tutta bella”, “piena di grazia” e priva di ogni macchia del peccato originale. Una conferma che sembrò un ringraziamento, per l’abbondanza di grazie che dal cuore dell’Immacolata piovvero sull’umanità.
E dalla devozione per l’Immacolata ottenne immediata diffusione, in Italia, il nome femminile di Concetta, in Spagna quello di Concepción: un nome che ripete l’attributo più alto di Maria, “sine labe originali concepta”, cioè concepita senza macchia di peccato e, perciò, Immacolata.

Publié dans:feste di Maria, Maria Vergine |on 7 décembre, 2012 |Pas de commentaires »

7 dicembre: Sant’Ambrogio, vescovo di Milano (340-397) – Cristo per noi è tutto

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Santo_del_mese/11-Dicembre/Sant_Ambrogio_di_Milano.html

7 dicembre: Sant’Ambrogio, vescovo di Milano (340-397)

CRISTO PER NOI E’ TUTTO

Milano 374. In una delle chiese della città, gremita fino all’inverosimile, presbiteri e laici, vecchi e giovani, cattolici e ariani stavano discutendo animatamente sul nome del successore del vescovo Assenzio (ariano) morto di recente. Era un po’ di tempo ormai che le due fazioni si affrontavano animatamente anche per le strade, con qualche pericolo per l’ordine pubblico. Non si poteva far finta di niente.
E infatti Ambrogio, il governatore (della Lombardia, Liguria ed Emilia, con sede appunto a Milano) si recò in quella chiesa per calmare gli animi e per incoraggiare il popolo a fare la scelta del nuovo vescovo in un clima di dialogo, di pace e di rispetto reciproco. Il popolo accolse le sue esortazioni, anche perché era un governatore imparziale, stimato e ben voluto dalla popolazione essendosi dedicato sempre al bene di tutti. La sua missione di funzionario pubblico sembrava compiuta e con successo, quando accadde l’imprevisto che gli cambierà completamente la vita.
Qualcuno dalla folla, sembra un bambino, gridò forte: “Ambrogio vescovo” e l’intera assemblea, cattolici e ariani, vecchi e giovani, presbiteri e laici, quasi folgorati da quel grido (era un’ispirazione dall’alto?) ripeterono a loro volta “Ambrogio vescovo”. Non si diceva già allora “Vox populi, vox Dei”?.
A furor di popolo, ecco trovata la soluzione allo spinoso problema. Tutti d’accordo sul nuovo vescovo: il loro governatore, anche se era un semplice catecumeno e per giunta senza ambizioni ecclesiastiche. E l’interessato? Per la verità non era proprio entusiasta. Proprio lui ancora semplice catecumeno e per di più a completo digiuno di teologia (quindi senza un’adeguata preparazione ad essere vescovo)? Sembrava tutto assurdo.
Si appellò a Valentiniano protestando la propria inadeguatezza all’incarico “datogli” dal popolo. Non trovò una sponda favorevole nell’imperatore: anzi questi gli disse che si sentiva lui stesso lusingato per aver scelto un governatore “politico” (Ambrogio) che era stato ritenuto degno persino di svolgere l’ufficio episcopale (anche perché allora il vescovo di Milano aveva una specie di giurisdizione su quasi tutto il Nord Italia, quindi era un incarico molto prestigioso).
Ed Ambrogio accettò. Fu così che nel giro di una settimana venne battezzato e poi consacrato vescovo, il 7 dicembre del 374. Cominciava così per lui una seconda vita.
Un vescovo tutto per Dio e tutto per il popolo
Ambrogio era nato a Treviri, in Germania, da una nobile famiglia romana della Gens Aurelia. Suo padre era governatore delle Gallie, quindi un importante funzionario imperiale. Quando questi improvvisamente morì, Ambrogio con la sorella Marcellina (Santa) e la madre ritornarono a Roma. Qui continuò gli studi, imparò il greco e divenne un buon poeta e un oratore. Proseguì poi gli studi per la carriera legale ottenendo molti successi in questo campo come avvocato, finché l’imperatore Valentiniano lo nominò nel 370 governatore, con residenza a Milano. Una carriera impressionante.
Ambrogio fece il governatore solo quattro anni, ma la sua opera fu molto incisiva.
Era un uomo al di sopra delle parti e dei partiti, aveva costantemente l’occhio rivolto al bene di tutta la popolazione, non escludendo nessuno specialmente i poveri. Questo atteggiamento gli guadagnò non solo la stima ma addirittura l’affetto sincero di tutta la popolazione, senza distinzione. Possiamo dire che fece così bene il governatore che il Popolo di Dio (con l’imperatore e il Vescovo di Roma Papa Damaso) lo ritennero degno di fare il vescovo. E la “promozione” non era da poco.
Fatto vescovo, decise di rompere ogni legame con la vita precedente: donò infatti le sue ricchezze ai poveri, le sue terre e altre proprietà alla Chiesa, tenendo per sé solo una piccola parte per provvedere alla sorella Marcellina, che anni prima si era consacrata Vergine nella Basilica di San Pietro durante una solenne liturgia di Natale, presente il Papa Liberio. Ambrogio ebbe sempre una grande stima per la madre, per la sorella e per la decisione presa da lei.
Consapevole della sua impreparazione culturale in campo teologico, si diede allo studio della Scrittura e alle opere dei Padri della Chiesa, in particolare Origene, Atanasio e Basilio. La sua vita era frugale e semplice, le sue giornate dense di incontri con la gente, di studio e di preghiera. Ambrogio studiava e poi faceva sostanza della sua preghiera ciò che aveva studiato, quindi, dopo aver pregato, scriveva e quindi predicava. Questo era il suo modo di porgere la Parola di Dio al popolo. Lo stesso Agostino d’Ippona ne rimase affascinato tanto da sceglierlo come maestro nella fede, proprio perché con il suo modo di fare e di predicare aveva contribuito alla sua conversione (insieme alla madre Monica, e naturalmente allo Spirito Santo).
Ogni giorno diceva la Messa per i suoi fedeli dedicandosi poi al loro servizio per ascoltarli, per consigliarli e per difenderli contro i soprusi dei ricchi. Tutti potevano parlargli in qualsiasi momento. Ed è anche per questo che il popolo non solo lo ammirava ma lo amava sinceramente.
È rimasto famoso il suo comportamento quando alcuni soldati nordici avevano sequestrato, in una delle loro razzie, uomini donne e bambini. Ambrogio non esitò a fondere i vasi sacri della chiesa per pagare il loro riscatto. E a coloro (gli ariani) che ebbero il coraggio di criticarlo per l’operato rispose:
“Se la Chiesa ha dell’oro non è per custodirlo, ma per donarlo a chi ne ha bisogno… Meglio conservare i calici vivi delle anime che quelli di metallo”.

“Dove c’è Pietro, c’è la Chiesa”
La Chiesa del tempo di Ambrogio attraversava una grave turbolenza dottrinale: la presenza cioè dell’eresia ariana, originata e predicata da Ario. Questi negava la divinità di Cristo e la sua consustanzialità col Padre, affermando che anche lui era una semplice creatura, scelta da Dio come strumento di salvezza. Come si vede un’eresia dirompente e devastante per la cristianità, che minacciava il centro stesso del Cristianesimo: Gesù Cristo, e questi Figlio di Dio.
Purtroppo ebbe molti seguaci anche nei ranghi alti delle autorità e cioè imperatori e imperatrici, governatori, ufficiali dell’esercito romano che la sostennero con il loro peso politico e militare. Ambrogio conosceva il problema già da governatore, ma dovette affrontarlo specialmente da vescovo di Milano scontrandosi addirittura con la più alta autorità: quella imperiale.
Nel 386 fu approvata una legge che autorizzava le assemblee religiose degli ariani e il possesso delle chiese, ma in realtà bandiva quelle dei cristiani cattolici. Pena di morte a chi non obbediva.
Ambrogio incurante della legge e delle conseguenze personali, si rifiutò di consegnare agli ariani anche una sola chiesa. Arrivarono le minacce contro di lui. Allora il popolo, temendo per il proprio vescovo, si barricò nella basilica insieme con lui. Le truppe imperiali circondarono e assediarono la chiesa, decisi a farli morire di fame. Ambrogio, per occupare il tempo, insegnò ai suoi fedeli salmi e cantici composti da lui stesso e raccontò al popolo tutto ciò che era accaduto tra lui e l’imperatore Valentiniano, riassumendo il tutto con la famosa frase: “L’imperatore è nella Chiesa, non sopra la Chiesa”.
Nel frattempo Teodosio il Grande, imperatore d’Oriente, dopo aver sconfitto e giustiziato l’usurpatore Massimo che aveva invaso l’Italia, reintegrò Valentiniano (facendogli abbandonare l’arianesimo) e si fermò per un po’ di tempo a Milano.
La riconoscenza di Ambrogio all’imperatore tuttavia non gli impedì di affrontarlo in ben due occasioni, quando ritenne che il suo comportamento era riprovevole e condannabile pubblicamente. Fu specialmente dopo l’infame massacro di Tessalonica del 390, in cui morirono più di settemila persone, tra cui molte donne e bambini, in rivolta per la morte del governatore. Furono uccisi tutti senza distinzione di innocenti e colpevoli.
Ambrogio, inorridito per l’accaduto, insieme ai suoi collaboratori ritenne responsabile pubblicamente Teodosio stesso, invitandolo a pentirsi. Alla fine l’imperatore cedette e piegò la testa. Questo spiega la grande autorità morale di cui godeva il vescovo. Teodosio morì tre anni dopo e lui stesso ne fece un sincero elogio lodandone l’umiltà e il coraggio di ammettere le proprie colpe, additandone l’esempio anche agli inferiori.
Ambrogio non solo fu un baluardo a difesa della fede cattolica contro l’eresia ariana, ma si adoperò a difendere anche il Vescovo di Roma, Papa Damaso contro l’antipapa Ursino. Egli così riconosceva la funzione ed il primato del Vescovo della Città Eterna (in quanto successore di Pietro) come centro e segno di unità per tutti i cristiani.
È a lui che si deve la famosa frase che recita: “Ubi Petrus, ibi Ecclesia” (Dove c’è Pietro, lì c’è la Chiesa), e l’altra: “In omnibus cupio sequi Ecclesiam Romanam” e cioè “In tutto voglio seguire la Chiesa Romana” quasi un’attestazione del primato della Chiesa di Roma, sul quale la discussione andrà avanti per secoli e, come si sa, non è ancora finita.
Per i suoi molteplici scritti teologici e scritturistici è uno dei quattro grandi dottori della Chiesa d’Occidente, insieme a Gerolamo, Agostino e Gregorio Magno.
Nella Lettera apostolica Operosam Diem (1996) per il centenario della morte di Ambrogio, Giovanni Paolo II, di venerata memoria, ha messo in risalto due importanti aspetti del suo insegnamento: il convinto cristo-centrismo e la sua originale Mariologia.
Ambrogio viene considerato l’iniziatore della Mariologia latina. Giovanni Paolo II (in Operosam diem, n. 31):
“Di Maria Ambrogio è stato il teologo raffinato e il cantore inesausto. Egli ne offre un ritratto attento, affettuoso, particolareggiato, tratteggiandone le virtù morali, la vita interiore, l’assiduità al lavoro e alla preghiera.
Pur nella sobrietà dello stile, traspare la sua calda devozione alla Vergine, Madre di Cristo, immagine della Chiesa e modello di vita per i cristiani. Contemplandola nel giubilo del Magnificat, il santo vescovo di Milano esclama: “Sia in ciascuno l’anima di Maria a magnificare il Signore, sia in ciascuno lo spirito di Maria a esultare in Dio”.
Del suo cristo-centrismo così ha scritto Giovanni Paolo II:
“Al centro della sua vita, sta Cristo, ricercato e amato con intenso trasporto. A Lui, tornava continuamente nel suo insegnamento. Su Cristo si modellava pure la carità che proponeva ai fedeli e che testimoniava di persona… Del mistero dell’Incarnazione e della Redenzione, Ambrogio parla con l’ardore di chi è stato letteralmente afferrato da Cristo e tutto vede nella sua luce”.
Questo suo pensiero centrale può essere sintetizzato nella famosa frase del De Virginitate “Cristo per noi è tutto”.
Ambrogio visse e operò totalmente e incessantemente tutto per Cristo e tutto per la Sua Chiesa. Il suo amore a Cristo era inscindibile dal suo amore alla Chiesa. Operare per far crescere l’amore a Cristo significava per lui lavorare, soffrire, studiare, predicare, piangere, rischiare la vita davanti ai potenti del tempo per la Chiesa, popolo di Dio, perché Ambrogio era profondamente convinto che “Fulget Ecclesia non suo, sed Christi lumine” (La Chiesa risplende non di luce propria ma di quella di Cristo), senza dimenticare mai che “Corpus Christi Ecclesia est”, (Il Corpo di Cristo è la sua Chiesa), quindi i fedeli possono benissimo dire tutti: “Nos unum corpus Christi sumus”.
E per questi fedeli, che sono la Chiesa, che è il corpo di Cristo, e per amore di Cristo presente nella Sua Chiesa, Ambrogio vescovo lavorò, studiò, rischiò la vita, pianse, pregò, predicò, viaggiò e scrisse libri fino alla fine. Questa arrivò, per la verità non inaspettata, il 4 aprile, all’alba del Sabato Santo quando correva l’anno 397.
                                                                                                                   MARIO SCUDU sdb ***

Cristo per noi è tutto
Se vuoi curare le ferite, Egli è il medico.
Se sei riarso dalla febbre,
Egli è la fontana.
Se sei oppresso dal peccato,
Egli è la santità.
Se hai bisogno di aiuto, Egli è la forza.
Se temi la morte, Egli è la vita.
Se desideri il cielo, Egli è la via.
Se fuggi le tenebre, Egli è la luce.
Se cerchi il cibo, Egli è l’alimento.
Noi ti seguiamo, Signore Gesù,
ma tu chiamaci perché ti seguiamo.
Senza di te nessuno potrà salire.
Tu sei la via, la verità, la vita, il premio.
Accogli i tuoi, sei la via.
Confermali, sei la verità.
Vivificali, sei la vita.
                             De Virginitate 16,99

PAPA BENEDETTO: « LASCIARSI AFFERRARE DALLA VERITÀ CHE È DIO »

http://www.zenit.org/article-34332?l=italian

« LASCIARSI AFFERRARE DALLA VERITÀ CHE È DIO »

La catechesi di Benedetto XVI durante l’Udienza Generale di oggi

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 5 dicembre 2012 (ZENIT.org).- Riprendiamo di seguito la catechesi tenuta da papa Benedetto XVI durante la consueta Udienza Generale del mercoledì, svoltasi questa mattina nell’Aula Paolo VI.
***
Cari fratelli e sorelle,
all’inizio della sua Lettera ai cristiani di Efeso (cfr 1, 3-14), l’apostolo Paolo eleva una preghiera di benedizione a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci introduce a vivere il tempo di Avvento, nel contesto dell’Anno della fede. Tema di questo inno di lode è il progetto di Dio nei confronti dell’uomo, definito con termini pieni di gioia, di stupore e di ringraziamento, come un « disegno di benevolenza » (v. 9), di misericordia e di amore.
Perché l’Apostolo eleva a Dio, dal profondo del suo cuore, questa benedizione? Perché guarda al suo agire nella storia della salvezza, culminato nell’incarnazione, morte e risurrezione di Gesù, e contempla come il Padre celeste ci abbia scelti prima ancora della creazione del mondo, per essere suoi figli adottivi, nel suo Figlio Unigenito, Gesù Cristo (cfr Rm 8,14s.; Gal 4,4s.). Noi esistiamo, fin dall’eternità nella mente di Dio, in un grande progetto che Dio ha custodito in se stesso e che ha deciso di attuare e di rivelare «nella pienezza dei tempi» (cfr Ef 1,10). San Paolo ci fa comprendere, quindi, come tutta la creazione e, in particolare, l’uomo e la donna non siano frutto del caso, ma rispondano ad un disegno di benevolenza della ragione eterna di Dio che con la potenza creatrice e redentrice della sua Parola dà origine al mondo. Questa prima affermazione ci ricorda che la nostra vocazione non è semplicemente esistere nel mondo, essere inseriti in una storia, e neppure soltanto essere creature di Dio; è qualcosa di più grande: è l’essere scelti da Dio, ancora prima della creazione del mondo, nel Figlio, Gesù Cristo. In Lui, quindi, noi esistiamo, per così dire, già da sempre. Dio ci contempla in Cristo, come figli adottivi. Il « disegno di benevolenza » di Dio, che viene qualificato dall’Apostolo anche come « disegno di amore » (Ef 1,5), è definito « il mistero » della volontà divina (v. 9), nascosto e ora manifestato nella Persona e nell’opera di Cristo. L’iniziativa divina precede ogni risposta umana: è un dono gratuito del suo amore che ci avvolge e ci trasforma.
Ma qual è lo scopo ultimo di questo disegno misterioso? Qual è il centro della volontà di Dio? E’ quello – ci dice san Paolo – di «ricondurre a Cristo, unico capo, tutte le cose» (v. 10). In questa espressione troviamo una delle formulazioni centrali del Nuovo Testamento che ci fanno comprendere il disegno di Dio, il suo progetto di amore verso l’intera umanità, una formulazione che, nel secondo secolo, sant’Ireneo di Lione mise come nucleo della sua cristologia: « ricapitolare » tutta la realtà in Cristo. Forse qualcuno di voi ricorda la formula usata dal Papa san Pio X per la consacrazione del mondo al Sacro Cuore di Gesù: « Instaurare omnia in Christo », formula che si richiama a questa espressione paolina e che era anche il motto di quel santo Pontefice. L’Apostolo, però, parla più precisamente di ricapitolazione dell’universo in Cristo, e ciò significa che nel grande disegno della creazione e della storia, Cristo si leva come centro dell’intero cammino del mondo, asse portante di tutto, che attira a Sé l’intera realtà, per superare la dispersione e il limite e condurre tutto alla pienezza voluta da Dio (cfr Ef 1,23).
Questo « disegno di benevolenza » non è rimasto, per così dire, nel silenzio di Dio, nell’altezza del suo Cielo, ma Egli lo ha fatto conoscere entrando in relazione con l’uomo, al quale non ha rivelato solo qualcosa, ma Se stesso. Egli non ha comunicato semplicemente un insieme di verità, ma si è auto-comunicato a noi, fino ad essere uno di noi, ad incarnarsi. Il Concilio Ecumenico Vaticano II nella Costituzione dogmatica Dei Verbum dice: «Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelare se stesso [non solo qualcosa di sé, ma se stesso] e far conoscere il mistero della sua volontà, mediante il quale gli uomini, per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, nello Spirito Santo hanno accesso al Padre e sono così resi partecipi della divina natura» (n. 2). Dio non solo dice qualcosa, ma Si comunica, ci attira nella divina natura così che noi siamo coinvolti in essa, divinizzati. Dio rivela il suo grande disegno di amore entrando in relazione con l’uomo, avvicinandosi a lui fino al punto di farsi Egli stesso uomo. Il Concilio continua: «Il Dio invisibile nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici (cfr Es 33,11; Gv 15,14-15) e vive tra essi (cfr Bar 3,38) per invitarli e ammetterli alla comunione con Sé» (ibidem). Con la sola intelligenza e le sue capacità l’uomo non avrebbe potuto raggiungere questa rivelazione così luminosa dell’amore di Dio; è Dio che ha aperto il suo Cielo e si è abbassato per guidare l’uomo nell’abisso del suo amore.
Ancora san Paolo scrive ai cristiani di Corinto: «Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, Dio le ha preparate per coloro che lo amano. E a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti conosce bene ogni cosa, anche le profondità di Dio» (2,9-10). E san Giovanni Crisostomo, in una celebre pagina a commento dell’inizio della Lettera agli Efesini, invita a gustare tutta la bellezza di questo « disegno di benevolenza » di Dio rivelato in Cristo, con queste parole: «Che cosa ti manca? Sei divenuto immortale, sei divenuto libero, sei divenuto figlio, sei divenuto giusto, sei divenuto fratello, sei divenuto coerede, con Cristo regni, con Cristo sei glorificato. Tutto ci è stato donato e – come sta scritto – « come non ci donerà ogni cosa insieme con lui? » (Rm 8,32). La tua primizia (cfr 1 Cor 15,20.23) è adorata dagli angeli […]: che cosa ti manca?» (PG 62,11).
Questa comunione in Cristo per opera dello Spirito Santo, offerta da Dio a tutti gli uomini con la luce della Rivelazione, non è qualcosa che viene a sovrapporsi alla nostra umanità, ma è il compimento delle aspirazioni più profonde, di quel desiderio dell’infinito e di pienezza che alberga nell’intimo dell’essere umano, e lo apre ad una felicità non momentanea e limitata, ma eterna. San Bonaventura da Bagnoregio, riferendosi a Dio che si rivela e ci parla attraverso le Scritture per condurci a Lui, afferma così: «La sacra Scrittura è […] il libro nel quale sono scritte parole di vita eterna perché, non solo crediamo, ma anche possediamo la vita eterna, in cui vedremo, ameremo e saranno realizzati tutti i nostri desideri» (Breviloquium, Prol.; Opera Omnia V, 201s.). Infine, il beato Papa Giovanni Paolo II ricordava che «la Rivelazione immette nella storia un punto di riferimento da cui l’uomo non può prescindere, se vuole arrivare a comprendere il mistero della sua esistenza; dall’altra parte, però, questa conoscenza rinvia costantemente al mistero di Dio, che la mente non può esaurire, ma solo accogliere nella fede» (Enc. Fides et ratio, 14).
In questa prospettiva, che cos’è dunque l’atto della fede? E’ la risposta dell’uomo alla Rivelazione di Dio, che si fa conoscere, che manifesta il suo disegno di benevolenza; è, per usare un’espressione agostiniana, lasciarsi afferrare dalla Verità che è Dio, una Verità che è Amore. Per questo san Paolo sottolinea come a Dio, che ha rivelato il suo mistero, si debba «l’obbedienza della fede» (Rm 16,26; cfr 1,5; 2 Cor 10, 5-6), l’atteggiamento con il quale «l’uomo liberamente si abbandona tutto a Lui, prestando la piena adesione dell’intelletto e della volontà a Dio che rivela e assentendo volontariamente alla Rivelazione che egli da» (Cost dogm. Dei Verbum, 5). Tutto questo porta ad un cambiamento fondamentale del modo di rapportarsi con l’intera realtà; tutto appare in una nuova luce, si tratta quindi di una vera « conversione », fede è un « cambiamento di mentalità », perché il Dio che si è rivelato in Cristo e ha fatto conoscere il suo disegno di amore, ci afferra, ci attira a Sé, diventa il senso che sostiene la vita, la roccia su cui essa può trovare stabilità. Nell’Antico Testamento troviamo una densa espressione sulla fede, che Dio affida al profeta Isaia affinché la comunichi al re di Giuda, Acaz. Dio afferma: «Se non crederete – cioè se non vi manterrete fedeli a Dio – non resterete saldi» (Is 7,9b). Esiste quindi un legame tra lo stare e il comprendere, che esprime bene come la fede sia un accogliere nella vita la visione di Dio sulla realtà, lasciare che sia Dio a guidarci con la sua Parola e i Sacramenti nel capire che cosa dobbiamo fare, qual è il cammino che dobbiamo percorrere, come vivere. Nello stesso tempo, però, è proprio il comprendere secondo Dio, il vedere con i suoi occhi che rende salda la vita, che ci permette di « stare in piedi », di non cadere.
Cari amici, l’Avvento, il tempo liturgico che abbiamo appena iniziato e che ci prepara al Santo Natale, ci pone di fronte al luminoso mistero della venuta del Figlio di Dio, al grande « disegno di benevolenza » con il quale Egli vuole attirarci a Sé, per farci vivere in piena comunione di gioia e di pace con Lui. L’Avvento ci invita ancora una volta, in mezzo a tante difficoltà, a rinnovare la certezza che Dio è presente: Egli è entrato nel mondo, facendosi uomo come noi, per portare a pienezza il suo piano di amore. E Dio chiede che anche noi diventiamo segno della sua azione nel mondo. Attraverso la nostra fede, la nostra speranza, la nostra carità, Egli vuole entrare nel mondo sempre di nuovo e vuol sempre di nuovo far risplendere la sua luce nella nostra notte.
[Dopo la catechesi, il Papa si è rivolto ai fedeli provenienti dai vari paesi salutandoli nelle diverse lingue. Ai pellegrini italiani ha detto:]
Adesso rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto i partecipanti al pellegrinaggio promosso dalle Figlie di Maria Santissima dell’Orto, in occasione della beatificazione di Suor Maria Crescencia Pérez, e li incoraggio a proseguire con fedeltà e gioia il loro servizio al Vangelo e ai fratelli sull’esempio della nuova Beata. Saluto i fedeli della Parrocchia di Sant’Anna in Foggia e i volontari del Dispensario Santa Marta in Vaticano, assicurando per ciascuno un ricordo nella preghiera perché il Signore li renda suoi testimoni sempre più generosi. Saluto i rappresentanti della Federazione Italiana Panificatori e Pasticcieri e li ringrazio per il generoso dono dei panettoni destinati alle opere di carità del Papa. Grazie a voi.
Saluto, infine, i giovani, i malati e gli sposi novelli. Il tempo di Avvento, da poco iniziato, prende luce in questi giorni dall’esempio fulgido della Vergine Immacolata. Sia Lei a spronarvi, cari giovani, nel vostro cammino di adesione a Cristo. Per voi, cari malati, sia Maria il sostegno per una rinnovata speranza. E sia guida per voi, cari sposi novelli, nel costruire la vostra famiglia.

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