Archive pour décembre, 2012

Retable Annonciation Musée de Laon

Retable Annonciation Musée de Laon  dans immagini sacre 593px-Retable_Annonciation_Mus%C3%A9e_de_Laon_70908_5
http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Retable_Annonciation_Mus%C3%A9e_de_Laon_70908_5.jpg

Publié dans:immagini sacre |on 18 décembre, 2012 |Pas de commentaires »

Il paradosso de “Il Natale” di Alessandro Manzoni

http://www.atuttascuola.it/collaborazione/samuele/italiano/paradosso.htm

Il paradosso de “Il Natale” di Alessandro Manzoni

di Samuele Gaudio

Negli anni successivi alla sua conversione, avvenuta all’incirca nel 1810, Alessandro Manzoni progetta di scrivere un ciclo di dodici inni sacri, dedicandoli alle ricorrenze dell’anno liturgico. Non è difficile riuscire a immaginare come questi componimenti, dei quali portò a compimento solo cinque, possano esser stati facilmente considerati una conseguenza quasi forzata della sua conversione, “giustificati” dall’evidente ed eccessivo entusiasmo religioso dello scrittore. Così accade che vengano agevolmente etichettati come espressioni mal riuscite di una forzata enfasi spirituale e riposti in qualche stantio angolo della memoria. Pressappoco com’è accaduto alla serie di crocefissi dipinti da William Congdon  che proprio come gli inni sacri sono stati realizzati proprio dopo la conversione del pittore; considerati dai critici come il suo tradimento nei confronti dell’arte stessa. C’è davvero una così discorde dicotomia tra arte e fede?
Accade però che accostandosi al testo di un inno manzoniano, come per esempio Il Natale, con la disposizione di un umile e aperto lettore, si possa svelare la reale capacità poetica di Manzoni, tesa a rendere ognuno partecipe dell’imponente annuncio che permea il testo. Egli ci chiama in causa, la poesia dell’inno è corale e collettiva, si rende portavoce di ogni uomo; sono proprio da interpretare in questo senso le parole Ecco ci è nato un Pargolo, Ci fu largito un Figlio (vv. 29-30). Il destinatario dell’avvenimento cristiano, così potentemente affermato nella sua evidenza, è l’uomo, tutti gli uomini, rappresentati da quel ci insistentemente ripetuto. Anche la struttura formale e ritmica sembra orientata a voler rispondere alla necessità della poesia di farsi interprete dei sentimenti della collettività, che sfociano nella gioia e nella festosità del riconoscimento della salvezza donata all’uomo dalla nascita del figlio di Dio. Il carattere festoso si può riconoscere nella volontà di Manzoni di accostarsi a un tipo di metro più breve e regolare nel ritmo (il componimento consta di sedici strofe di ottonari) riproducendo cadenze più vicine alle forme della poesia popolare. Egli si discosta così dal periodare solenne dei suoi precedenti componimenti più classicisti. Il primo e il terzo verso di ogni strofa è sdrucciolo, sono rimati tra loro rispettivamente il secondo e il quarto poi il quinto e il sesto con rima baciata, la strofa termina con un verso tronco.
Il componimento si potrebbe dividere in quattro parti distinte. Nella prima (vv. 1-28) Manzoni attraverso l’ampia metafora del masso che rovina al fondo del colle descrive la situazione dell’umanità prima dell’avvento di Cristo, viene attestata l’impossibilità dell’uomo di riconquistare la vetta del colle, ovvero la salvezza, perduta a causa del peccato. Sembra che la disperazione dell’uomo non possa lasciare spazio che a una flebile speranza, nella domanda di una possibile e immeritata grazia. La seconda parte (vv. 29-56) esplode nell’annuncio della nascita del figlio di Dio, che ha profanato Se Stesso assumendo forma umana, incarnandosi, per salvare l’uomo. In questi versi richiama il salmo di Isaia, ponendosi in continuità con la tradizione degli inni del cristianesimo primitivo. Nella terza parte Manzoni (vv. 57-98) narra i fatti che storicamente sono occorsi quella notte, riprendendo alcune frasi del vangelo di Luca, evidenziando come anche i pastori sono chiamati a essere partecipi dell’accaduto. L’ultima parte è una ninna nanna al bambino Gesù (vv. 99-112) dove si fonde in un’opposizione il carattere più popolare del canto con la consapevolezza della natura regale, divina di Cristo; paradosso evidente ad esempio tra il verbo e la natura del soggetto corrispondente nei versi in cui coloro che sono presenti alla nascita  vedono vagire il Re del ciel (v. 98).
Questa opposizione si riscontra anche nel modo in cui sono bilanciati nel testo termini diversi e discordanti, anche volti ad indicare lo stesso oggetto, ad esempio vertice e cima antica, oppure lunga erta montana e calle. Manzoni avvicina espressioni di diversa natura, ottenendo una rudezza espressiva che è caratteristica degli inni, essa è resa veicolo di realtà spirituali e da questo aspetto prende vita lo stile paradossale degli inni. Dal fatto cioè che quelle realtà trascendenti di cui Manzoni vuole annunciare la verità nell’inno trovano la loro espressione nella carne di quelle parole rudi, forzate, sembrerebbero improprie, ma è proprio attraverso queste parole che arrivano a raggiungere fisicamente la miseria dell’uomo e a salvarla . È un paradosso di cui si rende fautore Dio stesso, il quale non ha ribrezzo di farsi carne, di umiliarsi, donandosi all’uomo perché l’uomo possa donare sé a Dio. Con gli inni sacri Manzoni non “tradisce” l’arte in nome della fede ma la eleva in funzione di uno scopo più nobile e assoluto, quello di rendere maggiormente evidente e accessibile a tutti gli uomini l’esistenza di un fatto ,che accade nella storia, il quale rende possibile la loro salvezza.
1
Non è difficile riuscire a immaginare come il Natale di Manzoni possa esser stato facilmente considerato una conseguenza quasi forzata della conversione manzoniana, “giustificato” dall’evidente ed eccessivo entusiasmo religioso dello scrittore. Così accade che venga agevolmente etichettato come espressione mal riuscite di una forzata enfasi spirituale e riposto in qualche stantio angolo della memoria. Pressappoco com’è accaduto alla serie di crocefissi dipinti da William Congdon  che proprio come gli inni sacri, ciclo di cui Il Natale fa parte  sono stati realizzati proprio dopo la conversione del pittore; considerati dai critici come il suo tradimento nei confronti dell’arte stessa. C’è davvero una così discorde dicotomia tra arte e fede?
Negli anni successivi alla sua conversione, avvenuta all’incirca nel 1810, Alessandro Manzoni progetta di scrivere un ciclo di dodici inni sacri, dedicandoli alle ricorrenze dell’anno liturgico. questi componimenti, dei quali portò a compimento solo cinque, Accade però che accostandosi al testo di un inno manzoniano, come per esempio Il Natale, con la disposizione di un umile e aperto lettore, si possa svelare la reale capacità poetica di Manzoni, tesa a rendere ognuno partecipe dell’imponente annuncio che permea il testo. Egli ci chiama in causa, la poesia dell’inno è corale e collettiva, si rende portavoce di ogni uomo; sono proprio da interpretare in questo senso le parole Ecco ci è nato un Pargolo, Ci fu largito un Figlio (vv. 29-30) 
2
Negli anni successivi alla sua conversione al cattolicesimo Alessandro Manzoni progetta di scrivere un ciclo di dodici inni sacri, dedicandoli alle ricorrenze dell’anno liturgico. Non è difficile riuscire a immaginare come questi componimenti, dei quali portò a compimento solo cinque, possano esser stati facilmente considerati una conseguenza quasi forzata della sua conversione, “giustificati” dall’evidente ed eccessivo entusiasmo religioso dello scrittore. Così accade che vengano agevolmente etichettati come espressioni mal riuscite di una forzata enfasi spirituale e riposti in qualche stantio angolo della memoria. Pressappoco com’è accaduto alla serie di crocefissi dipinti da William Congdon  che proprio come gli inni sacri sono stati realizzati proprio dopo la conversione del pittore; considerati dai critici come il suo tradimento nei confronti dell’arte stessa. C’è davvero una così discorde dicotomia tra arte e fede?                                                                           Accade però che accostandosi al testo di un inno manzoniano, come per esempio Il Natale, con la disposizione di un umile e aperto lettore, si possa svelare la reale capacità poetica di Manzoni, tesa a rendere ognuno partecipe dell’imponente annuncio che permea il testo. Egli ci chiama in causa, la poesia dell’inno è corale e collettiva, si rende portavoce di ogni uomo; sono proprio da interpretare in questo senso le parole Ecco ci è nato un Pargolo, Ci fu largito un Figlio (vv. 29-30).

Publié dans:Letteratura italiana, NATALE 2012 |on 18 décembre, 2012 |Pas de commentaires »

Preparati Betlemme – di Manuel Nin

http://www.cristianocattolico.it/catechesi/spiritualita/preparati-betlemme.html

Preparati Betlemme

di MANUEL NIN

(Osservatore Romano 2 dicembre 2012)

La tradizione liturgica bizantina, nei giorni tra il 15 novembre e il 24 di-cembre inquadra la cosiddetta “Quaresima di Natale”, dove troviamo una serie di tropari chiamati theotòkia —cioè de-dicati alla Madre di Dio — assai ric-chi teologicamente. Facendo ecce-zione delle due domeniche che pre-cedono il Natale, nelle quali si commemorano i padri, gli antenati del Signore, si potrebbe dire che la liturgia bizantina non ha in se stessa un periodo liturgico, con delle particolarità eucologiche proprie, che preceda il Natale. Ci sono co-munque nella tradizione bizantina alcuni tropari e la stessa festa del 21 novembre, l’ingresso della Madre di Dio nel tempio, e quella del 9 di-cembre, la concezione di Maria nel seno di Anna, che in qualche modo rimandano alla celebrazione della nascita secondo la carne del Verbo eterno di Dio. La liturgia bizantina prepara al Natale in un modo molto discreto, molto umile. Una serie bellissima di tropari ci fa pregustare tutto il mistero dell’Incarnazione: l’attesa fiduciosa, la povertà della grotta, i personaggi e anche i luoghi vetero-testamentari che si affacciano in questi giorni. Pensiamo alle volte che Betlemme col-legata con l’Eden viene inserita nei testi, a Isaia che si rallegra, alla Madre di Dio presentata come agnella, cioè colei che porta in seno Cristo l’Agnello di Dio. Attraverso immagini poetiche e per mezzo di un intreccio di reminiscenze bi-bliche siamo posti di fronte al mi-stero della nostra salvezza, al miste-ro indicibile di Dio che per amore si incarna, si fa uno di noi, si fa uo-mo, “si fa piccolo” come piace dire ai Padri. «Oggi la Vergine si dirige verso la grotta per dare a luce ineffabil-mente il Verbo che è prima dei se-coli. Rallegrati terra tutta, glorifica con gli angeli e i pastori, avendo udito che il Dio che è prima dei se-coli ha voluto apparire come tenero bambino». Questo tropario si canta nei giorni festivi che precedono il Natale, a partire dal 26 novembre, dopo la conclusione della festa dell’ingresso della Madre di Dio nel tempio. Si può dire che questi testi siano frutto di una lectio divina che la Chiesa fa della Sacra Scrittu-ra alla luce del mistero celebrato. «L’Antico Testamento usa l’im-magine di una ragazza o di una vergine per parlare del popolo, di tutto il popolo: «la vergine figlia di Sion» (Isaia, 37, 22). Nel tropario, però, il riferimento biblico è chiara-mente un altro, pure di Isaia (7, 14): «la vergine concepirà e partori-rà un figlio che chiamerà Emma-nuele». Già il Nuovo Testamento nel vangelo di Matteo, i Padri e tutta la tradizione cristiana hanno letto questo passo di Isaia in chiave cristologica. «Si dirige verso la grotta per da-re a luce ineffabilmente il Verbo che è prima dei secoli». Nell’Antico Testamento la grotta è sempre pre-sentata come luogo di rifugio, sia di fronte al nemico sia di fronte a Dio stesso. «Per dare a luce ineffa-bilmente il Verbo che è prima dei secoli». Il testo del tropario rie-cheggia in modo diretto, quello di Giovanni: «In principio era il Ver-bo, il Verbo era presso Dio e il Ver-bo era Dio» (1, 1) e: «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (1, 14). Ma nello stes-so tropario, e non in modo meno diretto, troviamo anche una serie di passi dell’Antico Testamento, so-prattutto della letteratura sapienzia-le e dei salmi: «la Parola del Signo-re è veritiera» (Salmi, 32, 4); «la tua Parola, Signore, è eterna» (Salmi, 118, 89); «la tua Parola è lampada ai miei passi» (Salmi, 118, 105). E, testo fondamentale: «la tua Parola onnipotente scese dal cielo» (Sapienza, 18, 15). «Rallegrati terra tutta, glorifica con gli angeli e i pastori». Il tropario prose-gue riprendendo la gioia di tutta la creazione, e si fa eco di due “rallegramenti” di tutto il popolo: quello delle vittorie di Saul e soprattutto quello di David sui nemici. Questa gioia del popolo vie-ne collegata a quella degli angeli e dei pastori (Luca, 2, 8. 18. 20). «Avendo udito che il Dio che è prima dei secoli ha vo-luto apparire come tenero bambino». Qui il tropario riassume tutto il mistero, tutta l’economia della nostra salvezza. Il testo biblico che è retroterra di questa conclu-sione sembra chiaramente quello diFilippesi: «il quale essendo di natura divina, non considerò un tesoro ge-loso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo» (2, 6-7). E il tropario: «ha voluto apparire come tenero bambi-no (…) il Dio invisibile rivelato nel suo tempio, una persona umana vi-sibile». Un secondo testo, preso sempre dalla liturgia bizantina che precede il Natale, è il tropario Preparati Be-tlemme, uno dei testi teologicamente più belli della liturgia bizantina in questo periodo. Qui troviamo una lettura cristologica di diversi fatti dell’Antico Testamento: dal giardi-no dell’Eden dove fiorì l’albero del-la vita all’altro giardino, la Vergine, da dove fiorisce l’Albero della Vita. «Preparati, Betlemme, l’Eden viene aperto a tutti; esulta, Efrata, perché l’Albero della vita, nella grotta, fio-risce dalla Vergine. Paradiso spiri-tuale si è mostrato il suo seno, nel quale (si trova) il frutto divino, di cui, mangiandone, vivremo e non moriremo come Adamo. Cristo è nato per rialzare — risuscitare — l’immagine caduta (dell’uomo)». Il tropario si distende in tre par-ti: la prima contiene tutta una para-frasi del testo di Michea: «E tu, Be-tlemme di Efrata così piccola per essere tra i capoluoghi di Giuda, da te mi uscirà colui che deve essere il dominatore di Giuda» (5, 1). Il tro-pario propone un paragone tra il giardino dell’Eden, contenente l’al-bero della vita, che era stato chiuso e custodito dai cherubini, e la Ver-gine che vede fiorire l’Albero della Vita, cioè Cristo, il Verbo di Dio. Il testo sottolinea che l’Albero della Vita fiorisce nella grotta, cioè na-scosto, nel mistero; l’Albero della Vita apparirà agli uomini, chiara-mente e visibilmente, quando lo si vedrà non più nella grotta ma sulla montagna, cioè innalzato sulla cro-ce nel Calvario. La seconda parte del tropario: «Paradiso spirituale si è mostrato il suo seno, nel quale (si trova) il frut-to divino, di cui, mangiandone, vi-vremo e non moriremo come Ada-mo», sviluppa il paragone tra il Pa-radiso e il grembo di Maria. Men-tre l’albero del Paradiso è diventato fonte di morte per Adamo, dal grembo di Maria invece germoglia il Frutto della Vita per coloro che ne mangiano. Infine leggiamo: «Cristo è nato per rialzare l’immagine caduta (dell’uomo)». In questa terza parte troviamo una chiara conclusione cristologica. Adamo, fatto a imma-gine e somiglianza di Dio verrà rialzato — risuscitato — da Cristo stesso nella sua Pasqua.

Publié dans:NATALE 2012, OSSERVATORE ROMANO (L') |on 18 décembre, 2012 |Pas de commentaires »

un fiore ed una preghiera pere i bambini – e gli adulti – morti a New Town

un fiore ed una preghiera pere i bambini - e gli adulti - morti a New Town dans immagini sacre white-rose_35-300x225

Publié dans:immagini sacre |on 17 décembre, 2012 |Pas de commentaires »

17 dicembre: San Giovanni de Matha Sacerdote

http://www.santiebeati.it/dettaglio/35750

San Giovanni de Matha Sacerdote

17 dicembre

Faucon (Alpes-de-Haute-Provence, Francia), 23 giugno 1154 – Roma, 17 dicembre 1213

Provenzale, docente di teologia a Parigi, prete a 40 anni, Giovanni de Matha lasciò la cattedra, divenendo sacerdote. Durante la sua prima messa, il 28 febbraio 1193, gli accade qualcosa di straordinario. Mentre celebrava gli comparve una visione: un Uomo dal volto radioso, che teneva per mani due uomini con catene ai piedi, l’uno nero e deforme, l’altro pallido e macilento; quest’uomo gli indicò di liberare queste povere creature incatenate per motivi di fede. Giovanni De Matha comprese immediatamente che quell’uomo era Gesù Cristo Pantocratore, che rappresentava la Trinità, e gli uomini in catene erano gli schiavi cristiani e musulmani. Capì, quindi, che sarebbe stata questa la sua missione di sacerdote: quella di liberare gli schiavi cristiani in Africa. Si ritirò in campagna per meditare sull’impresa e fondò, nel 1194, in Cerfroid, a poco meno di cento chilometri da Parigi, con quattro eremiti l’Ordine della Santissima Trinità (“Ordo Sanctae Trinitatis et redemptionis captivorum”), dall’austera regola. Ottenuta l’approvazione di Innocenzo III il 17 dicembre 1198 con la bolla Operante divinae dispositionis, partì per il Marocco. Iniziarono così i primi riscatti di schiavi. Il tema era allora molto sentito, tanto che san Pietro Nolasco fondò nel 1218, con lo stesso scopo, i Mercedari. Giovanni morì a Roma – dove il Papa gli aveva donato la chiesa di San Tommaso in Formis sul Celio -, ma nel Seicento il suo corpo venne portato a Madrid. Fu santificato nel 1666.

Etimologia: Giovanni = il Signore è benefico, dono del Signore, dall’ebraico
Martirologio Romano: A Roma sul monte Celio, san Giovanni de Matha, sacerdote, che, francese di origine, istituì l’Ordine della Santissima Trinità per la liberazione degli schiavi.

Questo provenzale di Faucon, docente di teologia all’Università di Parigi, si fa prete tardi, sui 40 anni. Poi lascia la cattedra, perché un « segno gli ha rivelato la sua vera missione »: dedicarsi al riscatto degli schiavi cristiani in Africa. La pirateria mediterranea, negli assalti in mare e nelle scorrerie a terra, rastrella gente giovane e va a venderla sui mercati nordafricani. Giovanni de Matha si ritira per riflettere a Cerfroid, una campagna solitaria a 70 km da Parigi, dove spiega l’idea a quattro eremiti, che l’accettano di colpo. In tre anni nasce la struttura. Ossia l’Ordine della Santissima Trinità (abito bianco con croce rossa e azzurra sul petto, cappa e cappuccio neri). Si basa su comunità piccole e agili, con regola austera e niente ambizioni estetiche per le chiese e i riti. L’elemosina raccolta da appositi collettori va per un terzo al mantenimento dei monaci, per un terzo all’assistenza di malati e pellegrini, e per un terzo al riscatto degli schiavi. Ottenuta l’approvazione del papa Innocenzo III, nel 1199 parte la prima spedizione per il Marocco.
I Trinitari (così li chiamano) visitano mercati, prigioni, luoghi di lavoro, trattano con autorità e padroni, e liberano con regolare scrittura di riscatto i primi duecento schiavi; un notaio registra tutto, e così si farà sempre. I marsigliesi si commuovono vedendo sbarcare quei duecento, con Giovanni de Matha che li accompagna alla cattedrale cantando il salmo In exitu Israël de Aegypto. (Il problema degli schiavi è all’ordine del giorno: con una missione analoga nel 1218 san Pietro Nolasco fonderà a Barcellona i Mercedari).
Nel 1209 l’Ordine avrà 30 case, e 600 verso il 1250, soprattutto in Francia e Spagna. Agli ex schiavi malati o senza famiglia dà accoglienza nei suoi ospizi. Tra il 1199 e il 1207 il fondatore si lancia in un attivismo frenetico, per aumentare i centri di accoglienza, trovare denaro da ricchi e da poveri, moltiplicare le spedizioni di riscatto. Papa Innocenzo gli dona a Roma la chiesa abbaziale di San Tommaso in Formis sul Celio, dove Giovanni crea un altro ospizio. E qui muore il 17 dicembre 1213. Nel 1665 due frati trinitari tolgono il suo corpo dalla chiesa (il convento ha cambiato proprietà) e lo portano a Madrid.
L’ordine soccombe poi alle soppressioni regie e rivoluzionarie del Sette-Ottocento, ma rinasce nel XIX secolo, con case impegnate in Europa e in America nelle missioni, assistenza ospedaliera e ministero. Manca una storia completa dei riscatti: il religioso che vi lavorava, padre Domenico dell’Assunta, fu ucciso nella guerra civile spagnola (1936) e il materiale andò perduto. Ricordiamo tuttavia un nome: quello di Miguel de Cervantes, futuro autore di Don Chisciotte. Catturato da un pirata albanese e venduto sul mercato di Algeri nel 1575, sarà liberato cinque anni dopo dal trinitario spagnolo fra Juan Gil.

Autore: Domenico Agasso

La Madre di Gesù sintesi vivente del Vangelo – La mariologia di Papa Benedetto

http://www.stpauls.it/madre/0712md/0712md10.htm

LA MARIOLOGIA DI PAPA BENEDETTO

 di BRUNO SIMONETTO

La Madre di Gesù sintesi vivente del Vangelo

Nel magistero ordinario della predicazione papa Benedetto XVI ripropone con arte catechetica le sue grandi pagine di mariologia. Ne è un esempio l’omelia tenuta a Mariazell lo scorso 8 settembre.

Anche nella predicazione ordinaria, è sempre incisivo il magistero mariano di papa Ratzinger, profondo esegeta della parola di Dio applicata nel modo più autentico alla figura della Santa Vergine.

Del resto, Gesù Cristo, che è la verità (cf Gv 14,6), ha affidato agli apostoli il deposito della rivelazione da custodire fedelmente (cf 1Tm 6,20) e il compito di annunciarlo a tutte le genti (Mt 28,18-20). Gli apostoli lasciarono come successori nel loro compito di maestri i vescovi, perché il Vangelo fosse conservato integro e vivo nella Chiesa (cf Dei Verbum 7). Il carisma, il munus docendi del Papa e dei vescovi, consiste nel custodire, interpretare, esporre, difendere e trasmettere in forma viva e attuale, alla luce della rivelazione e sotto la guida dello Spirito Santo, i contenuti della fede e della morale. È compito peculiare del magistero dei pastori trasmettere i tesori sempre attuali della parola di Dio.

L’importanza di Maria nella storia della salvezza

L’importanza della Madre di Gesù nella storia della salvezza e il suo posto nella vita di fede e nell’esperienza spirituale del popolo cristiano, mai sfuggita al magistero dei papi e dei vescovi, sono un’esperienza quotidiana, una cordiale consuetudine, almeno nelle Chiese cattolica e orientale. Giovanni Paolo II, nella Lettera ai sacerdoti per il Giovedì Santo del 1995, scriveva che Maria è divenuta anche «fondamentale per il pensare cristiano. Lo è innanzitutto sul piano teologico, per lo specialissimo rapporto di Maria con il Verbo incarnato e la Chiesa, suo mistico corpo. Ma lo è anche sul piano storico, antropologico e culturale». Non mancano, però, voci che ritengono Maria un fatto marginale nel cristianesimo o un’interpretazione esagerata del cattolicesimo romano. A queste si contrappongono non poche voci autorevoli di teologi, biblisti, patrologi e liturgisti che, per la loro consuetudine a scrutare e approfondire il mistero della Santissima Trinità, di Cristo e della Chiesa, hanno contribuito a dare ponderati contributi alla mariologia non solo cattolica. Uno di questi teologi del nostro tempo è certamente Joseph Ratzinger, ora Papa, che sulla Madre di Gesù ha scritto e parlato in modo essenziale presentandola come sintesi vivente del Vangelo di Gesù e della missione compiuta nel suo nome, poiché insegna come si accoglie la Parola (Annunciazione), la si genera (Natività), la si presenta al mondo (Epifania), la si conserva dentro di sé (vita di Nazareth), le si crede (presenza a Cana), la si diffonde (Visitazione), le si è fedeli nell’ora della prova (Crocifissione), la si testimonia nella condivisione della fede (Pentecoste). per quanto riguarda Maria, nella lunga storia del cristianesimo, il magistero dei pastori è stato vigile nell’arginare insidiose deviazioni dottrinali riguardanti il ruolo e il significato della Madre del Signore, ricorrendo al testo evangelico; solerte nel discernere i fondamenti biblici della pietà ecclesiale e popolare; sollecito nel cogliere, dall’insieme della Scrittura, le radici di una divina Rivelazione su importanti punti della dottrina ecclesiale. Specialmente a partire dal Vaticano II, il magistero è stato sempre più attento alla necessaria dimensione trinitaria, ecclesiale, antropologica, ecumenica, interreligiosa e interculturale della mariologia. Benedetto XVI, con la sua « mariologia breve », si pone nella scia di queste attenzioni, come risulta dai suoi scritti mariani. Lo conferma anche il magistero ordinario che si esprime nelle sue omelie nelle feste della Vergine Maria. Riportiamo ad esempio, qui di seguito, alcuni passaggi dell’omelia che Papa Ratzinger ha tenuto a Mariazell, nel suo recente viaggio apostolico in Austria, in occasione dell’850° anniversario della fondazione di quel santuario.

Omelia nella festa della Natività di Maria

Nell’omelia della messa celebrata nella festa della Natività di Maria l’8 settembre 2007, papa Benedetto XVI ha detto fra l’altro: «Oggi ci inseriamo nel grande pellegrinaggio di molti secoli. Facciamo una sosta dalla Madre del Signore e la preghiamo: « Mostraci Gesù. Mostra a noi pellegrini Colui che è insieme la via e la meta: la verità e la vita » [...]. « »Guardare a Cristo« , è il motto di questo giorno. Questo invito, per l’uomo in ricerca, si trasforma sempre di nuovo in una spontanea richiesta, una richiesta rivolta in particolare a Maria, che ci ha donato Cristo come il Figlio suo: « Mostraci Gesù!« . [...] Maria risponde, presentandolo a noi innanzitutto come bambino. «Dio si è fatto piccolo per noi. Dio non viene con la forza esteriore, ma viene nell’impotenza del suo amore, che costituisce la sua forza. Egli si dà nelle nostre mani. Chiede il nostro amore. Ci invita a diventare anche noi piccoli, a scendere dai nostri alti troni ed imparare ad essere bambini davanti a Dio. Ci chiede di fidarci di lui e di imparare così a stare nella verità e nell’amore. Il bambino Gesù ci ricorda naturalmente anche tutti i bambini del mondo, nei quali vuole venirci incontro. I bambini che vivono nella povertà; che vengono sfruttati come soldati; che non hanno mai potuto sperimentare l’amore dei genitori; i bambini malati e sofferenti, ma anche quelli gioiosi e sani. L’Europa è diventata povera di bambini: noi vogliamo tutto per noi stessi, e forse non ci fidiamo troppo del futuro. Ma priva di futuro sarà la terra solo quando si spegneranno le forze del cuore umano e della ragione illuminata dal cuore, quando il volto di Dio non splenderà più sopra la terra. Dove c’è Dio, là c’è futuro. « »Guardare a Cristo« : gettiamo ancora brevemente uno sguardo al Crocifisso sopra l’altare maggiore. Dio ha redento il mondo non mediante la spada, ma mediante la croce. Morente, Gesù stende le braccia. Questo è innanzitutto il gesto della passione, in cui egli si lascia inchiodare per noi, per darci la sua vita. Ma le braccia stese sono allo stesso tempo l’atteggiamento dell’orante, una posizione che il sacerdote assume quando nella preghiera allarga le braccia: Gesù ha trasformato la passione – la sua sofferenza e la sua morte – in preghiera, e così l’ha trasformata in un atto di amore verso Dio e verso gli uomini. Per questo, le braccia stese del Crocifisso sono, alla fine, anche un gesto di abbraccio, con cui egli ci attrae a sé, vuole racchiuderci nelle mani del suo amore. Così Egli è un’immagine del Dio vivente, è Dio stesso, a lui possiamo affidarci. « »Guardare a Cristo » . Se questo noi facciamo, ci rendiamo conto che il cristianesimo è di più e qualcosa di diverso da un sistema morale, da una serie di richieste e di leggi. È il dono di un’amicizia che perdura nella vita e nella morte: « Non vi chiamo più servi, ma amici » (cf Gv 15,15), dice il Signore ai suoi. A questa amicizia noi ci affidiamo. Ma proprio perché il cristianesimo è più di una morale, è appunto il dono di un’amicizia, proprio per questo porta in sé anche una grande forza morale di cui noi, davanti alle sfide del nostro tempo, abbiamo tanto bisogno. Se con Gesù Cristo e con la sua Chiesa rileggiamo in modo sempre nuovo il decalogo del Sinai, [...] allora ci si rivela come un grande, valido, permanente ammaestramento. Il decalogo è innanzitutto un « sì » a Dio, a un Dio che ci ama e ci guida, che ci porta e, tuttavia, ci lascia la nostra libertà, anzi, la rende vera libertà (i primi tre comandamenti). È un « sì » alla famiglia (quarto comandamento), un « sì » alla vita (quinto comandamento), un « sì » ad un amore responsabile (sesto comandamento), un « sì » alla solidarietà, alla responsabilità sociale e alla giustizia (settimo comandamento), un « sì » alla verità (ottavo comandamento) e un « sì » al rispetto delle altre persone e di ciò che ad esse appartiene (nono e decimo comandamento). In virtù della forza della nostra amicizia col Dio vivente noi viviamo questo molteplice « sì » e al contempo lo portiamo come indicatore di percorso in questa nostra ora del mondo. « »Mostraci Gesù!« . Con questa domanda alla Madre del Signore ci siamo messi in cammino verso questo luogo. Questa stessa domanda ci accompagnerà quando torneremo nella nostra vita quotidiana. E sappiamo che Maria esaudisce la nostra preghiera: sì, in qualunque momento, quando guardiamo verso Maria, lei ci mostra Gesù. Così possiamo trovare la via giusta, seguirla passo passo, pieni della gioiosa fiducia che la via conduce nella luce – nella gioia dell’eterno Amore. Amen». Cosa osservare su questo discorso mariologico dal tono schiettamente biblico-pastorale che appartiene all’insegnamento ordinario del Papa? Solo che anche nella sua predicazione di ogni giorno il Santo Padre trova il modo migliore per applicare in modo « catechetico » a Maria la profondità della sua teologia, ampiamente documentata dai suoi studi.

Bruno Simonetto

PAPA BENEDETTO, OMELIA: « ATTENDERE LA VENUTA DI UNA PERSONA AMATA È SEMPRE MOTIVO DI GIOIA »

http://www.zenit.org/article-34556?l=italian

« ATTENDERE LA VENUTA DI UNA PERSONA AMATA È SEMPRE MOTIVO DI GIOIA »

Omelia del Papa durante la sua visita alla parrocchia romana di San Patrizio

CITTA’ DEL VATICANO, domenica, 16 dicembre 2012 (ZENIT.org).- Riprendiamo di seguito l’omelia tenuta da papa Benedetto XVI durante la messa celebrata questa mattina nella parrocchia di San Patrizio a Colle Prenestino, un quartiere alla periferia orientale di Roma.
***
Cari fratelli e sorelle della Parrocchia di San Patrizio!
Sono molto lieto di essere in mezzo a voi e di celebrare con voi e per voi la Santa Eucaristia. Vorrei anzitutto offrirvi qualche pensiero alla luce della Parola di Dio che abbiamo ascoltato. In questa terza domenica di Avvento, chiamata domenica «Gaudete», la Liturgia ci invita alla gioia. L’Avvento è un tempo di impegno e di conversione per preparare la venuta del Signore, ma la Chiesa oggi ci fa pregustare la gioia del Natale ormai vicino. In effetti, l’Avvento è anche tempo di gioia, perché in esso si risveglia nei cuori dei credenti l’attesa del Salvatore, e attendere la venuta di una persona amata è sempre motivo di gioia. Questo aspetto gioioso è presente nelle prime Letture bibliche di questa domenica. Il Vangelo invece corrisponde all’altra dimensione caratteristica dell’Avvento: quella della conversione in vista della manifestazione del Salvatore, annunciato da Giovanni Battista.
La prima Lettura che abbiamo sentito è un invito insistente alla gioia. Il brano inizia con l’espressione: «Rallégrati, figlia di Sion… esulta e acclama con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme» (Sof 3,14), che è simile a quella dell’annuncio dell’angelo a Maria: «Rallégrati, piena di grazia» (Lc 1,26). Il motivo essenziale per cui la figlia di Sion può esultare è espresso nell’affermazione che abbiamo appena ascoltato: «il Signore è in mezzo a te» (Sof 3,15.17); letteralmente sarebbe «è nel tuo grembo», con un chiaro riferimento al dimorare di Dio nell’Arca dell’Alleanza, posta sempre in mezzo al popolo di Israele. Il profeta vuole dirci che non c’è più alcun motivo di sfiducia, di scoraggiamento, di tristezza, qualunque sia la situazione che si deve affrontare, perché siamo certi della presenza del Signore, che da sola basta a rasserenare e rallegrare i cuori. Il profeta Sofonia, inoltre, fa capire che questa gioia è reciproca: noi siamo invitati a rallegrarci, ma anche il Signore si rallegra per la sua relazione con noi; infatti, il profeta scrive: «Gioirà per te, ti rinnoverà con il suo amore, esulterà per te con grida di gioia» (v. 17). La gioia che viene promessa in questo testo profetico trova il suo compimento in Gesù, che è nel grembo di Maria, la « Figlia di Sion », e pone così la sua dimora in mezzo a noi (cfr Gv 1, 14). Egli infatti, venendo nel mondo, ci dona la sua gioia, come Egli stesso confida ai suoi discepoli: «Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15,11). Gesù reca agli uomini la salvezza, una nuova relazione con Dio che vince il male e la morte, e porta la vera gioia per questa presenza del Signore che viene a illuminare il nostro cammino che spesso è oppresso dalle tenebre e dall’egoismo. E possiamo riflettere se realmente siamo consapevoli di questo fatto della presenza del Signore tra noi, che non è un Dio lontano, ma un Dio con noi, un Dio in mezzo a noi, che sta con noi qui nella Santa Eucaristia, sta con noi nella Chiesa viva. E noi dobbiamo essere portatori di questa presenza di Dio. E così Dio gioisce per noi e noi possiamo avere la gioia: Dio c’è, e Dio è buono, e Dio è vicino.
Nella seconda Lettura che abbiamo ascoltato san Paolo invita i cristiani di Filippi a rallegrarsi nel Signore. Possiamo rallegrarci? E perché bisogna rallegrarsi? La risposta di san Paolo è: perché «il Signore è vicino!» (Fil 4,5). Tra pochi giorni celebreremo il Natale, la festa della venuta di Dio, che si è fatto bambino e nostro fratello per stare con noi e condividere la nostra condizione umana. Dobbiamo rallegrarci per questa sua vicinanza, per questa sua presenza e cercare di capire sempre più che realmente è vicino, e così essere penetrati dalla realtà della bontà di Dio, della gioia che Cristo è con noi. Paolo dice con forza in un’altra Lettera che nulla può separarci dall’amore di Dio che si è manifestato in Cristo. Solo il peccato ci allontana da Lui, ma questo è un fattore di separazione che noi stessi introduciamo nel nostro rapporto con il Signore. Però, anche quando noi ci allontaniamo, Egli non cessa di amarci e continua ad esserci vicino con la sua misericordia, con la sua disponibilità a perdonare e a riaccoglierci nel suo amore. Perciò, così prosegue san Paolo, non dobbiamo mai angustiarci, possiamo sempre esporre al Signore le nostre richieste, le nostre necessità, le nostre preoccupazioni, «con preghiere e suppliche» (v. 6). E questo è un grande motivo di gioia: sapere che è sempre possibile pregare il Signore e che il Signore ci ascolta, che Dio non è lontano, ma ascolta realmente, ci conosce, e sapere che non respinge mai le nostre preghiere, anche se non risponde sempre così come noi desideriamo, ma risponde. E l’Apostolo aggiunge: pregare «con ringraziamenti» (ibid.). La gioia che il Signore ci comunica deve trovare in noi l’amore riconoscente. Infatti, la gioia è piena quando riconosciamo la sua misericordia, quando diventiamo attenti ai segni della sua bontà, se realmente percepiamo che questa bontà di Dio è con noi, e lo ringraziamo per quanto riceviamo da Lui ogni giorno. Chi accoglie i doni di Dio in modo egoistico, non trova la vera gioia; invece chi trae occasione dai doni ricevuti da Dio per amarlo con sincera gratitudine e per comunicare agli altri il suo amore, questi ha il cuore veramente pieno di gioia. Ricordiamolo!
Dopo le due Letture veniamo al Vangelo. Il Vangelo di oggi ci dice che per accogliere il Signore che viene dobbiamo prepararci guardando bene alla nostra condotta di vita. Alle diverse persone che gli chiedono che cosa devono fare per essere pronte alla venuta del Messia (cfr Lc 3,10.12.14), Giovanni Battista risponde che Dio non esige niente di straordinario, ma che ciascuno viva secondo criteri di solidarietà e di giustizia; senza di esse non ci si può preparare bene all’incontro con il Signore. Quindi chiediamo anche noi al Signore che cosa aspetta e che cosa vuole che facciamo, e iniziamo a capire che non esige cose straordinarie, ma vivere la vita ordinaria in rettitudine e bontà. Infine Giovanni Battista indica chi dobbiamo seguire con fedeltà e coraggio. Anzitutto nega di essere lui stesso il Messia e poi proclama con fermezza: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali» (v. 16). Qui notiamo la grande umiltà di Giovanni nel riconoscere che la sua missione è quella di preparare la strada a Gesù. Dicendo «io vi battezzo con acqua», vuol far capire che la sua è un’azione simbolica. Egli infatti non può eliminare e perdonare i peccati: battezzando con acqua, può solo indicare che bisogna cambiare la vita. Nello stesso tempo Giovanni annuncia la venuta del «più forte», che «vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco» (ibid.). E, come abbiamo ascoltato, questo grande profeta usa immagini forti per invitare alla conversione, ma non lo fa con lo scopo di incutere timore, piuttosto lo fa per spronare ad accogliere bene l’Amore di Dio, che solo può purificare veramente la vita. Dio si fa uomo come noi per donarci una speranza che è certezza: se lo seguiamo, se viviamo con coerenza la nostra vita cristiana, Egli ci attirerà a Sé, ci condurrà alla comunione con Lui; e nel nostro cuore ci sarà la vera gioia e la vera pace, anche nelle difficoltà, anche nei momenti di debolezza.
Cari amici! Sono contento di pregare con voi il Signore che si rende presente nell’Eucaristia per essere sempre con noi. Saluto cordialmente il Cardinale Vicario, il Vescovo Ausiliare del Settore, il vostro Parroco Don Fabio Fasciani, che ringrazio per le sue parole nelle quali mi ha esposto la situazione della parrocchia, la ricchezza spirituale della vita parrocchiale, e saluto tutti i Sacerdoti presenti. Saluto quanti sono attivi nell’ambito della parrocchia: i catechisti, i membri del coro e dei vari gruppi parrocchiali, come pure gli aderenti al Cammino Neocatecumenale, qui impegnati nella missione. Vedo con gioia tanti bambini che seguono la parola di Dio in diversi livelli, preparandosi alla Comunione, alla Cresima e al dopo Cresima, alla vita. Benvenuti! Sono felice di vedere qui una Chiesa viva! Estendo il mio pensiero alle Oblate della Madonna del Rosario, presenti nel territorio della parrocchia, e a tutti gli abitanti del quartiere, specialmente agli anziani, ai malati, alle persone sole e in difficoltà. Per tutti e per ciascuno prego in questa Santa Messa.
La vostra parrocchia, formatasi sul Colle Prenestino tra la fine degli anni ’60 e la metà degli anni ’80, dopo le difficoltà iniziali dovute alla mancanza di strutture e di servizi, si è dotata di una nuova bella chiesa, inaugurata nel 2007 dopo una lunga attesa. Questo edificio sacro sia pertanto uno spazio privilegiato per crescere nella conoscenza e nell’amore di Colui che tra pochi giorni accoglieremo nella gioia del Natale come Redentore del mondo e nostro Salvatore. Non mancate di venirlo a trovare spesso, per sentire ancora di più la sua presenza che dona forza. Mi rallegro per il senso di appartenenza alla comunità parrocchiale che, nel corso di questi anni, è venuto sempre più maturando e consolidandosi. Vi incoraggio affinché cresca sempre più la corresponsabilità pastorale in una prospettiva di autentica comunione fra tutte le realtà presenti, chiamate a vivere la complementarietà nella diversità. In modo particolare, desidero richiamare a voi tutti l’importanza e la centralità dell’Eucaristia nella vita personale e comunitaria. La Santa Messa sia al centro della vostra Domenica, che va riscoperta e vissuta come giorno di Dio e della comunità, giorno in cui lodare e celebrare Colui che è morto e risorto per la nostra salvezza e ci chiede di vivere insieme nella gioia di una comunità aperta e pronta ad accogliere ogni persona sola o in difficoltà. Allo stesso modo, vi esorto ad accostarvi con regolarità al sacramento della Riconciliazione, soprattutto in questo tempo di Avvento.
Conosco quanto fate nella preparazione dei ragazzi e dei giovani ai Sacramenti della vita cristiana. L’Anno della fede, che stiamo vivendo, deve diventare un’occasione per far crescere e consolidare l’esperienza della catechesi, in modo da permettere a tutto il quartiere di conoscere e approfondire il Credo della Chiesa e incontrare il Signore come una Persona viva. Rivolgo uno speciale pensiero alle famiglie, con l’augurio che possano pienamente realizzare la propria vocazione all’amore con generosità e perseveranza. E una speciale parola di affetto e di amicizia il Papa vuole dirigerla anche a voi, carissimi ragazzi, ragazze e giovani che mi ascoltate, ed ai vostri coetanei che vivono in questa parrocchia. Sentitevi veri protagonisti della nuova evangelizzazione, mettendo le vostre fresche energie, il vostro entusiasmo e le vostre capacità a servizio di Dio e degli altri, nella comunità.
Cari fratelli e sorelle, come abbiamo detto all’inizio di questa celebrazione, la liturgia odierna ci chiama alla gioia e alla conversione. Apriamo il nostro spirito a questo invito; corriamo incontro al Signore che viene, invocando e imitando san Patrizio, grande evangelizzatore, e la Vergine Maria, che ha atteso e preparato, silenziosa e orante, la nascita del Redentore. Amen!

III domenica di Avvento C : Invito alla gioia

III domenica di Avvento C :  Invito alla gioia dans immagini sacre III_DOMENICA_55_CEI-1

http://www.pgivrea.it/iii-domenica-di-avvento-2011-il-sussidio/

Publié dans:immagini sacre |on 14 décembre, 2012 |Pas de commentaires »

Omelia seconda lettura: Non è il vostro dono che io ricerco, ma il frutto che ridonda a vostro vantaggio.

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/13989.html

Omelia seconda lettura

Eremo San Biagio

Commento su Fil 4,7

Dalla Parola del giorno

Non è il vostro dono che io ricerco, ma il frutto che ridonda a vostro vantaggio.

Come vivere questa Parola?
La pericope propostaci dalla liturgia odierna si apre con un’esplosione di gioia. Ne è stato occasione il delicato intervento dei Filippesi che si sono fatti premura di soccorrere Paolo nelle sue necessità economiche.
Ma non è l’aiuto in sé il motivo per cui Paolo si rallegra, bensì la nobiltà dei sentimenti che l’hanno ispirato e soprattutto il frutto che tornerà a vantaggio degli stessi donatori.
Spesso quello che manca nella vita non sono i motivi di gioia, ma lo sguardo acuto che sa coglierli. Qui, Paolo ci mostra un progredire di motivo in motivo, scavando sempre più in profondità: c’è un dono iniziale che già suscita contentezza, ma oltre il dono ci sono cuori che l?hanno ispirato e dal cui calore ci si sente avvolti.
Lo scoprirsi amati è qualcosa di più che l’essere amati. Vi è un fondamentale passaggio dalla passività dell’essere amato all’attivo e coinvolgente riconoscimento di esserlo: è uno spalancare gli occhi su questa realtà, con gioioso stupore. Sì, ripeto, con gioioso stupore, perché se è vero che tutti ci portiamo dentro il bisogno insopprimibile di amare e di essere amati, è anche vero che non possiamo pretenderlo: l’amore è, per sua natura, gratuità.
Il riconoscere di essere amati è già un’incipiente risposta all’amore, perché rompe il guscio coriaceo del nostro egocentrismo per aprirci all’altro. Ma Paolo va ancora oltre. Il motivo della sua gioia è « il frutto » che tornerà a vantaggio degli stessi donatori.
L’io è completamente accantonato per lasciare spazio agli altri del cui bene ci si rallegra. E la gioia si sposta: dall’essere amato all’amare.

Oggi, nella mia pausa contemplativa, chiederò a Dio-Amore di purificare il mio sguardo per cogliere i molti segni dell’amore che Lui e i fratelli pongono sul mio cammino e di aiutarmi a passare dall?essere amato, al riconoscerlo, dal riconoscimento alla risposta di amore, in un clima di gioia diffusiva.

Dio-Amore, che mi avvolgi quotidianamente di tenerezza, scrosta il mio cuore, così che possa ritrovare il gioioso stupore di scoprirsi amato e il coraggio di uscire da se stesso per andare verso gli altri in gratuità.

Le parole di santa di oggi
Un cuore gioioso è il normale risultato di un cuore che arde d’amore.
Madre Teresa di Calcutta

Omelia per la III domenica di Avvento, prima lettura: Viene il Dio della gioia

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/8852.html

Omelia per la III domenica di Avvento, prima lettura

don Marco Pratesi

Viene il Dio della gioia

« Alleluia! Viene in mezzo a noi il Dio della gioia ». Il responsorio del salmo odierno riassume benissimo, in una frase, il senso dell’oracolo di Sofonia. Esso infatti è un invito molto semplice ma essenziale: gioisci!
Il motivo della gioia, ancora una volta, non risiede nella bontà delle situazioni umane, anzi. Chi conosce il resto del breve libro di Sofonia, sa che il profeta annunzia tempi duri per l’Israele indocile del suo tempo. Non a caso l’autore medievale del famoso « Dies irae » si rifarà alle espressioni di Sofonia circa il « giorno del Signore », il momento del suo intervento forte. Però, attraverso e oltre tutto questo, il Signore si farà presente in modo nuovo e più intenso. Il motivo della gioia è appunto questo: « Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un salvatore potente » (v. 17). Non c’è più la punizione, non più il nemico, non più la rovina incombente, col suo seguito di ansia e di sgomento. Il Signore in te gioirà di te, esulterà per la tua salvezza. La gioia alla quale siamo chiamati consiste proprio in questo: sintonizzare il nostro cuore sulla gioia del Signore, attingere dal suo cuore un po’ di quella gioia.
Si può comandare la gioia? Non è qualcosa che nasce spontaneo e basta?
C’è una igiene da fare: non lasciare il nostro orizzonte interamente ostruito dalle cattive notizie.
C’è una educazione da darsi: disporsi ad accogliere la gioia che esiste già in Dio.
Come tutte le cose preziose, la gioia autentica è al tempo stesso, paradossalmente, conquista e dono. Non viene da sé, senza il nostro impegno; ma viene da sé, perché è il Signore che si fa presente.
Non viviamo spesso come se lui non fosse presente? Non abbiamo così spesso la sensazione di una vita che sta sotto la maledizione: debole, incerta, minacciata, breve? Non siamo spesso soggiogati dall’ansia che inflessibile, ci sferza, facendoci sgambettare a suo piacimento? Non sentiamo diminuire la nostra energia di fronte a forze ostili che invece sembrano crescenti?
Antidoto contro il male è la presenza del Signore. L’avvento, scuola di gioia, ce lo ricorda. Ripetiamocelo spesso in questa settimana, diciamocelo in mezzo alle stanchezze, alle ansie, alle paure: « Alleluia! Viene in mezzo a noi il Dio della gioia. »

123456...8

PUERI CANTORES SACRE' ... |
FIER D'ÊTRE CHRETIEN EN 2010 |
Annonce des évènements à ve... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Vie et Bible
| Free Life
| elmuslima31