Archive pour décembre, 2012

LA VISITAZIONE: L’INCONTRO DI DUE MADRI

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LA VISITAZIONE: L’INCONTRO DI DUE MADRI

È un gioiello questo piccolo racconto ed è un continuo scoppio di gioia, che ha il suo culmine nel canto del “Magnificat” (1,46-55). Leggiamolo insieme e lasciamoci trasportare dalla fantasia.
«In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna, in fretta, e si diresse verso una città della Giudea. Entrata nella casa di Zaccaria salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu piena di Spirito Santo ed esclamò: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo. A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? Ecco appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto”».
Ci si accorge subito che c’è qualcosa di umano in questo racconto. Luca sa che sta lavorando su eventi realmente accaduti, ma sa anche che il senso di questo evento va ben oltre le apparenze. Anche il lettore più inesperto, leggendo i nomi di Maria ed Elisabetta, sa che si tratta di due madri incinte: Elisabetta da sei mesi, Maria da poco e comprende quella che è la base storica del racconto. Maria salutò Elisabetta e alla voce di Maria rispose subito il bambino che era nel grembo di Elisabetta, ed Elisabetta si sentì colma di Spirito Santo e si mise a lodare Maria riconoscendola come Madre del suo Signore e beata per la sua fede.
Questo piccolo racconto non è però dato a noi nella sua nuda realtà, ma è carico della fede pasquale della comunità cristiana. Non un racconto a sé stante ma viene inserito in un preciso contesto. Infatti, fa da transizione tra i racconti delle due annunciazioni e quello delle due nascite, rispettivamente di Giovanni e di Gesù. Si aggiunga un’altra lettura della comunità cristiana, convinta che Gesù è la pienezza della Legge e il compimento di tutte le profezie. Nel nostro caso però questa lettura non appare direttamente: è soggiacente, tra le righe. Farla emergere significa vedere l’evento dell’incontro delle due madri in tutta la cornice della storia di Israele. Facciamo solo un esempio. Noi sappiamo dal racconto precedente che Maria è l’Arca dell’Alleanza, il segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo.   
Ora all’inizio del nostro racconto si dice che Maria si mette in viaggio verso la montagna e poi che rimase tre mesi nella casa di Elisabetta e quindi riprende il suo cammino. Questo dato non può non ricordare quello che avvenne ai tempi di Davide (2 Sam 6) quando il re volle trasportare l’Arca dell’Alleanza a Gerusalemme nel luogo dove Salomone costruirà il tempio. L’Arca si trovava allora a Baalè di Giuda, una cittadina verso l’occidente, Davide la stava trasportando verso Gerusalemme quando un tale si azzardò a toccarla e fu fulminato. Davide ebbe paura del Signore e non volle più portare l’Arca in città, perciò la fece portare nella casa di Obed-Edom a Gat. Dio benedisse quella casa. Allora Davide “dopo tre mesi” si decise a portarla nel luogo del futuro tempio. «Maria rimase tre mesi nella casa di Elisabetta» (1,36) e dalla lettura del testo sappiamo che la casa di Elisabetta fu benedetta dalla presenza di Maria che con Gesù era il segno della presenza di Dio.                    
Poi il giorno della «Presentazione al Tempio» andrà a Gerusalemme. È una meta dove Maria deve giungere e, quando ne parleremo, torneremo a richiamare i tre mesi trascorsi da Elisabetta e sentiremo risuonare altre profezie. È in questo contesto delle profezie che dobbiamo esaminare il nostro testo, vedendo Maria come l’Arca dell’Alleanza, segno della presenza di Dio.

Maria strumento di Dio
Introduciamoci richiamando l’immediato contesto. L’Angelo del Signore disse a Maria: «Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra». Questo avvenne quando Maria accettò con gioia la missione di madre che Dio le affidava. Come nell’Antico Testamento (Es 40,35), quando la nube coprì con la sua ombra il tabernacolo, la gloria del Signore, cioè la presenza di Dio, riempì la dimora. Maria con il suo «sì» divenne segno della presenza di Dio e perciò realizza in modo pieno l’abitazione del Signore tra gli uomini. Perciò «Maria che si mette in cammino verso la montagna» è segno della presenza di Dio che cammina con il suo popolo nel deserto (Es 40,36).
Il suo andare da Elisabetta non è un voler comprovare la verità di quello che l’Angelo le ha detto, sia perché lei non ha chiesto un segno come invece fece Zaccaria. Lei ha creduto alla parola dell’Angelo e va per gioire con la sua parente del dono del Signore. Entra inattesa nella casa di Elisabetta e la saluta, un’espressione narrativa senza un’esplicita parola. Eppure subito avvenne qualcosa di meraviglioso: «Appena Elisabetta sentì il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo». Questo evento lo descrive il narratore con le sue parole (1,41), ma poi verrà interpretato da Elisabetta che vi aggiunge due note: «Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo» (1,44). Ciò che conta è quanto realizza la voce di Maria. Sembra proprio che sia per mezzo della sua voce che si faccia sentire la presenza del Signore, del Figlio che porta nel grembo. Sembra che ci sia un’analogia con la presenza di Dio che parlava con Mosè.
Il Signore parlava tra i due Cherubini che erano sopra l’Arca (Es 25,22). Lì la presenza del Signore si rivelava con la sua voce, ora per mezzo della voce di Maria. Maria è come l’Arca dell’Alleanza davanti alla quale si ascolta la voce di Dio. Il saluto è udito nel suo vero significato innanzitutto da Giovanni che subito si sentì colmo di Spirito Santo. Si realizza quanto è stato detto a Zaccaria: «Sarà colmo di Spirito Santo sin dal seno materno» (1,15). Egli saltò di gioia all’udire la voce di Maria ed Elisabetta, dal sussulto del bambino capì il significato profondo della voce di Maria perché anche a lei viene comunicato lo Spirito. È il dono dello Spirito che porta Elisabetta a chiedersi: «A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?».

Sorpresi dalla gioia
Questa domanda dice che Elisabetta si sente indegna della visita di Maria e allo stesso tempo onorata della sua dignità: «È la Madre del mio Signore», un riconoscimento che il narratore fa proprio intendendolo però in modo diverso. Sulla bocca di Elisabetta il termine «Signore» poteva avere un senso puramente messianico e indicava il Messia davidico. E anche Maria la pensava così perché l’Angelo le aveva detto che Dio darà a suo Figlio il trono di Davide, suo padre (1,32). Ben diverso il significato che il termine assume nella predicazione apostolica: «Gesù è il Signore, il Figlio di Dio», come noi continuiamo a pensare.
Torniamo ad Elisabetta: appena ha detto: «A che debbo che la Madre del Signore venga a me», di nuovo ricorda la reazione di Giovanni usando due verbi che le traduzioni non rendono bene: «Si mise a saltare e a rallegrarsi». Quando questi due verbi nella Bibbia in greco si trovano insieme, indicano la gioia che annunzia che stanno irrompendo nella storia i tempi messianici. Qui anticipano quello che un giorno dirà Giovanni il Precursore. Parlando di Gesù come sposo dice: «L’amico dello sposo che è presente, lo ascolta e gioisce alla voce dello sposo» (Gv 3,29).
Veniamo alle lodi che Elisabetta, colma di Spirito Santo, rivolge a Maria. È impossibile distinguerle dalle lodi che la stessa comunità cristiana innalza a Maria. Elisabetta esclamò a gran voce: «Benedetta sei tu tra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo (noi aggiungiamo: Gesù)». La comunità cristiana ha imparato questo tipo di lode dalla sua tradizione ebraica, nella quale quando si loda un uomo o un’eroina, subito dopo si loda Dio (Gn 14,9; Gdc 5,24; Gdt 13,13-19). Nel nostro caso si loda Maria e poi il figlio che porta nel grembo, subito dopo chiamato da Elisabetta: «il mio Signore». Per Elisabetta in un senso puramente messianico, per la comunità come il Signore, il Figlio di Dio, Dio. Ma quello che conta è che la lode data ai portatori di salvezza ha il suo termine in Dio.
Ascoltiamo quella rivolta a Giuditta, la più simile a quella di Elisabetta: «Benedetta sei tu, o figlia, tra tutte le donne e benedetto sia il Signore che ha creato cielo e terra». Nei due casi si celebra la salvezza, ma nel nostro caso è significativo che la comunità cristiana non loda la Madre senza lodare il Signore. Il cammino è da Maria a Gesù. Il contesto in cui questa benedizione risuona prima della nascita di Gesù e dopo il suo concepimento, non è privo di significato. Qui è chiaro che la grandezza di Maria è dovuta al frutto che porta nel grembo. Maria è vista come il Tabernacolo di Dio, come l’Arca dell’Alleanza, cioè come un segno della fedeltà di Dio, per questo dev’essere benedetta.

La fede di Maria
«Beata te che hai creduto nell’adempimento di ciò che Dio ti ha detto» (1,45). Tutto quello che Elisabetta finora ha detto è stata una risposta al saluto di Maria. Ora però con una beatitudine fa risaltare la cooperazione personale di Maria nell’evento che ha motivato la beatitudine. Forse Elisabetta ha detto: «Beata tu…», ma il narratore e la prima predicazione cristiana hanno preferito, secondo lo stile delle beatitudini ricorrere alla terza persona. Le beatitudini infatti riflettono quella gioia e quella felicità che si manifesta in chiunque vive o ha vissuto quello che si dice. Le parole di Elisabetta hanno un valore universale, si possono applicare a chiunque crede. Ciò non toglie nulla al fatto che qui si voglia far risaltare quell’aspetto che caratterizza in modo particolare Maria: la sua fede.
Vi sono altri due passi del Vangelo che mettono in evidenza la fede di Maria. Secondo Luca 11,27-28 una donna tra la folla esclamò: «Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato». Gesù rispose: «Ancor più beati coloro che ascoltano la Parola di Dio e la osservano».
Maria ha ascoltato Dio e ha dato il suo personale contributo all’opera della salvezza accogliendo la sua missione di Madre. Alla stessa conclusione si arriva ascoltando Gesù che dice: «Mia madre e i miei fratelli sono coloro che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica» (Lc 8,19-21). Maria l’ha ascoltata, per questo è diventata Madre del suo Signore. Forse ha ragione Agostino quando dice: «La fede nel cuore, Cristo nel grembo. La sua fede ha preceduto il concepimento del Signore e in lui tutte le cose che il Signore compirà. Come Abramo con la sua fede diede inizio al popolo di Dio ed è chiamato “il Padre dei credenti” così Maria per la sua fede è “la Madre dei credenti”.
La vera grandezza di Maria sta qui. Infatti, vale di più per Maria essere stata discepola della Parola, anziché Madre di Cristo”». Infatti, è madre perché ha accolto la Parola ed è discepola perché ha creduto a quanto le è stato detto dal Signore.
C’è una bella differenza tra la sua fede e quella di Zaccaria. Questi ha creduto dopo il compimento del segno (1,21). Maria ha creduto prima di vedere il segno nella casa di Zaccaria. Per la sua fede Maria è sulla linea di Abramo. Il Patriarca credette alle promesse di Dio, ma non ne vide il compimento: tutte erano sul futuro della sua discendenza. Eppure è in lui che ha inizio sulla terra la fede nel Dio dell’Alleanza e Salvatore. Con Maria ha inizio nella storia la fede in Gesù Cristo. Essa precede tutti i credenti. Abramo divenne per la sua fede il Padre di molte nazioni, Maria è la Madre di tutti i credenti in Cristo e la sua beatitudine è un invito al lettore del Vangelo a continuare il cammino a cui essa ha dato inizio con la sua fede.
Maria-credenti: il binomio dà un carattere ecclesiologico a tutto il racconto. E il fatto che la beatitudine sia collocata alla fine del racconto ha lo scopo di offrire a tutti i credenti un modello di vita. Essi sono invitati a credere nella Parola del Signore e nel suo Vangelo e, partendo dalla fede, a vivere la speranza che si compirà quanto ha detto il Signore. In questo modo la Chiesa che storicamente cammina nella fede in Gesù Cristo, può guardare Maria come colei che li ha preceduti, come colei che cammina davanti a noi e nel suo cammino ci indica dove e come si offre un segno della presenza del Signore, in modo simile a come lo faceva in altri tempi l’Arca dell’Alleanza.

Preghiamo 
Maria, in questa pagina di Vangelo ti presenti a noi come modello di vita. Hai appena concepito Gesù con la potenza dello Spirito Santo e subito senti il bisogno di condividere la tua gioia con altri. Fa’, o Maria, che io sia sempre un diffusore della mia fede e che ci sia tra me e gli altri quella comunicazione dello Spirito che c’è stata tra te ed Elisabetta. O Madre del mio Signore, tu che sei beata per aver creduto, chiedi per me una fede sempre più decisa perché sia
un vero testimone di Cristo e un annunciatore della sua Parola.
O Maria, invoca su di me il dono dello Spirito Santo. Amen!

 Mario Galizzi SDB

Ghirlandaio Domenico. Visitation, approx. 1491, Musée du Louvre, Paris

Ghirlandaio Domenico. Visitation, approx. 1491, Musée du Louvre, Paris dans immagini sacre ghirlandaio-visitation
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Publié dans:immagini sacre |on 21 décembre, 2012 |Pas de commentaires »

MICHEA 5, 1-4 – MEDITAZIONE

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MICHEA 5, 1-4

MEDITAZIONE

In questo passo si delinea qualche altra caratteristica del Messia. Egli sarà il dominatore d’Israele, ovvero colui che regnerà. Egli introdurrà un regno di pace che si estenderà oltre i confini della nazione d’Israele ed egli pascerà i suoi nella forza di Yahweh. Sotto il suo regno tutti vivranno nella sicurezza. Si evidenziano, dunque, tre funzioni importanti di colui che deve venire: il suo ruolo di re, il suo ruolo di portatore di pace e il ruolo di chi guida, nutre e protegge. In contrasto con queste funzioni è l’umiltà del luogo di nascita: Betlemme.          
La Parola di Dio afferma spesso che le vie e i pensieri di Dio non sono quelli dell’uomo, anzi, molto spesso sono l’opposto: « i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie » (Isaia 55, 8). Gesù, l’arrivo del quale viene preannunciato in questo passo, rivela le vie del Padre e i suoi pensieri dall’inizio alla fine della sua vita terrena. Pur essendo uguale al Padre (Filp. 2, 6) non esitò a rinunciare alla sua gloria presso il Padre, per diventare uomo uguale a noi in tutto, tranne nel peccato. Non solo divenne uomo ma anche servo (Fil. 2, 7) perché noi potessimo partecipare alla sua gloria. Egli dunque rivela che la via di Dio va in direzione contraria a quella dell’uomo naturale che mira all’affermazione di sé stesso. Gesù non affermò mai sé stesso, ma ribadì la sottomissione alla volontà del Padre: « non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato » (Giov. 5, 30). La volontà del Padre fu che Cristo nascesse non nella città prestigiosa di Gerusalemme, bensì a Betlemme di Efrata, il più piccolo capoluogo della Giudea. Era rinomata perché aveva precedentemente dato alla luce l’inizio della dinastia davidica, dalla quale doveva provenire il Messia « farò germogliare per Davide un germoglio di giustizia » (Ger. 33, 15). Cristo è nato nella città di Davide: « Non dice forse la Scrittura che il Cristo verrà dalla stirpe di Davide e da Betlemme, il villaggio di Davide? » (Giov. 7, 42). Le origini terrene del Messia risalgono dunque ai tempi remoti dell’inizio della dinastia davidica: « le sue origini sono dall’antichità, dai giorni più remoti » (v. 1). Le origini umane, regali del Messia sono menzionate spesso nelle pagine del Nuovo Testamento. Matteo, ad esempio, inizia il suo vangelo dicendo: « genealogia di Gesù Cristo, figlio di Davide » (Matt. 1, 1).
Gesù nacque, dunque, a Betlemme come fu profetizzato anche se la sua famiglia risiedeva a Nazaret (Matt. 2, 23) luogo che non godeva di una buona reputazione: « Da Nazaret può mai venire qualcosa di buono? » (Giov.1, 46). Se poi pensiamo in quali condizioni egli sia nato dobbiamo concludere che secondo il modo di pensare umano non si tratta di un debutto eclatante. È un modo del tutto insolito per introdurre il « Re dei re » e il « Signore dei signori ». Abbiamo la dimostrazione viva di quanto affermò Paolo: « Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla » (1 Cor. 1, 27, 28). Ma anche tutta la vita di Gesù rivela la stessa umiltà. Egli si mise in fila tra i peccatori per essere battezzato da Giovanni, fu accusato di essere amico dei peccatori, predilisse gli emarginati, morì come un criminale tra due ladri, dopo che la folla gli preferì l’omicida Barabba. Sulla croce strumento di morte per i criminali fu posto lo scritto « questi è Gesù, il re dei Giudei » (Matt. 27, 27). I capi religiosi schernendolo dissero: « E il re d’Israele, scenda ora dalla croce e gli crederemo » (Matt. 27, 42). Questo è  »il dominatore in Israele » (v. 1) a cui allude il profeta Michea. Ma non dimentichiamo che secondo il pensiero di Dio, secondo il pensiero di Cristo, colui che è più forte, colui che domina, è in realtà, colui che serve, come fece Cristo: « I capi delle nazioni, voi lo sapete, dominano su di esse e i grandi esercitano su di esse il potere. Non cosi dovrà essere tra voi; ma colui che vorrà diventare grande tra voi, si farà vostro servo, e colui che vorrà essere il primo tra voi, si farà vostro schiavo; appunto come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti » (Matt. 20, 25-28). Per mezzo della risurrezione Gesù è diventato il Signore della vita e della morte. La logica umana è saltata completamente. Quella saggezza, conseguenza del primo peccato di Eva e trasmesso a tutti in seguito, è rivelata inferiore alla stoltezza di Dio:  »ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini » (1 Cor. 1, 25). Sono due modi di pensare opposti e irreconciliabili ed è per questo che, per poter beneficiare pienamente della vita nuova di Cristo, occorre morire a sé stessi. Dal trono di Dio Cristo continua a servire e ad attirare a sé tutti, lasciando a ciascuno la libertà di accettarlo o di respingerlo. A ciascuno la sua scelta.
La profezia di Michea evidenzia un altro ruolo del Messia: quello di pastore. Afferma che pascerà i suoi. In Ezechiele il Signore si lamentava che il suo popolo era disorientato e senza pastore: « Per colpa del pastore si sono disperse e son preda di tutte le bestie selvatiche: sono sbandate. Vanno errando tutte le mie pecore in tutto il paese e nessuno va in cerca di loro e se ne cura » (Ezech. 34, 5). La situazione non era meglio ai tempi di Gesù che « vedendo le folle ne senti compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore » (Matteo 9, 36). Egli disse di essere il buon pastore che ha cura delle pecore (Giov. 10, 11). Il buon Pastore ha promesso la massima protezione ai suoi, perché fondata su una reciproca conoscenza nonché sulla sequela: « le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono » (Giov. 10, 27). La reciproca conoscenza che induce le pecore a seguire la voce del Pastore garantisce la protezione perché si è custoditi dall’onnipotenza di Dio: « Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano. Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio. Io e il Padre siamo una cosa sola » (Giov. 10, 28, 29). Chiunque può decidere se accettare la protezione della mano onnipotente di Dio o meno, accettando che Cristo diventi per lui Salvatore e Signore.
Chi si sottomette alla sua signoria scoprirà la sicurezza eterna del suo regno sia in questa vita che in quella a venire: « abiteranno sicuri, perché egli allora sarà grande fino agli estremi confini della terra » (v. 3). Da questa sicurezza nasce la pace, una delle caratteristiche fondamentali del regno di Dio:  »Il regno di Dio … è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo » (Rom. 14, 17). Accetti che Cristo ti custodisca e ti pasca  »con la forza di Yahweh » (v. 3)? allora rispondi alla chiamata del Padre, di accogliere suo Figlio, donato per questo motivo.

Omelia IV Domenica di Avvento : Beata colei che ha creduto

http://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=27171

Beata colei che ha creduto

mons. Gianfranco Poma

IV Domenica di Avvento (Anno C) (23/12/2012)

Vangelo: Lc 1,39-45  

È una pagina splendida, tutta al femminile, quella di Luca (Lc.1,39-48) con la quale la Liturgia ci prepara al Natale: l’incontro di due donne incinte che portano la vita nel loro grembo, la più giovane che fa sussultare di gioia il bambino in grembo alla donna che tutti ritenevano sterile. È una pagina che solo la donna può gustare pienamente. Da una parte tutto è così umanamente normale eppure tutto è così straordinariamente divino. Maria, una giovane donna sorpresa dalla sua inattesa maternità che si allontana dal suo paese per andare ad incontrare la anziana cugina Elisabetta sconcertata per la sua maternità da tutti ritenuta impossibile.
In questa storia nella quale Maria, giovane donna ebrea, è la protagonista, si intrecciano tutti i sentimenti che accompagnano l’esperienza femminile chiamata a vivere la complessa ricchezza della vita umana: sorpresa, sgomento, meraviglia, solitudine, paura, desiderio di condivisione, gioia, ringraziamento… E in questa storia così fatta di carne, Maria ascolta nel profondo del suo cuore una Parola che ravviva, dà senso: Maria accoglie la Parola che diventa la sua carne e genera un Figlio che è Parola diventata carne e tutto ciò che è carne, ogni sentimento, ogni sussulto è ormai espressione della Parola incarnata. Tutto ciò che è umano, in Maria, accogliente della Parola di Dio, diventa una epifania, una impronta di Dio.
L’intenzione di Luca discepolo di Paolo, in tutto il suo Vangelo è di annunciare, in modo narrativo, la novità e la bellezza della fede in Gesù: nei primi capitoli Maria è la credente e l’annunciatrice della fede. Narrando l’esperienza di Maria, Luca introduce il suo lettore nella stessa esperienza: l’esperienza più personale che la persona umana possa fare. È l’esperienza credente di una giovane donna, che si chiama Maria, fidanzata con Giuseppe, che abita a Nazareth.
Tutto comincia da quelle parole che attraverso l’angelo Gabriele Dio ha rivolto a Maria: « Rallegrati, piena di grazia! Il Signore è con te. » Sono parole così dense, in qualche modo intraducibili nelle nostre lingue, che sintetizzano l’esperienza di Dio di tutto il suo popolo, che adesso sono rivolte, imprevedibilmente, a lei, ragazza normale di Israele: è invitata a rallegrarsi, perché tutto il bene promesso al suo popolo, tutto l’amore di Dio, è per lei. L’angelo in nome di Dio ha parlato a Maria e l’ha chiamata: « Amore ». Non può che rimanere turbata, Maria, e non può che cominciare un cammino interiore che non avrà più fine: « si domandava che senso avesse un saluto come questo ». Tutto ciò che segue è il dialogo della fede di una ragazza con Dio: come lasciarsi amare da Dio? Come rispondere all’amore di Dio? Dio afferra totalmente Maria: in lei che si abbandona completamente in lui, il suo Spirito diventa operante. La donna, Maria, è la piena accoglienza di Dio nel mondo: non può non generare il Figlio di Dio la donna che ha accolto Dio con una tale pienezza che ormai esiste solo per Lui.
« Ecco la serva del Signore: avvenga a me secondo la tua parola! »: Maria esprime tutta la libertà con la quale l’umanità e la creazione intera si affida all’Amore di Dio, e si lascia rigenerare dalla sua Parola. L’esperienza della fede di Maria è la realizzazione del desiderio di comunione di Dio che giunge sino ad incarnarsi. « Nulla è impossibile a Dio ». L’onnipotenza di Dio è l’onnipotenza dell’Amore che ha bisogno della libertà di una giovane donna per incarnarsi ed essere generato da lei: Dio, il figlio, carne della sua carne credente,
Adesso Maria « alzatasi, partì verso la montagna, in fretta, verso una città di Giuda… »: è bellissima questa descrizione di Maria, icona della comunità cristiana di Luca. Maria « alzatasi »: è il verbo della risurrezione. La fede ha cambiato la vita alla piccola ragazza di Nazareth che da questo momento tutta la storia esalterà. Tutti gli schemi umani cominciano a saltare: « Dio ha fatto per me meraviglie…ha guardato al mio niente… ». Questa ragazza ha sperimentato l’Amore: è piena di una gioia incontenibile. Porta con sé la vita, genera vita, e comincia a correre verso il mondo intero: nessuno più potrà fermarla.
« Entrò nella casa di Zaccaria »: se il mondo intero è l’orizzonte verso cui è incamminata, Maria ormai vive concretamente la sua esperienza di credente: l’infinito di Dio sta nelle piccole cose della vita quotidiana. Maria corre verso una città di Giuda, ma non verso il Tempio dove Zaccaria sacerdote era stato chiamato da Gabriele, ma verso la sua casa: ormai Maria ha imparato lo stile di Dio, la sua ferialità.
« E salutò Elisabetta »: Gabriele aveva salutato lei, perché aveva guardato alla piccolezza della serva di Dio ». Adesso lei saluta Elisabetta, che tutti ritenevano sterile. Ma adesso Maria sa che Dio ama gli ultimi, i peccatori, le donne, ritenute giuridicamente ultime.
Non sappiamo come Maria abbia salutato Elisabetta: in tutta la scena Maria non parla. Eppure il gesto di Maria, la sua presenza, la grazia di cui è piena, la sua bellezza, l’amore di cui vive, fa sussultare di gioia il bambino nel grembo di Elisabetta.
« Quando udì il saluto di Maria Elisabetta, sussultò il bimbo nel suo grembo e fu riempito di Spirito santo Elisabetta »
Maria è testimone della fede, non con le parole, non con gesti singolari: « udì Elisabetta » c’è un modo nuovo di « ascoltare », è tutta la persona che si apre all’ascolto. Maria « parla » con il suo saluto, con la sua umanità così vera perché piena di Dio. Tutto è così normale in questo incontro di due donne incinte: eppure tutto diventa così nuovo, così intenso. Il figlio del suo Amore rende pieno di gioia il bambino nel grembo di Elisabetta che ancora prima di nascere, esulta perché tutto ormai è vita nuova.
« E fu piena di Spirito santo Elisabetta »: l’incontro con Maria, la relazione con lei, la apre all’azione dello Spirito santo. Ormai lo Spirito è operante, riempie l’universo e trasforma la vita di ogni persona che si abbandona a Lui.
Il saluto di Maria, l’intensità dell’incontro, ha liberato la vita di Elisabetta che « si era nascosta per cinque mesi », e dalle sue labbra sgorga un inno di gioia: l’esperienza che le ha riaperto la vita, adesso, da lei stessa viene interpretata e proclamata, perché continui la catena delle donne che credendo, rigenerano la vita.
« Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! »: adesso è finita la tristezza della donna che non aveva creduto all’amore di Dio, adesso il suo grembo è benedetto.
« A che debbo che la madre del mio Signore venga a me…? »: Elisabetta è stupita per la meraviglia della gratuità della logica nuova di Dio che entra nel mondo, nella sua vita, nel frutto del suo ventre, incarnandosi nel ventre di una giovane donna.
« E beata colei che ha creduto che ci sarà compimento alle cose dette a lei da parte del Signore ». In questa frase stupenda troviamo la più intensa definizione dell’esperienza della fede di Maria e la più completa interpretazione di Maria stessa, la donna credente, la donna felice.
Adesso anche le labbra di Maria si schiudono nel suo cantico: « Rende grande la mia anima il Signore ed esulta il mio spirito in Dio mio salvatore… ». Tutto è così grande e tutto è così intimo. Tutta l’umanità di Maria è pervasa di Dio: la piccola ragazza di Nazareth esplode di gioia.
Tutto questo è per noi, perché noi pure viviamo la nostra esperienza della fede e gustiamo la gioia di Dio che ci è più intimo di quanto noi stessi possiamo essere intimi a noi stessi.

The Good Shepherd

The Good Shepherd dans immagini sacre flinks-angels-anouncing-the-birth-of-christ-to-the-shepherds

http://hilltopshepherd.wordpress.com/2011/12/24/christmas-good-shepherds-preaching-the-good-shepherd/

Publié dans:immagini sacre |on 20 décembre, 2012 |Pas de commentaires »

« GIOIA PER LA GRATUITÀ DI DIO » – Omelia di mons. Zimowski …

http://www.zenit.org/article-34615?l=italian

« GIOIA PER LA GRATUITÀ DI DIO »

Omelia di mons. Zimowski nella Messa organizzata dall’ASL Roma 3 nella Chiesa di Santo Spirito in Sassia

ROMA, mercoledì, 19 dicembre 2012 (ZENIT.org).- Riprendiamo di seguito l’omelia pronunciata questa mattina dall’arcivescovo Zygmunt Zimowski, presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per gli Operatori Sanitari, nella Messa organizzata dall’ASL Roma 3 e da lui presieduta nella Chiesa di Santo Spirito in Sassia.
***
Carissimi confratelli sacerdoti e i religiosi, ed in particolare voi incaricati della cappellania ospedaliera,
Carissimi Direttore dell’ASL Roma 3  e suoi collaboratori, staff medico ed ausiliare
Carissimi ammalati e familiari,
carissimi fratelli e sorelle,
Ringrazio di cuore il Direttore, dott.ssa Maria Sabia, per avermi invitato a presiedere questa Santa Messa in preparazione al Natale, invito che ho accolto con entusiasmo come Presidente del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari perché sono contento di poterla celebrare qui, con tutti voi, carissimi amici.
GIOIA PER LA GRATUITÀ DI DIO
“O Germoglio di Iesse,.. vieni a liberarci, non tardare!”
Siamo ormai vicinissimi al Natale e, a partire da oggi, le letture ci presentano ogni giorno parallelismi e contrasti evidenti, per guidarci alla comprensione dei piani di Dio. Le letture odierne ci presentano il caso di due donne, sterili, ma in favore delle quali Dio interviene e compie il miracolo di renderle feconde. Si tratta dell’annuncio della nascita di Sansone e di Giovani Battista, due figli che possiamo descrivere grandi “doni di Dio” per l’umanità.
1. Due figli “dono di Dio”
In entrambi i casi si tratta dunque di donne sterili, con l’aggravante dell’età per Elisabetta, moglie di Zaccaria; in entrambi casi l’angelo del Signore annuncia la nascita di figli che saranno consacrati a Dio perché sono dono del cielo. Il primo, Sansone, sarà destinato, grazie alla sua forza straordinaria, a difendere il popolo israelita dagli attacchi dei filistei; il secondo, Giovanni, camminerà davanti a Cristo con lo spirito e la forza di Elia per preparare un popolo ben disposto quando arriverà il Signore Gesù Cristo.
Comprendiamo dunque che la gloria di Dio si manifesta là dove il Signore compie meraviglie di grazia in ciò che è umanamente considerato debole, ‘povero’. In questo modo Dio rende feconda la verginità, ricca la povertà, forte la debolezza, vittoriosa la sconfitta e gloriosa la croce.
Proprio nella debolezza umana, mostra la potenza e la gratuità del suo amore per noi, Colui il quale “fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti” (Mt 5, 45). Tutto questo è motivo di gioia per i ‘semplici’, che si aprono a Dio con mitezza e Amore. Poiché la scelta gratuita di Dio è diretta all’uomo, specialmente se povero o sofferente, non perché si sia buoni ma perché buono è chi ci ama così tanto.
2. Gioia per la gratuità di Dio
Tuttavia, per ricevere il dono di Dio, bisogna aprirsi a Lui con fede generosa e lieta fiducia. Quel dono dall’alto suscita gioia, e questa gioia si deve notare nel cuore e nella vita dell’uomo e della donna che sono destinatari della benevolenza del Signore; una felicità che è il carisma di testimonianza di cui oggi ha bisogno il nostro mondo senza speranza e frustrato nella sua fame di felicità dai suoi falsi surrogati.
Non possiamo dubitare di Dio, anche se, come Zaccaria ed Elisabetta, dobbiamo aspettare tutta una vita. Il suo amore per noi non viene mai meno. Tuttavia, anche comprendendo che Dio ci ama molto, a volte dubitiamo come Zaccaria, se davvero Egli vorrà usare il proprio potere a nostro favore.
Osservando con attenzione, Zaccaria appare una figura contraddittoria: infatti, Zaccaria è nel tempio e prega, chiedendo che dal suo matrimonio possa finalmente venire un discendente. Ma nel momento in cui l’angelo ne annuncia l’esaudimento, Zaccaria manca di fiducia e viene punito.
Ritroviamo qui un grande insegnamento sulla preghiera, carissimi fratelli e sorelle: dobbiamo chiedere al Signore con la sicura fiducia di essere esauditi specialmente in questo Anno della Fede. Questa è la preghiera cristiana, la preghiera cioè di chi sa di essere amato, ascoltato e sempre esaudito da un Padre buono e misericordioso. In questo senso il Padre Nostro insegnato da Gesù è insuperabile scuola e modello di preghiera cristiana gradita al cuore di Dio.
Anche noi siamo soggetti ad innumerevoli tentazioni legate all’incredulità e tante forme di mutismo nella preghiera sono frutto di questa incapacità a credere e a meravigliarci davanti alle opere di Dio.
L’atteggiamento di Zaccaria contrasta con l’assoluta fiducia e la disponibilità di Maria, la madre di Gesù, che dà il suo “sì” incondizionato: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”.
Carissimi fratelli e sorelle, il precursore del Messia compì pienamente la propria missione ma il suo contributo non è terminato. Giovanni Battista è un uomo per ogni tempo, una figura perennemente attuale, nell’Avvento e sempre non solo. Perché è l’impegno della Chiesa e della comunità cristiana, è proprio il compito anche nostro di essere messaggeri di gioia per il dono di Dio e di agire come suoi precursori oggi nei nostri ambiti familiari, lavorativi e, più in generale, sociali.
La vostra ASL Roma 3 gestisce in effetti uno degli ospedali più antichi del mondo, l’Ospedale di Santo Spirito in Sassia, del quale non ripeterò qui la gloriosa storia.
Mi limiterò a ricordare che questo antico Arcispedale ha avuto l’onore di conoscere la presenza e il servizio rivoluzionario dei grandi santi della Carità come San Filippo Neri e San Camillo de’ Lellis. Riflettiamo su tutto ciò con ammirazione e gratitudine al Signore per un passato così ricco di vera testimonianza cristiana, che ha reso questi muri un rifugio accogliente per tanti malati, pellegrini, poveri e persone abbandonate.
È del resto anche compito nostro il portare la speranza, l’essere messaggeri della gioia di Cristo medico divino in tutti i centri di cura e di assistenza che, parimenti colpiti dalla crisi, rischiano di diventare luoghi di patimento privi della più piccola luce che la speranza emana. Talvolta ci sentiamo sfidati e scoraggiati dalle difficoltà legate al nostro lavoro e dall’apparente incapacità di cambiare le cose. Ma come ancora più in occasione della nascita del Battista, lasciamo che la potenza divina agisca su questi nostri limiti umani.  Rendiamo dunque i nostri luoghi di cura più umani, più accoglienti e rispettosi della dignità delle persone che si affidano non solo alle nostre competenze tecniche, ma anche alla nostra capacità di comprensione e alla Carità di Cristo che deve animare il nostro lavoro.
Cari amici, come ha detto il Santo Padre Benedetto XVI il 17 novembre scorso ai partecipanti alla nostra XXVII Conferenza Internazionale, “questa assistenza sanante ed evangelizzatrice è il compito che sempre vi attende. Ora più che mai la nostra società ha bisogno di «buoni samaritani» dal cuore generoso e dalle braccia spalancate a tutti, nella consapevolezza che, come spiegato nella sua Enciclica Spe Salvi, «la misura dell’umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente».
È questa un’esortazione alla quale pare quanto mai difficile rispondere ma che ribadiamo nella consapevolezza delle forti ripercussioni  che la crisi economica e finanziaria europea ed internazionale  sta avendo nelle politiche sanitarie nazionali. Rinnoviamo in proposito la nostra preoccupazione per le riforme in atto in quanto si ha l’impressione che si tenga conto unicamente dell’aspetto economico del mondo della salute trascurando chi lo anima, dunque chi ne costituisce l’essenza vitale, a partire dalla persona sofferente.
Si parla della riduzione di posti letto ma non si parla di chi sarà privato della possibilità di essere ricoverato, curato o comunque assistito in modo consono al proprio stato di salute. Eppure si tratta di un figlio o di una figlia, di un fratello o di una sorella oppure dei nostri genitori, che appartengono alla generazione che, con il proprio sudore e impegno, ha contribuito a far rinascere anche questo Paese dalle macerie e dalla tremenda sofferenza inflitta dalla Seconda Guerra Mondiale. Ecco che oggi sono loro ad essere bisognosi del nostro aiuto, a loro dobbiamo venerazione e gratitudine che devono essere tradotte oggi nel garantire un’assistenza sanitaria adeguata.
Due anni fa, il nostro Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari ha dedicato la XXV edizione della sua Conferenza Internazionale al tema: “Per una cura della Salute equa ed umana alla luce dell’Enciclica Caritas in Veritate”. Nel Messaggio rivoltoci in tale occasione, Papa Benedetto XVI ha ribadito diversi punti essenziali e, tra questi, l’importanza di una “vera giustizia distributiva che garantisca a tutti, sulla base dei bisogni oggettivi, cure adeguate. Di conseguenza – ha continuato il Santo Padre, – il mondo della salute non può sottrarsi alle regole morali che devono governarlo affinché non diventi disumano”.
Per ben rispondere a tale richiamo, che parrebbe assumere, ogni giorno che passa, sempre più il tono di una sfida “occorre lo sforzo congiunto di tutti ma occorre anche una profonda conversione dello sguardo interiore. Solo se si guarda al mondo con lo sguardo del Creatore, che è sguardo d’Amore – ha in proposito evidenziato Papa Benedetto XVI, – l’umanità imparerà a stare sulla terra nella pace e nella giustizia, destinando” opportunamente le risorse “al bene di ogni uomo ed ogni donna”. Ha poi concluso rilevando come un corretto modello di  sviluppo debba essere “fondato sulla centralità dell’essere umano, sulla promozione e sulla condivisione del bene comune” ma anche “sulla consapevolezza del necessario cambiamento degli stili di vita e sulla prudenza, virtù che indica gli atti da compiere oggi in previsione di ciò che può accadere domani”.
Ecco, carissimi fratelli e sorelle, malati e operatori sanitari, sappiamo tutti quanti  quanto non sia agevole una tale vostra missione, soprattutto in questo momento di grande incertezza nell’ambito lavorativo, ma il Signore, come ascoltò la preghiera di quella buona coppia di coniugi anziani, Elisabetta e Zaccaria, rendendoli genitori del precursore di Gesù, si rivolge a noi, ascolta la nostra preghiera, ci riempie della sua gioia e ci chiama ad essere suoi collaboratori nel donare la grazia salvifica di questo Natale agli altri, diventando anche noi evangelizzatori, contribuire a combattere i mali del mondo in cui viviamo.
Nell’antifona “O” di oggi invochiamo Cristo come “Germoglio della radice di Iesse”. La radice richiama il fondamento, ciò senza il quale non c’è vita. Così è per noi il riferirsi a Gesù, senza di Lui, carissimi  fratelli e sorelle, viene a mancarci il fondamento della vita, siamo perduti. Per questo lo invochiamo, vieni… non tardare, o Signore!
Che questa consapevolezza ci accompagni nella preparazione al Natale, facendo sì che noi lasciamo che Cristo, sorgente inestinguibile della vita, sani le infertilità dei nostri cuori e trionfi sulla nostra debolezza, sulla nostra sterilità spirituale, sulle nostre preoccupazioni e paure.

Tutto ciò affidiamo alla Madonna Santissima, Protettrice degli infermi.
E così sia.

Publié dans:Arcivecovi e Vescovi, NATALE 2012 |on 20 décembre, 2012 |Pas de commentaires »

RIFLESSIONI SUL SANTO NATALE – Don Arcangelo Tadini

http://www.verolanuova.com/lucesalelievito/donarcangelotadini/Scritti/tadscrit10.html

Don Arcangelo Tadini        

proclamato Beato il 3 ottobre 1999 da Giovanni Paolo II

da, Sermones,
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Archivio Suore Operaie, Botticino Sera
(AI: Sermones, ASO Botticino Sera)
Scritti e Omelie
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RIFLESSIONI SUL SANTO NATALE

Omelia

 A differenza di tutti gli altri bambini che non possono fissare il luogo della loro nascita, Gesù se Io scelse e molti anni prima Io fece predire dai Profeta Michea: Betlemme. Questa predizione ci reca grande meraviglia: e come può non esser tale mentre tutti sappiamo che a Nazareth e non a Betlemme fu annunziato il grande mistero dell’incarnazione, che a Nazareth e non a Betlemme abitava la fortunata donna che doveva darlo alla luce? Come poteva dunque avverarsi questa profezia, come compirsi questo vaticinio? Nelle mani del Signore tutto è grande, tutto è sublime.
Aveva in quel tempo Cesare Augusto, imperatore romano, emanato un editto col quale comandava che tutti i sudditi dell’imperatore si portassero alla capitale, alla città da dove traevano origine per dare il loro nome. Questo comando colpiva anche i Santi Sposi Maria e Giuseppe, e siccome discendevano entrambi dalla stirpe di Davide che era di Betlemme, così essi dovettero portarsi in questa città per darvi il loro nome Sorpresi dalla notte, non avendo ormai più tempo di ritornare a Nazareth si diedero a cercare alloggio per Betlemme; ma mentre per i ricchi e i grandi della terra erano preparati grandi palazzi, ricche sale, per la Madre di Dio e per il suo custode non vi era dove posare capo.
Preoccupati e dolenti dovettero mettersi in viaggio, uscire dalla città e ricoverarsi in una stalla; qui si compì il tempo per il quale Maria doveva dare alla luce il suo Divin Infante e in quella notte stessa nacque al mondo Gesù: il Salvatore del mondo. E quale grande nuova ammirazione! In quale condizione si mostra al suo regno il sovrano dominatore dell’universo! Attorno a lui non ha che un semplice artigiano e una povera donna occupata a coprirlo con fasce. Il suo palazzo consiste in una stalla sordida ed infetta, ed invece di assidersi sopra un trono giace sopra una umile mangiatoia.
Ma, perché o Signore non compariste al mondo quale possente monarca, circondato di splendore, rivestito di maestà? Perché non sceglieste come madre una regina della terra, e come vostro custode un grande del mondo? Oh Gesù mio io v’intendo. Vi siete fatto accessibile a tutti nascendo in una capanna e qui con la più amorosa abiezione preparaste per le nostre povere anime un’accoglienza degna della misericordia di un Dio venuto proprio tra noi per la salute di tutti.
Ah miei cari corriamo tutti, corriamo a Betlemme, corriamo alla scuola di Gesù col sincero desiderio di approfittare dei suoi insegnamenti. In queste sere che precedono la sua comparsa soave nel mondo, affacciamoci assidui alla culla di questo divino Infante ansiosi di imparare da lui la via che sicuri ci conduce al cielo.
E voi o buon Maestro, dateci un cuore attento e pieno di fede affinché vi ascoltiamo; un cuore umile e docile affinché pronti ai vostri voleri facciamo qui in terra sempre la vostra volontà, per avervi in cielo nostra consolazione e nostro premio.
Appena nacque il Salvatore, appena si compì il grande Mistero dell’incarnazione del Verbo, il cielo subito venne a rivelarlo alla terra. Un angelo appositamente mandato da Dio agli uomini porta una notizia sì straordinaria. Ma a chi annunzia per primi questo grande avvenimento?
Andrà forse nei palazzi di Betlemme a scuotere il sonno dei grandi dei secolo, usciti come Gesù dalla stirpe di Davide, e recherà ad essi l’annunzio che dal loro sangue è nato il Salvatore? Andrà egli a trovare i maestri in Israele, i dottori della legge e accennerà loro che è finalmente compiuta l’attesa delle genti, e che, nel tempo segnato dai profeti, il liberatore d’Israele sì sovente promesso e tanto desiderato per sì lungo tempo è ora comparso? Non già, ma uomini semplici e grossolani, che con la custodia dei loro gregge sostentavano meschinamente la vita, questi sono quelli che la divina Provvidenza scelse a primi contemplatori di tale avvenimento. A questi poveri e semplici pastori, prima d’ogni altro, gli angeli scesi apposta dal cielo fanno sentire quel dolce comando: « andate a Betlemme ». Questo per indicare a noi che per essere ammessi alla scuola di Gesù bisogna avere un cuore semplice e distaccato dalle cose della terra.
E’ infatti la semplicità quello che rende l’uomo veramente grande. La semplicità quella che adorna di nuovo pregio le virtù, quella che aggiunge ai sommi ingegni nuovo splendore. E’ per la semplicità appunto che questi poveri uomini meritano di poter essere i primi a attirare sopra di sé gli sguardi dei cielo. Gesù li chiama a sé con trasporti d’amore, vola alle loro braccia, riceve i loro affetti, si lascia abbracciare, baciare e in essi trova le sue delizie e le sue consolazioni.
Oh Gesù caro noi vi intendiamo, l’affetto disordinato alle ricchezze, ai piaceri e agli onori del mondo è come uno spinaio che soffoca nel nostro cuore il seme prezioso della vostra santa parola. Che faremo noi miserabili che ci vediamo sì pieni di attacchi terreni? Ah Signore noi non potremo che istantaneamente pregarvi con Sant’Agostino: « bruciate, tagliate tutto ciò che in noi vi dispiace e mette ostacolo al vostro santo amore, distaccateci dal mondo amareggiando tutti i suoi diletti, deh fate insomma che noi abbiamo a sentire il bisogno di rivolgerci a voi, perché sciolti da ogni legame d’amor terreno, siamo disposti e pronti a seguire i vostri divini insegnamenti. »
Prostriamoci adunque con la faccia per terra e domandiamo a questo nostro buon maestro una vera umiltà e semplicità di cuore. Baciamo la soglia beata di questo umile presepio e qui, prima di passare innanzi, deponiamo ogni pensiero di propria stima, ogni desiderio ed ogni amore di lode, di comparsa, di fasto e preghiamo Gesù che per la sua infinita misericordia ci renda quali dobbiamo essere prima d’accostarci alla sua culla: cioè compresi dei sentimento del nostro niente, della nostra miseria e dei bisogno estremo che abbiamo di essere istruiti da lui.
E voi o caro Gesù, mandateci per carità un raggio del vostro lume che ci faccia capire bene chi noi siamo e chi voi siete, a ciò possiamo amare voi e odiare noi stessi; in questo consiste la vera scienza della salvezza, che voi venite ad insegnarci.
Poniamoci o cari a considerare, in questa sera, attentamente la povertà di Gesù. E questa sia la prima lezione che noi impariamo dall’amabile Maestro e Bambino. Chi direbbe mai al vederlo in sì meschino albergo, ricoperto appena di poveri panni, mal difeso contro i rigori della stagione, chi direbbe che Egli è il Re dei re, ed il Signore dei dominanti? Come riconoscere in questo stato di miseria e di abiezione il Sovrano dominatore dell’universo, il Re della gloria, l’Ente supremo al cui cospetto tutti gli altri esseri s’umiliano e si annientano? Non poteva egli nascere in un luogo meno disagiato? Avere, nascendo, quel che non manca ai più poveri… un tetto che lo ripari, un po’ di fuoco che lo riscaldi, una culla su cui adagiarsi? « Le volpi hanno le loro tane, gli uccelli hanno i loro nidi; ed il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo. » Ma e perché tutto questo? Vedeva bene Gesù Cristo di quanto ostacolo ai conseguimento dei Paradiso sarebbe stato per le anime nostre io sregolato amore dei beni presenti, ci volle dare l’esempio di una povertà, di uno spogliamento così universale, così che, almeno in parte, imitandolo arrivassimo a conseguire i beni eterni. Oh quanto ci dobbiamo confondere nel vedere l’amoroso Salvatore ridotto in questo stato!
La nudità, lo squallore, la miseria che lo circonda ci tuonano al cuore quei « guai » terribile che egli ha minacciato a coloro che vorranno mettere la loro consolazione nelle cose dei mondo; quella nudità e quella miseria ci predica di tenere il cuore distaccato da tutto perché possiamo liberamente servirlo ed amarlo. Quella miseria ci dice che sono beati i poveri di spirito perché di loro è il Regno dei Cieli … Difatti che cosa è mai davanti a Dio tutto lo splendore della terra? La ricchezza o la miseria, lo splendore o l’umiliazione, sono un nulla davanti a Lui. Egli stima più la povertà che tutte le ricchezze del mondo, come dice San Paolo « ogni cosa di terra io stimo fango e sozzura per guadagnarmi Gesù Cristo. » li santo profeta Davide considerando con profetico lume la povertà di Gesù Cristo uscì in questa bella esclamazione:  » Beato chi ha cura del mendico e del povero ».
Dateci lume o Bambino amato affinché intendiamo la lezione salutare della vostra estrema povertà e fateci capire bene come dobbiamo imitarla nelle circostanze particolari della nostra vita… Sentite o Gesù mio quel che proponiamo di fare e benedite con la vostra grazia questi nostri proponimenti. Per amore alla vostra santa povertà noi ci studieremo di servire gli altri in quel che potremo; ci mostreremo sempre contenti di tutto ricevendo tutto come elemosina dalla benefica mano della vostra Provvidenze, senza desiderare né più né meno di quello che ci darete voi. Non permettete mai che il falso splendore delle prosperità terrene ci abbagli e ci faccia perdere di vista la strada che guida al cielo. Imprimeteci bene nel cuore che i beni del mondo non sono beni per noi se non in quanto ci possono servire a guadagnare altri beni non caduchi, mediante le buone opere di carità.
Immaginiamoci o cari di vedere il Divin Pargoletto tremare di freddo su poca paglia; immaginiamoci che Egli ci stenda la fredda sua manina per chiederci qualche soccorso. Ditemi, non vi sentireste forzati a spargere anche tutto il vostro sangue per sopperire al minimo dei suoi bisogni? Orbene in questa sera il Bambino Gesù ci domanda che noi abbiamo a sopportare in pace la povertà che a Lui piacque di mandarci, che l’abbiamo a sopportare per amor suo.
Si, o divino In fante, noi d’ora innanzi stimeremo e adoreremo col più profondo ossequio dello spirito la vostra santa povertà, proponiamo di cercarla più che potremo in noi stessi, di rispettarla, compatirla e soccorrerla nei poveri che la rappresentano.
Consideriamo, in questa sera, la promessa che Gesù fa a quelle anime che avranno imparato dal suo esempio l’amore alla povertà e ai poveri. Giacché il santo Profeta Davide dopo di aver detto « Beato chi ha cura del mendìco e del povero » aggiunge: « nel giorno cattivo lo libererà il Signore ». Cosa sia questo giorno cattivo tutti lo intendiamo, i Santi ce lo dissero più volte, è il giorno della morte e per questo giorno appunto il Signore promette la sua speciale assistenza. Si vede proprio non esservi cosa che renda tanto tranquilla e consolante la morte, quanto il distacco sincero dalle cose del mondo e l’esercizio costante delle opere della misericordia. Queste ispirano all’anima una gran fiducia nella bontà di quel Dio che deve essere nostro giudice avendo egli promesso d’usare misericordia ai misericordiosi. E il distacco da ogni cosa terrena ci libera anticipatamente dal maggior affanno che rechi la morte, cioè il dover lasciare tutto. Conviene dunque privarsi volentieri di qualche cosa per amore di Gesù…. Fosse pure una cosa assai cara all’amor proprio, come quell’ornamento, quel comodo, quel diletto, per averlo propizio nel giorno terribile della morte.
Verrà presto o cari per tutti l’ora della morte, per alcuni di noi questa è l’ultima novena del Natale, è l’ultima volta che trattiamo Gesù come Bambino. Presto lo dovremo vedere coi nostri occhi giudice severo, presto lo dovremo sentire pronunciare quella irrevocabile sentenza o di condanna o di premio eterno. Questo spaventevole istante verrà per me e verrà anche per voi. Certo molti di noi l’anno venturo non ci saranno, passati da questa all’altra vita avranno già abbandonato il mondo, saranno entrati nell’eternità. Pensiamo o cari, riflettiamo seriamente. La morte ci sta sempre davanti e noi vi andiamo sempre più avvicinando… E allora che faremo dei beni della terra? Ah, quante più saranno le cose da noi amate in vita, tanti più saranno i nostri tormenti in morte. Gran dire! Tutti i beni del mondo non potranno allora servire ad altro che a affliggerci: e noi ci affanniamo tanto per averli?
Benedetta la povertà del mio Gesù che fa beato il cuore! Intendiamolo adunque che è una vera pazzia l’amare i beni presenti: Gesù solo è un bene vero, un bene eterno. Se attenderemo ad amare Lui solo ci sentiremo felici nel stringerlo povero e crocifisso per amor nostro sul letto di morte e benediremo il momento in cui, per grazia di Gesù, ci saremo distaccati da ogni cosa terrena. Benediremo le privazioni che avremo fatte per soccorrerlo nella persona dei poveri, e con una ineffabile speranza ci prepareremo ad udire da Lui quelle consolanti parole: « venite o benedetti dal Padre mio, venite a possedere il Regno che vi è preparato, poiché io ebbi fame e voi mi deste da mangiare; ebbi sete e mi deste da bere. » Che invito di Paradiso! O Regno eterno! Merita bene di essere guadagnato, con la perdita d’ogni caduco bene del mondo.
Alla nascita di Gesù Salvatore gli angeli del Paradiso, a schiere, a coppie discesero sulla terra per invitare gli uomini a far festa, a rallegrarsi per un sì fausto avvenimento. Ma in mezzo al comune tripudio Gesù solo nel silenzio di una spelonca sospira e piange. Qual è il motivo di queste lacrime? Ecco che Gesù stesso ce lo dice per bocca del suo Profeta: « il mio dolore è sempre innanzi a me ». Senti o anima cristiana? Gesù non può togliere lo sguardo dal quadro doloroso delle umane ingratitudini e piange per dolore e compassione di noi miserabili. Gesù ha sempre presenti allo spirito tutti i peccati, piange la perdizione eterna di tante anime, piange le loro segrete miserie… gli errori e le passioni che le accecano, … i piaceri e le tentazione che le seducano, i pravi abiti che le trascinano all’inferno. Gesù piange al vedere il disprezzo della sua legge e della sua grazia, la dimenticanza dei beni eterni, l’amore disordinato alle cose presenti, l’impero del peccato e del demonio, … la falsa pace nella quale viviamo, sebbene peccatori, sebbene ì bisognosi di penitenza e di lacrime per ottenere misericordia! Ma forse Gesù vede in noi anche al presente qualche cosa che lo fa piangere. Ah, forse noi stessi siamo la più amara cagione delle sue lacrime e del suo dolore.
Si fa piangere Gesù commettendo il peccato, o mettendosi nell’occasione prossima di commetterlo. E avremo cuore ancora di far piangere Gesù? E non ci risolveremo a finirla una buona volta col peccato? Ah se le lacrime di Gesù non ci commuovono, diciamolo pure, pure noi abbiamo in petto un cuore di macigno e dobbiamo temere di essere caduti nella più terribile ostinazione di peccato. Se così fosse, quanto maggior bisogno avremmo della misericordia del santo Bambino, quanta necessità di pregarlo perché lasci cadere la rugiada celeste delle sue lacrime sull’arida terra del nostro povero cuore, affinché si intenerisca alla vista delle sue pene. L’aspetto d’una persona afflitta e piangente muove naturalmente a pietà e desiderio di poterla in qualche modo consolare. E noi non sentiremo il desiderio di consolare Gesù? Farlo cessare dal piangere e asciugare le sue lacrime? Sono i nostri peccati e i peccati di tutti gli uomini che lo fanno piangere e penare: lo sappiamo.. e perché non vorremmo dunque detestare e odiare questi maledetti peccati, fuggire le occasioni che ce lo fanno commettere?
Sì, o amabile Gesù, noi ve lo promettiamo questa sera qui davanti a voi, e la nostra promessa la manterremo a qualunque costo. Dovessimo perdere la vita, noi non vi faremo spargere lacrima alcuna per l’avvenire. Ci prostreremo nelle prossime feste ai piedi del vostro Ministro e là dolendoci di vero cuore domanderemo perdono di tutti i nostri peccati e di quelli ancora che furono commessi dagli altri per colpa nostra. E voi, o amabile Redentore, fate che unendo le nostre lacrime alle vostre esse valgano a cancellare tutte le nostre ingratitudini, e renderci mondi e puri agli occhi vostri.
Oh! Quale consolazione sarà per noi il poter dire con San Tommaso: « Divin Bambinello abbracciatemi affinché noi piangiamo insieme. Voi per amore verso di me, io per amor vostro. Voi mi convertirete e io vi possederò; voi vi consolerete con me e io mi con foderò con voi. »

Oh quale dolcezza, qual bene!
Bandite dunque da noi, caro Gesù, tutti i fallaci godimenti della terra, affinché sospirando e piangendo in questa vita meritiamo la bella sorte di vedervi e possedervi per tutta l’eternità.
Mancherei ad una grande necessità, mi parrebbe di fare un insulto al Dio Bambino se lasciassi passare questa sacra novena in preparazione alla solennità del Natale, senza dirvi almeno due parole sopra la potenza e insieme la dolcezza del nome di Gesù. Purtroppo lo sento, io sono incapace, fallirò certo nel mio intento. Ma e perché non ho io la lingua d’un serafino per lodare ed encomiare questo sì gran bel Nome? Perché non ho io la mente ed il cuore e l’ingegno capace di tributargli quell’omaggio eterno di riverenza che gli si conviene? Gesù! Oh Nome sopra tutti i nomi degno solo di Colui che lo porta! Questo è il nome augusto dell’Unigenito Figlio di Dio, nome che merita perciò riverenza e onore, esso è la letizia degli angeli ed il terrore dell’inferno. Al suono di questo santo Nome, ogni ginocchio si piega nel cielo e negli abissi. Oh potenza, oh grandiosità di questo nome di Gesù che è il nome di un Dio Salvatore! Nessun altro al mondo potrà essere degno di un tal nome, poiché nessuno potrà mai fare quello che ha fatto Gesù.
Dacché Adamo con la sua disubbidienza si ribellò a Dio, le porte del Paradiso si chiusero e più non si sarebbero aperte se Gesù non avesse patito. Noi eravamo schiavi del demonio, condannati alla pena eterna dell’inferno e nessuno fuorché Dio stesso poteva cancellare questo terribile decreto con una soddisfazione adeguata. Se tutte le creature si fossero poste mediatrici di pace fra Dio e l’uomo, non avrebbero potuto ottenerci il perdono. Se tutti gli spiriti beati si fossero offerti in sacrificio d’espiazione per noi, non avrebbero potuto placare la divina giustizia giustamente sdegnata contro di noi. Per salvarci ci voleva Gesù: cioè un Salvatore divino che prendesse sopra di sé il carico dei nostri peccati e si assoggettasse a pagarne la pena. Oh la possanza adunque del nome di Gesù.
Andavano al tempio gli apostoli Pietro e Giovanni per farvi orazione ed un certo uomo infermo dalla sua nascita stava alla porta del tempio domandando elemosina. Vedendo entrare Pietro e Giovanni stese loro la mano sperando di ricevere qualche cosa. Ma Pietro disse « io non ho né argento né oro, quel che ho te lo do. » Lo prese per mano e gli disse. « Nel nome di Gesù alzati e cammina. » Si rassodarono le sue gambe e saltando entrò nel tempio lodando l’onnipotenza del nome di Gesù. Ed era ben giusto poiché egli in forza di questo Nome Santissimo aveva ottenuto la salute, e noi cristiani salvati per virtù di questo Nome cosa faremo? Noi dobbiamo aver viva confidenza in Gesù, domandare e sperare tutto per i meriti di Gesù. Quando ci sentiamo tentati invochiamo Gesù, quando ci vediamo deboli ed afflitti chiamiamo Gesù. Ogni pensiero della nostra mente, ogni palpito del nostro cuore, ogni respiro della nostra vita porti questa dolce impronta « viva Gesù ». Esso sarà quanto il dire: « Viva il Padre, viva l’Amico, viva lo Sposo dell’anima! »
Misuriamo infatti l’altezza e la gloria del dono di Dio e insieme la distanza infinita che c’è tra Lui e noi poveri vermiciattoli della terra, e poi pensiamo che un Dio sì grande per essere nostro Salvatore ha dovuto abbassarsi alla forma di Servo. Non basta: « si è fatto obbediente sino alla morte e alla morte di Croce » cioè alla morte più obbrobriosa che ci potesse essere. Non basta ancora: si è quasi annientato agli occhi nostri nascondendosi sotto le povere specie sacramentali per essere nostro compagno, nostro cibo e nostra vittima fino alla consumazione dei secoli. Ditemi, poteva Egli fare di più? E vi sarebbe sulla terra chi potrebbe fare altrettanto?
Gesù, come voi vi siete donato tutto a noi, noi ci doneremo tutto a voi. Il nostro cuore sia vostro perché voi vi stampiate in mezzo il vostro Nome, affinché il mondo, i demoni e le creature non abbiano a rubarvelo mai più. Scrivete Gesù nella nos fra mente perché si ricordi sempre di voi. Scrivete Gesù sulla nostra bocca affinché volentieri parli di voi, scrivete Gesù su tutte le mie opere, affinché per sola gloria del vostro nome le cominci e le compia.

Viva adunque Gesù in eterno; sia sempre lodato e ringraziato il Santissimo Nome di Gesù.
Molte sono ancora le istruzioni che ci dà Gesù Bambino. Tutte ci sarebbero di estrema necessità, ma il tempo ci manca, già siamo giunti all’ultimo giorno della novena. Perciò questa sera impareremo da Gesù la virtù della santa umiltà come quella che racchiude in sé tutte le altre. Come quella che Gesù pose a fondamento della sua celeste dottrina. Immaginiamoci dunque che Egli stesso ci dica al cuore quelle dolci parole « impara da me ad essere umile di cuore ». Che gloria sarà per noi imparare da Gesù! Egli ci dice: « impara da me » affinché abbiamo a concepire una stima altissima della santa umiltà, vedendola praticata in modo sì eminente dal nostro Maestro divino. Guarda o anima cristiana come Gesù confonde la superbia del mondo: « impara da me » Egli dice, non a far miracoli, non a predicare, non a comandare, ma ad essere umile di cuore.
Anche noi applichiamoci d’ora innanzi con ogni studio ad acquistare questo tesoro nascosto della santa umiltà di cuore. Umiltà di cuore che ci faccia amare una vita abbietta e nascosta agli occhi degli uomini, e ci renda chiaro abbassarci a tutti, sottometterci a tutti e ricevere volentieri da Gesù qualunque umiliazione. Quando pure fossero le maggiori umiliazioni di questo mondo non potrebbero confrontarsi con quelle che abbracciò Gesù per amor nostro. Egli è Dio che si abbassa e noi siamo povere creature. Egli è santo e noi siamo peccatori. A Lui è dovuto ogni onore e gloria in cielo e in terra, e noi meritiamo ogni obbrobrio a questo mondo e nell’inferno per i nostri peccati. Procuriamoci dunque questa umiltà del cuore che nasca in noi dalla sincera convinzione del nostro nulla e della nostra miseria.

AI: « Sermones », ASO Botticino

Publié dans:Beati, NATALE 2012 |on 20 décembre, 2012 |Pas de commentaires »

Annunciation To Zacharias, Domenico Ghirlandaio, 1490

Annunciation To Zacharias, Domenico Ghirlandaio, 1490 dans immagini sacre Annunciation_to_Zechariah_Domenico_Ghirlandaio1490

http://freechristimages.org/biblestories/promise_to_zechariah.htm

Publié dans:immagini sacre |on 19 décembre, 2012 |Pas de commentaires »

LA NASCITA DI GESU’, LUCA – UN ANNO CON MARIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Maria/meditazioni/06-07/05-Nascita_di_Gesu.html

UN ANNO CON MARIA

LA NASCITA DI GESU’

Il racconto di Luca, in cui si accenna alla nascita di Gesù, trova poco spazio nei grandi trattati di Mariologia. Infatti si parla di Maria solo nei vv. 5-7.16.19. Eppure è qui dove il Figlio di Dio, per mezzo di Maria, appare per la prima volta nella sua umanità. Luca ne sente tutta l’importanza: per lui la nascita di Gesù è l’evento che ha la più grande importanza nella storia dell’umanità e per questo cerca in qualche modo di evidenziarla sin dall’inizio:
“In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra”. In 1,5 si introduce l’annuncio a Zaccaria dicendo: “Al tempo di Erode re della Giudea…”.
Era un fatto limitato alla Palestina, la nascita di Gesù invece riguarda la storia del mondo. Per questo Luca usa il termine divino di Augusto per creare un contrasto con i titoli che userà per Gesù: Signore, Cristo, Salvatore. Qui è il signore della terra e quello del cielo che si oppongono.
Dal testo appare chiaro che Gesù è nato nel tempo di Cesare Augusto. Ma quando si tratta di precisare bene il tempo si cade in un’enorme confusione. È certo che è nato prima dell’anno 4 a.C, anno della morte di Erode, ma di più non si può dire. C’è poi un’altra serie di nomi e di notizie. È impossibile stabilirne la cronologia. Luca sembra colmo di difficoltà, ma forse a lui interessava soprattutto collocare la nascita di Gesù sullo sfondo della storia universale e presentare Maria e Giuseppe in un concreto ambiente storico non solo sottomessi alle leggi ebraiche ma anche a quelle dell’impero. Ed è per ubbidire a queste ultime che si recano a Betlemme.

La nascita di Gesù (vv. 6-7)
“Mentre si trovavano a Betlemme si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia perché non c’era posto per loro altrove”. I commenti in genere accentuano la sofferenza di Maria in cerca di un luogo adatto e solitario per lei necessario. Sentiva che non c’era posto per lei altrove, un’espressione che non significa rifiuto. E trovò in una grotta un posto adatto per partorire.
Oggi si soavizza molto questo aspetto. Benedetto Prete dice che l’accenno alla mangiatoia non indica che il locale era abitualmente adibito ad accogliere animali. In ogni abitazione c’era sempre un locale in cui a volte ci poteva essere un animale. Giuseppe e Maria hanno accolto volentieri questa ospitalità offerta loro da parenti e conoscenti. Trovarono per loro una certa riservatezza. La mangiatoia d’altronde, debitamente preparata, si prestava a fare da culla al neonato.
È lì che diede alla luce il figlio concepito nella verginità; è lì che apparve per la prima volta il Figlio di Dio nella sua umanità e che si realizzò: “Il Verbo di Dio si fece carne e abitò in mezzo a noi”.
“Lo avvolse in fasce”: un gesto tanto abituale, ma qui dal significato profondo. Il Figlio dell’Altissimo (1,32), ora divenuto Figlio di Maria, assume la condizione umana, quella comune a noi tutti: una condizione segnata dal limite e dall’incompiutezza, una condizione che ha bisogno delle cure di mamma e papà per crescere e svilupparsi; una condizione infine destinata a concludersi con la morte. In una parola: la Gloria del Signore, che compete al Figlio di Dio, si nasconde nella povertà delle fasce; lì e non altrove bisogna riconoscerlo.

Le fasce: un segno
Maria è lì sola con Giuseppe e il bambino. Sa che è il Messia, ma vede anche la povertà in cui è nato. A Nazaret aveva certo preparato tante cose per accoglierlo. Ora non può non essere triste e farsi tanti “perché” a cui non riesce a rispondere. Ebbene in sincronia con questa situazione di Maria, avviene qualcosa di meraviglioso, da cui si capisce che solo la rivelazione può spiegare il senso dell’evento, e questa viene fatta non a Maria ma a dei pastori.
“Essi di notte stavano facendo la guardia al loro gregge, quando si presentò loro l’angelo del Signore e la gloria del Signore li avvolse di luce”.
Dopo Zaccaria (1,11), dopo Maria (1,26) l’angelo ora appare a umile gente.
La novità è che ora l’angelo non si presenta da solo perché “la gloria del Signore avvolse i pastori” i quali subito percepirono la presenza tangibile del Signore e furono colti come una volta i profeti e i veggenti da quel sacro timore che il mistero di Dio ispira a un mortale, ma che è sempre colmo di grazia e di salvezza. Si tratta però ora di una rivelazione che non butta in faccia la realtà, ma che va a piccoli passi. Inizia dicendo che è una bella notizia che è fonte di una grande gioia per voi e poi per tutto il popolo. E poi con parole ben dosate rivela loro il mistero di un neonato “Oggi nella città di Davide è nato per voi il Salvatore che è Cristo Signore”. È un testo carico di storia e di significato. È probabile che i pastori abbiano capito la parola “Salvatore” e ora sentono dire che sarà per loro fonte di gioia. Presto approfondiremo.

Per ora ascoltiamo il resto:
“Questo è per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce adagiato in una mangiatoia”.
Ed essi andarono, ma che cosa trovarono? Trovarono Maria e Giuseppe e il bambino adagiato in una mangiatoia. Colui che è stato loro rivelato come il Salvatore è nato come si nasce tra i pastori.
Forse è per questo che l’angelo ha loro detto: “Una gioia per voi”, ma vi è una novità nell’ultimo versetto citato (v. 16): le fasce non sono più ricordate, al loro posto si menzionano Maria e Giuseppe. Perché? Forse come si ricava da testi dell’Antico Testamento (Es 16,4) si vuole indicare che un bambino avvolto in fasce fin dalla nascita non è un trovatello, un abbandonato, ma è una creatura custodita con tenerezza da persone intime, prima fra tutte la mamma.
Lo Pseudo-Salomone dice: “Anch’io appena nato fui allevato in fasce e circondato da cure”. Un neonato avvolto in fasce è l’espressione della sollecitudine prestata dalle persone più care sin dalla culla, qui da Maria e Giuseppe. Le loro cure in quanto genitori erano tutte per Gesù, lo custodivano in modo che potesse crescere in sapienza e grazia.
L’ultima riflessione sulle fasce viene dalla predicazione apostolica che ha abbinato due testi: 2,7 e 23,53: Maria diede alla luce il figlio lo avvolse in fasce e lo depose nella mangiatoia. Giuseppe di Arimatea calò il corpo di Gesù dalla croce, lo avvolse in un lenzuolo e lo depose in un sepolcro. La lezione che ne deriva è ineccepibile: il Messia di Dio, una volta che ha rivestito la condizione umana, assume di noi anche quella della morte. Venendo tra i suoi (1,11) viene nel nostro mondo per morire.

Torniamo ai pastori
Dopo aver visto il bambino riferirono tutto ciò che del bambino era stato detto loro, cioè furono loro ad annunziare a Maria quanto il Signore aveva rivelato loro, cioè il senso della nascita di suo figlio. E quello che ora si dice di Maria è molto importante: “Maria custodiva tutti questi fatti meditandoli nel suo cuore”. Qui c’è molto da riflettere, ma prima parliamo dell’allontanamento dei pastori, che pure è importante: “Se ne tornarono glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto com’era stato detto loro”. Sono in atteggiamento di annuncio, un annuncio che risuona sulle montagne di Giuda, ma che poi si è diffuso per la Palestina, ha attraversato i mari, gli oceani e i secoli ed è giunto fino a noi. Ora tocca a noi trasmetterlo alle generazioni future sino alla fine dei secoli.

Maria meditava per la comunità
Del v. 19 ciò che innanzitutto interessa è la traduzione. Le versioni sono molto varie: “Maria conservava tutti questi fatti”; custodiva tutte queste cose… o queste parole. Nessuno traduce bene la parola greca “remata” che può essere resa esattamente solo se si usano due parole: “parole-fatti” o “parole-eventi”. Tutto ciò che capita o si dice è “remata”. Per esempio Maria ha ascoltato questi “eventi” ha ascoltato le “parole” che l’angelo ha detto ai pastori.
Si è sentita dire: “È nato nella città di Davide il Salvatore che è Cristo Signore”. Maria guarda il piccolo avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia. Tanta povertà e piccolezza unite alle parole dell’angelo esigono da lei un atto di fede. Le conserva nel suo cuore e cerca di capire. Ma il cammino per capire qualcosa sarà lungo e si concluderà quando con la comunità del Risorto, chiamerà suo figlio che conosce come discendente di Davide, Messia e Signore. Ma forse quello che più l’ha impressionata è che Dio ha fatto nascere suo Figlio nell’estrema povertà, indicando una delle sue scelte: “tra i poveri”, preannuncio delle scelte che Gesù farà nel suo apostolato.
Luca quando dice che Maria “conservava-ricordava” forse vuole presentare una delle sue fonti sui racconti dell’Infanzia. Una cosa però è certa: Quest’immagine di Maria è per Luca il vero Modello del discepolo non solo degli eventi avvenuti all’inizio ma anche durante la vita terrena di Gesù. Maria è il modello di un vero e continuo cammino di fede e Luca 2,19 e poi 2,51 che chiude i racconti dell’infanzia, dipingono quell’immagine di Maria che ogni discepolo deve avere sempre presente nella comunità.
Luca vuole che si ricordi in continuità tra i cristiani Maria che conserva, ricorda e confronta le “parole-eventi” che essa ha udito e vissuto per farli incidere nella propria vita in modo da capire sempre di più il mistero del Figlio. È quel cammino che gli Apostoli e la comunità hanno fatto sin dall’inizio quando “assiduamente ascoltavano l’insegnamento degli Apostoli”.

Maria meditava con la comunità
Ma c’è una cosa tanto bella in questo inizio di un cammino di fede compiuto da Maria e dalla comunità. Ricordando l’annuncio dei pastori già si intravede quello che sarà l’interpretazione dell’intera vicenda di Gesù. L’esegesi cristiana primitiva parte dal fatto che Gesù è il perfetto compitore di tutte le promesse, colui che porta a compimento la Legge e i Profeti. Ebbene questa linea di interpretazione ha inizio, se possiamo dirlo, con il ricordo-confronto dell’annuncio dell’Angelo la notte di Natale. Solo a poco a poco si andava approfondendo e lo si comprendeva sempre meglio. Presentiamone il cammino. “Oggi è nato per voi un Salvatore nella città di Davide”. È un oggi vero spartiacque della storia. Il tempo dell’attesa è finito.
Il Salvatore promesso, discendente da Davide, è nato oggi non a Gerusalemme, perché la vera città di Davide è Betlemme, perché Dio ritorna alle sorgenti per dare definitivamente compimento alla storia della salvezza e perché così aveva promesso: “Da Betlemme uscirà colui che sarà il dominatore in Israele, le cui origini risalgono ai tempi antichi, ai giorni eterni” (Mi 5,1). La salvezza non può venire da Gerusalemme, la città che uccide i profeti (Lc 13,34), ma da Betlemme dove solo può spuntare “il germoglio dalla radice di Jesse” (Is 11,11). E chi non vede questo germoglio nel neonato da Maria avvolto in fasce? È lui il germoglio che ridà la vita a un tronco inaridito, a una radice secca. È in lui che si realizza la profezia di Isaia 9,5: “Un bambino ci è nato; ci è stato dato un figlio. Il dominio riposerà sulle sue spalle”.
Si può aggiungere: “e si chiamerà Gesù”. Egli è per noi un Salvatore. Per i cristiani era bello proclamare di fronte agli imperatori romani che si fregiavano di questo titolo, che solo Gesù è il Salvatore. L’annuncio dell’angelo la notte di Natale si conclude dicendo: “che è Cristo-Signore”. Nessuna difficoltà per Maria e la prima comunità a chiamarlo “Cristo, Messia”. Ma quando è arrivata la prima comunità a dire che Gesù è il Signore, “il Figlio di Dio” in senso pieno? Che cosa è successo a Maria quando a forza di ascoltare e meditare le “parole-evento” ha capito che il volto umano di Gesù era il volto dello stesso Dio?
La Scrittura dice che “nessuno può vedere Dio e continuare a vivere”. Ebbene noi pensiamo che quando Maria ha capito questo, la sua materialità ha ceduto ed è stata assunta in cielo.
Ebbene, è su questa linea di interpretazione che si è sempre mossa l’interpretazione primitiva delle prima comunità con lo scopo di conoscere sempre di più il mistero di Cristo figlio di Maria. E Maria ha fatto parte di quella comunità e continua ancora oggi a essere parte della comunità cristiana.

Preghiamo
Maria, quando la notte di Natale hai udito l’annuncio dei pastori hai subito sentito di essere di fronte a un grande mistero e hai immediatamente fatto una scelta: “conservare nel cuore e confrontare le parole-evento che hai udito e visto. Hai iniziato, anche con la comunità, un lungo cammino e a poco a poco hai capito. Maria, sei un vero modello per noi. Aiutaci, mediante lo Spirito a approfondire sempre di più la Parola-evento. Abbiamo bisogno di conoscere sempre di più il Figlio tuo, perché la vita cristiana è imitazione di Lui. Aiutaci, Maria, ad ascoltare assiduamente la Parola che deve trasformare la nostra vita e renderci simili al figlio e sempre di più figli tuoi. Amen!

Mario Galizzi SDB

PAPA BENEDETTO: « MODELLO E MADRE DI TUTTI I CREDENTI »

http://www.zenit.org/article-34618?l=italian

« MODELLO E MADRE DI TUTTI I CREDENTI »

La catechesi di Benedetto XVI durante l’Udienza Generale di oggi

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 19 dicembre 2012 (ZENIT.org).- Riprendiamo di seguito la catechesi tenuta da papa Benedetto XVI durante la tradizionale Udienza Generale del mercoledì, svoltasi questa mattina nell’Aula Paolo VI.
***
Cari fratelli e sorelle,
nel cammino dell’Avvento la Vergine Maria occupa un posto particolare come colei che in modo unico ha atteso la realizzazione delle promesse di Dio, accogliendo nella fede e nella carne Gesù, il Figlio di Dio, in piena obbedienza alla volontà divina. Oggi vorrei riflettere brevemente con voi sulla fede di Maria a partire dal grande mistero dell’Annunciazione.
«Chaîre kecharitomene, ho Kyrios meta sou», «Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te» (Lc 1,28). Sono queste le parole – riportate dall’evangelista Luca – con cui l’arcangelo Gabriele si rivolge a Maria. A prima vista il termine chaîre, “rallegrati”, sembra un normale saluto, usuale nell’ambito greco, ma questa parola, se letta sullo sfondo della tradizione biblica, acquista un significato molto più profondo. Questo stesso termine è presente quattro volte nella versione greca dell’Antico Testamento e sempre come annuncio di gioia per la venuta del Messia (cfr Sof 3,14; Gl 2,21; Zc 9,9; Lam 4,21). Il saluto dell’angelo a Maria è quindi un invito alla gioia, ad una gioia profonda, annuncia la fine della tristezza che c’è nel mondo di fronte al limite della vita, alla sofferenza, alla morte, alla cattiveria, al buio del male che sembra oscurare la luce della bontà divina. E’ un saluto che segna l’inizio del Vangelo, della Buona Novella.
Ma perché Maria viene invitata a rallegrarsi in questo modo? La risposta si trova nella seconda parte del saluto: “il Signore è con te”. Anche qui per comprendere bene il senso dell’espressione dobbiamo rivolgerci all’Antico Testamento. Nel Libro di Sofonia troviamo questa espressione «Rallégrati, figlia di Sion,… Re d’Israele è il Signore in mezzo a te… Il Signore, tuo Dio, in mezzo a te è un salvatore potente» (3,14-17). In queste parole c’è una duplice promessa fatta ad Israele, alla figlia di Sion: Dio verrà come salvatore e prenderà dimora proprio in mezzo al suo popolo, nel grembo della figlia di Sion. Nel dialogo tra l’angelo e Maria si realizza esattamente questa promessa: Maria è identificata con il popolo sposato da Dio, è veramente la Figlia di Sion in persona; in lei si compie l’attesa della venuta definitiva di Dio, in lei prende dimora il Dio vivente.
Nel saluto dell’angelo, Maria viene chiamata “piena di grazia”; in greco il termine “grazia”, charis, ha la stessa radice linguistica della parola “gioia”. Anche in questa espressione si chiarisce ulteriormente la sorgente del rallegrarsi di Maria: la gioia proviene dalla grazia, proviene cioè dalla comunione con Dio, dall’avere una connessione così vitale con Lui, dall’essere dimora dello Spirito Santo, totalmente plasmata dall’azione di Dio. Maria è la creatura che in modo unico ha spalancato la porta al suo Creatore, si è messa nelle sue mani, senza limiti. Ella vive interamente della e nella relazione con il Signore; è in atteggiamento di ascolto, attenta a cogliere i segni di Dio nel cammino del suo popolo; è inserita in una storia di fede e di speranza nelle promesse di Dio, che costituisce il tessuto della sua esistenza. E si sottomette liberamente alla parola ricevuta, alla volontà divina nell’obbedienza della fede.
L’Evangelista Luca narra la vicenda di Maria attraverso un fine parallelismo con la vicenda di Abramo. Come il grande Patriarca è il padre dei credenti, che ha risposto alla chiamata di Dio ad uscire dalla terra in cui viveva, dalle sue sicurezze, per iniziare il cammino verso una terra sconosciuta e posseduta solo nella promessa divina, così Maria si affida con piena fiducia alla parola che le annuncia il messaggero di Dio e diventa modello e madre di tutti i credenti.
Vorrei sottolineare un altro aspetto importante: l’apertura dell’anima a Dio e alla sua azione nella fede include anche l’elemento dell’oscurità. La relazione dell’essere umano con Dio non cancella la distanza tra Creatore e creatura, non elimina quanto afferma l’apostolo Paolo davanti alle profondità della sapienza di Dio: «Quanto insondabili sono i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!» (Rm 11,33). Ma proprio colui che – come Maria – è aperto in modo totale a Dio, giunge ad accettare il volere divino, anche se è misterioso, anche se spesso non corrisponde al proprio volere ed è una spada che trafigge l’anima, come profeticamente dirà il vecchio Simeone a Maria, al momento in cui Gesù viene presentato al Tempio (cfr Lc 2,35). Il cammino di fede di Abramo comprende il momento di gioia per il dono del figlio Isacco, ma anche il momento dell’oscurità, quando deve salire sul monte Moria per compiere un gesto paradossale: Dio gli chiede di sacrificare il figlio che gli ha appena donato. Sul monte l’angelo gli ordina: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli niente! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unigenito» (Gen 22,12); la piena fiducia di Abramo nel Dio fedele alle promesse non viene meno anche quando la sua parola è misteriosa ed è difficile, quasi impossibile, da accogliere. Così è per Maria, la sua fede vive la gioia dell’Annunciazione, ma passa anche attraverso il buio della crocifissione del Figlio, per poter giungere fino alla luce della Risurrezione.
Non è diverso anche per il cammino di fede di ognuno di noi: incontriamo momenti di luce, ma incontriamo anche passaggi in cui Dio sembra assente, il suo silenzio pesa nel nostro cuore e la sua volontà non corrisponde alla nostra, a quello che noi vorremmo. Ma quanto più ci apriamo a Dio, accogliamo il dono della fede, poniamo totalmente in Lui la nostra fiducia – come Abramo e come Maria – tanto più Egli ci rende capaci, con la sua presenza, di vivere ogni situazione della vita nella pace e nella certezza della sua fedeltà e del suo amore. Questo però significa uscire da sé stessi e dai propri progetti, perché la Parola di Dio sia la lampada che guida i nostri pensieri e le nostre azioni.
Vorrei soffermarmi ancora su un aspetto che emerge nei racconti sull’Infanzia di Gesù narrati da san Luca. Maria e Giuseppe portano il figlio a Gerusalemme, al Tempio, per presentarlo e consacrarlo al Signore come prescrive la legge di Mosé: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» (cfr Lc 2,22-24). Questo gesto della Santa Famiglia acquista un senso ancora più profondo se lo leggiamo alla luce della scienza evangelica di Gesù dodicenne che, dopo tre giorni di ricerca, viene ritrovato nel Tempio a discutere tra i maestri. Alle parole piene di preoccupazione di Maria e Giuseppe: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo», corrisponde la misteriosa risposta di Gesù: «Perché mi cercavate? Non sapevate che devo essere nelle cose del Padre mio?» (Lc 2,48-49). Cioè nella proprietà del Padre, nella casa del Padre, come lo è un figlio. Maria deve rinnovare la fede profonda con cui ha detto «sì» nell’Annunciazione; deve accettare che la precedenza l’abbia il Padre vero e proprio di Gesù; deve saper lasciare libero quel Figlio che ha generato perché segua la sua missione. E il «sì» di Maria alla volontà di Dio, nell’obbedienza della fede, si ripete lungo tutta la sua vita, fino al momento più difficile, quello della Croce.
Davanti a tutto ciò, possiamo chiederci: come ha potuto vivere Maria questo cammino accanto al Figlio con una fede così salda, anche nelle oscurità, senza perdere la piena fiducia nell’azione di Dio? C’è un atteggiamento di fondo che Maria assume di fronte a ciò che avviene nella sua vita. Nell’Annunciazione Ella rimane turbata ascoltando le parole dell’angelo – è il timore che l’uomo prova quando viene toccato dalla vicinanza di Dio –, ma non è l’atteggiamento di chi ha paura davanti a ciò che Dio può chiedere. Maria riflette, si interroga sul significato di tale saluto (cfr Lc 1,29). Il termine greco usato nel Vangelo per definire questo “riflettere”, “dielogizeto”, richiama la radice della parola “dialogo”. Questo significa che Maria entra in intimo dialogo con la Parola di Dio che le è stata annunciata, non la considera superficialmente, ma si sofferma, la lascia penetrare nella sua mente e nel suo cuore per comprendere ciò che il Signore vuole da lei, il senso dell’annuncio. Un altro cenno all’atteggiamento interiore di Maria di fronte all’azione di Dio lo troviamo, sempre nel Vangelo di san Luca, al momento della nascita di Gesù, dopo l’adorazione dei pastori. Si afferma che Maria «custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19); in greco il termine è symballon, potremmo dire che Ella “teneva insieme”, “poneva insieme” nel suo cuore tutti gli avvenimenti che le stavano accadendo; collocava ogni singolo elemento, ogni parola, ogni fatto all’interno del tutto e lo confrontava, lo conservava, riconoscendo che tutto proviene dalla volontà di Dio. Maria non si ferma ad una prima comprensione superficiale di ciò che avviene nella sua vita, ma sa guardare in profondità, si lascia interpellare dagli eventi, li elabora, li discerne, e acquisita quella comprensione che solo la fede può garantire. E’ l’umiltà profonda della fede obbediente di Maria, che accoglie in sé anche ciò che non comprende dell’agire di Dio, lasciando che sia Dio ad aprirle la mente e il cuore. «Beata colei che ha creduto nell’adempimento della parola del Signore» (Lc 1,45), esclama la parente Elisabetta. E’ proprio per la sua fede che tutte le generazioni la chiameranno beata.
Cari amici, la solennità del Natale del Signore che tra poco celebreremo, ci invita a vivere questa stessa umiltà e obbedienza di fede. La gloria di Dio non si manifesta nel trionfo e nel potere di un re, non risplende in una città famosa, in un sontuoso palazzo, ma prende dimora nel grembo di una vergine, si rivela nella povertà di un bambino. L’onnipotenza di Dio, anche nella nostra vita, agisce con la forza, spesso silenziosa, della verità e dell’amore. La fede ci dice, allora, che l’indifesa potenza di quel Bambino alla fine vince il rumore delle potenze del mondo.
[Dopo la catechesi, il Papa si è rivolto ai fedeli provenienti dai vari paesi salutandoli nelle diverse lingue. Ai pellegrini italiani ha detto:]
Nel clima di serena attesa, caratteristico di questi giorni prossimi alla festa che celebra la venuta di Dio fra gli uomini, mi è gradito salutare con affetto i fedeli di lingua italiana. In particolare, saluto la Comunità dei Legionari di Cristo con i sacerdoti novelli; l’Associazione «Città del Crocifisso», di Gravina in Puglia; la delegazione del Comune di Bolsena; e gli Zampognari del Matese, di Boiano, accompagnati dall’Arcivescovo di Campobasso Mons. Giancarlo Bregantini. Tutti esorto a rendere più intenso in questi giorni l’impegno di preghiera e di opere buone, affinché il Natale riempia i cuori della gioia che solo Cristo può dare.
Un saluto speciale rivolgo ai giovani, agli ammalati e agli sposi novelli. Cari giovani, specialmente voi alunni dell’Istituto Capriotti di San Benedetto del Tronto, accostatevi al mistero di Betlemme con gli stessi sentimenti di fede e di umiltà che furono di Maria. Voi, cari ammalati, attingete dal presepe quella gioia e quell’intima pace che Gesù viene a portare nel mondo. E voi, cari sposi novelli, contemplate l’esempio della santa Famiglia di Nazaret, per improntare alle virtù in essa praticate il vostro cammino di vita familiare.

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