Archive pour le 14 décembre, 2012

III domenica di Avvento C : Invito alla gioia

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Omelia seconda lettura: Non è il vostro dono che io ricerco, ma il frutto che ridonda a vostro vantaggio.

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Omelia seconda lettura

Eremo San Biagio

Commento su Fil 4,7

Dalla Parola del giorno

Non è il vostro dono che io ricerco, ma il frutto che ridonda a vostro vantaggio.

Come vivere questa Parola?
La pericope propostaci dalla liturgia odierna si apre con un’esplosione di gioia. Ne è stato occasione il delicato intervento dei Filippesi che si sono fatti premura di soccorrere Paolo nelle sue necessità economiche.
Ma non è l’aiuto in sé il motivo per cui Paolo si rallegra, bensì la nobiltà dei sentimenti che l’hanno ispirato e soprattutto il frutto che tornerà a vantaggio degli stessi donatori.
Spesso quello che manca nella vita non sono i motivi di gioia, ma lo sguardo acuto che sa coglierli. Qui, Paolo ci mostra un progredire di motivo in motivo, scavando sempre più in profondità: c’è un dono iniziale che già suscita contentezza, ma oltre il dono ci sono cuori che l?hanno ispirato e dal cui calore ci si sente avvolti.
Lo scoprirsi amati è qualcosa di più che l’essere amati. Vi è un fondamentale passaggio dalla passività dell’essere amato all’attivo e coinvolgente riconoscimento di esserlo: è uno spalancare gli occhi su questa realtà, con gioioso stupore. Sì, ripeto, con gioioso stupore, perché se è vero che tutti ci portiamo dentro il bisogno insopprimibile di amare e di essere amati, è anche vero che non possiamo pretenderlo: l’amore è, per sua natura, gratuità.
Il riconoscere di essere amati è già un’incipiente risposta all’amore, perché rompe il guscio coriaceo del nostro egocentrismo per aprirci all’altro. Ma Paolo va ancora oltre. Il motivo della sua gioia è « il frutto » che tornerà a vantaggio degli stessi donatori.
L’io è completamente accantonato per lasciare spazio agli altri del cui bene ci si rallegra. E la gioia si sposta: dall’essere amato all’amare.

Oggi, nella mia pausa contemplativa, chiederò a Dio-Amore di purificare il mio sguardo per cogliere i molti segni dell’amore che Lui e i fratelli pongono sul mio cammino e di aiutarmi a passare dall?essere amato, al riconoscerlo, dal riconoscimento alla risposta di amore, in un clima di gioia diffusiva.

Dio-Amore, che mi avvolgi quotidianamente di tenerezza, scrosta il mio cuore, così che possa ritrovare il gioioso stupore di scoprirsi amato e il coraggio di uscire da se stesso per andare verso gli altri in gratuità.

Le parole di santa di oggi
Un cuore gioioso è il normale risultato di un cuore che arde d’amore.
Madre Teresa di Calcutta

Omelia per la III domenica di Avvento, prima lettura: Viene il Dio della gioia

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/8852.html

Omelia per la III domenica di Avvento, prima lettura

don Marco Pratesi

Viene il Dio della gioia

« Alleluia! Viene in mezzo a noi il Dio della gioia ». Il responsorio del salmo odierno riassume benissimo, in una frase, il senso dell’oracolo di Sofonia. Esso infatti è un invito molto semplice ma essenziale: gioisci!
Il motivo della gioia, ancora una volta, non risiede nella bontà delle situazioni umane, anzi. Chi conosce il resto del breve libro di Sofonia, sa che il profeta annunzia tempi duri per l’Israele indocile del suo tempo. Non a caso l’autore medievale del famoso « Dies irae » si rifarà alle espressioni di Sofonia circa il « giorno del Signore », il momento del suo intervento forte. Però, attraverso e oltre tutto questo, il Signore si farà presente in modo nuovo e più intenso. Il motivo della gioia è appunto questo: « Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un salvatore potente » (v. 17). Non c’è più la punizione, non più il nemico, non più la rovina incombente, col suo seguito di ansia e di sgomento. Il Signore in te gioirà di te, esulterà per la tua salvezza. La gioia alla quale siamo chiamati consiste proprio in questo: sintonizzare il nostro cuore sulla gioia del Signore, attingere dal suo cuore un po’ di quella gioia.
Si può comandare la gioia? Non è qualcosa che nasce spontaneo e basta?
C’è una igiene da fare: non lasciare il nostro orizzonte interamente ostruito dalle cattive notizie.
C’è una educazione da darsi: disporsi ad accogliere la gioia che esiste già in Dio.
Come tutte le cose preziose, la gioia autentica è al tempo stesso, paradossalmente, conquista e dono. Non viene da sé, senza il nostro impegno; ma viene da sé, perché è il Signore che si fa presente.
Non viviamo spesso come se lui non fosse presente? Non abbiamo così spesso la sensazione di una vita che sta sotto la maledizione: debole, incerta, minacciata, breve? Non siamo spesso soggiogati dall’ansia che inflessibile, ci sferza, facendoci sgambettare a suo piacimento? Non sentiamo diminuire la nostra energia di fronte a forze ostili che invece sembrano crescenti?
Antidoto contro il male è la presenza del Signore. L’avvento, scuola di gioia, ce lo ricorda. Ripetiamocelo spesso in questa settimana, diciamocelo in mezzo alle stanchezze, alle ansie, alle paure: « Alleluia! Viene in mezzo a noi il Dio della gioia. »

Omelia III Domenica di Avvento : Il contrario di cristiano è triste, non ateo

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Il contrario di cristiano è triste, non ateo

don Marco Pozza 

III Domenica di Avvento (Anno C) – Gaudete (16/12/2012)

Vangelo: Lc 3,10-18  

Dallo sguardo ammaliante. Perché il cristianesimo è prima di tutto un incontro, l’incontro con il Risorto il mattino di Pasqua. Tutto il Vangelo ci prende per mano e ci porta verso la gioia della Risurrezione ma non la descrive. E’ come sentire cadere una scarpa nella stanza di sopra e si aspetta che cada anche l’altra, che non cade mai. Il Vangelo di Marco termina con il silenzio delle donne: « quelle, però, uscite dal sepolcro fuggirono, prese da timore e da stupore » (Mt 16,5-8). Far cadere l’altra scarpa è la missione lasciata sulla soglia della casa di ogni cristiano: perché certi incontri cambiano la vita: nulla più rimane come prima. Lo avvertirono quel manipolo di persone accampate attorno alla figura statuaria del Battista: una voce che spingeva e dissuadeva, accendeva e ammaliava, stregava e conquistava. Glielo chiesero a più riprese: « che cosa dobbiamo fare? ». Prima la folla, poi addirittura i pubblicani, persino un gruppo di soldati: tutti contorti nel cercare una risposta alla medesima domanda. Perché – seppur nascesse dopo, all’ombra di un sepolcro vuoto – già in quei primi timidi passi dell’amico di Gesù, s’avvertiva forte la convinzione che la Chiesa non avrebbe avuto nulla da dire sul modo di comportarsi fino a quando coloro che ascoltavano non avessero goduto di un barlume del piacere di Dio nella loro esistenza: ieri, sempre, sopratutto oggi. E loro cercavano la felicità, quella musica del cuore della quale la voce di Giovanni sembrava conoscere lo spartito. E Giovanni, infatti. spiegò loro il da farsi: mettere a disposizione una tunica e un pezzo di pane, non fare gli strozzini o gli avvoltoi, evitare di maltrattare e di estorcere alla gente più del dovuto. Quel giorno lo fissarono attoniti: sembrava poco quello che il Predicatore avanzava come ingrediente per la felicità. Forse immaginavano chissà quali acrobazie del cuore, temevano inimmaginabili colpi di scena, sospettavano gesti eroici. Nulla di tutto ciò, ma semplicemente il poco di tutti i giorni fatto con gioia.
Insegnami a cercarti e mostrati a chi ti cerca, perché non posso né cercarti, se tu non me lo insegni, né trovarti se tu non ti mostri. Che io ti cerchi desiderandoti e ti desideri cercandoti. Che io ti trovi amandoti e ti ami trovandoti. Riconosco, Signore, e te ne ringrazio, che hai creato in me questa tua immagine perché, memore di te, io ti pensi e ti ami. Ma essa è talmente consumata dal logorìo dei vizi, è così offuscata dal fumo dei peccati da non poter fare ciò per cui è creata, se tu non la rinnovi e la riformi. Non tento, Signore, di penetrare la tua altezza, perché in nessun modo paragono ad essa il mio intelletto, ma desidero comprendere in qualache modo la tua verità, che il mio cuore crede e ama. Infatti non cerco di comprendere per credere, ma credo per comprendere. Giacché credo anche questo: che « se non crederò, non comprenderò » (Is 7,9). (Anselmo di Canterbury, Proslogion I, Rusconi, Milano, 1996)
Perché il cristianesimo sopra tutto è la Gioia che si è fatta carne: fiorì a quell’incrocio – dove la voce del Battista si fa voce dell’Amico di Nazareth – il felice sospetto che il contrario di un popolo cristiano non sarebbe mai stato un popolo ateo, ma un popolo triste: ovvero senza la gioia del cuore. Quell’alfabeto che permette di avvertire il cuore battere ad ogni fremito di umanità nel Vangelo: la carne bambina e la carne piagata, l’amore per i bambini e il brivido del profumo della peccatrice amica, la luce del Tabor e l’amare povertà di chi trovò in calce ad una vita consumata nell’amore quel poco di legno e di ferro che basta per morire inchiodato. E accendere nel mondo la speranza dell’Eterno: « che cosa dobbiamo fare? » Poche cose, quasi nulla di più di quello che già si fa: semplicemente col di più della gioia. Qualche rotolo di papiro più avanti, sul limitare della storia il Nazareno riprenderà il poco chiesto da Giovanni per spiegare il tutto dell’Eternità: « avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere, ero prigioniero e mi avete fatto visita » (Mt 25). Verbi che enunciano le semplici cose di tutti i giorni: mangiare e bere, vestirsi e soffrire. E’ la valorizzazione del quotidiano, del quasi banale, delle cose consuete; è l’assenza delle credenze, dei riti e delle osservanze.
Lo confusero col Messia tanto atteso, tale era la forza delle sua presenza. Lui non si montò la testa, semplicemente rimase coi piedi per terra, senza il minimo accenno di malinconia: « viene uno più forte di me ». Un giorno, acclamato dalla folla, punterà il dito: « Ecco l’Agnello di Dio. Seguite Lui ». Terminerà la sua corsa come l’aveva iniziata: nell’amare le cose consuete vivendo da protagonista gli attimi che gli furono concessi. Il ballo sensuale di un’adolescente gli costerà la testa: eppure la sua voce non mutò mai d’aspetto perché era voce della Gioia in arrivo. Una freschezza, quella cristiana, che nei secoli hanno rivestito con il manto di una leggenda vuota e noiosa. Incredibile come siano riusciti a fare ciò!

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