Archive pour le 10 décembre, 2012

San Daniele Stilita, sacerdote

San Daniele Stilita, sacerdote dans immagini sacre _11_dec_daniel_leontius

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11 dicembre: San Daniele lo Stilita Sacerdote, mf

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San Daniele lo Stilita Sacerdote, mf

11 dicembre

Maratha, Samosata, 409 – Siria, 490 circa

Nasce a Maratha, nelle vicinanze di Samosata in Siria nel 409. Daniele a dodici anni chiede di essere accolto in un vicino monastero e davanti alla resistenza dell’abate gli risponde che con la sua fede sopporterà la dura vita del cenobio. Guadagna subito la fiducia dell’abate, a tal punto che lo accompagna ad Antiochia dove conoscono san Simone che, da poco, ha iniziato a vivere da asceta in cima ad una colonna. Tornato a Maratha, alla morte dell’abate Daniele viene scelto come suo successore, ma rifiuta l’incarico perché vuol tornare a visitare Simone. A causa delle guerre è costretto a fermarsi a Costantinopoli, quindi si ritira in un tempio abbandonato a Filempora. Nel 459 muore Simone e il suo mantello viene dato a Daniele che, ormai cinquantenne, decide di seguire l’esempio del maestro e si stabilisce su una colonna. Muore nel 490 e viene sepolto ai piedi della colonna sulla quale aveva vissuto trentatré anni e tre mesi. (Avvenire)

Etimologia: Etimologia: Daniele = Dio è il mio giudice, dall’ebraico

Martirologio Romano: A Costantinopoli, san Daniele, detto Stilita, sacerdote, che, dopo aver condotto vita monastica e superato molte difficoltà, seguendo l’esempio di vita di san Simeone, alloggiò sull’alto di una colonna per trentatré anni e tre mesi fino alla morte, imperterrito davanti all’impeto del freddo, del caldo o dei venti.
Testimoni estremi della fede, la cui vita di penitenza era sempre sotto gli occhi di tutti, gli stiliti incarnarono una forma originale di ascetismo cui stenteremmo a credere se non avessimo fonti storiche documentate. Nati nel V secolo in Oriente (si diffusero poi anche in Russia), questi anacoreti vivevano presso un villaggio o un monastero, su una colonna alta dai dieci ai venti metri. Su di essa predicavano, guarivano malati e celebravano l’Eucaristia, trasformando così un simbolo pagano (solitamente sulle colonne si innalzavano gli idoli) in luogo di elevazione cristiana. La piattaforma garantiva la sopravvivenza grazie ad una tettoia, mentre dal balcone vi era il contatto con i fedeli. Alcuni seguaci provvedevano al sostentamento dello stilita innalzando il cibo con una carrucola o una scala. Alla sommità accedevano quanti necessitavano di conforto spirituale o cercavano soluzioni a controversie. Il primo e il più celebre stilita fu S. Simeone detto “il vecchio” (390-459) che visse in Siria a Qal’At Sem’An, nei pressi di Antiochia, e fu famoso per i miracoli e per aver convertito anche alcuni arabi. Daniele fu un suo discepolo, come apprendiamo dalla dettagliata biografia scritta, con diversi particolari storici, da un giovane seguace.
Daniele nacque a Maratha (vicino a Samosata) nel 409 da pii genitori che lo consacrarono subito al Signore. Crebbe buono e a soli dodici anni chiese di essere accolto in un vicino monastero. Alle resistenze dell’abate rispose che era sì giovane ma, con la sua grande fede, avrebbe sopportato la dura vita del cenobio. Pochi anni dopo godeva già della sua fiducia, tanto da accompagnarlo in un viaggio ad Antiochia. Ospiti del monastero di Telanissos (Dair Sem’an), conobbero S. Simeone che aveva da poco iniziato a vivere da asceta in cima ad una colonna, incompreso dai compagni e accusato di vanagloria. Nonostante la grande calura, il santo li accolse e li benedisse facendo breccia nel cuore del giovane, cui però predisse molte sofferenze. Qualche tempo dopo l’abate morì e Daniele venne scelto come suo successore. Egli però, rifiutato l’incarico, tornò a far visita a Simeone con l’intento di raggiungere successivamente la Terra Santa. Ripiegò su Costantinopoli a causa delle guerre, per poi ritirarsi a Filempora, in un tempio abbandonato, sotto la protezione del patriarca S. Anatolio. Nel 459 Simeone morì e il suo mantello, destinato inizialmente all’Imperatore Sergio I, venne dato a Daniele che, ormai cinquantenne, decise di seguire l’esempio del maestro. Alcuni compagni lo aiutarono a stabilirsi su una colonna dove iniziò la sua vita di meditazione e preghiera. All’ordine iniziale dell’Imperatore Leone di lasciare il luogo, la guarigione di un ragazzo posseduto dal demonio convinse il messo imperiale a tornare dall’imperatore per raccontare l’accaduto. Questi chiese a Daniele di pregare affinché l’imperatrice Verena concepisse un figlio. A grazia ottenuta l’imperatore andò di persona a ringraziarlo, salendo sulla colonna e toccandogli i piedi. Fece poi costruire un’altra colonna collegata con un ponte alla precedente, mentre il luogo era ormai meta di pellegrinaggi. Durante una tempesta la struttura corse il pericolo di crollare, ma Daniele non l’abbandonò e, a pericolo scampato, fece graziare il costruttore condannato dall’imperatore per la sua imperizia.
Il santo stilita era continuamente esposto alle intemperie e durante un inverno particolarmente rigido fu salvato in extremis dall’assideramento. L’imperatore fece allora costruire una stanza in cui fosse maggiormente riparato. Purtroppo a Daniele non mancarono gli attriti col Patriarca di Costantinopoli Gennadio e solo dietro ordine imperiale questi andò a trovarlo. All’incontro, nonostante la giornata caldissima, assistette una grande folla e il presule, dopo aver celebrato le preghiere d’ordinazione, salì sulla colonna dove si diedero vicendevolmente la comunione.
Daniele era ormai famoso in tutto l’impero. Si narra che predisse un incendio nella capitale (465) e che davanti alla sua colonna furono siglati patti di alleanza tra principi. Le visite più gradite erano però quelle dei malati che, dopo aver ascoltato la sua sapiente parola, ricevevano i sacramenti. Scese dalla colonna solo quando, morto l’imperatore, gli eretici monofisiti usurpavano il trono. Portato a spalle dalla folla ottenne il riconoscimento del nuovo Imperatore Zenone che, da lì a poco, con gratitudine, andò a onorarlo sulla colonna. Lo stesso successivamente promulgò il decreto detto Henoticon, diretto a vescovi, chierici e monaci della chiesa orientale, relativo all’approvazione del Simbolo Niceno.
Daniele morì ultraottantenne nel 490 (o 493) dopo aver incontrato il Patriarca Eufemio e aver celebrato la Messa. Fu sepolto in un oratorio ai piedi di quella colonna su cui era vissuto trentatre anni e tre mesi.

Autore: Daniele Bolognini

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HIC VERBUM CARO FACTUM EST (Fede, storia e « mistero » della Santa Casa di Loreto)

http://www.zenit.org/article-34434?l=italian

HIC VERBUM CARO FACTUM EST

Fede, storia e « mistero » della Santa Casa di Loreto

di padre Mario Piatti icms,
direttore del mensile “Maria di Fatima”

ROMA, lunedì, 10 dicembre 2012 (ZENIT.org) – Come in uno scrigno prezioso, intessuto di fede, di arte e di devozione, il Santuario di Loreto custodisce la “Casa Santa” di Nazareth, dove l’Angelo annunciò alla Vergine Maria la sua divina maternità. L’antica tradizione parla di Angeli che portarono miracolosamente, in volo, la venerata dimora, prima a Tersatto (nell’attuale Croazia) e poi, dopo altre “tappe”, il 10 dicembre del 1294, a Loreto.
Gli studi più recenti hanno confermato l’origine palestinese dell’edificio, caratterizzato da tre pareti, alte circa tre metri (la parte superiore dei muri e la copertura sono aggiunte di materiale locale, marchigiano), prive di fondamenta, di manifattura orientale e recanti anche numerosi graffiti, incisi sulle pietre, di evidente attribuzione giudeo-cristiana, equiparabili ad altre simili, scoperte a Nazareth.
La storia e la archeologia, ancora una volta, non contraddicono, anzi avvalorano e sostengono quanto trasmessoci nei secoli. Rimangono certamente aperti numerosi interrogativi sulle modalità del “trasporto”, ritenuto oggi, dai più, opera della nobile famiglia “Angeli”, che avrebbe sottratto ai Musulmani tale reliquia, unica e insigne, traferendola, via mare, in Italia.
La Santa Casa – le tre pareti originarie, fino appunto all’altezza dei tre metri circa – proprio per la sua configurazione e per la pietra utilizzata, sconosciuta nel territorio marchigiano, denuncia la sua ascendenza medio-orientale, con particolare riferimento alla tecnica dei Nabatei, ben attestata, in Galilea, agli inizi dell’era cristiana.
Il confronto con la Grotta di Nazareth ha rivelato una innegabile continuità tra l’edificio di Loreto e la parte, scavata nella roccia, rimasta in Palestina. Gli studi hanno consentito, perciò, di togliere qualsiasi dubbio sulla provenienza della Casa, senza risolverne, d’altra parte, del tutto i problemi.
Anche il trasferimento della abitazione “per mano d’uomo” lascia in sospeso diverse domande: circa, a esempio, la mancanza di una documentazione più precisa; circa le oggettive difficoltà di scomporre e ricostruire la Casa stessa, che non pare riportare i segni di una simile “operazione”. Forse – mi si perdoni l’accostamento un po’ azzardato – come la Sacra Sindone di Torino, non si giungerà mai a una definitiva chiarificazione di ogni aspetto, perché di “mistero” comunque si tratta (cioè di realtà che oltrepassano i limiti della nostra immediata comprensione).
Per chi non crede, qualunque “prova” risulterà sempre insufficiente, contestabile, provvisoria; per chi crede, la venerazione, colma di stupore, del Lenzuolo funerario di Cristo o l’immergersi nel silenzio orante della Casa Santa di Loreto sono già la risposta più bella, che fuga dubbi e sospetti di ogni genere e suggerisce allo spirito: “digitus Dei hic est”.
Tra le pareti di quella umile e semplicissima dimora avvenne il mistero più grande che si possa immaginare. Jahvé ha visitato il suo popolo: attraverso il “sì” generoso di una fanciulla, Dio è penetrato nella Storia, dando un significato nuovo a tutta la nostra complessa realtà umana. Il Verbo si fa carne nel silenzio di Nazareth, dentro il segreto di un Cuore illuminato dalla Grazia e reso dimora dell’Eterno.
L’Annuncio dell’Angelo rivela l’attitudine contemplativa di Maria Santissima, il suo trattenersi volentieri in intimo dialogo con Dio, amato e cercato in ogni cosa. L’iconografia cristiana ha prodotto una gamma infinita di capolavori, che raffigurano la Vergine nel suo incontro con il messo celeste. La straordinarietà di quell’evento, in realtà, è stata preparata da tutta la sua vita, nascosta in Dio e quotidianamente offerta all’Altissimo.
Chi prega, chi prega bene, permette a Dio di illuminare la sua coscienza e le sue scelte; è sostenuto dalla Grazia a ricercare, in tutto, il vero Bene della sua anima, dei suoi fratelli, del mondo intero; è aiutato oggi,adesso, ad affrontare la fatica del suo presente, senza dimenticare tuttavia la meta definitiva, “l’eschaton”, le ultime realtà.
La vera “prudenza cristiana” tiene conto di tutto; inserisce le scelte nel quadro più ampio e articolato della propria vita e della vita di un popolo, peregrinante nel tempo, verso la Eternità. La vera prudenza sa guardare oltre le difficoltà contingenti, perché considera il più vasto orizzonte del suo destino. Chi non prega abitualmente, chi non sa più riflettere né meditare, può avere larghe competenze nel suo campo, ma perde di vista il tutto, la meta, la destinazione finale.
Maria Santissima rivela la sua capacità di ascoltare la voce di Dio e di affrontare poi i problemi concreti, correttamente e coraggiosamente, lasciandosi guidare dalla Grazia, che opera in Lei e dallo Spirito Santo. Un Cuore, che si immerge volentieri nel mistero di Dio, sa poi essere capace di deliberare in fretta e saggiamente, di prendere decisioni giuste, per realizzare quel fine buono che il Signore affida a ciascuno, nel suo disegno universale di salvezza.
Tutto questo avviene in quella povera dimora di Nazaret, venuta – chissà come e chissà per quale misteriosa trama di eventi – fin sulle nostre dolcissime colline marchigiane, per essere un faro di Verità, di luce e di pace, per la nostra amata e travagliata nazione e per il mondo intero. A noi spetta il compito di raccogliere i “messaggi del Cielo”, di custodirli – come la Madre di Dio – nel cuore e di trasmetterli, generosamente e coraggiosamente, al mondo.

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