Archive pour octobre, 2012

Happy All Saints Day – Maronites!

Happy All Saints Day - Maronites! dans immagini sacre The_Righteous_and_Just

http://radiatehislight.blogspot.it/2012/02/happy-all-saints-day-maronites.html

Publié dans:immagini sacre |on 31 octobre, 2012 |Pas de commentaires »

“Voi sarete santi, perché io sono Santo” (Lv 11, 44; 19, 2; 20, 7).

http://www.artcurel.it/ARTCUREL/RELIGIONE/VITA%20CRISTIANA/voisaretesantipercheiosonosantoCarmeloSAnnaCarpineto.htm

Monastero Carmelo Sant’Anna a Carpineto Romano

“Voi sarete santi, perché io sono Santo” (Lv 11, 44; 19, 2; 20, 7).

Così comanda il Signore a noi che siamo stati creati a sua immagine.

Domani si celebra la solennità di tutti i Santi, vale a dire di tutti coloro che hanno ascoltato e messo in pratica il comando del Signore: “Voi sarete santi….”
Questa celebrazione iniziò in Europa nei secoli VIII-IX per poi affermarsi a Roma, in particolare, dal IX secolo. Tale festa ha come peculiarità quella di ricordare tutti i santi, quelli conosciuti e quelli noti solo al cuore di Dio.
La Santa Madre Chiesa ci fa celebrare questa ricorrenza come solennità, cioè in modo grandioso. In questa giornata, infatti, celebriamo il mistero pasquale realizzato dai santi che, come Cristo hanno sofferto –anche il martirio- sono morti e risorti e come Gesù e con Gesù sono entrati nella gloria, come ci ricorda la Sacrosanctum Concilium.
“Se il chicco di grano caduta in terra non muore, rimane solo; ma se muore produce molto frutto” (Gv 12, 44). E “chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna” (Gv 12, 25). Essi sono morti in Cristo e in Cristo risorti. Non hanno temuto di perder la loro vita, ma l’hanno ritrovata. E ora sono gloriosi in cielo. Per questo la Chiesa gloriosa intimamente unita alla chiesa ancora pellegrinante e sofferente fa festa.
Ognissanti è una festa che ci parla di speranza, che ci ricorda che anche noi un giorno potremo far parte della loro schiera beata.
Questi nostri fratelli e sorelle che ci hanno preceduto, ci incoraggiano a non demordere di fronte alle difficoltà, alle malattie… ma a continuare a lottare e a vincere per la speranza che portiamo nel cuore, quella di raggiungerli.
Essi, sono la parte di chiesa “riunita” al Signore, che Dio ha chiamati.
Tutti coloro che si salvano sono santi per i meriti di Cristo Gesù risorto e lavano le “loro vesti rendendole candide con il sangue dell’Agnello” (Ap 7, 14). Anche noi, siamo chiamati a far parte di questa immensa schiera di santi che stanno davanti al trono di Dio e dell’Agnello, rivestiti di bianche vesti e con palme nelle mani (Ap 7, 9).
Fratelli e sorelle, per farci santi Dio non ci chiede opere straordinarie, meravigliose, strabilianti, miracoli, ma il compimento fedele dei suoi comandamenti nel quotidiano umile e semplice, della nostra vita.
Rallegratevi, esultate, i vostri nomi sono scritti in cielo.

Auguri a tutti/e.

Madre Maria Elvira del SS.mo Sacramento,
Priora Monastero Carmelo Sant’Anna a Carpineto Romano

Publié dans:feste, meditazioni |on 31 octobre, 2012 |Pas de commentaires »

Omelia per la festa di Tutti i Santi: Tutti quanti, indistintamente

http://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=26728

Tutti quanti, indistintamente

padre Gian Franco Scarpitta 

Tutti i Santi (01/11/2012)

Vangelo: Mt 5,1-12  

Il calendario liturgico ordinariamente ne contempla uno (anche più) al giorno; ve ne sono alcuni per i quali la liturgia prevede un culto speciale, altri che vengono solo appena menzionati nelle rubriche e nei Messali, come pure tanti altri che passano inosservati poiché citati solamente nelle voluminose enciclopedie o addirittura dopo lunghissime ricerche bibliografiche. Alcuni di essi sono arcinoti per i miracoli, per le virtù e per il fascino che ancora trasmettono e per il quale turbe di popolo affollano i Santuari ad essi dedicati; altri sembra invece (erroneamente!) che oggigiorno non abbiano più nulla da dire e altri ancora sono stati gettati nel dimenticatoio. Per alcuni di essi è consentito un culto solamente locale e circoscritto e per questo li si definisce « Beati », per altri la Chiesa ha concesso invece l’esercizio di una cultualità universale per la quale sono adesso Santi propriamente detti e li si può venerare in ogni angolo del mondo. Ce ne sono tanti altri per i quali non è stato avviato neppure il processo di canonizzazione eppure meriterebbero di essere preconizzati come tutti gli altri e al termine della sua descrizione del grandissimo Cardinale Borromeo, Manzoni commenta come tante volte personaggi meritori di ammirazione per la loro generosità e umanità non vengano neppure considerati dalla storia.
I Santi non godono insomma tutti dello stesso metro di attenzione da parte nostra, poiché sia da parte della soggettività devota sia da parte della liturgia ecclesiastica ci si atteggia in modo differente con ciascuno di essi; ma al cospetto del Signore tutte queste differenziazioni non sussistono, poiché egli concede loro la stessa ricompensa di gloria conseguente ai meriti terreni e tutti in ugual misura vivono la pienezza della vita eterna contemplando il volto di Dio. Se una certa differenziazione nei loro riguardi sussiste da parte nostra, a motivo del culto o della devozione popolare da parte nostra, da parte di Dio non esistono disparità, né si pongono categorie e gradazioni, poiché egli considera tutti coloro che hanno raggiunto la perfezione meritori della stessa corona di gloria.
Ed è per questo che la liturgia della Chiesa provvede, con questa solennità speciale odierna, ad esaltare tutti i Santi, indistintamente e senza separazione o differenziazione alcuna: in questa giornata a loro dedicata in modo del tutto peculiare si vuole attribuire ogni merito a tutti coloro che hanno meritato la visione definitiva di Dio, siano essi agiograficamente noti a tutti, siano essi trascurati o dimenticati: a tutti spetta il medesimo riconoscimento delle virtù eroiche e della grandezza di perfezione cristiana.
In tutti questi personaggi noi abbiamo un saggio della grandezza dei prodigi di Dio che opera sempre portenti lasciando un solco profondo nella vita di ogni uomo; sperimentiamo come il Suo amore sia esaustivo per la vita tutti gli uomini e come esso da una sola persona possa illuminare ed edificare tutta la società e la comunità cristiana; di tutti questi uomini e donne illustri nella perfezione evangelica non possiamo non ammirare il valore della vita esemplare di virtù che essi hanno saputo coltivare nel vortice della vita terrena; attraverso l’esemplarità della loro vita assumiamo consapevolezza che la loro natura non è stata differente dalla nostra e che anche noi è possibile raggiungere i medesimi obiettivi di con decorazione divina e intanto godere al presente dei favori immediati che le virtù ci garantiscono. Ma soprattutto lo stile di vita e la perfezione di tutti questi uomini e donne oggi considerati indistintamente ci conduce sempre più alla conoscenza di Cristo Figlio di Dio fato uomo che costituisce la Perfezione assoluta che è stata di fatto l’oggetto principale della loro emulazione, poiché essere santi equivale ad essere perfetti come Perfetto il Cristo è Dio Padre che è nei cieli.
L’eroismo dei santi non è finalizzato a se stesso e non si circoscrive in un solo ambito storico o in una sola dimensione, ma è di sprone a che tutti quanti noi ci adoperiamo con il medesimo spirito di virtù ai fini di edificare noi stessi per cambiare in meglio il mondo che ci circonda, nella sequela del Cristo Signore che è la sommità della perfezione. Non per niente il Concilio Vaticano II ci ragguaglia della nostra comune vocazione alla santità: la vocazione ad essere perfetti ad immagine del Santo che ci ha chiamati (1Pt 1, 14 – 15).
Quando, come oggi, i Santi vengono celebrati tutti in una sola liturgia ci si immerge nella varietà dei carismi e delle prerogative appartenute a questi uomini ammirabili, che si sono distinti tutti nelle virtù di fede, speranza e carità e ciascuno secondo un aspetto particolar di virtù o di impronta ministeriale e questo ci conduce alla consapevolezza che la santità è possibile anche per noi ed è per noi eredità comune dello stesso Signore. Anche se al giorno d’oggi il termine Santo si riferisce alla sola categoria delle persone elevate agli altari, in effetti esso è in origine applicato a tutti i cristiani (vedi le lettere Paoline e gli Atti degli Apostoli) poiché sarebbe prerogativa di tutti i battezzati l’aspirazione alla santità, cioè alla perfezione sull’esempio di Cristo.
Scrive Paolo ai Corinzi: « Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo. Vi lodo poi perché in ogni cosa vi ricordate di me e conservate le tradizioni così come ve le ho trasmesse. Voglio però che sappiate che di ogni uomo il capo è Cristo, e capo della donna è l’uomo, e capo di Cristo è Dio. » (1 Cor 11, 1-3)
L’apostolo riconosce che Cristo è già sufficiente come via per arrivare a Dio Padre e ottenere la salvezza; sa benissimo che Egli, Verbo Incarnato, è l’unico modello ed esempio di perfezione per tutti gli uomini e che basta comportarsi come Lui si è comportato (1 Gv) per fare la volontà di Dio su questa terra e raggiungere la salvezza.
E’ anche vero che il cammino verso la santità non sempre è agevolato e anzi molto spesso irto di spine e di contrarietà dovute alle immancabili devianze e alle defezioni della natura umana, non esente da limiti e da imperfezioni; anche le insidie del peccato e le ricorrenti tentazioni nonché il maligno che sfrutta la nostra debolezza è un continuo ostacolo e una sfida al raggiungimento della nostra perfezione, tuttavia lo stesso sostegno di grazia che Cristo apporta nella nostra vita ci è di sprone alla fiducia e alla perseveranza. E ulteriore incentivo ci viene dato dalla vita stessa di tutti questi uomini illustri che oggi veneriamo nella globalità e indistintamente.

le tre virtù teologali: fede, speranza, carità (forse fede, carità con i bambini, e speranza, ma non sono sicura)

le tre virtù teologali: fede, speranza, carità (forse fede, carità con i bambini, e speranza, ma non sono sicura) dans immagini sacre theological+virtues
http://newtheologicalmovement.blogspot.it/2011/10/do-you-love-your-neighbor-with-same.html

Publié dans:immagini sacre |on 30 octobre, 2012 |Pas de commentaires »

Il cammino di santità

http://holyqueen.altervista.org/santi_cammino.htm

LA SANTITÀ

Il cammino di santità

Dio ha un progetto specifico su ciascuna persona che è unica, irripetibile e ha i propri specifici doni che vanno scoperti e valorizzati per percorrere la propria vocazione alla santità

COME IMPOSTARE LA PROPRIA VITA – La santità è la vera realizzazione di noi stessi: Dio ci ha creati per essere in Cristo e riflettere un grado della sua santità. Ognuno ha una sua specifica santità da realizzare (in famiglia, sul lavoro, nella vita consacrata) e ogni santo riflette in modo unico la santità di Dio. Il modo corretto di impostare la vita è dunque quello di capire il disegno di Dio e come realizzarlo. Dio parla al cuore in preghiera e rivela il suo progetto paso dopo passo. La domanda di fondo che ognuno deve porsi non è dunque « cosa voglio fare della mia vita » ma scoprire giorno dopo giorno qual è il progetto di Dio su noi stessi. La vita infatti si realizza quando noi abbiamo realizzato ciò che Dio voleva che noi facessimo. In realtà sono poche le anime che seguono questo percorso, la maggior parte delle anime sbanda o trascorre la vita in un modo improduttivo. Nonostante ciò, Dio a qualsiasi età dà la possibilità di riprendere il cammino e di raggiungere la santità, anche in breve tempo. La conversione rappresenta proprio quel momento di ritorno della persona sulla strada maestra della propria vita.

IN COSA CONSISTE LA SANTITÀ – Il grado di santità consiste nell’amore per Dio e nel donare agli altri questo amore che Dio dà a noi stessi e che noi accogliamo nel nostro cuore. La misura della santità non sta dunque nei carismi ma nella misura di amore di Dio che ognuno accoglie nel proprio cuore. L’amore di Dio infatti non lo si merita, ma lo si chiede nella preghiera, quindi si deve poi corrispondere a questa grazia aprendo il proprio cuore per poterlo accogliere in noi. Questo processo di conversione può portare alla santità anche in breve tempo, come è accaduto per grandi santi come Sant’Agostino e San Paolo, o addirittura in tempi brevissimi, come nel caso del buon ladrone, crocifisso accanto Gesù, che è stato toccato dalla divina misericordia in punto di morte e che oggi è addirittura venerato come Santo dalla Chiesa Prientale.

LE CHIAMATE DI DIO – Le chiamate di Dio nel corso della vita possono essere molte, e di diverso tipo, e possono avvenire in molti modi. Ciò che conta è il fatto che dobbiamo essere sempre attenti alle sue chiamate e pronti ad acoglierle, anche se talvolta possono essere molto impegnative o dolorose da portare avanti: in questo modo Dio plasma la vita di ogni persona e ne fa un autentico capolavoro. Raramente infatti Dio mostra la strada per intero, generalmente Dio conduce la persona conduce passo per passo, così come una madre guida il proprio bambino: avanzando così si avanza nel cmmino di fede e volgendo lo sguardo al proprio passato si nota come Dio abbia tessuto in ogni singola vita un ricamo meraviglioso. La vita si distrugge solo quando si perde la fede. Si può perdere tutto, la salute, l’amore, il prestigio, la ricchezza, ma la più grave sconfitta consiste nella perdita di Dio. «Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6,33).

COME SI PROCLAMA LA SANTITA’ – Per aprire una causa di beatificazione ordinariamente devono trascorrere almeno cinque anni dalla morte di una figura morta in fama di santità. È il vescovo diocesano che, ottenuto il «nulla osta» dalla Congregazione delle cause dei santi, apre il processo: da quel momento il candidato viene definito servo di Dio. Terminata la ricognizione diocesana le conclusioni sono trasmesse alla Congregazione vaticana. E qui l’iter si differenzia a seconda che il candidato agli altari sia un martire o un confessore (cioè un cristiano che ha vissuto esemplarmente senza però essere ucciso a causa del Vangelo). Nel caso del martire la sua testimonianza è considerata dalla Chiesa talmente forte che, se la sua morte è giudicata da una commissione di esperti motivata dall’annuncio del Vangelo, viene direttamente sottoposta al Papa che può direttamente proclamarlo beato. Il martire salta così il passaggio del miracolo, il fatto straordinario compiuto per sua intercessione, richiesto invece per i confessori. Per accedere invece alla canonizzazione, ed essere così proclamato santo, anche per i martiri deve essere riconosciuta l’esistenza di un miracolo.

Publié dans:Santi, SANTITÀ (SULLA) |on 30 octobre, 2012 |Pas de commentaires »

LA SANTITÀ A PORTATA DI TUTTI – anche festa dei santi sconosciuti

 http://www.zenit.org/article-33572?l=italian

LA SANTITÀ A PORTATA DI TUTTI

Il primo novembre si celebra anche la festa dei santi sconosciuti

di padre Luigi Borriello, ocd

ROMA, martedì, 30 ottobre 2012 (ZENIT.org) – All’Angelus de 1° novembre 2007, il Papa ricordava che «la santità non è una condizione di privilegio, in realtà diventare santo è il compito di ogni cristiano, anzi di ogni uomo!».
Forse alcuni provano un certo disagio di fronte alla parola ‘santità’, anche se i cristiani sono ‘santi’ in virtù del battesimo.
Per rispondere alla vocazione universale alla santità, quindi, non occorre compiere azioni e opere straordinarie, né possedere carismi eccezionali;  è necessario innanzitutto ascoltare Gesù e poi seguirlo senza alcuna riserva.
«Se uno mi vuol servire – afferma il Maestro – mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo. Se uno mi serve, il Padre lo onorerà» (Gv 12, 26). Chi lo ama con sincerità, come il chicco di grano sepolto nella terra, accetta di morire a sé stesso. Egli infatti sa che «chi ama la sua vita la perde, e, chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna» (Gv 12, 25).
L’esperienza della Chiesa dimostra che ogni forma di santità, pur seguendo tracciati differenti, passa sempre per la via della croce, la via della rinuncia a se stesso. I Santi hanno perseverato nel loro impegno, «sono passati attraverso la grande tribolazione – si legge nell’Apocalisse – e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell’Agnello» (Ap 7, 14).
La santità esige uno sforzo costante, a tutti possibile perché, più che opera dell’uomo, è anzitutto dono di Dio, tre volte Santo (cf Is 6, 3). È Dio, dunque, che per primo ci ha amati e in Gesù ci ha resi suoi figli adottivi.
Nella nostra vita tutto è dono del suo amore. Pertanto, quanto più imitiamo Gesù e Gli restiamo uniti, tanto più entriamo nel mistero della santità divina. Scopriamo di essere amati da Lui in modo infinito, e questo ci spinge, a nostra volta, ad amare i fratelli. Amare implica sempre un atto di rinuncia a se stessi, il « perdere se stessi », e proprio così ci rende felici.
Le Beatitudini, che costituiscono la santità concreta dettataci dal Maestro, forniscono la fisionomia spirituale di Gesù, esprimendo il suo mistero di morte e risurrezione. Tale mistero, che è mistero della vera beatitudine, invita alla sequela di Gesù, quindi al cammino verso di essa. Nella misura in cui accogliamo la sua proposta e ci poniamo alla sua sequela – ognuno nelle sue circostanze – anche noi possiamo partecipare della sua “beatitudine”. Nel novero delle beatitudini ci siamo tutti: fra quelle nove ce n’è una proclamata e scritta per ciascuno di noi che deve indivi­duare e realizzare la propria missione nel mondo.
La santità si riceve da Cristo, come si diceva sopra, non è di produzione propria! Nell’Antico Testamento essere santi voleva dire « essere separati » da tutto ciò che è impuro; nell’accezione cristiana vuol dire piuttosto il contrario e cioè « essere uniti » a Cristo e separati dal peccato.
I santi, cioè i salvati, però, – va ricordato – non sono soltanto quelli elencati nel calendario o nell’albo dei santi. Vi sono anche i « santi sconosciuti »: quelli che hanno rischiato la vita per i fratelli, i martiri della giustizia e della libertà, o del dovere; i « santi laici », come li ha chiamati qualcuno. Senza saperlo anche le loro vesti sono state lavate nel sangue dell’Agnello, se hanno vissuto secondo coscienza e hanno avuto a cuore il bene dei fratelli.
Un’ultima considerazione va tenuta presente e spiegata: la Chiesa è santa e peccatrice. Nella professione di fede della Chiesa preghiamo: « Credo nella Chiesa una, santa, cattolica e apostolica ». Santa vuol dire che, in quello che viene da Dio, è santa, poiché è unita a Cristo, il Santo, che, con il Padre e lo Spirito, l’ha amata e si è donato per essa per santificarla. La Chiesa è il popolo santo di Dio e i suoi membri sono chiamati santi (Catechismo n. 823).
Dove esiste la pratica dell’amore, della giustizia e del bene, lì è presente la Chiesa santa, ovunque,  anche in  coloro che non udirono mai il messaggio del Vangelo, anche  lì sussiste la Chiesa santa.  Coloro che vivono così sono santi. Tutto il popolo di Dio è santo nella sua costituzione.
La santità delle persone, però, non è qualcosa al di fuori della realtà: accade giorno per giorno attraverso l’amore che è l’anima della santità. Teresa di Lisieux scriveva: «Compresi che la Chiesa aveva un corpo, composto di differenti membri… compresi che la Chiesa aveva un cuore, e che questo cuore ardeva di amore » (Autobiografia B 3v). L’amore vissuto da ogni membro, e da parte di tutti, realizzala santità. Tutti sono chiamati a vivere questa santità che non viene  offuscata dalla fragilità dei suoi membri.
Ma ritorna spontanea la domanda: «Come una Chiesa può essere santa avendo errori e difetti?» Da parte di Dio essa è santa, da parte delle persone che la compongono, c’è il cammino di santificazione. Per questo preghiamo: «Chiesa santa e peccatrice» (Preghiera Eucaristica V). Nella terra, la Chiesa è rivestita di una vera, anche se imperfetta, santità (Catechismo n. 825).
Il corpo di Cristo santo e immacolato, è composto di peccatori che camminano nella ricerca della santità.  Sapere che ci sono difetti e che si deve migliorare è una delle grandi forze della Chiesa. Se la si giudicasse perfetta non potrebbe crescere né scoprire i mali che potrebbero corromperla. E per questo è sempre pronta a purificarsi e convertirsi. Se fosse solo umana, la Chiesa sarebbe già scomparsa. Anche con i fallimenti, essa cammina, avendo bisogno di convertirsi sempre più al vangelo. 
La Chiesa è composta di peccatori e santi. Fu costituita da Cristo proprio così per essere un faro per l’umanità, pellegrina sulla terra. Attraverso i secoli ha dato e continua a donare il suo contributo per il bene delle persone, come si può osservare nelle molteplici attività in cui prende parte nel sociale, a tutti i livelli.  La più grande opera della Chiesa è stata quella di aprire al mondo i tesori della redenzione che Cristo gli ha affidato inviando gli apostoli a continuare la sua presenza e missione. Così essa  è promotrice di santità fra gli uomini. Le fragilità umane assunte dal Verbo incarnato mostrano che c’è posto per tutti nella Chiesa che accoglie tutti come ha fatto Gesù stesso.

Publié dans:feste, Santi |on 30 octobre, 2012 |Pas de commentaires »

Aleksandr Kharon, fresco, Creator of life

Aleksandr Kharon, fresco, Creator of life dans immagini sacre
http://akharon.com/html/icons/fresco_creator_of_life.html

Publié dans:immagini sacre |on 29 octobre, 2012 |Pas de commentaires »

Amore e silenzio – introduzione (Certosini)

http://www.certosini.info/testi/amoreesilenzio.htm

Amore e silenzio – introduzione

Nostro Signore ci ha detto che il Regno di Dio è in mezzo a noi (Le. 17,21). E non solo in mezzo a noi, ma anche nel più intimo del nostro essere: « Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e pren­deremo dimora presso di lui » (Gv. 14,23).
Noi, sventuratamente, dimenti­chiamo troppo spesso queste verità. Ci sono, è vero, alcune anime che, nella Chiesa, si sforzano di vivere onestamente e cercano di avvicinarsi a un certo ideale di illibatezza morale, ma quanto poco sanno elevarsi nella fede, appoggiarsi nel­la speranza e infiammarsi di carità per partecipare completamente alla vita che Gesù ci vuole comunicare. Siamo circon­dati, avvolti da premure divine; abbiamo tutto ciò che è richiesto per cominciare oggi stesso un’esistenza sublime d’intimità con Dio. Cerchiamo, dunque, di avere la volontà di VIVERE la nostra VITA SOPRANNATURALE. Ne conosciamo i principi e il cammino ce n’è aperto: sa­rebbe una mancanza, da parte nostra, il non volerci impegnare.
Perché bisogna confessarlo  » i figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce » (Le. 16,8). Abbiamo realmente ricevuto un te­soro infinito che non sappiamo apprezza­re, e l’esserci dimenticati del suo vero va­lore non ci permette di usarlo come sa­rebbe conveniente. Non era forse questa dimenticanza che Nostro Signore aveva dinanzi quando ha parlato del talento sterile che il servo nasconde inutilmente sotto terra? (Mt. 25,18).
E tuttavia Gesù, più che offrirci il tesoro del suo amore intimo, ci spinge con tanta insistenza che sembra quasi co­stringerei ad accettarlo. Si comporta con noi un po’ come a riguardo di quei poveri dei quali parla il Vangelo che non aveva­no più neppure la libertà di rifiutare l’in­vito al divino banchetto: Forzali ad en­trare » (Le. 14,23). Noi ascolteremo que­st’appello e d’ora in poi la preghiera della
Chiesa sarà la nostra preghiera: « Accre­sci in noi, o Signore, la fede, la speranza e la carità ».
Non accontentiamoci solo di qual­che atto di pietà all’inizio o nel corso del­le nostre giornate. Tali pratiche non pos­sono costituire una VITA: questo nome suppone un’attività permanente, conti­nua. Nostro Signore vuol essere la nostra vita. Vo sono la Vita » (Gv. 11,25). Perciò bisogna aderire a Dio senza posa. Gesù non ci chiede il tal gesto o la tale formula di pietà o di devozione: Egli ci chiede ogni nostro istante, tutte le nostre forze, tutta l’anima nostra per farei, in cambio, cominciare qui in terra la nostra vita eter­na. Sappiamo corrispondere all’appello di Cristo per respirare, finalmente, l’aria pura e luminosa della verità e della carità eterne.
Per aprire all’anima l’orizzonte so­prannaturale, noi vorremmo abbozzare un metodo semplice e pratico di medita­zione, per permetterle di abituarsi a fare di tutta la sua giornata un’orazione conti­nua, secondo le parole del Vangelo Bisogna pregare sempre, senza stancarsi » (Le. 18, 1).
Prima di descrivere questo meto­do, esporremo sommariamente i principi che gli devono servire di base; e dopo averli enunciati, mostreremo che questa dottrina, con le sue conseguenze, si trova chiaramente espressa nel Vangelo, nelle stesse parole di Gesù.

Publié dans:meditazioni |on 29 octobre, 2012 |Pas de commentaires »

Pellegrini del nuovo millennio. Un’indagine rivelatrice – di Sandro Magister

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1350353

Pellegrini del nuovo millennio. Un’indagine rivelatrice

È giovane, attivo, istruito. Va poco a messa ma ammira i santi e crede fermamente nella risurrezione. È il profilo del moderno devoto di sant’Antonio da Padova

di Sandro Magister

ROMA, 29 ottobre 2012 – In Italia « esiste nel popolo cristiano un diffuso tesoro di eroismo umile e quotidiano, che non fa notizia ma costruisce la storia ». Questo ha detto in sinodo il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della conferenza episcopale italiana. Aggiungendo che comunque « la gente che incontriamo nelle nostre comunità spesso deve riscoprire la fede o scoprirla ».
È stata pubblicata in questi giorni un’indagine sociologica che dice molto su questo cristianesimo diffuso e dalle forme molteplici che caratterizza « l’eccezione italiana », ma non solo.
L’indagine ha per soggetto i pellegrini che si recano in uno dei santuari più visitati al mondo: la basilica di sant’Antonio a Padova.
Nell’arco di un anno sono circa quattro milioni i visitatori di questo santuario. Ma l’indagine ne ha preso in esame una precisa porzione. Si è concentrata su quei 200 mila pellegrini che sono sfilati davanti al corpo del santo nei sei giorni del febbraio del 2010, da lunedì 15 a sabato 20, nei quali esso è stato reso eccezionalmente visibile.
Erano freddi giorni d’inverno. Ma la fila d’ingresso alla basilica era lunghissima e il cammino durava ore. Accorrevano persone in numero molto maggiore rispetto a quello della precedente ostensione del corpo del santo, nel 1981. Allora erano stati 22 mila al giorno, ora 33 mila.
Il profilo socioreligioso di questi pellegrini rivela tratti sorprendenti.
Il primo di questi riguarda l’età. A prevalere non sono gli anziani ma l’età di mezzo, tra i 45 e i 59 anni, il 36,6 per cento del totale. Ma soprattutto vi sono forti presenze di età più bassa, tra i 30 e i 44 anni, il 26,4 per cento, e giovane, tra i 16 e i 29 anni, il 14,1 per cento.
Rispetto ai cattolici praticanti che vanno a messa ogni domenica in Italia, d’età medio-alta e con due donne su tre, i pellegrini di sant’Antonio appaiono quindi decisamente più giovani. E senza differenze di rilievo tra i sessi.
Il secondo dato sorprendente è l’istruzione. I visitatori del santo risultano più istruiti sia rispetto alla media della popolazione italiana, sia, e in misura ancor più marcata, rispetto ai praticanti regolari. Uno su quattro è laureato e quattro su dieci sono diplomati. Inoltre, sono quasi tutti impegnati in un’attività lavorativa.
Terzo dato. Una larga parte dei pellegrini, circa la metà, vanno a messa solo saltuariamente: a Natale, a Pasqua e in altre rare occasioni.
Ma nello stesso tempo – quarto dato, il più impressionante – mostrano di credere nelle verità centrali del cristianesimo in misura molto maggiore dei praticanti regolari. Ben l’83,4 per cento credono nella risurrezione di Gesù e di tutti. Quando invece nella confinante diocesi di Rovigo un’analoga inchiesta ha riscontrato che credono nella risurrezione solo il 31,4 per cento della popolazione, e solo il 58,5 per cento dei cattolici che vanno a messa tutte le domeniche.
Quinto dato di rilievo, i pellegrini si accostano a sant’Antonio non tanto per implorare una grazia o un miracolo, ma semplicemente per ringraziare, oppure perché cercano in lui una protezione spirituale.
L’inchiesta è più ricca. Ma bastano questi cinque tratti per configurare un profilo di pellegrino che riflette una condizione molto moderna del credere, quella messa in luce dall’opera capitale del canadese Charles Taylor, « L’età secolare ».
È la condizione del credente in una società in cui la fede in Dio è solo una possibilità tra le altre, e in cui tale libertà di scelta non diminuisce la fragilità e precarietà dell’umano.
« In un’epoca in cui vi è una crescente individualizzazione del credere – commenta il professor Alessandro Castegnaro, curatore della ricerca –, non sorprende che si sviluppi una religiosità che forse non è senza Chiesa, ma certamente è con poca Chiesa ».
È una religiosità che viene definita « popolare », ma che non è un residuo del passato. Ha tratti nuovi e moderni. Forse poco elaborati ma semplici e forti, come la fede nella risurrezione e la ricerca nel santo di un faro nel cammino della vita, più che di un taumaturgo.
È una fede semplice, fatta di un contatto diretto col divino, con epicentro i santuari, alla quale le istituzioni territoriali della Chiesa cattolica, le diocesi, le parrocchie, si rapportano con fatica.
Ma è una sfida che obbliga l’intera Chiesa a una capacità inventiva nuova, perché di fenomeni in parte nuovi si tratta. Castegnaro conclude così la sua analisi, nel volume a più voci che presenta i risultati dell’inchiesta:
« È assai probabile che queste forme di religiosità, come hanno avuto un passato, abbiano anche un futuro. Ma esse, per la loro configurazione antropologica e perché Taylor ha fondamentalmente ragione, nei paesi occidentali sono destinate a interessare delle minoranze, sia pur rilevanti e sempre in grado di dar vita a fenomeni di massa. Ben difficilmente sarà ‘la religione del popolo’, come Paolo VI consigliava di chiamare la religione popolare. Essa piuttosto sarà la religione di una parte del popolo, una delle molte figure che assume la religiosità all’interno del più generale processo di pluralizzazione delle forme del credere ».
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Il libro:

« Toccare il divino. Lo strano caso del pellegrinaggio antoniano », a cura di Alessandro Castegnaro e Ugo Sartorio, Edizioni Messaggero, Padova, 2012,
Il 19 ottobre questa inchiesta è stata presentata e discussa in un convegno a Padova su « La religione popolare nella società post-secolare ».
L’inchiesta nella sintesi di Lorenzo Fazzini su « Avvenire » del 12 ottobre 2012:
> In cosa credono i pellegrini del Santo?
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La religiosità « popolare », negli anni del dopoconcilio, è stata largamente oggetto di rifiuto e di condanna in campo teologico e pastorale. Ma già in quegli anni si levarono in sua difesa voci autorevoli come quelle di Joseph Ratzinger e Karl Rahner.

Di recente è intervenuto sull’argomento, con una severa critica di quell’ondata contestatrice, il cardinale Antonio Maria Vegliò, presidente del pontificio consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti:

> Loreto ovvero la pietà popolare. I fendenti del cardinale Vegliò

Publié dans:Sandro Magister |on 29 octobre, 2012 |Pas de commentaires »

PAPA BENEDETTO: « IL FUOCO DI DIO È COME UN FUOCO DI BRACE, CHE CHIEDE DI ESSERE RAVVIVATO »

http://www.zenit.org/article-33538?l=italian

« IL FUOCO DI DIO È COME UN FUOCO DI BRACE, CHE CHIEDE DI ESSERE RAVVIVATO »

Omelia del Papa nella Messa di conclusione del Sinodo dei Vescovi

CITTA’ DEL VATICANO, domenica, 28 ottobre 2012 (ZENIT.org).- Riportiamo di seguito l’omelia tenuta questa mattina da papa Benedetto XVI nella Messa celebrata nella basilica vaticana in occasione della conclusione della XIII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi sul tema « La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana ».
***
Venerati Fratelli,
illustri Signori e Signore,
cari fratelli e sorelle!
Il miracolo della guarigione del cieco Bartimeo ha una posizione rilevante nella struttura del Vangelo di Marco. E’ collocato infatti alla fine della sezione che viene chiamata «viaggio a Gerusalemme», cioè l’ultimo pellegrinaggio di Gesù alla Città santa, per la Pasqua in cui Egli sa che lo attendono la passione, la morte e la risurrezione. Per salire a Gerusalemme dalla valle del Giordano, Gesù passa da Gerico, e l’incontro con Bartimeo avviene all’uscita dalla città, «mentre – annota l’evangelista – Gesù partiva da Gerico insieme ai suoi discepoli e a molta folla» (10,46), quella folla che, di lì a poco, acclamerà Gesù come Messia nel suo ingresso in Gerusalemme. Proprio lungo la strada stava seduto a mendicare Bartimeo, il cui nome significa «figlio di Timeo», come dice lo stesso evangelista. Tutto il Vangelo di Marco è un itinerario di fede, che si sviluppa gradualmente alla scuola di Gesù. I discepoli sono i primi attori di questo percorso di scoperta, ma vi sono anche altri personaggi che occupano un ruolo importante, e Bartimeo è uno di questi. La sua è l’ultima guarigione prodigiosa che Gesù compie prima della sua passione, e non a caso è quella di un cieco, una persona cioè i cui occhi hanno perso la luce. Sappiamo anche da altri testi che la condizione di cecità ha un significato pregnante nei Vangeli. Rappresenta l’uomo che ha bisogno della luce di Dio, la luce della fede, per conoscere veramente la realtà e camminare nella via della vita. Essenziale è riconoscersi ciechi, bisognosi di questa luce, altrimenti si rimane ciechi per sempre (cfr Gv 9,39-41).
Bartimeo, dunque, in quel punto strategico del racconto di Marco, è presentato come modello. Egli non è cieco dalla nascita, ma ha perso la vista: è l’uomo che ha perso la luce e ne è consapevole, ma non ha perso la speranza, sa cogliere la possibilità di incontro con Gesù e si affida a Lui per essere guarito. Infatti, quando sente che il Maestro passa sulla sua strada, grida: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!» (Mc 10,47), e lo ripete con forza (v. 48). E quando Gesù lo chiama e gli chiede che cosa vuole da Lui, risponde: «Rabbunì, che io veda di nuovo!» (v. 51). Bartimeo rappresenta l’uomo che riconosce il proprio male e grida al Signore, fiducioso di essere sanato. La sua invocazione, semplice e sincera, è esemplare, e infatti – come quella del pubblicano al tempio: «O Dio, abbi pietà di me peccatore» (Lc 18,13) – è entrata nella tradizione della preghiera cristiana. Nell’incontro con Cristo, vissuto con fede, Bartimeo riacquista la luce che aveva perduto, e con essa la pienezza della propria dignità: si rialza in piedi e riprende il cammino, che da quel momento ha una guida, Gesù, e una strada, la stessa che Gesù percorre. L’evangelista non ci dirà più nulla di Bartimeo, ma in lui ci presenta chi è il discepolo: colui che, con la luce della fede, segue Gesù «lungo la strada» (v. 52).
Sant’Agostino, in uno dei suoi scritti, fa sulla figura di Bartimeo un’osservazione molto particolare, che può essere interessante e significativa anche oggi per noi. Il Santo Vescovo di Ippona riflette sul fatto che, in questo caso, Marco riporti il nome non solo della persona che viene guarita, ma anche del padre, e giunge alla conclusione che «Bartimeo, figlio di Timeo, era un personaggio decaduto da prosperità molto grande, e la sua condizione di miseria doveva essere universalmente nota e di pubblico dominio in quanto non era soltanto cieco ma un mendicante che sedeva lungo la strada. Per questo motivo Marco volle ricordare lui solo, perché l’avere egli ricuperato la vista conferì al miracolo tanta risonanza quanto era grande la fama della sventura capitata al cieco» (Il consenso degli evangelisti, 2, 65, 125: PL 34, 1138). Così Sant’Agostino.
Questa interpretazione, che Bartimeo sia una persona decaduta da una condizione di «grande prosperità», ci fa pensare; ci invita a riflettere sul fatto che ci sono ricchezze preziose per la nostra vita che possiamo perdere, e che non sono materiali. In questa prospettiva, Bartimeo potrebbe rappresentare quanti vivono in regioni di antica evangelizzazione, dove la luce della fede si è affievolita, e si sono allontanati da Dio, non lo ritengono più rilevante per la vita: persone che perciò hanno perso una grande ricchezza, sono «decadute» da un’alta dignità – non quella economica o di potere terreno, ma quella cristiana -, hanno perso l’orientamento sicuro e solido della vita e sono diventati, spesso inconsciamente, mendicanti del senso dell’esistenza. Sono le tante persone che hanno bisogno di una nuova evangelizzazione, cioè di un nuovo incontro con Gesù, il Cristo, il Figlio di Dio (cfr Mc 1,1), che può aprire nuovamente i loro occhi e insegnare loro la strada. E’ significativo che, mentre concludiamo l’Assemblea sinodale sulla Nuova Evangelizzazione, la Liturgia ci proponga il Vangelo di Bartimeo. Questa Parola di Dio ha qualcosa da dire in modo particolare a noi, che in questi giorni ci siamo confrontati sull’urgenza di annunciare nuovamente Cristo là dove la luce della fede si è indebolita, là dove il fuoco di Dio è come un fuoco di brace, che chiede di essere ravvivato, perché sia fiamma viva che dà luce e calore a tutta la casa.
La nuova evangelizzazione riguarda tutta la vita della Chiesa. Essa si riferisce, in primo luogo, alla pastorale ordinaria che deve essere maggiormente animata dal fuoco dello Spirito, per incendiare i cuori dei fedeli che regolarmente frequentano la Comunità e che si radunano nel giorno del Signore per nutrirsi della sua Parola e del Pane di vita eterna. Vorrei qui sottolineare tre linee pastorali emerse dal Sinodo. La prima riguarda i Sacramenti dell’iniziazione cristiana. E’ stata riaffermata l’esigenza di accompagnare con un’appropriata catechesi la preparazione al Battesimo, alla Cresima e all’Eucaristia. È stata pure ribadita l’importanza della Penitenza, sacramento della misericordia di Dio. Attraverso questo itinerario sacramentale passa la chiamata del Signore alla santità, rivolta a tutti i cristiani. Infatti, è stato più volte ripetuto che i veri protagonisti della nuova evangelizzazione sono i santi: essi parlano un linguaggio a tutti comprensibile con l’esempio della vita e con le opere della carità.
In secondo luogo, la nuova evangelizzazione è essenzialmente connessa con la missione ad gentes. La Chiesa ha il compito di evangelizzare, di annunciare il Messaggio di salvezza agli uomini che tuttora non conoscono Gesù Cristo. Anche nel corso delle riflessioni sinodali è stato sottolineato che esistono tanti ambienti in Africa, in Asia e in Oceania i cui abitanti aspettano con viva attesa, talvolta senza esserne pienamente coscienti, il primo annuncio del Vangelo. Pertanto occorre pregare lo Spirito Santo affinché susciti nella Chiesa un rinnovato dinamismo missionario i cui protagonisti siano, in modo speciale, gli operatori pastorali e i fedeli laici. La globalizzazione ha causato un notevole spostamento di popolazioni; pertanto, il primo annuncio si impone anche nei Paesi di antica evangelizzazione. Tutti gli uomini hanno il diritto di conoscere Gesù Cristo e il suo Vangelo; e a ciò corrisponde il dovere dei cristiani, di tutti i cristiani – sacerdoti, religiosi e laici –, di annunciare la Buona Notizia.
Un terzo aspetto riguarda le persone battezzate che però non vivono le esigenze del Battesimo. Nel corso dei lavori sinodali è stato messo in luce che queste persone si trovano in tutti i continenti, specialmente nei Paesi più secolarizzati. La Chiesa ha un’attenzione particolare verso di loro, affinché incontrino nuovamente Gesù Cristo, riscoprano la gioia della fede e ritornino alla pratica religiosa nella comunità dei fedeli. Oltre ai metodi pastorali tradizionali, sempre validi, la Chiesa cerca di adoperare anche metodi nuovi, curando pure nuovi linguaggi, appropriati alle differenti culture del mondo, proponendo la verità di Cristo con un atteggiamento di dialogo e di amicizia che ha fondamento in Dio che è Amore. In varie parti del mondo, la Chiesa ha già intrapreso tale cammino di creatività pastorale, per avvicinare le persone allontanate o in ricerca del senso della vita, della felicità e, in definitiva, di Dio. Ricordiamo alcune importanti missioni cittadine, il «Cortile dei gentili», la missione continentale, e così via. Non c’è dubbio che il Signore, Buon Pastore, benedirà abbondantemente tali sforzi che provengono dallo zelo per la sua Persona e per il suo Vangelo.
Cari fratelli e sorelle, Bartimeo, avuta di nuovo la vista da Gesù, si aggiunse alla schiera dei discepoli, tra i quali sicuramente ve n’erano altri che, come lui, erano stati guariti dal Maestro. Così sono i nuovi evangelizzatori: persone che hanno fatto l’esperienza di essere risanati da Dio, mediante Gesù Cristo. E la loro caratteristica è una gioia del cuore, che dice con il Salmista: «Grandi cose ha fatto il Signore per noi: eravamo pieni di gioia» (Sal 125,3). Anche noi, oggi, ci rivolgiamo al Signore Gesù, Redemptor hominis e Lumen gentium, con gioiosa riconoscenza, facendo nostra una preghiera di San Clemente di Alessandria: «Fino ad ora ho errato nella speranza di trovare Dio, ma poiché tu mi illumini, o Signore, trovo Dio per mezzo di te, e ricevo il Padre da te, divengo tuo coerede, poiché non ti sei vergognato di avermi per fratello. Cancelliamo, dunque, cancelliamo l’oblio della verità, l’ignoranza: e rimuovendo le tenebre che ci impediscono la vista come nebbia per gli occhi, contempliamo il vero Dio …; giacché una luce dal cielo brillò su di noi sepolti nelle tenebre e prigionieri dell’ombra di morte, [una luce] più pura del sole, più dolce della vita di quaggiù» (Protrettico, 113,2 – 114,1). Amen.

Publié dans:SINODO DEI VESCOVI 2012 |on 29 octobre, 2012 |Pas de commentaires »
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