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FERRAGOSTO DI CRISI, CERCHIAMO RISPOSTE NELLA LUCE DI MARIA – MONS. BRUNO FORTE

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FERRAGOSTO DI CRISI, CERCHIAMO RISPOSTE NELLA LUCE DI MARIA

La riflessione di mons. Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto, sulla Festa dell’Assunzione

di S.E. Mons. Bruno Forte

ROMA, martedì, 14 agosto 2012 (ZENIT.org) – Si avvicina il “ferragosto” di quest’estate, calda non solo per il clima, ma anche per le fiammate della crisi che continua a colpire insieme con l’intero “villaggio globale” la nostra Europa. E ritorna nella liturgia della Chiesa la celebrazione dell’Assunzione di Maria.
Una memoria fuori del tempo? Un’evasione spirituale, proposta per estraniarsi dalle inquietanti provocazioni della storia? La risposta può sembrare paradossale, perché per certi aspetti è sì, per altri no. In realtà, la liturgia per sua natura celebra lo splendore dell’eternità nel tempo e tende a cogliere il senso del divenire temporale nell’orizzonte pacificante dell’eternità: la sua “attualità” sta spesso nel riproporre fedelmente ciò che è apparentemente “inattuale”, e tuttavia necessario.
Si tratta di un estraniarsi per appartenere: lo faceva comprendere il teologo evangelico Karl Barth, quando – nel profilarsi della barbarie nazista e delle sue violenze, di cui fu sempre fiero oppositore – osservava quanto fosse importante che i Benedettini della vicina Abbazia di Maria Laach continuassero a cantare le lodi di Dio senza fermarsi (l’osservazione è nel testo Esistenza teologica oggi del 1933).
Anche la celebrazione dell’assunzione della Madre di Gesù in cielo, nella pienezza della sua condizione corporea e spirituale, va letta in questa luce. Mi chiedo, dunque, in che senso può essere significativa per noi, figli di questa post-modernità spesso distratta rispetto alle cose ultime e indaffarata a risolvere i problemi dell’ora, e come può aiutarci ad alzare lo sguardo per scrutare nel mistero che la liturgia propone qualcosa del nostro destino ultimo e della luce che da esso viene su ciò che è penultimo.
È il teologo ortodosso Pavel Evdokimov, voce autorevole della tradizione orientale, a osservare che la storia di Maria è «la storia del mondo in compendio, la sua teologia in una sola parola» e che nell’integralità della sua vicenda ella è come «il dogma vivente, la verità sulla creatura realizzata» (La donna e la salvezza del mondo, 54 e 216). Nella Vergine Madre gli occhi della fede riconoscono la logica di Dio, manifestata in tutto l’arco della storia della salvezza: Maria è la donna, icona del Mistero.
Il riferimento a la donna intende evidenziare la concretezza di questa ragazza della terra d’Israele, cui secondo la fede cristiana è stato dato di vivere la singolare esperienza di diventare la madre del Messia. La grandezza di ciò che agli occhi di chi crede è avvenuto in lei non deve far dimenticare la quotidianità delle sue fatiche nella famiglia di Nazaret, l’oscurità dell’itinerario di fede in cui è avanzata, i condizionamenti ricevuti dall’ambiente che la circondava, l’aver conosciuto gli stati differenti dell’esperienza femminile.
Maria non è un mito, né un’astrazione, come mostrano i tratti profondamente ebraici della sua personalità di donna nutrita della spiritualità dell’ascolto, che fa nella storia la grandezza del popolo ebraico: “Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno” (Dt 6,4). Maria non è un caso dell’universale, ma la «Virgo singularis», la donna irripetibile nella sua storicità unica, il concreto femminile della persona, che l’Eterno ha eletto per la rivelazione del Mistero, «benedetta fra tutte le donne», come è «benedetto il frutto del suo grembo», Gesù (cf. Lc 1,42).
Non si tratta di sviluppare un’«ontologia del femminile», partendo dalla figura di Maria: i rischi di astrattezza di una simile ricerca dell’«eterno femminino» (Goethe) sono stati giustamente denunciati dal pensiero femminista. Si tratta piuttosto di indagare il mistero racchiuso in ogni donna, e quindi reciprocamente in ogni essere umano, a partire dal «caso» assolutamente singolare, che è la «Vergine Madre, figlia del suo Figlio».
Il significato universale di Maria, insomma, sta o cade con la sua singolarità di donna concreta: quanto più questa singolarità femminile sarà colta, tanto più il suo valore di archetipo per la dimensione femminile dell’essere umano si lascerà percepire e il mistero in lei riposto si farà penetrare.
Proprio così, nel cuore dell’estate, la celebrazione dell’assunzione di Maria diventa un richiamo a rispettare la dignità di ogni donna, a valorizzarne il mistero, a umanizzare il mondo rendendolo più accogliente nell’irripetibilità di ciascuno e nella reciprocità delle relazioni di vita e d’amore, che fanno la storia di tutti.
È questo gioco di visibile concretezza e d’invisibile profondità, che fa parlare di Maria come di un’icona del Mistero: in lei si offre il duplice movimento, che ogni icona tende a trasmettere, la discesa e l’ascesa, l’antropologia di Dio e la teologia dell’uomo. In lei risplende l’elezione dell’Eterno e il libero consenso della fede in Lui. C
ome «l’icona è la visione delle cose che non si vedono» (P. Evdokimov), così la Vergine è, allo sguardo della fede, l’«arca dell’alleanza», coperta dall’ombra dello Spirito, la dimora santa del Verbo della vita tra noi, la Madre cui rivolgersi con fiducia perché ci accompagni al Figlio. E come l’icona ha bisogno del colore e della forma per rendere presente il mistero che annuncia, così la Madre del Signore veicola il dono, che in lei si è reso presente, nella concretezza dei suoi tratti di donna libera e credente, nella sua corporeità destinata a vincere la morte, nel suo essere capace di speranza fino alla fine, oltre la fine.
Assunta in cielo nell’integralità del suo essere umano, la Vergine Madre testimonia l’infinita dignità di ogni persona, il valore del corpo da custodire e amare, il destino eterno da non obliare. Così la figura di Maria di Nazaret può divenire un singolare incoraggiamento a credere e sperare nel tempo che ci è dato di vivere, dove proprio la speranza appare dono prezioso e forza necessaria di trasformazione del presente.
Ci aiuta a comprenderlo il Poeta, con versi che – come sta mostrando in maniera singolare ai nostri giorni Roberto Benigni – riescono a parlare a tutti, credenti e non credenti, illuminando di luce e di bellezza la vita delle donne e degli uomini di ogni tempo: “Vergine Madre, figlia del tuo Figlio, / umile e alta più che creatura, / termine fisso, d’eterno consiglio, / tu se’ colei che l’umana natura, / nobilitasti sì, che ’l suo fattore / non disdegnò di farsi sua fattura. / Nel ventre tuo si raccese l’amore, / per lo cui caldo nell’eterna pace / così è germinato questo fiore. / Qui se’ a noi meridïana face / di caritate, e giuso, intra mortali, / se’ di speranza fontana vivace. / Donna, se’ tanto grande e tanto vali, / che qual vuol grazia, e a te non ricorre, / sua disianza vuol volar sanz’ ali. / La tua benignità non pur soccorre / a chi domanda, ma molte fïate / liberamente al dimandar precorre. / In te misericordia, in te pietate, / in te magnificenza, in te s’aduna / quantunque in creatura è di bontate” (Dante Alighieri, Paradiso, Canto XXXIII, 1-21).

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« PREGANDO PER L’AMBIENTE, PREGHIAMO PER IL PENTIMENTO DI OGNUNO DI NOI » – Messaggio di Bartolomeo I per la Giornata per la salvaguardia del creato

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« PREGANDO PER L’AMBIENTE, PREGHIAMO PER IL PENTIMENTO DI OGNUNO DI NOI »

Messaggio di Bartolomeo I per la Giornata per la salvaguardia del creato

ROMA, mercoledì, 5 settembre 2012 (ZENIT.org).- Riprendiamo in traduzione italiana il messaggio del patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I, per la recente Giornata per la salvaguardia del creato.
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Fratelli e figli diletti nel Signore,
Dio che ha creato l’Universo e ha formato la terra come una perfetta abitazione dell’uomo, ha dato a lui l’ordine e la possibilità di svilupparsi e di moltiplicarsi e di riempirla e di dominare su di essa e su tutti i suoi animali e piante. (Gen.1,28)
Il mondo che ci circonda ci è stato dunque donato dal Creatore come uno stadio di attività sociale, ma anche di santificazione, in attesa della restaurata creazione nel secolo futuro. Da sempre la Santa e Grande Madre Chiesa di Cristo sostiene e vive questa posizione teologica, perciò anche la Nostra Umile Persona è stata posta, com’è noto, a capo della iniziativa ecologica, ripresa dal nostro Sacratissimo Trono Ecumenico, per la protezione del nostro pianeta assai travagliato, volontariamente e involontariamente.
La pienezza della vita, che è opera della sapienza di Dio, non fu data sicuramente all’incontrollabile potestà dell’uomo. Una dominazione totale della terra da parte dell’uomo e di tutto ciò essa contiene, significa un uso logico ed un godimento dei beni offerti e non un attingere per avidità ed un abuso catastrofico o una distruzione delle sue risorse.
Malgrado ciò, sopratutto ai nostri giorni, osserviamo un eccessivo sfruttamento delle risorse naturali, con la conseguenza della distruzione dell’equilibrio ambientale, degli ecosistemi e in genere delle condizioni ambientali, così che le condizioni di vita dell’uomo, poste da Dio, sulla terra diventano per lui più ostili. Per esempio, come osserviamo tutti, scienziati, ecclesiastici e politici responsabili e l’umanità in genere, la temperatura dell’atmosfera aumenta, si manifestano piogge terribili, vengono contaminati gli ecosistemi del sottosuolo e del mare ed in genere viene distrutta, e alcune volte anche completamente distrutta, la possibilità di continuazione della vita in alcune regioni.
Vedendo e valorizzando in pratica i pericoli per l’umanità di questo sviluppo delle condizioni ambientali, la Madre Chiesa ha istituito già dall’epoca del nostro predecessore, l’indimenticabile Patriarca Demetrio, il Primo Settembre di ogni anno quale giornata di preghiera per l’ambiente, ossia per il mondo terrestre di vita dell’uomo.
Però dobbiamo accettare che le cause degli spiacevoli cambiamenti ambientali non provengono da Dio ma dall’uomo e di conseguenza la supplica e la preghiera della Chiesa e di tutti noi a Dio, il Signore dei Signori e Colui che tutto governa, per il miglioramento delle condizioni ambientali, è essenzialmente una richiesta di pentimento dell’umanità stessa dal proprio peccato di distruzione delle cose della terra, invece di usufruirne con ragione e attenzione, in modo che si conservi per sempre la prolificazione delle sue risorse.
Pregando e chiedendo a Dio di conservare l’ambiente della terra idoneo per la vita dell’uomo su di essa, in sostanza preghiamo che Dio cambi il pensiero dei potenti della terra e li illumini di non distruggere l’ecosistema terrestre per motivi di utilità economica e interesse temporale. Però, tutto questo vale anche per ogni uomo, anche perché ognuno di noi – nella misura delle proprie piccole possibilità -, contribuisce alle piccole catastrofi ambientali, dovute alla propria stoltezza.
Di conseguenza, pregando per l’ambiente, preghiamo per il pentimento di ognuno di noi, per il nostro piccolo o grande contributo al danno ed alla distruzione dell’ambiente che viviamo globalmente, come somma di più piccoli interventi dannosi, ai grandi e importanti fenomeni catastrofici, che avvengono negli anni.
Rivolgendo questo appello, preghiera e raccomandazione dal Sacro Centro dell’Ortodossia all’ecumene e a tutta l’umanità, preghiamo che il Signore Datore di ogni bene, che ha donato a tutti noi che abitiamo sul pianeta, il paradiso terrestre, ispiri buoni sentimenti nei cuori di tutti gli uomini, in modo che rispettiamo l’equilibrio ambientale che Egli, nella Sua Sapienza e nella Sua bontà ci ha consegnato, affinché sia noi, sia le generazioni che seguono, godano le donazioni di Dio con sentimenti di ringraziamento e di glorificazione.
Preghiamo che questa Sapienza, Pace e Forza di Dio, che ha creato, che conserva e porta verso le cose ultime la creazione che attende la sua salvezza, preservi l’ambiente sempre fruttuoso e contribuisca continuamente al progresso dell’uomo e porti a buon frutto le opere buone di coloro che lavorano per questo e invochiamo la Grazia e l’infinita Misericordia su tutti gli uomini e sopratutto su coloro che rispettano e custodiscono il creato, come un altro paradiso. Così sia!
1 Settembre 2012
+ il Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo,
fervente intercessore presso Dio

MADRE TERESA DI CALCUTTA – MEMORIA 5 SETTEMBRE

MADRE TERESA DI CALCUTTA - MEMORIA 5 SETTEMBRE dans immagini sacre mother-teresa-feeding1

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Madre Teresa di Calcutta (1910-1997) (5 settembre 2012)

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Madre Teresa di Calcutta (1910-1997) (5 settembre 2012)

“ Sono albanese di sangue, indiana di cittadinanza. Per quel che attiene alla mia fede, sono una suora cattolica. Secondo la mia vocazione, appartengo al mondo. Ma per quanto riguarda il mio cuore, appartengo interamente al Cuore di Gesù”.Di conformazione minuta, ma di fede salda quanto la roccia, a Madre Teresa di Calcutta fu affidata la missione di proclamare l’amore assetato di Gesù per l’umanità, specialmente per i più poveri tra i poveri. “Dio ama ancora il mondo e manda me e te affinché siamo il suo amore e la sua compassione verso i poveri”. Era un’anima piena della luce di Cristo, infiammata di amore per Lui e con un solo, ardente desiderio: “saziare la Sua sete di amore e per le anime”.
Questa luminosa messaggera dell’amore di Dio nacque il 26 agosto 1910 a Skopje, città situata al punto d’incrocio della storia dei Balcani. La più piccola dei cinque figli di Nikola e Drane Bojaxhiu, fu battezzata Gonxha Agnes, ricevette la Prima Comunione all’età di cinque anni e mezzo e fu cresimata nel novembre 1916. Dal giorno della Prima Comunione l’amore per le anime entrò nel suo cuore. L’improvvisa morte del padre, avvenuta quando Agnes aveva circa otto anni, lasciò la famiglia in difficoltà finanziarie. Drane allevò i figli con fermezza e amore, influenzando notevolmente il carattere e la vocazione della figlia. La formazione religiosa di Gonxha fu rafforzata ulteriormente dalla vivace parrocchia gesuita del Sacro Cuore, in cui era attivamente impegnata.
All’età di diciotto anni, mossa dal desiderio di diventare missionaria, Gonxha lasciò la sua casa nel settembre 1928, per entrare nell’Istituto della Beata Vergine Maria, conosciuto come “le Suore di Loreto”, in Irlanda. Lì ricevette il nome di suor Mary Teresa, come Santa Teresa di Lisieux. In dicembre partì per l’India, arrivando a Calcutta il 6 gennaio 1929. Dopo la Professione dei voti temporanei nel maggio 1931, Suor Teresa venne mandata presso la comunità di Loreto a Entally e insegnò nella scuola per ragazze, St. Mary. Il 24 maggio 1937 suor Teresa fece la Professione dei voti perpetui, divenendo, come lei stessa disse: “la sposa di Gesù” per “tutta l’eternità”. Da quel giorno fu sempre chiamata Madre Teresa. Continuò a insegnare a St. Mary e nel 1944 divenne la direttrice della scuola. Persona di profonda preghiera e amore intenso per le consorelle e per le sue allieve, Madre Teresa trascorse i venti anni della sua vita a “Loreto” con grande felicità. Conosciuta per la sua carità, per la generosità e il coraggio, per la propensione al duro lavoro e per l’attitudine naturale all’organizzazione, visse la sua consacrazione a Gesù, tra le consorelle, con fedeltà e gioia.
Il 10 settembre 1946, durante il viaggio in treno da Calcutta a Darjeeling per il ritiro annuale, Madre Teresa ricevette l’“ispirazione”, la sua “chiamata nella chiamata”. Quel giorno, in che modo non lo raccontò mai, la sete di Gesù per amore e per le anime si impossessò del suo cuore, e il desiderio ardente di saziare la Sua sete divenne il cardine della sua esistenza. Nel corso delle settimane e dei mesi successivi, per mezzo di locuzioni e visioni interiori, Gesù le rivelò il desiderio del suo Cuore per “vittime d’amore” che avrebbero “irradiato il suo amore sulle anime.” ”Vieni, sii la mia luce”, la pregò. “Non posso andare da solo” Le rivelò la sua sofferenza nel vedere l’incuria verso i poveri, il suo dolore per non essere conosciuto da loro e il suo ardente desiderio per il loro amore. Gesù chiese a Madre Teresa di fondare una comunità religiosa, le Missionarie della Carità, dedite al servizio dei più poveri tra i poveri. Circa due anni di discernimento e verifiche trascorsero prima che Madre Teresa ottenesse il permesso di cominciare la sua nuova missione. Il 17 agosto 1948, indossò per la prima volta il sari bianco bordato d’azzurro e oltrepassò il cancello del suo amato convento di “Loreto” per entrare nel mondo dei poveri.
Dopo un breve corso con le Suore Mediche Missionarie a Patna, Madre Teresa rientrò a Calcutta e trovò un alloggio temporaneo presso le Piccole Sorelle dei Poveri. Il 21 dicembre andò per la prima volta nei sobborghi: visitò famiglie, lavò le ferite di alcuni bambini, si prese cura di un uomo anziano che giaceva ammalato sulla strada e di una donna che stava morendo di fame e di tubercolosi. Iniziava ogni giornata con Gesù nell’Eucaristia e usciva con la corona del Rosario tra le mani, per cercare e servire Lui in coloro che sono “non voluti, non amati, non curati”. Alcuni mesi più tardi si unirono a lei, l’una dopo l’altra, alcune sue ex allieve.
Il 7 ottobre 1950 la nuova Congregazione delle Missionarie della Carità veniva riconosciuta ufficialmente nell’Arcidiocesi di Calcutta. Agli inizi del 1960 Madre Teresa iniziò a inviare le sue sorelle in altre parti dell’India. Il Diritto Pontificio concesso alla Congregazione dal Papa Paolo VI nel febbraio 1965 la incoraggiò ad aprire una casa di missione in Venezuela. Ad essa seguirono subito altre fondazioni a Roma e in Tanzania e, successivamente, in tutti i continenti. A cominciare dal 1980 fino al 1990, Madre Teresa aprì case di missione in quasi tutti i paesi comunisti, inclusa l’ex Unione Sovietica, l’Albania e Cuba.
Per rispondere meglio alle necessità dei poveri, sia fisiche, sia spirituali, Madre Teresa fondò nel 1963 i Fratelli Missionari della Carità; nel 1976 il ramo contemplativo delle sorelle, nel 1979 i Fratelli contemplativi, e nel 1984 i Padri Missionari della Carità. Tuttavia la sua ispirazione non si limitò soltanto alle vocazioni religiose. Formò i Collaboratori di Madre Teresa e i Collaboratori Ammalati e Sofferenti, persone di diverse confessioni di fede e nazionalità con cui condivise il suo spirito di preghiera, semplicità, sacrificio e il suo apostolato di umili opere d’amore. Questo spirito successivamente portò alla fondazione dei Missionari della Carità Laici. In risposta alla richiesta di molti sacerdoti, nel 1991 Madre Teresa dette vita anche al Movimento Corpus Christi per Sacerdoti come una “piccola via per la santità” per coloro che desideravano condividere il suo carisma e spirito.
In questi anni di rapida espansione della sua missione, il mondo cominciò a rivolgere l’attenzione verso Madre Teresa e l’opera che aveva avviato. Numerose onorificenze, a cominciare dal Premio indiano Padmashri nel 1962 e dal rilevante Premio Nobel per la Pace nel 1979, dettero onore alla sua opera, mentre i media cominciarono a seguire le sue attività con interesse sempre più crescente. Tutto ricevette, sia i riconoscimenti sia le attenzioni, “per la gloria di Dio e in nome dei poveri”.
L’intera vita e l’opera di Madre Teresa offrirono testimonianza della gioia di amare, della grandezza e della dignità di ogni essere umano, del valore delle piccole cose fatte fedelmente e con amore, e dell’incomparabile valore dell’amicizia con Dio. Ma vi fu un altro aspetto eroico di questa grande donna di cui si venne a conoscenza solo dopo la sua morte. Nascosta agli occhi di tutti, nascosta persino a coloro che le stettero più vicino, la sua vita interiore fu contrassegnata dall’esperienza di una profonda, dolorosa e permanente sensazione di essere separata da Dio, addirittura rifiutata da Lui, assieme a un crescente desiderio di Lui. Chiamò la sua prova interiore: “l’oscurità”. La “dolorosa notte” della sua anima, che ebbe inizio intorno al periodo in cui aveva cominciato il suo apostolato con i poveri e perdurò tutta la vita, condusse Madre Teresa a un’unione ancora più profonda con Dio. Attraverso l’oscurità partecipò misticamente alla sete di Gesù, al suo desiderio, doloroso e ardente, di amore, e condivise la desolazione interiore dei poveri.
Durante gli ultimi anni della sua vita, nonostante i crescenti seri problemi di salute, Madre Teresa continuò a guidare la sua Congregazione e a rispondere alle necessità dei poveri e della Chiesa. Nel 1997 le suore di Madre Teresa erano circa 4.000, presenti nelle 610 case di missione sparse in 123 paesi del mondo. Nel marzo 1997 benedisse la neo-eletta nuova Superiora Generale delle Missionarie della Carità e fece ancora un viaggio all’estero. Dopo avere incontrato il Papa Giovanni Paolo II per l’ultima volta, rientrò a Calcutta e trascorse le ultime settimane di vita ricevendo visitatori e istruendo le consorelle. Il 5 settembre 1997 la vita terrena di Madre Teresa giunse al termine. Le fu dato l’onore dei funerali di Stato da parte del Governo indiano e il suo corpo fu seppellito nella Casa Madre delle Missionarie della Carità. La sua tomba divenne ben presto luogo di pellegrinaggi e di preghiera per gente di ogni credo, poveri e ricchi, senza distinzione alcuna. Madre Teresa ci lascia un testamento di fede incrollabile, speranza invincibile e straordinaria carità. La sua risposta alla richiesta di Gesù: “Vieni, sii la mia luce”, la rese Missionaria della Carità, “Madre per i poveri”, simbolo di compassione per il mondo e testimone vivente dell’amore assetato di Dio.

Meno di due anni dopo la sua morte, a causa della diffusa fama di santità e delle grazie ottenute per sua intercessione, il Papa Giovanni Paolo II permise l’apertura della Causa di Canonizzazione. Il 20 dicembre 2002 approvò i decreti sulle sue virtù eroiche e sui miracoli.

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BENEDETTO XVI: « QUANTO PIÙ E MEGLIO PREGHIAMO CON COSTANZA, CON INTENSITÀ, TANTO PIÙ CI ASSIMILIAMO A LUI »

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« QUANTO PIÙ E MEGLIO PREGHIAMO CON COSTANZA, CON INTENSITÀ, TANTO PIÙ CI ASSIMILIAMO A LUI »

La catechesi del Santo Padre durante l’Udienza Generale di questa mattina

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 5 settembre 2012 (ZENIT.org).- Riprendiamo di seguito il testo della catechesi tenuta da Benedetto XVI durante l’Udienza Generale, che si è svolta questa mattina nell’Aula Paolo VI.
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Cari fratelli e sorelle, oggi, dopo l’interruzione delle vacanze, riprendiamo le Udienze in Vaticano, continuando in quella «scuola della preghiera» che sto vivendo insieme con voi in queste Catechesi del mercoledì.
Oggi vorrei parlare della preghiera nel Libro dell’Apocalisse, che, come sapete, è l’ultimo del Nuovo Testamento. E’ un libro difficile, ma che contiene una grande ricchezza. Esso ci mette in contatto con la preghiera viva e palpitante dell’assemblea cristiana, radunata «nel giorno del Signore» (Ap 1,10): è questa infatti la traccia di fondo in cui si muove il testo.
Un lettore presenta all’assemblea un messaggio affidato dal Signore all’Evangelista Giovanni. Il lettore e l’assemblea costituiscono, per così dire, i due protagonisti dello sviluppo del libro; ad essi, fin dall’inizio, viene indirizzato un augurio festoso: «Beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia» (1,3). Dal dialogo costante tra loro, scaturisce una sinfonia di preghiera, che si sviluppa con grande varietà di forme fino alla conclusione. Ascoltando il lettore che presenta il messaggio, ascoltando e osservando l’assemblea che reagisce, la loro preghiera tende a diventarenostra.
La prima parte dell’Apocalisse (1,4-3,22) presenta, nell’atteggiamento dell’assemblea che prega, tre fasi successive. La prima (1,4-8) è costituita da un dialogo che – unico caso nel Nuovo Testamento – si svolge tra l’assemblea appena radunata e il lettore, il quale le rivolge un augurio benedicente: «Grazia a voi e pace» (1,4). Il lettore prosegue sottolineando la provenienza di questo augurio: esso deriva dalla Trinità: dal Padre, dallo Spirito Santo, da Gesù Cristo, coinvolti insieme nel portare avanti il progetto creativo e salvifico per l’umanità. L’assemblea ascolta e, quando sente nominare Gesù Cristo, ha come un sussulto di gioia e risponde con entusiasmo, elevando la seguente preghiera di lode: «A colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre, a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen» (1,5b-6). L’assemblea, avvolta dall’amore di Cristo, si sente liberata dai legami del peccato e si proclama «regno» di Gesù Cristo, che appartiene totalmente a Lui. Riconosce la grande missione che con il Battesimo le è stata affidata di portare nel mondo la presenza di Dio. E conclude questa sua celebrazione di lode guardando di nuovo direttamente a Gesù e, con entusiasmo crescente, ne riconosce «la gloria e la potenza» per salvare l’umanità. L’«amen» finale conclude l’inno di lode a Cristo. Già questi primi quattro versetti contengono una grande ricchezza di indicazioni per noi; ci dicono che la nostra preghiera deve essere anzitutto ascolto di Dio che ci parla. Sommersi da tante parole, siamo poco abituati ad ascoltare, soprattutto a metterci nella disposizione interiore ed esteriore del silenzio per essere attenti a ciò che Dio vuole dirci. Tali versetti ci insegnano inoltre che la nostra preghiera, spesso solo di richiesta, deve essere invece anzitutto di lode a Dio per il suo amore, per il dono di Gesù Cristo, che ci ha portato forza, speranza e salvezza.
Un nuovo intervento del lettore richiama poi all’assemblea, afferrata dall’amore di Cristo, l’impegno a coglierne la presenza nella propria vita. Dice così: «Ecco, viene con le nubi e ogni occhio lo vedrà, anche quelli che lo trafissero, e per lui tutte le tribù della terra si batteranno il petto» (1,7a). Dopo essere salito al cielo in una «nube», simbolo della trascendenza (cfr At 1,9), Gesù Cristo ritornerà così come è salito al Cielo (cfr At 1,11b). Allora tutti i popoli lo riconosceranno e, come esorta san Giovanni nel Quarto Vangelo, «volgeranno lo sguardo verso colui che hanno trafitto» (19,37). Penseranno ai propri peccati, causa della sua crocifissione, e, come coloro che avevano assistito direttamente ad essa sul Calvario, «si batteranno il petto» (cfr Lc 23,48) chiedendogli perdono, per seguirlo nella vita e preparare così la comunione piena con Lui, dopo il suo ritorno finale. L’assemblea riflette su questo messaggio e dice: «Sì. Amen!» (Ap 1,7b). Esprime col suo «sì» l’accoglienza piena di quanto le è comunicato e chiede che questo possa davvero diventare realtà. E’ la preghiera dell’assemblea, che medita sull’amore di Dio manifestato in modo supremo sulla Croce e chiede di vivere con coerenza da discepoli di Cristo. E c’è la risposta di Dio: «Io sono l’Alfa e l’Omèga, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente!» (1,8). Dio, che si rivela come l’inizio e la conclusione della storia, accoglie e prende a cuore la richiesta dell’assemblea. Egli è stato, è, e sarà presente e attivo con il suo amore nelle vicende umane, nel presente, nel futuro, come nel passato, fino a raggiungere il traguardo finale. Questa è la promessa di Dio. E qui troviamo un altro elemento importante: la preghiera costante risveglia in noi il senso della presenza del Signore nella nostra vita e nella storia, e la sua è una presenza che ci sostiene, ci guida e ci dona una grande speranza anche in mezzo al buio di certe vicende umane; inoltre, ogni preghiera, anche quella nella solitudine più radicale, non è mai un isolarsi e non è mai sterile, ma è la linfa vitale per alimentare un’esistenza cristiana sempre più impegnata e coerente.
La seconda fase della preghiera dell’assemblea (1,9-22) approfondisce ulteriormente il rapporto con Gesù Cristo: il Signore si fa vedere, parla, agisce, e la comunità, sempre più vicina a Lui, ascolta, reagisce ed accoglie. Nel messaggio presentato dal lettore, san Giovanni racconta una sua esperienza personale di incontro con Cristo: si trova nell’isola di Patmos a causa della «parola di Dio e della testimonianza di Gesù» (1,9) ed è il «giorno del Signore» (1,10a), la domenica, nella quale si celebra la Risurrezione. E san Giovanni viene «preso dallo Spirito» (1,10a). Lo Spirito Santo lo pervade e lo rinnova, dilatando la sua capacità di accogliere Gesù, il Quale lo invita a scrivere. La preghiera dell’assemblea che ascolta, assume gradualmente un atteggiamento contemplativo ritmato dai verbi «vede», «guarda»: contempla, cioè, quanto il lettore le propone, interiorizzandolo e facendolo suo.
Giovanni ode «una voce potente, come di tromba» (1,10b): la voce gli impone di inviare un messaggio «alle sette Chiese» (1,11) che si trovano nell’Asia Minore e, attraverso di esse, a tutte le Chiese di tutti i tempi, unitamente ai loro Pastori. L’espressione «voce … di tromba», presa dal libro dell’Esodo (cfr 20,18), richiama la manifestazione divina a Mosè sul monte Sinai e indica la voce di Dio, che parla dal suo Cielo, dalla sua trascendenza. Qui è attribuita a Gesù Cristo Risorto, che dalla gloria del Padre parla, con la voce di Dio, all’assemblea in preghiera. Voltatosi «per vedere la voce» (1,12), Giovanni scorge «sette candelabri d’oro e, in mezzo ai candelabri, uno simile a un Figlio d’uomo» (1,12-13), termine particolarmente familiare a Giovanni, che indica Gesù stesso. I candelabri d’oro, con le loro candele accese, indicano la Chiesa di ogni tempo in atteggiamento di preghiera nella Liturgia: Gesù Risorto, il «Figlio dell’uomo», si trova in mezzo ad essa e, rivestito delle vesti del sommo sacerdote dell’Antico Testamento, svolge la funzione sacerdotale di mediatore presso il Padre. Nel messaggio simbolico di Giovanni, segue una manifestazione luminosa di Cristo Risorto, con le caratteristiche proprie di Dio, che ricorrono nell’Antico Testamento. Si parla dei «capelli… candidi, simili a lana candida come neve» (1,14), simbolo dell’eternità di Dio (cfr Dn 7,9) e della Risurrezione. Un secondo simbolo è quello del fuoco, che, nell’Antico Testamento, viene spesso riferito a Dio per indicare due proprietà. La prima è l’intensità gelosa del suo amore, che anima la sua alleanza con l’uomo (cfr Dt 4,24). Ed è questa stessa intensità bruciante dell’amore che si legge nello sguardo di Gesù Risorto: «i suoi occhi erano come fiamma di fuoco» (Ap 1,14a). La seconda è la capacità inarrestabile di vincere il male come un «fuoco divoratore» (Dt 9,3). Così anche «i piedi» di Gesù, in cammino per affrontare e distruggere il male, hanno l’incandescenza del «bronzo splendente» (Ap 1,15). La voce di Gesù Cristo poi, «simile al fragore di grandi acque» (1,15c), ha il frastuono impressionante «della gloria del Dio di Israele» che si muove verso Gerusalemme, di cui parla il profeta Ezechiele (cfr 43,2). Seguono ancora tre elementi simbolici che mostrano quanto Gesù Risorto stia facendo per la sua Chiesa: la tiene saldamente nella sua mano destra – un’immagine molto importante: Gesù tiene la Chiesa nella sua mano – le parla con la forza penetrante di una spada affilata, e le mostra lo splendore della sua divinità: «il suo volto era come il sole quando splende in tutta la sua forza» (Ap 1,16). Giovanni è talmente preso da questa stupenda esperienza del Risorto, che si sente venire meno e cade come morto.
Dopo questa esperienza di rivelazione, l’Apostolo ha davanti il Signore Gesù che parla con lui, lo rassicura, gli pone una mano sulla testa, gli dischiude la sua identità di Crocifisso Risorto e gli affida l’incarico di trasmettere un suo messaggio alle Chiese (cfr Ap 1,17-18). Una cosa bella questo Dio davanti al quale viene meno, cade come morto. E’ l’amico della vita, e gli pone la mano sulla testa. E così sarà anche per noi: siamo amici di Gesù. Poi la rivelazione del Dio Risorto, del Cristo Risorto, non sarà tremenda, ma sarà l’incontro con l’amico. Anche l’assemblea vive con Giovanni il momento particolare di luce davanti al Signore, unito, però, all’esperienza dell’ incontro quotidiano con Gesù, avvertendo la ricchezza del contatto con il Signore, che riempie ogni spazio dell’esistenza.
Nella terza ed ultima fase della prima parte dell’Apocalisse (Ap 2-3), il lettore propone all’assemblea un messaggio settiforme in cui Gesù parla in prima persona. Indirizzato a sette Chiese situate nell’Asia Minore intorno ad Efeso, il discorso di Gesù parte dalla situazione particolare di ciascuna Chiesa, per poi estendersi alle Chiese di ogni tempo. Gesù entra subito nel vivo della situazione di ciascuna Chiesa, evidenziandone luci e ombre e rivolgendole un pressante invito: «Convertiti» (2,5.16; 3,19c); «Tieni saldo quello che hai» (3,11); «compi le opere di prima» (2,5); «Sii dunque zelante e convertiti» (3,19b)… Questa parola di Gesù, se ascoltata con fede, inizia subito ad essere efficace: la Chiesa in preghiera, accogliendo la Parola del Signore viene trasformata. Tutte le Chiese devono mettersi in attento ascolto del Signore, aprendosi allo Spirito come Gesù richiede con insistenza ripetendo questo comando sette volte: «Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese» (2,7.11.17.29; 3,6.13.22). L’assemblea ascolta il messaggio ricevendo uno stimolo per il pentimento, la conversione, la perseveranza, la crescita nell’amore, l’orientamento per il cammino.
Cari amici, l’Apocalisse ci presenta una comunità riunita in preghiera, perché è proprio nella preghiera che avvertiamo in modo sempre crescente la presenza di Gesù con noi e in noi. Quanto più e meglio preghiamo con costanza, con intensità, tanto più ci assimiliamo a Lui, ed Egli entra veramente nella nostra vita e la guida, donandole gioia e pace. E quanto più noi conosciamo, amiamo e seguiamo Gesù, tanto più sentiamo il bisogno di fermarci in preghiera con Lui, ricevendo serenità, speranza e forza nella nostra vita. Grazie per l’attenzione.
[Dopo la catechesi, il Papa si è rivolto ai fedeli provenienti dai vari paesi salutandoli nelle diverse lingue. Ai pellegrini italiani ha detto:]
Cari fratelli e sorelle, rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare saluto i Vescovi e i sacerdoti ex-alunni del Collegio Urbano, che ricordano il 40° di Ordinazione sacerdotale. Auguri. Saluto i giovani di Pesaro accompagnati dal loro Pastore Mons. Coccia; i ragazzi di Lucca che hanno ricevuto la Cresima, qui convenuti con il loro Vescovo Mons. Italo Castellani; gli altri ragazzi, provenienti da varie Regioni, che si apprestano a ricevere il Sacramento della Confermazione. Saluto altresì i rappresentanti della Pia Società San Gaetano. Auguro a tutti che questa visita alle tombe degli Apostoli vi rinsaldi nell’adesione a Cristo e vi renda suoi testimoni nelle vostre famiglie e nelle vostre comunità ecclesiali.
Saluto infine tutti i giovani qui presenti, le persone ammalate e gli sposi novelli. Cari giovani, tornando dopo le vacanze alle consuete attività quotidiane, riprendete anche il ritmo regolare del vostro dialogo con Dio, che infonda luce in voi e attorno a voi. Cari ammalati, trovate sostegno e conforto nel Signore Gesù, che continua la sua opera di redenzione nella vita di ogni uomo. E voi, cari sposi novelli, sappiate coltivare la dimensione spirituale, affinché la vostra unione sia sempre solida e profonda. Grazie.

Saint Moses Prophet, from a Russian monastery

Saint Moses Prophet, from a Russian monastery dans immagini sacre Moses-icon

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4 settembre: San Mosè Profeta

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4 settembre: San Mosè Profeta

Etimologia: Mosè = salvato dalle acque, dall’ebraico

Martirologio Romano: Commemorazione di san Mosè, profeta, che fu scelto da Dio per liberare il popolo oppresso in Egitto e condurlo nella terra promessa; a lui si rivelò pure sul monte Sinai dicendo: «Io sono colui che sono», e diede la Legge che doveva guidare la vita del popolo eletto. Carico di giorni, morì questo servo di Dio sul monte Nebo nella terra di Moab davanti alla terra promessa.

Su questa grande figura di profeta e legislatore del popolo ebraico, si possono scrivere interi volumi riguardanti la sua storia personale e quella degli ebrei; come pure per tutta la sua opera di condottiero, profeta, guida e legislatore del suo popolo.
Bisogna per forza, dato lo spazio ristretto, citare solo i passi salienti della sua vita. Egli è prima di tutto l’autore e legislatore del ‘Pentateuco’, nome greco dei primi 5 libri della Bibbia, denominati globalmente dagli ebrei “la Legge”, perché costituiscono la fase storica, religiosa e giuridica del popolo della salvezza.
Quasi tutta l’opera è dedicata al personaggio e all’opera di Mosè, per mezzo del quale Dio fondò il suo popolo; i “libri di Mosè” sono: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio, essi vanno dalla creazione del mondo alla morte di Mosè.
Visse 120 anni, nel XIV-XIII secolo a. C. e gli ultimi 40 anni della sua vita li dedicò interamente al servizio di Iahweh e di Israele; fu la più elevata figura del Vecchio Testamento e uno dei più grandi geni religiosi di tutti i secoli.
Dio lo preparò a tale compito nei primi 80 anni di vita; nacque durante il periodo più tormentato della persecuzione egiziana contro gli israeliti, sotto il faraone Thutmose III, quando ‘ogni neonato ebreo, doveva essere gettato nel Nilo’, Mosè terzogenito dopo Maria ed Aronne, appartenente alla tribù di Levi, dopo averlo tenuto nascosto per tre mesi, fu posto in un cesto di papiro, spalmato di pece e deposto fra i giunchi della sponda del fiume, mentre la sorella da lontano, controllava.
La figlia del faraone, scese al fiume per bagnarsi e notò il bambino, intenerita lo raccolse e a questo punto la sorella Maria, esce allo scoperto chiedendo se avevano bisogno di una nutrice per allattarlo e propose Iochabed sua madre, la principessa accettò e quindi il bambino, fu ridato senza saperlo alla madre naturale che lo allattò, portandolo poi alla corte alla figlia del Faraone, che lo allevò come un figlio dandogli il nome di Mosé (in egiziano: ragazzo, figlio).
Il ragazzo ebreo ricevé alla corte un’educazione culturale perfetta, più unica che rara, che solo la corte egiziana a quell’epoca poteva dare, che andava dalla letteratura egiziana, alla legislazione babilonese alle leggi e costumi degli Ittiti.
Verso i 40 anni poté vedere la desolazione in cui vivevano i suoi fratelli ebrei, arrivando ad uccidere un egiziano che percuoteva selvaggiamente uno schiavo israelita; purtroppo per lui, un ebreo collaboratore degli egiziani, svelò l’accaduto e il faraone condannò Mosè, egli dovette fuggire nel deserto del Sinai.
Qui incontrò nel suo esilio, una tribù nomade, il cui capo Ietro gli dette in moglie la figlia Sefòra, accogliendolo fra loro; nel silenzio della steppa, alla guida del gregge di pecore di Ietro, Mosè ha l’opportunità di meditare, di percepire la presenza di Dio, senza le distrazioni delle magnificenze della corte egiziana e nella solitudine del deserto, avverte la sua pochezza davanti al creato.
E nel deserto Dio si rivela, ai piedi del Sinai, dove un rovo è in fiamme senza spegnersi, Mosè accostatasi sente chiamarsi e la voce gli dice di togliersi i sandali perché quel luogo è sacro. Il Dio dei patriarchi gli ordina di andare dal Faraone per liberare il suo popolo oppresso e condurlo in Canaan, formandone una Nazione e per essere creduto sia dagli egiziani, che dagli ebrei, Iahweh gli dà il potere di compiere miracoli, consegnandogli un bastone con cui operarli.
Mosè tornato in Egitto insieme al fratello Aronne si reca dal successore del faraone Thutmose III, il figlio Amenophis II (1450-1423 a. C.) e chiede la liberazione del popolo ebraico in schiavitù e il permesso di allontanarsi nel deserto per la loro strada. All’ostinato rifiuto del faraone, seguono le celebri “dieci piaghe” che colpiscono l’Egitto per ordine di Mosè; le prime nove sono legate a fenomeni naturali ma che accadono in forma straordinaria, come l’invasione d’insetti dannosi ad ondate, invasione di rane, ecc. l’ultima invece più terribile è la morte dei primogeniti che avviene in una notte, compreso il figlio del faraone.
A questo punto il faraone, concede, anzi ordina, che gli ebrei vadano via e in quello stesso giorno inizia l’Esodo nella direzione del Mar Rosso. Qui avviene il grande miracolo dell’attraversamento del mare, che si apre davanti agli ebrei, permettendo loro di fuggire dalla cavalleria egiziana, che il Faraone pentito aveva inviato al loro inseguimento; il mare poi si richiuderà sui cavalieri egiziani annegandoli tutti.
Questo prodigio è stato magistralmente rappresentato nel celebre film “I dieci Comandamenti” del regista Cecil B. De Mille. È sempre Mosè l’intermediario fra Dio e il suo popolo, che ormai migrando nel deserto, si nutre con i prodigi di Iahweh, operati da Mosè; acqua che sgorga dalle rupi, la caduta della manna, la cattura delle quaglie, ecc.
Dopo tre mesi arrivano alle falde del Sinai, dove Mosè salito sul monte riceve le Tavole dell’Alleanza, l’avvenimento più importante e decisivo della storia d’Israele; esse sono la costituzione e la sanzione dell’alleanza fra Iahweh e la nazione d’Israele. Mosè vi appare in una grandezza sovrumana, in intima familiarità con Dio; quando Aronne e i suoi lo rivedono scendere dal monte con il Decalogo, il suo volto irraggia l’eterna luce, riflesso dello splendore divino e hanno addirittura timore di avvicinarlo.
Ma mentre Mosè era sul monte, il suo popolo, nell’attesa prolungata, cedette alla tendenza idolatrica, costruendo un vitello d’oro e abbandonandosi a festini, ubriachezze e immoralità. Dio manifesta a Mosè che dopo tale tradimento vuole distruggere gli ebrei e costituirlo capostipite di una nuova stirpe. Ma Mosè rifiuta, intercedendo per loro e ottenendo il perdono dalla sua infinita misericordia.
Un anno dopo, gli ebrei già dimentichi del perdono ricevuto, minacciano Mosè di lapidarlo, perché gli esploratori ritornati dalla terra di Canaan, avevano parlato di enormi difficoltà di vita, quindi alla loro guida rimproveravano di averli portati a morire nel deserto, era meglio ritornare in Egitto. Ancora una volta Dio vuole punire questo popolo ingrato e Mosè intercede di nuovo, ma Dio, stabilirà che la generazione dell’esodo non entrerà nella Terra promessa, tutti moriranno nel deserto, dove vagheranno per 38 anni.
E con questo popolo recalcitrante e indocile, Mosè convive cercando di portarlo al monoteismo, formulando nell’oasi di Cadesh, sotto la tenda-santuario, tutta una legislazione, da dare come guida ad un popolo in formazione. Passati 40 anni si riprese la migrazione nel deserto e la nuova generazione non sembrava meno ostile della precedente, ribellandosi per quel cammino senza fine, ma anche senza la loro fede.
Dio, a Mosè ed Aronne prostrati che invocano il suo aiuto, dice di percuotere con il bastone una roccia e Mosè radunato il popolo per rincuorarli, percuote due volte la roccia e l’acqua sgorga in abbondanza. Il percuotere due volte, sembra un momento d’incertezza e dubbio da parte di Mosè ed Aronne, per cui Dio dice che giacché non avevano avuto piena fede in Lui, non avrebbero avuto il compito di introdurre il popolo nella terra promessa.
Infatti, dopo aver conquistato la Transgiordania e ripartito il territorio alle varie tribù, Mosè trasmette la sua autorità a Giosuè, quindi sul monte Nebo, contempla da lontano la ‘terra promessa’ e con tale visione muore.
Mosè fu dunque l’eletto del Signore e il segno della scelta divina fu sempre su di lui, fin dall’infanzia, protagonista di una straordinaria vicenda umana; primo vero tramite fra Dio e il suo popolo e in senso lato fra Dio e gli uomini.

Autore: Antonio Borrelli

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Publié dans:Santi: Antico Testamento |on 4 septembre, 2012 |Pas de commentaires »

« L’UE È QUALCOSA DI PIÙ DI UN’AREA DI LIBERO SCAMBIO »

http://www.zenit.org/article-32380?l=italian

« L’UE È QUALCOSA DI PIÙ DI UN’AREA DI LIBERO SCAMBIO »

Il saluto di benvenuto di monsignor Ambrosio all’Incontro sulle questioni sociali del CCEE

ROMA, martedì, 4 settembre 2012 (ZENIT.org).- Riprendiamo il salute di benvenuto di monsignor Gianni Ambrosio, vescovo di Piacenza-Bobbio e vice-presidente della COMECE, tenuto nel corso dell’Incontro sulle questioni sociali promosso dalla Commissione Caritas in Veritate del CCEE, in corso a Nicosia (Cipro).
***
Rivolgo il mio cordiale saluto all’arcivescovo Mons. Youssef Soueif, al cardinale Angelo Bagnasco, ai confratelli vescovi e a tutti voi.
È inevitabile partire dalla crisi economica globale che da ormai quattro anni colpisce con particolare violenza le economie della zona-euro. La crescita smisurata dei debiti sovrani, soprattutto nei Paesi dell’Europa meridionale e la conseguente perdita di fiducia degli investitori nei confronti dell’economia di alcuni Paesi sono i fattori che rendono problematica la situazione che l’Unione Europea (UE) si trova ad affrontare. Se fino ad un anno e mezzo fa, erano solo alcuni i Paesi in grande difficoltà, oggi la crisi mette in evidenza l’ormai stretta interdipendenza tra le economie dei Paesi dell’Unione.
La consapevolezza di questa stretta interconnessione tra gli Stati membri ha portato gli attori istituzionali europei a considerare la necessità di un maggiore coordinamento delle politiche economiche a livello comunitario, cercando di tenere insieme gli obiettivi di rigore di bilancio, di crescita economica, di creazione di posti di lavoro. Per questo sono state adottate norme i cui obiettivi sono principalmente tre: un’agenda economica rafforzata su cui vi sia una maggiore sorveglianza da parte degli organi comunitari, interventi per garantire la stabilità dell’euro in cambio di piani di riforma economica, misure per contrastare la speculazione finanziaria.
Nel vertice europeo del 28-29 giugno 2012, il presidente Herman van Rompuy ha presentato il programma di lavoro del Consiglio europeo fino al 2014. Senza addentrarci nell’esame del documento, emergono due priorità. Per il futuro dell’Unione economica e monetaria (UEM), appare necessaria una maggior integrazione nel settore bancario e nell’ambito del bilancio. Per quanto concerne la crescita e il lavoro, un nuovo Patto costituirà un quadro appropriato per un’azione incisiva in vista dei cinque grandi obiettivi dell’UE (lavoro, ricerca-sviluppo-innovazione, cambiamento climatico e energia, educazione e scuola, povertà e esclusione sociale). In rapporto a queste priorità, appare quanto mai proficua una discussione approfondita sulle negoziazioni bilaterali e multinazionali che sono in corso.
In questo contestola COMECEè impegnata per rendere concreta la promozione della coesione sociale in Europa. Innanzi tutto la salutare presa di coscienza dell’interdipendenza deve sospingere l’UE a ritrovare la sua unità di fondo perché anche l’attività economica, al pari di qualsiasi altra dimensione dell’agire umano, non si realizza mai in un vuoto morale o in base ad alcune regole, ma sempre e solo all’interno di un determinato contesto culturale: queste matrici culturali debbono essere riconosciute e apprezzate.
La COMECEcon la Dichiarazione Una comunità europea di solidarietà e di responsabilità (2011) ha voluto ricordare ai responsabili della politica economica europea che l’Europa è molto più dell’euro e che le soluzioni motivate da considerazioni di breve periodo portano inevitabilmente a una politica economica di corto respiro. Partendo dal Trattato di Lisbona (2007), in cui si dichiara che l’UE si pone “l’obiettivo di un’economia sociale di mercato competitiva”,la COMECE ha offerto il proprio contributo per una visione di lungo periodo, che riguarda in particolare quell’orizzonte di valori che possono sostenere ed esprimere “una comunità di solidarietà e di responsabilità”. L’UE è qualcosa di più di un’area di libero scambio e di reciproche convenienze economiche. Questo “di più” non solo non può andare perduto, ma diventa ancor più necessario per superare l’attuale crisi, se non si vuole rischiare che l’orizzonte europeo smarrisca ogni attrattiva per i suoi cittadini. La Dichiarazione non intende solo ricordare le matrici di fondo dell’attività economica ma intende anche mostrare la vitalità dell’economia sociale di mercato. Inoltrela Dichiarazione evidenzia il fatto che i valori che ispirano l’economia sociale di mercato corrispondono ai grandi principi della Dottrina sociale della Chiesa.
Segnalo infine che la Segreteria della COMECE e i suoi partenaires ecumenici hanno elaborato una Posizione comune su Il ruolo degli attori di Chiesa nella politica di coesione europea. In questo documento, pubblicato il 12 luglio 2012, si fa presente che la politica regionale è l’espressione concreta della solidarietà all’interno dell’UE: proprio il fatto che il processo di unificazione viene messo a dura prova, si esige un impegno più determinato per “promuovere la coesione economica, sociale e territoriale e la solidarietà fra gli Stati membri” (Trattato dell’UE). Per i cristiani, afferma il documento, “la solidarietà è la naturale espressione della loro fede”.

Publié dans:ATTUALITÀ |on 4 septembre, 2012 |Pas de commentaires »

Carlo Maria Martini – deceduto nel giorno del Signore 31 agosto 2012

Carlo Maria Martini - deceduto nel giorno del Signore 31 agosto 2012 dans immagini sacre carlo-maria-martini

http://giornaleilreferendum.com/2012/09/03/ad-bonum-commune-carlo-maria-martini-speranza-per-i-fedeli-riformisti-e-per-il-bene-di-una-rinnovata-comunita-cristiana/

 

Publié dans:immagini sacre |on 3 septembre, 2012 |Pas de commentaires »

“Lo Spirito Santo in noi” del card. Carlo Maria Martini

http://www.unitalsi.info/public/web/documenti/620121161741501_SCHEDA.pdf

“Lo Spirito Santo in noi” del card. Carlo Maria Martini

Abbiamo un grande bisogno di te, Spirito Santo, per conoscere la via per la quale camminare.
Ne abbiamo bisogno tutti perché il nostro cuore sia aperto,
inondato dalla tua consolazione,
affinché, al di là delle parole e dei concetti che sentiamo,
noi cogliamo la tua presenza, o Spirito Santo che vivi nella Chiesa,
che vivi dentro di noi, che sei l’ospite permanente
che continuamente modella in noi la figura e la forma di Gesù.
E ci rivolgiamo a te, Maria, Madre della Chiesa,
che hai vissuto la pienezza inebriante dello Spirito santo,
che hai sentito la sua forza in te, che l’hai visto operante nel tuo Figlio Gesù;
apri il nostro cuore e la nostra mente alla sua azione.
Fa’ che tutto ciò che noi pensiamo, facciamo o ascoltiamo,
tutti i gesti e tutte le parole,
non siano se non apertura e disponibilità a questo unico e santo Spirito
che forma la Chiesa nel mondo, che costruisce il Corpo di Cristo nella storia,
che promuove la testimonianza di fede che consola e conforta,
che ci riempie il cuore di fiducia e di pace anche in mezzo alla tribolazioni e difficoltà.
Donaci, Padre, il Santo Spirito; te lo chiediamo insieme con Maria e con tutti i santi
nel nome del tuo Figlio, Gesù Cristo nostro Signore

Publié dans:Cardinale Carlo Maria Martini † |on 3 septembre, 2012 |Pas de commentaires »
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