Archive pour septembre, 2012

IL PROFETA GIONA E LA SALVEZZA PER TUTTI – Gianfranco Ravasi

http://www.collevalenza.it/Riviste/2007/Riv1007/Riv1007_04.htm

«SAPEVO CHE TU SEI UN DIO PIETOSO E MISERICORDIOSO» (Gn 4,2).

IL PROFETA GIONA E LA SALVEZZA PER TUTTI

Gianfranco Ravasi

Il libro di Giona è uno dei libri più brevi della Bibbia ma forse nessun altro libro dell’AT ha saputo, con mezzi così semplici, mettere in luce con forza e grazia l’aspetto misericordioso di Dio1. Il suo insegnamento segna uno dei vertici dell’AT. Rompendo con un’interpretazione stretta della profezia, afferma che le minacce, anche le più categoriche, sono l’espressione di una volontà misericordiosa di Dio, il quale non attende che la manifestazione del pentimento per accordare il suo perdono. Se l’oracolo di Giona non si realizza, è perché realmente i decreti di distruzione sono sempre condizionali. Ciò che Dio vuole è la conversione: Dio può cambiare i cuori.
L’autore del Libro confessa che YHWH è un Dio d’amore, pietoso, la cui misericordia si estende al di là dei confini di Israele, anche ai pagani, abbraccia tutte le creature, senza distinzione di razza. Per cui qui viene rimproverata una mentalità integralista, l’elezione non è un privilegio ma una scelta gratuita di Dio.
Dio sarà indulgente verso il profeta ribelle, ma, soprattutto, la sua misericordia si estende anche alla nemica più evidente di Israele, la città di Ninive. Si è molto vicini al NT: Dio non è solo il Dio dei giudei, è anche il Dio dei pagani, poiché non c’è che un solo Dio. In Mt. 12,41 e Lc. 11, 29-32, il Cristo Gesù citerà a esempio la conversione dei niniviti e Mt 12.40 vedrà in Giona chiuso nel ventre del mostro la figura della permanenza del Cristo nella tomba.
La predicazione di Giona è molto semplice e sintetica, afferma una sola cosa: il male ha i giorni contati; la nostra violenza, la nostra falsità, il nostro egoismo, portano solo alla morte, sono destinati a finire. Da queste semplici parole, i cittadini di Ninive credono in Dio; capiscono di aver sbagliato e si impegnano concretamente ad abbandonare i comportamenti non graditi al Signore, affidandosi completamente a Dio, alla sua provvidenza, alla sua misericordia.
Dio è capace di perdonare, ama le sue creature a un punto tale che si dispiace di aver minacciato loro qualche male! È la conversione continua di Dio, che ci segue sempre sulla nostra strada, ed è sempre pronto a perdonarci e ad amarci di un amore sempre più grande
Dio è capace di perdonare, ama le sue creature a un punto tale che si dispiace di aver minacciato loro qualche male! È la conversione continua di Dio, che ci segue sempre sulla nostra strada, ed è sempre pronto a perdonarci e ad amarci di un amore sempre più grande, fino a mandare in mezzo a noi Gesù, il suo Figlio, a morire per noi sulla croce.
La giustizia di Giona è molto diversa da quella di Dio. Il profeta vorrebbe un Dio giustiziere, che castiga le colpe degli abitanti di Ninive; non accetta e non comprende la misericordia di Dio, dimenticando che anch’egli vive di quella stessa misericordia. Quante volte anche noi vorremmo che Dio castigasse duramente chi ha sbagliato, e non ci accorgiamo delle infinite volte in cui Dio ha perdonato a noi per primi!
Dio è dispiaciuto del fatto che il suo Profeta non ha capito nulla della sua missione, non lo abbandona, per lui non è come uno strumento che, una volta usato, può essere gettato via; continua a cercarlo, a prendersi cura di lui; vuole educarlo, e con l’episodio del ricino e del verme cerca di fargli comprendere il vero valore delle cose.
Il messaggio è che Dio vuole la salvezza di tutti. Tutti sono salvi per opera di Dio: i marinai, i Niniviti, Giona stesso, il profeta, l’ebreo, il figlio prediletto messo alla pari con i pagani. E tutti sono salvi grazie anche alla loro collaborazione all’opera di Dio: la preghiera dei marinai, il pentimento di Giona, la penitenza dei Niniviti. Tutto quello che capita a Giona avviene perché alla fine Ninive sia salva.
Nel capitolo quarto, che è un dialogo sulla misericordia Giona esprime a Dio le sue riserve sul modo con cui ha deciso di trattare Ninive, se ne dispiace, si ribella a questa sua decisione, non è da Dio ritornare sui suoi pensieri, disapprova questa compassione di Dio per una città potente nel male e dice che « preferisce morire che vivere ». Ma Dio risponde a Giona giustificando il suo atteggiamento e scusando Ninive perché « non sanno quello che è bene e quello che è male ». È una delle situazioni più frequenti dentro la vita dell’umanità, questo dialogo profondo è il dialogo che inconsapevolmente noi facciamo tutti i giorni. Giona non capisce perché Dio si comporta così, addirittura con i nemici di Israele. Praticamente qui Dio abolisce ogni distinzione tra il popolo eletto, il popolo santo e i pagani. Potremmo addirittura chiederci come qualcuno ha fatto, se questo libro sia stato scritto per convincere una città come Ninive a convertirsi oppure per convincere un profeta come Giona a convertirsi: chi deve cambiare veramente? Nonostante quell’esperienza terribile di tre giorni in mare, dopo la conversione della città di Ninive, non è ancora convinto e si mette lì fuori della città per vedere come sarebbe andata a finire. Naturalmente lui voleva che la città fosse distrutta, e fa l’ultimo tentativo per far recedere Dio dal suo disegno di salvezza. Dio va contro il suo profeta per salvare una città, non gli importa che il suo profeta faccia o no una bella figura, gli importa che la gente sia salva. A Dio non importa che i credenti abbiano ragione, a Dio importa che tutti gli uomini riconoscano che sono figli suoi: e questa è la tragedia dei credenti. Giona vuole insegnare a Dio, spesso lo facciamo anche noi, noi saremmo più capaci di Lui a mettere a posto le cose.
Dio o ci perdona tutti o non perdona nessuno. Allora cominciamo ad essere consapevoli che siamo tutti in cammino verso una verità più grande
Ci sono due modi di condurre il mondo, la storia: con la misericordia di Dio o con la giustizia umana. Dio conduce il mondo con la misericordia, Giona vorrebbe la giustizia, che ha in mente lui. La missione aveva talmente insuperbito Giona che non capiva più un Dio che voleva perdonare: non è umano perdonare, non è secondo la logica umana. Dio scusa l’uomo: « Non sanno quello che è bene e quello che è male ». Gesù sulla croce dirà: « Non sanno quello che fanno ». Si può quasi dire che Dio non sopporta di essere offeso dall’uomo, lo vuole scusare: « Ha agito senza pensare a ciò che faceva ». E qui siamo ancora nell’Antico Testamento.
Se non capiremo fino in fondo questo modo di agire di Dio, addosseremo a Lui cose tremende che non gli appartengono: spesso noi non abbiamo annunciato un Dio di questo genere, misericordioso, paziente, mite; l’amore di Dio si manifesta solamente nel perdono universale: Dio o ci perdona tutti o non perdona nessuno. Allora cominciamo ad essere consapevoli che siamo tutti in cammino verso una verità più grande, se accetto questo cambia completamente il mio rapporto con chi mi sta accanto, forse perché anche lui mi porta un annuncio di una verità più grande di quella che già io posseggo. Giona (Israele) non aveva capito questa realtà profonda di questa universalità ed è quello che anche noi facciamo fatica a capire: siamo alla ricerca più di una giustizia che di una misericordia, e qualche volta la misericordia più difficile è quella da usare con noi stessi: non ci perdoniamo e non abbiamo misericordia con gli altri perché non l’abbiamo con noi stessi. Forse anche la nostra vita cambierebbe, ci convertiremmo a questo modo di agire di Dio e Signore, per diventare più fratelli tra di noi, donando più luce, più sale alla nostra terra.

1 Cf RAVASI GIANFRANCO, Rubrica « Approfondimenti sulla Bibbia ».

Publié dans:BIBBIA, Bibbia - Antico Testamento |on 20 septembre, 2012 |Pas de commentaires »

Mother of God icon « The Unexpected Joy ». No details known to me

Mother of God icon

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Publié dans:immagini sacre |on 19 septembre, 2012 |Pas de commentaires »

IL PATTO CHE DONA LA LIBERTÀ ALL’UOMO (Gianfranco Ravasi)

http://www.famigliacristiana.it/chiesa/dieci-comandamenti/articolo/ravasi-il-primo-comandamento_110311123229.aspx

Ravasi e il primo Comandamento

LA STORIA DI UN INCONTRO INATTESO

IL PATTO CHE DONA LA LIBERTÀ ALL’UOMO

“Al terzo mese dall’uscita dall’Egitto, la terra della schiavitù, gli Israeliti arrivarono al deserto del Sinai e si accamparono davanti al monte. Dio pronunciò allora queste parole», Il monte, la solitudine del deserto, un popolo in marcia, una voce: è in questa cornice che il libro dell’Esodo traccia la storia dell’incontro inatteso tra Dio e l’uomo. Una linea verticale (Dio e il monte) e una orizzontale (il popolo e il deserto) si incrociano proprio nel cuore della religione. La Bibbia usa il linguaggio colorito del mondo orientale: il Signore-Re sta stipulando un trattato diplomatico col suo principe, l’uomo; Dio si lega a un impegno, è il dono della libertà che continuerà a offrire all’umanità, come un giorno l’ha offerto ad Israele «facendolo uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù» (Es 20,2). E il popolo risponde col Decalogo, le dieci grandi risposte al Dio alleato, vicino e non più relegato in cieli lontani e nebulosi, separati dalle nostre ore e dai nostri giorni. La prima parola che Israele vuole vivere nella sua esistenza è la base e il sostegno di tutte le altre nove. Tra poco ascolteremo questa “parola” nella formulazione precisa del libro dell’Esodo. Ma se vogliamo già intuirne il valore, immaginiamo una costellazione i cui sette astri siano altrettanti verbi luminosi disseminati nelle pagine della Bibbia: amare (Deut 6,5), ascoltare (Deut 6,4), aderire (Deut 10,22), ricordare (Deut 8,8-9) per cui l’apostasia sarà un « dimenticare », servire (Gios 24), temere (Deut 6,2.13), seguire il Signore, marciando con bui (Deut 6,14). Nella liturgia antica l’ebreo ascoltava un interrogativo. Anche noi siamo invitati ad ascoltarlo e a rispondere. «Israele, che cosa ti chiede il Signore tuo Dio, se non che tu tema il Signore tuo Dio, che tu cammini per tutte le sue vie, che tu l’ami e serva il Signore tuo Dio con tutto il cuore e con tutta l’anima?» (Deut 10,12).

LA “PRIMA PAROLA”
La prima, decisiva risposta dell’uomo a Dio è la fede ed è raccolta nel primo « ‘comandamento ». Di esso la Bibbia offre tre formulazioni che sono come sfaccettature diverse d’una stessa pietra preziosa (Es 20,3-5).
La formulazione teologica: «Non avrai altri dèi di fronte a me». È la solenne dichiarazione del monoteismo. «Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo!» recita ancora l’ebreo credente.
La formulazione pastorale: «Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra ». Israele è un popolo senza arti pittoriche o plastiche. Se vuoi cercare l’immagine più splendida e più somigliante a Dio sulla terra – dice la Bibbia – non devi ricorrere a una statua fredda o a un vitello d’oro, simbolo della forza e della fecondità (Es 32), devi invece guardare il volto di un uomo, del tuo fratello, perché «Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò» (Genesi 1,27).
La formulazione liturgica: «Non ti prostrerai davanti agli Ìdoli, né li servirai». “Prostrarsi” è l’atto orientale dell’adorazione. Come nel giorno glorioso dell’ingresso nella Palestina, la terra della libertà, Israele deve sempre ripetere la sua professione di fede: «Noi vogliamo servire il Signore, perché Egli è il nostro Dio!» (Gios 24,18). Ora Israele sta identificando la fisionomia del volto di Dio. La Bibbia la disegna con due tratti espressi col pittoresco linguaggio orientale (Es 20,5-6).
La “Gelosia” di Dio: «Io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso». Dio è intransigente ed esclusivo, non tollera che la sua « eredità » più preziosa, l’uomo, gli sia alienata e passi sotto altri padroni. Dice ancora la Bibbia: «Il Signore tuo Dio è fuoco divoratore, un Dio geloso» (Deut 4,24). Ma c’è anche una sfumatura di tenerezza in questa frase: Osea, un profeta dal matrimonio in crisi, la intuirà e la annunzierà. Israele è una sposa che ha abbandonato suo marito. Ma il Signore tradito continua ad attenderla presso il focolare abbandonato. Il suo dolore non offusca la speranza del ritorno: «Ecco, la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò ancora al suo cuore» (Osea 2,16). Un’altra linea della fisionomia di Dio si rivela nel suo atteggiamento nei confronti del peccato, realtà che si snoda attorno a due poli, la mia responsabilità personale e l’influsso che il mio male esercita ramificandosi nella società. Ascoltiamo la dichiarazione di Dio: «Io punisco la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, ma dimostro il mio favore fino a mille generazioni per quelli che mi amano». Dio è “irrazionale”, non applica la rigida norma della giustizia. L’uomo è irrazionale nell’odio, Dio è irrazionale nell’amore: una punizione che si espande in quattro generazioni, un favore che si estende fino alla millesima generazione.

UN DITTICO ESEMPLARE DI OSCURITÀ E DI LUCE
A questo punto si pone un interrogativo molto semplice: questa prima « parola » antica, dispersa all’orizzonte di almeno tre millenni trascorsi sulla scena di questo pianeta, che significato ha per noi, oggi? È solo una pagina polverosa d’archivio o un messaggio adatto anche alla giornata che abbiamo appena iniziata? Cerchiamo di immaginare un dittico, cioè due tavole dipinte raccolte in unità da una cerniera. La prima ha tinte fosche, è la scena del rifiuto, del dio falso.
Il primo comandamento è un atto di accusa contro la moderna idolatria i cui feticci si chiamano potere, denaro, lavoro disumano, sesso, sfruttamento. Dio ci ricorda che questi « re-feticci » che adoriamo sono vuoto, nulla, cose che durano come la scia d’una nave nel mare o come nuvola che si dissolve al calore del sole (Sapienza 5,10-14).
Il primo comandamento è un atto d’accusa contro l’indifferenza in cui vive la società del benessere: Dio non è combattuto o cancellato, ma semplicemente dimenticato e ignorato. È il trionfo d’un ateismo comodo che rifiuta i grandi orizzonti, che fa abbandonare l’ansia della ricerca, l’inquietudine della coscienza per curvarsi solo su interessi limitati, per affidarsi solo a piccole e pallide lampade anziché lasciarsi guidare dallo sfolgorare del sole, come diceva S. Agostino.
Il primo comandamento è un atto d’accusa contro le immagini errate di Dio che noi ci costruiamo. Ridotto a un oggetto che possiamo manipolare secondo i nostri interessi, Dio è diventato, come scriveva Bonhöffer (un credente martire nei campi di concentramento nazisti) un “tappabuchi” o una Medusa che cambia secondo la nostra volontà. E invece, «io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe, non il Dio dei morti, ma dei vivi!» (Matt 22,32). La scena di luce è tutta riassunta nella preghiera di Mosè: «Mostrami il tuo volto, o Signore!» (Es 33,18).
Il primo comandamento è un invito alla conoscenza di Dio. Il « conoscere » nella Bibbia è il verbo dell’amore sponsale: una conoscenza, quindi, fatta di intelligenza, di volontà, di passione, di sentimento e di azione. Non basta conoscere Dio, bisogna riconoscerlo, cioè amarlo. Magari anche attraverso un lungo itinerario di ricerca: anche per Israele Dio è una luce che si svela lentamente Fino alla pienezza del Cristo, “stella del mattino” (Apocalisse 2,28).
Il primo comandamento è anche un invito alla coerenza gioiosa nella vita. Perciò il culto e la fedeltà che si danno a Dio non devono essere simili alla tassa versata con amarezza al fisco di Cesare (Matt 22,21)
Il primo comandamento è un invito a scoprire dietro l’aspetto fragile e persino odioso del prossimo il profilo di Dio. Dobbiamo amare l’uomo, “immagine di Dio” e luogo dell’incontro vivo con Dio. Infatti, il Signore stesso ha così confessato al suo popolo: «Quando Israele era giovinetto io l’ho amato, io gli insegnavo a camminare tenendolo per mano, avevo cura di lui, ero per lui come chi solleva un bimbo alla sua guancia, mi inchinavo su di lui per dargli da mangiare». (Osea 11,1.3-4).

Gianfranco Ravasi

Publié dans:CAR. GIANFRANCO RAVASI |on 19 septembre, 2012 |Pas de commentaires »

PAPE BENEDETTO: « IL MONDO DI OGGI HA BISOGNO DI SEGNI CHIARI E FORTI DI DIALOGO E DI COLLABORAZIONE »

http://www.zenit.org/article-32677?l=italian

« IL MONDO DI OGGI HA BISOGNO DI SEGNI CHIARI E FORTI DI DIALOGO E DI COLLABORAZIONE »

Le parole del Santo Padre durante l’Udienza Generale di questa mattina

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 19 settembre 2012 (ZENIT.org).- Riprendiamo di seguito le parole pronunciate da Benedetto XVI durante l’Udienza Generale di questa mattina, svoltasi nell’Aula Paolo VI in Vaticano.
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Cari fratelli e sorelle,
oggi vorrei riandare brevemente, con il pensiero e con il cuore, alle straordinarie giornate del Viaggio apostolico che ho compiuto in Libano. Un Viaggio che ho fortemente voluto, nonostante le circostanze difficili, considerando che un padre dev’essere sempre accanto ai suoi figli quando incontrano gravi problemi. Sono stato mosso dal vivo desiderio di annunciare la pace che il Signore risorto ha lasciato ai suoi discepoli, con le parole: «Vi dono la mia pace – ( سَلامي أُعطيكُم) » (Gv 14,27). Questo mio Viaggio aveva come scopo principale la firma e la consegna dell’Esortazione Apostolica postsinodale Ecclesia in Medio Oriente ai rappresentanti delle Comunità cattoliche del Medio Oriente, come pure alle altre Chiese e Comunità ecclesiali e anche ai Capi musulmani.
È stato un evento ecclesiale commovente e, al tempo stesso, una provvida occasione di dialogo vissuta in un Paese complesso ma emblematico per tutta la regione, a motivo della sua tradizione di convivenza e di operosa collaborazione tra le diverse componenti religiose e sociali. Di fronte alle sofferenze e ai drammi che permangono in quella zona del Medio Oriente, ho manifestato la mia sentita vicinanza alle legittime aspirazioni di quelle care popolazioni, recando loro un messaggio di incoraggiamento e di pace. Penso in particolare al terribile conflitto che tormenta la Siria, causando, oltre a migliaia di morti, un flusso di profughi che si riversano nella regione alla ricerca disperata di sicurezza e di futuro; e non dimentico la situazione difficile dell’Irak. Durante la mia Visita, la gente del Libano e del Medio Oriente – cattolici, rappresentanti delle altre Chiese e Comunità ecclesiali e delle diverse Comunità musulmane – ha vissuto, con entusiasmo e in un clima disteso e costruttivo, un’importante esperienza di rispetto reciproco, di comprensione e di fraternità, che costituisce un forte segno di speranza per tutta l’umanità. Ma è soprattutto l’incontro con i fedeli cattolici del Libano e del Medio Oriente, presenti a migliaia, che ha suscitato nel mio animo un sentimento di profonda gratitudine per l’ardore della loro fede e della loro testimonianza.
Ringrazio il Signore per questo dono prezioso, che dà speranza per il futuro della Chiesa in quei territori: giovani, adulti e famiglie animati dal tenace desiderio di radicare la loro vita in Cristo, rimanere ancorati al Vangelo, camminare insieme nella Chiesa. Rinnovo la mia riconoscenza anche a quanti hanno lavorato instancabilmente per questa mia Visita: i Patriarchi e i Vescovi del Libano con i loro collaboratori, la Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi, le persone consacrate, i fedeli laici, i quali sono una realtà preziosa e significativa nella società libanese. Ho potuto constatare direttamente che le Comunità cattoliche libanesi, mediante la loro presenza bimillenaria e il loro impegno pieno di speranza, offrono un significativo e apprezzato contributo nella vita quotidiana di tutti gli abitanti del Paese. Un pensiero grato e deferente va alle Autorità libanesi, alle istituzioni e associazioni, ai volontari e a quanti hanno offerto il sostegno della preghiera. Non posso dimenticare la cordiale accoglienza che ho ricevuto dal Presidente della Repubblica, Signor Michel Sleiman, come anche dalle varie componenti del Paese e dalla gente: è stata un’accoglienza calorosa, secondo la celebre ospitalità libanese. I musulmani mi hanno accolto con grande rispetto e sincera considerazione; la loro costante e partecipe presenza mi ha dato modo di lanciare un messaggio di dialogo e di collaborazione tra Cristianesimo e Islam: mi sembra che sia venuto il momento di dare insieme una testimonianza sincera e decisa contro le divisioni, contro la violenza, contro le guerre. I cattolici, venuti anche dai Paesi confinanti, hanno manifestato con fervore il loro profondo affetto al Successore di Pietro.
Dopo la bella cerimonia al mio arrivo all’aeroporto di Beirut, il primo appuntamento era di particolare solennità: la firma dell’Esortazione apostolica postsinodale Ecclesia in Medio Oriente, nella Basilica Greco-Melkita di San Paolo ad Harissa. In quella circostanza ho invitato i cattolici mediorientali a fissare lo sguardo su Cristo crocifisso per trovare la forza, anche in contesti difficili e dolorosi, di celebrare la vittoria dell’amore sull’odio, del perdono sulla vendetta e dell’unità sulla divisione. A tutti ho assicurato che la Chiesa universale è più che mai vicina, con l’affetto e la preghiera, alle Chiese in Medio Oriente: esse, pur essendo un «piccolo gregge», non devono temere, nella certezza che il Signore è sempre con loro. Il Papa non li dimentica.
Nel secondo giorno del mio Viaggio apostolico ho incontrato i rappresentanti delle Istituzioni della Repubblica e del mondo della cultura, il Corpo diplomatico e i Capi religiosi. Ad essi, tra l’altro, ho indicato una via da percorrere per favorire un futuro di pace e di solidarietà: si tratta di operare affinché le differenze culturali, sociali e religiose approdino, nel dialogo sincero, ad una nuova fraternità, dove ciò che unisce è il senso condiviso della grandezza e dignità di ogni persona, la cui vita va sempre difesa e tutelata. Nella stessa giornata ho avuto un incontro con i Capi delle Comunità religiose musulmane, che si è svolto in uno spirito di dialogo e di benevolenza reciproca. Ringrazio Dio per questo incontro. Il mondo di oggi ha bisogno di segni chiari e forti di dialogo e di collaborazione, e di ciò il Libano è stato e deve continuare ad essere un esempio per i Paesi arabi e per il resto del mondo.
Nel pomeriggio, presso la residenza del Patriarca Maronita, sono stato accolto dall’entusiasmo incontenibile di migliaia di giovani libanesi e dei Paesi vicini, che hanno dato vita ad un festoso e orante momento, che rimarrà indimenticabile nel cuore di molti. Ho sottolineato la loro fortuna di vivere in quella parte del mondo che ha visto Gesù, morto e risorto per la nostra salvezza, e lo sviluppo del Cristianesimo, esortandoli alla fedeltà e all’amore per la loro terra, nonostante le difficoltà causate dalla mancanza di stabilità e di sicurezza. Inoltre, li ho incoraggiati ad essere saldi nella fede, fiduciosi in Cristo, fonte della nostra gioia, e ad approfondire il rapporto personale con Lui nella preghiera, come anche ad essere aperti ai grandi ideali della vita, della famiglia, dell’amicizia e della solidarietà. Vedendo giovani cristiani e musulmani fare festa in grande armonia, li ho spronati a costruire insieme il futuro del Libano e del Medio Oriente e ad opporsi insieme alla violenza e alla guerra. La concordia e la riconciliazione devono essere più forti delle spinte di morte.
Nella mattina della domenica, c’è stato il momento molto intenso e partecipato della Santa Messa nel City Center Waterfront di Beirut, accompagnata da suggestivi canti, che hanno caratterizzato anche le altre celebrazioni. Alla presenza di numerosi Vescovi e di una grande folla di fedeli, provenienti da ogni parte del Medio Oriente, ho voluto esortare tutti a vivere la fede e a testimoniarla senza paura, nella consapevolezza che la vocazione del cristiano e della Chiesa è quella di portare il Vangelo a tutti senza distinzione, sull’esempio di Gesù. In un contesto segnato da aspri conflitti, ho richiamato l’attenzione sulla necessità di servire la pace e la giustizia, diventando strumenti di riconciliazione e costruttori di comunione. Al termine della Celebrazione eucaristica, ho avuto la gioia di consegnare l’Esortazione apostolica che raccoglie le conclusioni dell’Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi dedicata al Medio Oriente. Attraverso i Patriarchi e i Vescovi orientali e latini, i sacerdoti, i consacrati e i laici, questo Documento vuole raggiungere tutti i fedeli di quella cara regione, per sostenerli nella fede e nella comunione e spronarli sulla via della tanto auspicata nuova evangelizzazione. Nel pomeriggio, presso la sede del Patriarcato Siro-cattolico, ho avuto poi la gioia di un fraterno incontro ecumenico con i Patriarchi ortodossi e ortodossi orientali e i rappresentanti di quelle Chiese, come pure delle Comunità ecclesiali.
Cari amici, i giorni trascorsi in Libano sono stati una stupenda manifestazione di fede e di intensa religiosità e un segno profetico di pace. La moltitudine di credenti, provenienti dall’intero Medio Oriente, ha avuto l’opportunità di riflettere, di dialogare e soprattutto di pregare insieme, rinnovando l’impegno di radicare la propria vita in Cristo. Sono certo che il popolo libanese, nella sua multiforme ma ben amalgamata composizione religiosa e sociale, saprà testimoniare con nuovo slancio la vera pace, che nasce dalla fiducia in Dio. Auspico che i vari messaggi di pace e di stima che ho voluto dare, possano aiutare i governanti della Regione a compiere passi decisivi verso la pace e verso una migliore comprensione delle relazioni tra cristiani e musulmani. Da parte mia continuo ad accompagnare quelle amate popolazioni con la preghiera, affinché rimangano fedeli agli impegni assunti. Alla materna intercessione di Maria, venerata in tanti ed antichi santuari libanesi, affido i frutti di questa Visita pastorale, come anche i propositi di bene e le giuste aspirazioni dell’intero Medio Oriente. Grazie.
[Dopo la catechesi, il Papa si è rivolto ai fedeli provenienti dai vari paesi salutandoli nelle diverse lingue. Ai pellegrini italiani ha detto:]
Rivolgo ora un cordiale saluto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare agli Abati Benedettini provenienti da tutto il mondo, come pure ai partecipanti ai Capitoli Generali dei Fratelli e delle Suore della Congregazione dei Sacri Cuori e dell’Adorazione Perpetua. Saluto i laici carmelitani, che partecipano ad un congresso internazionale, e i Seminaristi della Basilicata. Su ciascuno invoco la continua protezione di Dio e della Vergine Santissima per un fecondo servizio al Vangelo e alla Chiesa.
Con speciale affetto il mio pensiero va, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. L’amicizia con Gesù, cari giovani, sia per voi fonte di gioia e sostegno nel compiere scelte impegnative; sia di conforto per voi, cari malati, nei momenti difficili e vi dia sollievo al corpo e allo spirito. Cari sposi novelli, rimanete costantemente uniti a Cristo per realizzare fedelmente la vostra vocazione nell’amore reciproco.

La sagesse et l’espérance de Job, Job en détresse

La sagesse et l'espérance de Job, Job  en détresse dans immagini sacre 17%20GOLDTZIUS%20JOB%20IN%20DISTRESS

http://www.artbible.net/1T/Job_d_wisdom_hope/pages/17%20GOLDTZIUS%20JOB%20IN%20DISTRESS.htm

Publié dans:immagini sacre |on 18 septembre, 2012 |Pas de commentaires »

Da chi è nata la moglie di Caino? – a cura di Mons. Gianfranco Ravasi

http://digilander.libero.it/davide.arpe/BibbiaScomoda1.htm

BIBBIA: LE DOMANDE SCOMODE

a cura di Mons. Gianfranco Ravasi

Da chi è nata la moglie di Caino?

Fernando Compagnoni: Caino e Abele sacrificano a Dio
Dalla Bibbia illustrata delle Edizioni S. Paolo

L’ermeneutica, ossia la corretta interpretazione di un testo, è una componente decisiva dell’autentica esegesi. Naturalmente la particolare qualità delle Scritture, che sono al tempo stesso Rivelazione trascendente ed eterna e vicenda e parole umane con tutto il loro carico di storicità e di relatività, rende il compito dell’ermeneutica biblica particolarmente delicato. Ci sono, infatti, metodi e vie squisitamente teologiche e percorsi interpretativi storico-critici: entrambi questi ambiti devono essere tenuti in equilibrio. Vorremmo fare un esempio di interpretazione corretta, partendo da un frammento testuale curioso dei primi capitoli della Genesi. Leggiamo, infatti, che: «Adamo si unì a sua moglie, la quale concepì e partorì Caino [...]. Poi, partorì ancora suo fratello Abele [...]. [Dopo il fratricidio] Caino abitò nel paese di Nod, a oriente di Eden. Là si unì alla moglie che conce­pì e partori Enoch» (Gen 4,1-2.16-17). E ovvio che, stando sempre alla lettera, qualcosa non quadra: o Adamo ed Eva non sono l’unica coppia primordiale oppure Caino si sarebbe sposato con un’ulteriore sua sorella di cui non si fa cenno e che, comunque, sarebbe andata ad abitare all”’estero” (Nod).
In realtà, queste contraddizioni nascono da una lettura “letteralista” o “fondamentalista” della Bibbia che non tiene conto del genere letterario delle pagine di apertura della Genesi, cioè della loro vera qualità che non è quella di essere pagine storiche in senso “storiografico”, quasi fossero documenti d’archivio. D’altronde, come sarebbe stato possibile avere documenti di un’epoca primordiale in cui non esisteva ancora la scrittura? Quelle pagine, infatti, sotto l’apparenza di un racconto storico rivelano un’altra tipologia più raffinata che ora cercheremo di precisare. Già la traduzione della Bibbia “ufficiale” italiana della Conferenza episcopale è significativa. Se si leggono i capitoli 2-3 della Genesi, ci si accorge che si traduce “l’uomo” e non “Adamo”: in ebraico, infatti, si ha ha-’adam ove ha- è l’articolo e ‘adam significa “uomo” (letteralmente “uno che ha il colore ocra” del terreno). Il protagonista, perciò, è l’umanità in quanto tale, presente nel primo uomo ma anche nei suoi discendenti, in noi e nei figli che seguiranno. Nel loro linguaggio sofisticato gli studiosi affermano che quelle pagine bibliche vogliono offrirci un”’eziologia metastorica sapienziale”. Detto in parole più accessibili, siamo in presenza di un’apparente narrazione storica (con eventi, colpi di scena, personaggi precisi e una trama) che ha però un valore teologico, “sapienziale”, che vuole cioè farci scoprire il senso ultimo e profondo dell’essere uomini e donne — ha-’adam o hawwah, Eva, “la vivente” — nel bene e nel male. Questa narrazione vuol farci risalire alla fonte stessa dell’umanità per trovarne il senso, la spiegazione, la finalità: è, quindi, un’eziologia, parola di matrice greca che indica la ricerca delle cause, del significato, della sorgente del fiume della vita umana che giunge fino all’oggi.
Lo scopo non è spiegare cosa sia successo con precisione alle origini, ma individuare chi è veramente l’uomo, nella sua realtà intima, quella che permane in tutte le persone e in tutte le epoche: è per questo che si parla di “metastoria”, cioè di qualcosa che è “oltre” la pura storia documentabile, quel filo segreto sotteso a tutte le creature umane e alle loro vicende storiche. La Bibbia, dunque, risale all’archetipo — che chiama appunto ha‘adam, l’Uomo per eccellenza — per identificare ciò che è fondamentale in tutti coloro che si chiamano “uomini” e “viventi” o “madri della vita” (Eva), cioè “donne”. Da un lato, nel capitolo 2, si mostrerà lo splendore dell’armonia tra l’umanità e Dio e il mondo (gli animali) e all’interno della coppia umana; d’altro lato, nel cap. 3, si mostrerà la tragedia del peccato “originale”, che fiorisce dalla libertà e che infrange quell’armonia. In questa luce non dobbiamo leggere “letteralisticamente” la storia di Abele e Caino. Essa, infatti, incarna la violenza che pervade l’umanità e che divide la società: non per nulla si oppongono due modelli di vita, quello agricolo-sedentario di Caino e quello nomadico-pastorale di Abele. Il nome stesso di Caino, se è vero che è dalla Bibbia riportato al verbo ebraico qanah, “acquistare, generare, creare” (sua madre, partorendolo, esclama: «Ho acquistato/generato un uomo dal Signore», Gen 4,1), è altrettanto vero che rimanda anche al nome di una tribù, quella dei Qeniti, spesso in tensione con Israele, e che di sua natura potrebbe indicare un’attività “industriale” urbana, quella del “lavoratore di metalli”. Come è evidente, l’autore sacro trasferirebbe — anche in questo caso con un’eziologia — un dato concreto della storia, di cui è spettatore, alle origini per individuarne il senso profondo, cioè lo scontro tra società, modi di vita e civiltà. Una corretta lettura della Bibbia richiede, dunque, una corretta interpretazione che tenga conto dell’espressione storico-letteraria e del messaggio teologico.

Fonte: Gianfranco Ravasi, Da chi è nata la moglie di Caino?, in Vita Pastorale 2005 nn. 8-9 p. 56

Publié dans:CAR. GIANFRANCO RAVASI |on 18 septembre, 2012 |Pas de commentaires »

La Bibbia svela il volto di Dio e il proprio

http://www.sanpaolo.org/fa_oggi/0904f_o/0904fo06.htm

La Bibbia svela il volto di Dio e il proprio

(Soc. San Paolo) La Direzione

Se la Scrittura pone in atto principalmente un incontro tra persone vive, e non tra persone e un libro, diventa decisivo riflettere su come accostarsi a essa cominciando da quanto si vive dentro le mura di casa per poi aprirsi agli altri ».
«È necessario che i fedeli», suggerisce il Concilio Vaticano II «abbiano largo accesso alla Scrittura». D’altra parte c’è da supporre che non ci sia famiglia che non abbia, magari in una bella edizione rilegata, una Bibbia. Ma se avvenga il passaggio dal semplice possesso (il classico regalo ricevuto per la Prima Comunione o la Cresima!) alla lettura costituisce un dubbio legittimo. Soprattutto se si considerano i risultati di molte indagini realizzate anche tra il popolo dei credenti che lasciano intendere ampie zone di ignoranza dell’Antico ma anche del Nuovo Testamento.
Dalle testimonianze degli intervistati si comprende che in molti casi l’incontro con la Parola si limita all’ascolto delle letture e del Vangelo durante la Messa o a qualche lontana reminiscenza del catechismo. Agli estremi opposti di questo diffuso atteggiamento si possono evidenziare due usi assai differenti: da una parte una consultazione immediata e automatica, che si compie aprendo una pagina a caso, alla ricerca di una risposta a una propria domanda esistenziale, e dall’altra una lettura guidata da corsi e incontri orientati a una formazione più « tecnica », per approfondire conoscenze esegetiche, storiche e strutturali.
Ma, come fa notare nella sua riflessione don Renzo Bonetti, si rischia di non «riuscire a comunicare il linguaggio dell’amore», un’occasione preziosa e decisiva perché, come spiega molto bene padre Stefano Gorla, «la Bibbia svela il volto di Dio ma, nell’esperienza del credente, svela progressivamente a chi la incontra, anche il proprio volto, l’io più profondo. Permette al lettore, scoprendo o riscoprendo i punti di vista delle persone che popolano la Scrittura, di comprendersi all’interno di una storia più ampia che è quella di Dio e del suo popolo».
Se la Scrittura pone in atto principalmente un incontro tra persone e non tra persone e un libro, diventa decisivo riflettere su come accostarsi ad essa a cominciare da quanto si vive dentro le mura di casa per poi aprirsi agli altri.
Nelle pagine che seguono, la commistione tra Parola e vita non è solamente spiegata (con esempi e « consigli per la lettura »), ma anche testimoniata direttamente dal sapiente coniugare letture e quotidianità, nella consapevolezza che sia possibile non solo essere padri e madri per i propri figli, ma anche per i tanti che cercano un Padre e desiderano fare l’esperienza di essere « figli amati ».

La direzione

Publié dans:BIBBIA, biblica |on 18 septembre, 2012 |Pas de commentaires »

Papa Benedetto in Libano

Papa Benedetto in Libano dans immagini acc9b43f5b4be160b23e2ad3b8eb1eb0

http://www.ilsecoloxix.it/p/mondo/2012/09/15/AP8s1vRD-violenza_papa_fermare.shtml
Publié dans:immagini, immagini del Papa |on 17 septembre, 2012 |Pas de commentaires »

« L’UOMO NON VIVE DI SOLO BENESSERE » (Omelia del Card. Antonelli per l’incontro delle famiglie)

http://www.zenit.org/article-32624?l=italian

« L’UOMO NON VIVE DI SOLO BENESSERE »

Omelia del card. Antonelli nella Messa per il V Pellegrinaggio nazionale delle famiglie per la famiglia

NAPOLI, domenica, 16 settembre 2012 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il testo dell’omelia tenuta dal cardinale Ennio Antonelli, già presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, nella Messa per il V Pellegrinaggio nazionale delle famiglie per la famiglia, celebrata a Napoli in Piazza del Plebiscito prima della serata dedicata alle Dieci Piazze.
***
Grazia e pace e ogni bene a tutti voi e alle vostre famiglie dal Signore nostro Gesù Cristo!
Siamo qui riuniti per partecipare al bellissimo progetto “10 Piazze per 10 Comandamenti”. Sono incontri di festa, ed è giusto che sia così perché per i Comandamenti di Dio, per la legge di Dio, bisogna essere grati, bisogna far festa. È una legge di libertà, una legge di amore, una legge per la vita, per la vita umana autentica, per la vita buona, per la vita personale, per la vita sociale. È giusto far festa: dice la parola di Dio stessa nel Salmo 118 che i precetti del Signore fanno gioire i cuori. Certo, si rattristano anche quando non li osserviamo con piena responsabilità, e allora la coscienza ci rimprovera, ma di per sé sono per la vita, sono per la gioia, sono per la felicità, adesso e nell’eternità.
Oggi siamo qui per celebrare, per festeggiare il quarto Comandamento, “Onora il padre e la madre”, un Comandamento che riguarda la vita familiare. E questo nostro incontro inizia con la liturgia della 24ª domenica del Tempo ordinario. Le Letture come messaggio principale ci presentano la dinamica, la logica, l’orientamento di fondo della vita di Gesù e della vita vera cristiana. È la logica dell’amore inteso come dono di sé, come dedizione a Dio e agli altri. Questa logica dell’amore e della carità conferma, assume i Comandamenti e li porta a perfezione, in un certo senso li trascende. Quindi è molto adatto questo messaggio per questo incontro che stiamo celebrando. Abbiamo ascoltato dal Vangelo l’importante dialogo tra Gesù e i discepoli a Cesarea di Filippi. Questo dialogo si colloca nel momento centrale della vita pubblica di Gesù. Il momento della cosiddetta svolta di Gesù: fino a quell’ora il Signore si era dedicato soprattutto alle folle, alle masse. Da allora in poi si dedica soprattutto ai discepoli, ovviamente senza trascurare le folle.
Ma c’è una svolta piuttosto evidente nei racconti evangelici. Gesù aveva compiuto molte guarigioni, aveva mostrato la potenza di Dio, la misericordia di Dio. La gente lo aveva seguito in massa, con entusiasmo, piena di meraviglia per quello che lui compie, piena di speranza per il futuro e si domandava: «Chi è mai costui? Chi è quest’uomo così potente, così buono?». E dava diverse interpretazioni, risposte. Qualcuno diceva: «È Giovanni Battista che Erode ha fatto decapitare e che è risuscitato dai morti», qualcun altro diceva: «È Elia», il profeta che secondo l’Antico Testamento era stato tratto in Cielo sul carro di fuoco e secondo l’aspettativa della gente doveva ritornare nei tempi del Messia. Comunque dicevano: «È un profeta, è un grande profeta che è sorto tra di noi». Ma Gesù dice ai discepoli: «Ma voi chi dite che io sia?», e Pietro a nome di tutti dice: «tu sei il Cristo, tu sei il Messia». Gesù accetta questa professione di fede di Pietro ma nello stesso tempo ordina severamente di non dirlo in giro alla gente, di non dirlo a nessuno: «Sì, sono il Messia ma non lo dite».
Perché questo? Perché la gente, i discepoli stessi avevano una falsa immagine del Messia, si aspettavano un re trionfatore, un re che guidasse la rivolta del popolo contro i Romani, che liberasse il popolo dall’oppressione dell’Impero romano, che portasse la libertà e il benessere, che inaugurasse un regno potente, facesse di Gerusalemme il centro del mondo. Quelle che la gente nutriva erano speranze terrene di gloria e di grandezza, Gesù invece è il Messia in un senso completamente diverso. Si rivolge ai discepoli e dice che il Figlio dell’Uomo deve essere rifiutato, respinto dalle autorità della nazione, deve essere perseguitato, oltraggiato, umiliato, suppliziato, ucciso, e poi risusciterà. I discepoli rimangono profondamente disorientati, sbalorditi: «ma che sta dicendo?», e Pietro a nome di tutti lo tira in disparte e dice: «Ma che dici? Non ti deve assolutamente succedere quello che stai dicendo». Pietro rimprovera Gesù, ma Gesù a sua volta rimprovera Pietro, come avete sentito: «Va’ dietro di me, satana, non pretendere di andarmi davanti e di dirmi tu quello che bisogna fare. Vieni dietro a me, a te spetta seguirmi, va’ dietro di me o tentatore, perché tu non pensi secondo Dio ma secondo gli uomini, secondo gli interessi, la mentalità terrena degli uomini».
E poi Gesù, non contento di questo, raduna la folla e dice: «Non pensate che seguirmi sia una passeggiata, una marcia trionfale. Se qualcuno vuol venire dietro me, vuol essere mio discepolo, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuol salvare la propria vita la perderà ma chi perderà la propria vita a causa mia e del Vangelo la salverà». È un discorso difficile per la gente, difficile per gli stessi discepoli, persino per Pietro.
È questa la “svolta di Galilea”: da allora in poi le folle cominciano ad abbandonarlo, non lo capiscono più, rimangono profondamente deluse. Gesù parla di «chi perderà la propria vita a causa mia e del Vangelo», cioè chi dona la propria vita per amore, facendo della sua vita un dono, un dono al regno di Dio, a Dio e agli altri. E questo naturalmente costa anche sacrificio, bisogna portare la croce per questo. Ma chi imparerà a donare la sua vita, anche col sacrificio, questi la ritroverà, non perde in realtà la vita, la acquista, la rende autentica, piena, trova la felicità già adesso e poi nell’eternità. È questa l’esperienza che fanno tutti i veri cristiani: il centuplo già adesso e poi la vita eterna.
Ma è un discorso difficile, contrario alla mentalità spontanea, all’interesse immediato, al piacere immediato, alla miopia delle nostre vedute umane, dell’opinione pubblica. E quindi bisogna avere il coraggio di credere sul serio a Gesù, di prenderlo sul serio e di andare controcorrente. Gesù ci assicura che non è una speranza solo nel futuro: adesso soffri e solo dopo la morte, troverai… anche subito! C’è un altro detto di Gesù: c’è più gioia a dare che a ricevere. Non c’è gioia solo nel seguire la propria soddisfazione o nella propria gratificazione, interesse, bene immediato; ma c’è gioia anche a donare, provare per credere! Lo sanno le mamme per esempio, in famiglia, quando con amore fanno dei grossi sacrifici ma si sentono anche interiormente contente perché stanno facendo qualcosa di bello per i loro figli, lo stanno facendo per la loro famiglia. C’è più gioia a dare che a ricevere, già adesso: questo vale per tutta la vita cristiana, e in particolare per la vita di famiglia.
Benedetto XVI, nella sua prima Enciclica Deus caritas est, dice che l’amore coniugale vero è sintesi di eros e agape, è sintesi di amore e desiderio, di ricerca della propria soddisfazione – giusto e umano anche questo – ma sintesi con la dedizione e l’impegno per il bene dell’altro coniuge. Quindi l’amore-desiderio deve essere unito con l’amore-dono. E allora l’amore-desiderio non è più egoismo, ma viene nobilitato, diventa pieno, autentico amore. E questo è anzitutto amore reciproco tra i coniugi, l’uno per l’altro, e poi è amore comune dei genitori verso i figli, dedizione ai figli, con la procreazione, con la cura e con l’educazione. Questo comporta sacrificio, la croce: Gesù lo dice chiaramente, non ci inganna.
Comporta tanti sacrifici, piccoli e grandi, nelle varie circostanze della vita, quasi ogni giorno, ma porta anche una gioia autentica nella misura in cui riusciamo a vivere coerentemente questa logica dell’amore che è sintesi di eros e agape. A Milano, nel recente Incontro mondiale delle famiglie, è stata presentata una ricerca sociologica “La famiglia, risorsa della società”. Sono stati confrontati diversi modelli, diverse forme di famiglia o para-famiglia – oggi c’è molta fantasia nella società e nella cultura – ed è risultato che le famiglie “normali”, quelle che poi sarebbero anche nelle aspirazioni della gran parte della gente, compresi i giovani, le famiglie normali cioè uomo e donna uniti in matrimonio, con due o più figli, sono le più felici, le meno lamentose, le più coraggiose nell’affrontare la vita, le più generose. Sono più felici e più stabili, perché tra l’altro i figli sono un rafforzamento del legame dei coniugi stessi; sono più pro-sociali, cioè più aperte, più attente, più disponibili, più impegnate anche verso la società, verso le altre famiglie, verso i problemi dei poveri, verso la società in generale. Sono famiglie anche mediamente più povere, questo è significativo, perché non sono sostenute anzi sono penalizzate sia dallo Stato sia dal mercato, e quindi sono mediamente più povere, ma sono più felici.
Cosa significa questo? L’uomo non vive di solo benessere, l’uomo non vive di beni materiali soltanto: vive soprattutto di relazioni buone, e quando c’è la ricchezza di relazioni c’è anche la gioia, il gusto di vivere. E allora ecco, le famiglie che hanno due o più figli hanno ricchezza di relazioni, magari minore ricchezza di beni materiali, ma maggior ricchezza di relazioni. E quindi sono anche l’ambiente più adatto per la crescita umana di tutti i membri, dei figli innanzitutto ma anche degli adulti stessi, sono la scuola più vera, più autentica di umanità, e portano anche un maggiore benessere alla società. Viceversa, la povertà di relazioni crea infelicità e danni alle persone e alla società. Nello stesso libro in cui è stata pubblicata questa ricerca c’è anche uno studio dei dati sociologici, disponibili nel mondo già da tempo, una ricerca di sfondo: i figli, i giovani che crescono senza la figura paterna o con la madre soltanto o con nessuno dei due genitori, negli Stati Uniti sono il 90% dei senza casa, gli sbandati; il 72% degli omicidi, l’85% dei carcerati, il 60% degli stupratori.
Notate quanti danni alle persone e alla società vengono fuori quando la famiglia non c’è o non funziona? In Francia, l’80% dei ricoverati in psichiatria sono persone che sono cresciute in una famiglia incompleta o sfasciata, inesistente. In generale, , i giovani che crescono con un solo genitore, hanno doppia probabilità di diventare delinquenti rispetto agli altri che crescono in una famiglia normale. Questo per quanto riguarda i figli. Ma anche per gli anziani non va bene. Gli anziani che non hanno avuto figli, che non li hanno voluti soprattutto – se non sono venuti non è colpa di nessuno – vanno incontro alla solitudine. La mancanza di figli, la scarsità di figli genera solitudine per gli anziani e la solitudine è una grande povertà.
Dice Madre Teresa di Calcutta, che di povertà se ne intendeva, che è più grave, fa soffrire di più la povertà della solitudine che non quella della miseria dei Paesi poveri. E lei diceva spesso che i Paesi del benessere, in realtà, sono più poveri dei Paesi sottosviluppati, più poveri di umanità e anche di gusto di vivere – e questo non ci vuole molto a rendersene conto se si va in un Paese dell’Africa, per esempio si vedono tanti bambini che sono festosi, gioiosi, non hanno niente eppure sembra che abbiano tutto.
E poi la de-natalità, la mancanza di figli, prepara un futuro molto rischioso per gli anziani, mette a rischio l’economia, lo Stato sociale, le pensioni, l’assistenza degli anziani: in un futuro non lontano il trend è questo. È chiaro che la famiglia normale, quella di due o più figli con una coppia stabile di coniugi, la famiglia cosiddetta normale è la famiglia che è un grande bene per tutti, per le persone e per la società. In fondo è quel tipo di famiglia che il Comandamento di Dio vuole sostenere: “Onora il padre e la madre”, e viceversa i genitori sono i primi che devono dedicarsi seriamente ai figli, l’amore deve essere nelle due direzioni e innanzitutto deve partire dai genitori verso i figli.
Mi pare che queste statistiche presentate a Milano confermino la validità dei Comandamenti di Dio, confermino che i Comandamenti di Dio sono per la vita, per la vita buona già adesso: non solo per il futuro, per l’eternità, ma già adesso, per la vita buona delle persone, per la vita buona della società. E quindi mi pare davvero giusto e bello che noi facciamo festa, che festeggiamo, celebriamo i Comandamenti di Dio e in particolare il quarto Comandamento nell’incontro di oggi.

PAPA BENEDETTO A BEIRUT: « LA VOCAZIONE DELLA CHIESA E DEL CRISTIANO È DI SERVIRE »

http://www.zenit.org/article-32618?l=italian

« LA VOCAZIONE DELLA CHIESA E DEL CRISTIANO È DI SERVIRE »

Omelia del Papa durante la messa celebrata al City Center Waterfront di Beirut

BEIRUT, domenica, 16 settembre 2012 (ZENIT.org).- Riportiamo di seguito il testo dell’omelia pronunciata questa mattina da Benedetto XVI durante la Messa celebrata al City Center Waterfront di Beirut con la consegna dell’Esortazione Apostolica post-sinodale Ecclesia in Medio Oriente.
***
Cari Fratelli e Sorelle,
«Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo» (Ef 1,3). Sia benedetto in questo giorno, nel quale ho la gioia di essere qui con voi, in Libano, per consegnare ai Vescovi della regione l’Esortazione Apostolica post-sinodale Ecclesia in Medio Oriente! Ringrazio cordialmente Sua Beatitudine Béchara Boutros Raï per le amabili parole di benvenuto. Saluto gli altri Patriarchi e i Vescovi delle Chiese orientali, i Vescovi latini delle regioni contigue, così come i Cardinali e i Vescovi venuti da altri Paesi. Vi saluto tutti con grande affetto, cari fratelli e sorelle del Libano e anche dei Paesi di tutta questa amata regione del Medio Oriente, giunti per celebrare, con il Successore di Pietro, Gesù Cristo crocifisso, morto e risorto. Rivolgo inoltre il mio saluto deferente al Presidente della Repubblica e alle Autorità libanesi, ai Responsabili e ai membri delle altre tradizioni religiose che hanno voluto essere presenti questa mattina.
In questa domenica nella quale il Vangelo ci interroga sulla vera identità di Gesù, eccoci trasportati, insieme con i discepoli, sulla strada che conduce verso i villaggi della regione di Cesarea di Filippo. «E voi, chi dite che io sia?» (Mc 8,29), chiede loro Gesù. Il momento scelto per porre loro questa domanda non è senza significato. Gesù si trova ad una svolta decisiva della propria esistenza. Sale verso Gerusalemme, verso il luogo dove si compirà, mediante la croce e la resurrezione, l’evento centrale della nostra salvezza. E’ ancora a Gerusalemme che, allo sfociare di tutti questi eventi, la Chiesa nascerà. E quando, in questo momento decisivo, Gesù chiede dapprima ai discepoli: «La gente, chi dice che io sia?» (Mc 8,27), le risposte che essi gli riferiscono sono diverse: Giovanni il Battista, Elia, un profeta! Ancora oggi, come lungo i secoli, quanti, nei modi più disparati, hanno trovato Gesù sulla loro strada danno le proprie risposte. Sono approcci che possono permettere di trovare la via della verità. Ma, senza essere necessariamente falsi, rimangono insufficienti, poiché non raggiungono il cuore dell’identità di Gesù. Soltanto chi accetta di seguirlo sulla sua via, di vivere in comunione con lui nella comunità dei discepoli, può averne una conoscenza autentica. E’ allora che Pietro, il quale da un certo tempo è vissuto con Gesù, offre la propria risposta: «Tu sei il Messia» (Mc 8,29). Risposta giusta, senza alcun dubbio, ma ancora insufficiente, poiché Gesù sente il bisogno di precisarla. Egli intravede che la gente potrebbe servirsi di questa risposta per dei disegni che non sono i suoi, per suscitare false speranze temporali su di lui. Non si lascia intrappolare nei soli attributi del liberatore umano che molti attendono.
Annunciando ai suoi discepoli che dovrà soffrire, essere messo a morte prima di risuscitare, Gesù vuol far loro comprendere chi Egli è in verità. Un Messia sofferente, un Messia servo, e non un liberatore politico onnipotente. E’ il Servo obbediente alla volontà del Padre suo fino a perdere la propria vita. E’ ciò che annunciava già il profeta Isaia nella prima lettura. Così Gesù va contro quanto molti si aspettavano da lui. La sua affermazione è shoccante e sconcertante. E si sente la contestazione di Pietro, che lo rimprovera, rifiutando per il suo Maestro la sofferenza e la morte! Gesù è severo verso di lui, e fa capire che chi vuol essere suo discepolo deve accettare di essere servo, come Lui si è fatto Servo.
Porsi alla sequela di Gesù significa prendere la propria croce per accompagnarlo nel suo cammino, un cammino scomodo che non è quello del potere o della gloria terrena, ma quello che conduce necessariamente a rinunciare a se stessi, a perdere la propria vita per Cristo e il Vangelo, al fine di salvarla. Poiché siamo certi che questa via conduce alla risurrezione, alla vita vera e definitiva con Dio. Decidere di accompagnare Gesù Cristo che si è fatto il Servo di tutti esige un’intimità sempre più grande con Lui, ponendosi all’ascolto attento della sua Parola per attingervi l’ispirazione del nostro agire. Nel promulgare l’Anno della fede, che comincerà l’11 ottobre prossimo, ho voluto che ogni fedele possa impegnarsi in maniera rinnovata su questa via della conversione del cuore. Lungo tutto l’arco di questo anno, vi incoraggio dunque vivamente ad approfondire la vostra riflessione sulla fede per renderla più consapevole e per rafforzare la vostra adesione a Cristo Gesù e al suo Vangelo.
Fratelli e sorelle, la via sulla quale Gesù ci vuole condurre è una via di speranza per tutti. La gloria di Gesù si rivela nel momento in cui, nella sua umanità, Egli si mostra più debole, specialmente nell’Incarnazione e sulla croce. E’ in questo modo che Dio manifesta il suo amore, facendosi servo, donandosi a noi. Non è questo un mistero straordinario, talvolta difficile da ammettere? Lo stesso Apostolo Pietro non lo comprenderà che più tardi.
Nella seconda lettura, san Giacomo ci ha ricordato come tale sequela di Gesù, per essere autentica, esiga degli atti concreti. «Io con le mie opere ti mostrerò la mia fede» (Gc 2,18). E’ un’esigenza imperativa per la Chiesa quella di servire, e per i cristiani di essere veri servitori ad immagine di Gesù. Il servizio è un elemento costitutivo dell’identità dei discepoli di Cristo (cfr Gv 13,15-17). La vocazione della Chiesa e del cristiano è di servire, come il Signore stesso ha fatto, gratuitamente e per tutti, senza distinzione. Così, servire la giustizia e la pace, in un mondo dove la violenza non cessa di estendere il suo corteo di morte e di distruzione, è un’urgenza al fine di impegnarsi per una società fraterna, per costruire la comunione! Cari fratelli e sorelle, prego particolarmente il Signore di dare a questa regione del Medio Oriente dei servitori della pace e della riconciliazione, perché tutti possano vivere pacificamente e con dignità. E’ una testimonianza essenziale che i cristiani debbono dare qui, in collaborazione con tutte le persone di buona volontà. Vi chiamo tutti ad operare per la pace. Ciascuno al proprio livello e là dove si trova.
Il servizio deve ancora essere al cuore della vita della comunità cristiana stessa. Ciascun ministero, qualsiasi incarico nella Chiesa, sono prima di tutto un servizio di Dio e dei fratelli! E’ questo spirito che deve animare tutti i battezzati, gli uni verso gli altri, specialmente con un impegno effettivo accanto ai più poveri, agli emarginati, a quanti soffrono, affinché sia preservata l’inalienabile dignità di ogni persona.
Cari fratelli e sorelle che soffrite nel corpo o nel cuore, la vostra sofferenza non è vana! Cristo Servo si fa vicino a tutti coloro che soffrono. E’ presente accanto a voi. Possiate trovare sulla vostra strada fratelli e sorelle che manifestano concretamente la sua presenza amorevole che non può abbandonarvi! Siate pieni di speranza a causa di Cristo!
E voi tutti, fratelli e sorelle, che siete venuti a partecipare a questa celebrazione, cercate di diventare sempre più conformi al Signore Gesù, Lui che si è fatto Servo di tutti per la vita del mondo. Dio benedica il Libano, benedica tutti i popoli di questa amata regione del Medio Oriente e faccia loro il dono della sua pace. Amen.

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