Archive pour septembre, 2012

Wiligelmo, Creazione di Eva, 1106-10, bassorilievo in marmo, Modena, Duomo.

Wiligelmo, Creazione di Eva, 1106-10, bassorilievo in marmo, Modena, Duomo. dans immagini sacre genesi+eva

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“La pedagogia del dolore innocente”: Don Carlo Gnocchi

http://www.collevalenza.it/Riviste/2004/Riv0704/Riv0704_06.htm

“La pedagogia del dolore innocente”: Don Carlo Gnocchi

Non c’è persona al mondo che prima o poi non si trovi a dover fare i conti con il problema del dolore… Alla fine della 2a guerra mondiale, un uomo di singolare cultura, sensibilità e delicatezza, si è trovato in modo impellente a dover fare questa risposta, in maniera più piena possibile.

Un grande educatore
Si chiamava Carlo Gnocchi ed era nato il 25 ottobre 1902 a S. Colombano al Lambro (Milano), da umile famiglia. Presto il dolore lo visitò con la morte del padre in giovane età, del fratello Mario, ancora ragazzo, e dell’altro fratello, Andrea, a soli 20 anni.
Con notevoli sacrifici la mamma sostenne Carlo nella sua ascesa al sacerdozio, fino alla sua ordinazione il 6 giugno 1925. A soli 23 anni, celebrata la 1a Messa, don Carlo è una figura esile, ma entro il suo velo di carne vibra un’anima ardente, un vero innamorato di Gesù e, per suo amore, traboccante di carità per i ragazzi, i giovani e i poveri.
Ha la passione che tutti vivano di Gesù, fino alla sua pienezza, nella vita divina della Grazia santificante.
Per i primi anni, svolge il suo ministero a Cernusco sul Naviglio, poi a S. Pietro in Sala, a Milano, seguendo soprattutto i ragazzi nella loro crescita. È confessore, “padre spirituale” appassionato della salvezza delle anime, predicatore e conferenziere, già scrittore, per arrivare a molti, il più possibile, con la luce del Vangelo.
Nel 1935, è chiamato, a 33 anni, a diventare direttore spirituale dell’Istituto Gonzaga di Milano, per la formazione della gioventù. Studia, legge, prega molto, affidandosi soprattutto alla Madonna, perché sa che soltanto un vero alter Christus potrà far crescere Gesù nella anime.
Affida ogni ragazzo alla Madonna, affinché sia Lei a modellarlo a immagine di Gesù. I suoi ragazzi sono affascinati da lui, dalla sua opera.
Li guida e li dirige in confessionale, nei colloqui singoli, in incontri e dibattiti, nelle numerose lettere che scrive, mediante gli articoli e i libri che pubblica e diffonde. È trasparenza di Dio.

Nello strazio della guerra
Il 10 giugno 1940, l’Italia entra in guerra. Don Carlo vede i suoi giovani partire per i diversi fronti d’Europa, dove le follie dei potenti li scaraventavano con mani omicide. Chiede di essere arruolato come cappellano militare per essere vicino ai suoi “ragazzi”.
Con il suo altarino da campo, su cui offre ogni giorno il Sacrificio di Gesù nella S. Messa, con il suo cuore sacerdotale, sarà presente accanto ai suoi alpini in Albania, in Grecia, in Croazia. Un’esperienza lacerante: ma perché tutto quel dolore, perché la morte di tanti innocenti? Solo lui, sacerdote di Cristo, alla luce della Fede, sa rispondere, consolare, incoraggiare.
Nel 1942, viene la terribile campagna di Russia: don Carlo è ancora là, con i suoi soldati, a condividere tanto strazio, la tragedia immane. A lui, prima di chiudere gli occhi, dilaniati dalle armi, i soldati morenti affidano gli ultimi ricordi per le loro madri, le spose, i figli.
Quando don Carlo ritorna in Italia, riprende il cammino per adempiere le “commissioni” lasciategli dai suoi alpini caduti sui fronti di guerra. Si rende conto con i suoi occhi che anche i bambini “hanno fatto” la guerra, soffrendo l’indicibile: feriti, affamati, ammalati, non curati, orfani.
Sì, certamente non l’ha voluto Iddio, sono stati i prepotenti della terra a causare la tragedia, ma perché tanto dolore, perché il dolore degli innocenti?
Don Carlo ha una lunga lista di indirizzi con cu risale le valli del Tagliamento, la Val d’Intelvi, la Valtellina… presso le famiglie dei suoi caduti; incontra e consola le mamme, spose rimaste vedove, bambini orfani. Ma che cosa può fare per i piccoli?

Per gli orfani e i mutilati
Con l’aiuto della Provvidenza di Dio, a Arosio (Colo), presso la Casa dei grandi Invalidi, offre ospitalità a un certo numero di orfani.
Presto avrebbe dato vita a una casa tutta per loro. Pubblica un libro: “Restaurazione della persona umana” (La scuola, Brescia), il cui titolo dice tutto. Lui d’ora in poi sarebbe vissuto per restaurare nei piccoli, tanto più se sofferenti, la dignità della persona umana, “alla statura di Cristo” (Ef. 4,13).
Una sera di luglio, una mamma gli porta il suo bambino, privo di una gamba. Non sapendo più come provvedere, lo pone per terra e gli dice: “Don Carlo, lo affido a lei”. E se ne va via di corsa. Don Carlo si avvicina al bambino, s’inginoccia accanto a lui e lo guarda con sconfinato amore, come quando guarda Gesù sulla croce durante la S. Messa. I due si guardano e si comprendono. Durante la notte, dopo aver aiutato il bambino ad addormentarsi, tenendogli la mano, scende in cappella a chiedere a Gesù Eucaristico, l’Amico di sempre, l’Amico che non manca mai: “Che fare? Tu devi aiutarmi. Tu ci devi pensare”.
In quell’istante, si vede circondato da una folla di bambini, senza mani, senza gambe, ciechi, sordi, sfigurati, bisognosi di tutto, soprattutto di amore… e lui avrebbe provveduto come un padre e una madre insieme. Quanto sangue innocente!
In giro per l’Italia, don Carlo stende la mano… Nel 1948, fonda la “Pro infanzia mutilata”, cioè la Federazione dei piccoli mutilati, per assistere le innocenti vittime della guerra, con una prima modesta sede a Milano, e l’altra a Roma, poi in altre città.
In quei suoi istituti, i mutilatini non devono essere commiserati, perché “essi sono l’aristocrazia del dolore, sono dei privilegiati: Dio ha scelto loro, come già ha scelto il Figlio suo Gesù per la redenzione dell’umanità”.
L’Italia si mobilita per la sua opera. L’11 febbraio 1953, nasce l’opera grandiosa “Pro Juventute” con otto efficienti Istituti tra cui quello di Parma per le cure la riabilitazione dei mutilati. Don Carlo è segnato dentro da quel mondo di sofferenza: quanto dolore innocente!

Lacrime come perle
Tutta quella sofferenza vissuta senza senso – don Carlo lo sa – è un tesoro preziosissimo che va perduto. Tocca a lui dare senso e letizia a quell’umano dolore innocente. Per questo, insegna ai suoi mutilatini a soffrire e a offrire in unione con Gesù che soffre sulla croce e ripresenta il suo Sacrifico nella S. Messa, ogni giorno, in espiazione dei peccati degli uomini e per la salvezza del mondo.
Un giorno, lo spiega a chiare lettere ai suoi bambini che piangono:
- Queste vostre lacrime devono ora diventare perle, angeli miei!
- Ma com’è possibile?
- Prepareremo una cassettina e in essa lasceremo cadere delle perle vere, preziose. Quando uno di voi deve, per il suo bene, subire nella clinica di Parma, un’operazione chirurgica, lasciarsi ingessare un arto, farselo tirare in trazione, soffre. Ebbene questa sofferenza fisica non deve andare perduta: bisogna offrirla al Signore, senza piangere, senza gridare. Quando uno di voi sarà riuscito con coraggio, pensando a Gesù Crocifisso, che ha sofferto più di qualsiasi altro sulla terra, a sopportare senza lamenti la sua operazione, avrà diritto di mettere nella cassettina una perla vera”.
- E poi, e poi?
- Tra un anno, conteremo le perle: ce ne saranno tante e le porteremo a un orefice che le userà per formare il nostro distintivo, poi lo doneremo al Papa come segno della nostra sofferenza accolta con amore, insieme a Gesù Crocifisso.
I piccoli gli promettono che l’avrebbero fatto. Un giorno, d’estate del 1950, tutti i mutilatini di don Gnocchi si recano in udienza dal Santo Padre Pio XII. Il dono più bello che gli portano è la spilla preziosa che rappresenta il monogramma di Cristo, il “Chi-Ro” (), in cui la “X” è fatta da due stampelline incrociate e allacciate da una corona nobiliare, a indicare che “la sofferenza innestata su Cristo forma una cosa sola con Lui, il Cristo mistico, e soltanto in questo modo può ricevere la corona del merito e del premio”.
Il simbolo era stato fatto interamente con le perle della sofferenza, del coraggio e dell’offerta dimostrati dai bambini.
Don Carlo spiega al santo Pontefice il significato del gioiello, come è nato, e conclude: “I miei piccoli hanno offerto il loro dolore per lei, Santo Padre, per la Chiesa, per la salvezza di tutte le anime”.
Pio XII si commuove e, nei suoi occhi brillano grosse lacrime di tenerezza e di riconoscenza, che tutti vedono. Nella sala delle udienze si sente singhiozzare: la sala ora è come un altare.

Il Crocifisso è il significato
Quando tornano nei loro collegi, qui piccoli si sentono davvero dei privilegiati. Il buon Dio li ha scelti perché portino nelle loro carni, il segno della sofferenza redentrice: come Gesù ha tanto sofferto sulla croce fino a morire affinché gli uomini siano liberi dal peccato e ricchi della vita divina della Grazia, così anch’essi stanno soffrendo affinché la Redenzione di Gesù raggiunga ogni uomo.
È il grande significato del dolore innocente: occorre spiegarlo a tutti. Don Carlo matura l’idea di una Federazione europea della gioventù mutilata di guerra. Il 27 agosto 1953, Pio XII riceve in udienza 120 mutilatini di diversi paesi d’Europa, guidati da don Carlo. Un ragazzo francese offre al papa una targa con lo stemma della Pro Juventute, il monogramma di Cristo, con inciso il motto: “Cum reciditur, coronatur” (“Quando si è immolati, si è incoronati”).
E gli dice: “Questo significa che noi vogliamo unire i nostri sacrifici a quello di Gesù sulla croce, affinché essi possano servire a un mondo migliore e ricevere così la corona che il Vangelo ha promesso a coloro che soffrono per Lui”.
Il Santo Padre gli risponde: “La vostra sofferenza unita a quella di Nostro Signore, vi condurrà al più grande amore per Lui e a una tenera carità per tutti i vostri fratelli”.
Ora don Carlo Gnocchi pensa alle cure e alla rieducazione dei ragazzi colpiti dalla poliomielite. Il 12 settembre 1955, viene posta la prima pietra a Milano del Centro-Pilota per i fanciulli poliomielitici.
Ma ormai, don Carlo è stremato dalla fatica e dal cancro che gli rode lo stomaco. Viene a fargli visita Mons. Montini, Arcivescovo di Milano, il suo Arcivescovo, che a vederlo piange. Don Carlo, morente, commenta: “Piange perché sono uno che muore”.
Il 28 febbraio 1956, va incontro a Dio. Di lui è in corso a Roma il processo di beatificazione e recentemente è stato dichiarato “venerabile”.
Proprio il giorno del funerale, esce un piccolo libro da lui scritto con le sue ultime forze, come il suo testamento che condensa la sua vita e il suo sacerdozio, la sua opera in mezzo alla gioventù delle parrocchie, all’Istituto Gonzaga, di cappellano militare, soprattutto in mezzo al dolore dei piccoli e dei più giovani, per dare a ogni lacrima, a ogni goccia di sangue sparsa, il significato e il valore più alto.
Il libro si intitola “Pedagogia del dolore innocente” (La Scuola, Brescia, 1956), ed è la risposta – in Gesù Crocifisso – al grande perché del dolore, così come don Carlo ha fatto e noi abbiamo narrato.

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M.V. Maria della Mercede (24 settembre m.f)

M.V. Maria della Mercede (24 settembre m.f) dans immagini sacre madonnadellamercedeqf0

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24 settembre: Beata Vergine Maria della Mercede

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24 settembre: Beata Vergine Maria della Mercede

Etimologia: Maria = amata da Dio, dall’egiziano; signora, dall’ebraico

La Beata Vergine Maria è considerata a tutti gli effetti l’ispiratrice della fondazione, da parte di s. Pietro Nolasco (1180-1245), dell’antico Ordine della Mercede; il titolo con cui viene onorata è strettamente correlato alla storia di quest’Ordine, che da lei prese la denominazione.
S. Pietro Nolasco nacque a Mais Saintes Puellas (Tolosa, Francia) verso il 1180 e fin da adolescente si stabilì con la famiglia a Barcellona in Spagna.
La prima notizia della sua presenza a Barcellona si ha nel 1203, quando profondamente addolorato nel vedere lo stato miserevole dei cristiani fatti schiavi dai Mori, padroni allora di gran parte della Spagna, egli si trasformò in mercante, per insinuarsi facilmente tra i maomettani ed a Valenza liberò con suo denaro trecento schiavi.
Esaurite le sua ricchezze, si unì ad altri generosi e nobili giovani, per raccogliere offerte e quindi ripetere ogni anno il riscatto di gruppi di schiavi; ma per quanta solerzia impiegassero in questa meritoria opera, vedevano il numero degli schiavi aumentare sempre più.
Bisogna dire che in precedenza vari re e Ordini militari si erano occupati del riscatto degli schiavi, in Francia per esempio era sorto l’Ordine dei Trinitari che se ne interessava, ma molto limitatamente, mentre gli Ordini militari si erano presto estinti.
La situazione degli schiavi, trasportati nei Paesi arabi dai musulmani, era diventata angosciante per Pietro Nolasco e i suoi compagni, che nei 15 anni trascorsi, avevano operato altri cinque grandi riscatti detti “redenzioni” per migliaia di cristiani.
Pietro ad un certo punto valutò la possibilità di ritirarsi a vita contemplativa, sentendosi impotente ad arginare la situazione, alimentata in continuazione dai Mori di Spagna.
E in una di queste veglie di preghiera, la notte fra il 1° e il 2 agosto 1218, la Vergine Maria gl’ispirò, illuminando la sua intelligenza, di fondare un Ordine religioso che si dedicasse alle opere di misericordia e specialmente alla redenzione degli schiavi, anche a costo della propria vita.
Dopo averne parlato con il giovane re d’Aragona, Giacomo I e con il vescovo di Barcellona, Berenguer, il 10 agosto 1218, Pietro Nolasco costituì ufficialmente il nuovo ‘Ordine Religioso Redentore’, nella cattedrale di Santa Croce di Barcellona, prendendo la Regola di S. Agostino.
Inoltre il vescovo consegnò ai giovani laici del gruppo, la veste di lana bianca in omaggio alla purezza immacolata della Vergine Maria, sotto il cui patrocinio sorgeva l’Ordine; re Giacomo I consegnò loro lo scudo del suo regno d’Aragona come distintivo (quattro sbarre rosse in campo oro) e il vescovo autorizzò di poter portare sopra l’abito la Croce, segno della sua cattedrale.
In quel memorabile giorno il re Giacomo I ‘il Conquistatore’ (1208-1276) regnante dal 1213, donò all’Ordine l’Ospedale di S. Eulalia in Barcellona, che divenne il primo convento dei religiosi (che erano tutti laici, compreso Pietro Nolasco), fungendo anche come casa d’accoglienza per gli schiavi liberati e sede delle opere di misericordia a favore degli infermi e poveri.
Sotto la guida del fondatore, si mise in moto tutta una organizzazione a favore della libertà dei cristiani messi in schiavitù, che oltre ad aver persa la libertà, erano in pericolo per le pressioni e sofferenze inflitte, di abiurare la propria fede e passare all’islamismo.
La ‘redenzione’ avveniva con il pagamento di un riscatto in denaro o altri generi, fatto al padrone mediante una terza persona, la somma variava secondo l’età, le condizioni sociali, economiche e fisiche dei riscattandi.
Il denaro veniva raccolto dai religiosi con il contributo di ogni ceto sociale dell’epoca, compreso le famiglie che avevano qualche loro componente schiavo in terra araba, vittima delle scorrerie saracene che funestarono dall’inizio del XIII secolo, le coste di Spagna, Francia, Sardegna, Sicilia e Italia Meridionale.
Le ‘redenzioni’ venivano accuratamente preparate, precedute da una cerimonia religiosa prima dell’imbarco; le spedizioni erano dense di pericoli, per i pirati che infestavano il Mediterraneo, i naufragi frequenti, la possibilità di un tradimento degli arabi, che impadronitisi del denaro, trattenevano anche i Mercedari come schiavi, in attesa di un altro riscatto.
Innumerevoli furono i religiosi che incontrarono la morte anche atroce, nell’espletare queste missioni redentrici; si calcola che con questo sistema siano stati liberati circa 52.000 schiavi cristiani nei primi 130 anni della costituzione dell’Ordine Religioso. Al ritorno positivo delle spedizioni, veniva cantato in cattedrale un solenne ‘Te Deum’ di ringraziamento, unitamente agli schiavi liberati.
Caratteristica eroica dei Mercedari durante le redenzioni, era quella di proporsi al posto di uno schiavo, se il denaro non bastava e rimanere prigionieri fino all’arrivo della somma dall’Europa, cosa che non sempre avveniva in tempo specie per gli agguati dei pirati, allora il religioso veniva ucciso barbaramente per vendetta.
L’Ordine fu approvato da papa Gregorio IX il 17 gennaio 1235, in seguito i componenti furono anche sacerdoti e non più solo laici come agli inizi, a cui si aggiunsero la Confraternita e il Terz’Ordine della Mercede. Nel 1265 con s. Maria di Cervellon si aggregò il ramo femminile delle Monache Mercedarie, a cui seguirono in tempi più moderni altre Congregazioni religiose femminili della stessa spiritualità della Mercede.
I Mercedari furono presenti come cappellani con Cristoforo Colombo, quando fu scoperto il Continente Americano; il primo convento fu fondato nel 1514 a Santo Domingo.
L’Ordine Religioso Redentore come si è detto era sotto la protezione della Madonna che ne fu l’ispiratrice; nel 1272 i redattori delle Costituzioni stabilirono che l’Ordine assumesse la denominazione di “S. Maria della Mercede”, titolo attribuitale perché della Mercede o della Misericordia deriva da quanto diceva il re Alfonso X ‘il Savio’ (1221-1284) “Redimere gli schiavi è opera di grande ‘Merced’ “, ossia di Misericordia.
La Vergine è considerata dai religiosi Mercedari, Madre sia di sé stessi, quanto degli schiavi per la cui salvezza eterna i religiosi si devono preoccupare.
È chiaro che oggi per schiavitù s’intende tutti quei pericoli ed affanni che contraddistinguono il peregrinare degli uomini, anelanti alla salvezza eterna, non solo di quella fisica e Maria Corredentrice del genere umano, con amore continua la sua opera come nostra avvocata e ministra della salvezza.
La Chiesa ha voluto valorizzare questo titolo prettamente mariano, stabilendo un ricordo particolare nella liturgia il 24 settembre.

Autore: Antonio Borrelli

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LA MISERICORDIA DI DIO CREATORE DI FRONTE AL MALE

P. Aurelio Pérez fam

Come si pone il Padre, dalle cui mani misericordiose è uscita la creazione piena di ogni bontà, di fronte all’opera delle sue mani, inquinata dalla zizzania che il nemico ha seminato nel campo dove Lui aveva posto il buon seme? Il problema del male nel mondo è quello che pone più interrogativi alla fede nel Dio buono e onnipotente. Due sono le domande classiche:
se Dio è buono e ha fatto tutto con amore e per amore, perché c’è il male?
E se è onnipotente, perché permette il male con tutte le sue terribili conseguenze?
La rivelazione di Dio sull’origine, sul senso del peccato e sulle sue conseguenze la troviamo nel racconto della Genesi perché solo Dio può rivelarci la verità sul peccato. Noi ne sperimentiamo le conseguenze ma in fondo « non sappiamo quello che facciamo » come dice Gesù sulla croce (Lc 23,34).

La Genesi ci presenta come tre icone del peccato, con cui la Parola di Dio ci svela come il peccato entra nel mondo inquinando e distruggendo:
il rapporto con Dio, (peccato dell’uomo e della donna nel giardino di Eden, Gen 3);
il rapporto con l’altro (peccato di Caino, Gen 4);
il rapporto con la terra (peccato dei costruttori della torre di Babele, Gen 11,1-9)
Anche se ognuno dei tre momenti presenta l’accentuazione propria, ognuno di essi contamina anche le altre due dimensioni della creazione, per cui in ognuno è presente, anche se in modo diverso, la triplice distruzione. E questo dall’inizio del mondo fino ad oggi, in infinite modulazioni(1).

I 5 passi del primo peccato (Gen 3)
Presentiamo questi 5 passi perché sono paradigmatici di ogni peccato.
1. La tentazione (vv. 1-5)
La tentazione consiste nel voler « diventare come Dio », decidendo da soli che cosa è bene e che cosa è male (=mangiare dell’albero della conoscenza del bene e del male), senza riconoscere di essere creature.
Esaminiamo da vicino il testo biblico, perché la Parola di Dio è la più grande verità sulla nostra vita, quindi anche la cosa più concreta.
La tentazione e il peccato partono da una menzogna: «E’ vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?». Gesù stesso dirà nel Vangelo che « il diavolo è mentitore fin dall’inizio », e le lettere apostoliche lo definiscono « padre della menzogna ». La donna stessa smonta la prima menzogna, ma commette il torto di dialogare con il tentatore (cf il manzoniano « …e la sventurata rispose »), subendo un sottile ma profondo contagio di diffidenza e sospetto nei confronti di Dio, visto non più come padre e creatore, ma come legislatore esigente.
E quando la prima menzogna viene smascherata, il « mentitore » insiste e ne presenta un’altra meno grossolana, molto più insidiosa:
Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male».
Qui la tentazione è molto più subdola: Dio viene presentato come il concorrente dell’uomo, che non vuole che lui cresca, sia libero, saggio, potente, come Dio stesso! E presenta il male come un bene, anzi il bene migliore, che realizza l’uomo in pienezza, ponendolo sullo stesso piano di Dio. La seduzione della tentazione ha la sua forza proprio nell’inganno.

2. La caduta (v. 6)
E allora ecco che la tentazione si presenta con tutta la sua forza seduttrice, di apparenza di bene:
Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anche gli ne mangiò.
La descrizione della caduta è fredda e pacata. L’insinuazione del tentatore ha avuto successo. Quando il timore del Signore e la fede nella sua parola sono stati messi da parte nella coscienza dell’uomo e della donna, interviene l’atto peccaminoso. E’ il momento drammatico della libertà che sceglie contro la volontà di Dio.
3. Le conseguenze, pena intrinseca del peccato (vv. 7-8.9-13)
Dopo la caduta iniziano a manifestarsi le conseguenze autodistruttive e mortifere che sono immanenti all’atto peccaminoso. L’escalation del male è tremenda e ha conseguenze imprevedibili. Pensiamo a Davide, nel suo peccato con la moglie di Uria: ogni tentativo di nascondere la faccenda porta a conseguenze più gravi, fino all’eliminazione di Urìa. Quello che appariva come un banale momento di piacere finisce in omicidio (2Sam 11,2-27).
In sintesi, le conseguenze sono la distruzione del triplice rapporto con Dio (ci si nasconde da Lui), con l’altro (si scarica la colpa sull’altro) e con le cose (tutto il creato subisce la maledizione e la morte). E c’è anche la conseguenza della rottura dell’armonia all’interno dell’uomo e della donna, che – per la prima volta!- hanno paura: al rumore dei passi di JHWH nel giardino il loro titanismo si scioglie, si nascondono, si vergognano della loro nudità: paura, vergogna, malizia. E’ questa l’apertura degli occhi per « essere come Dio »?
4. La « punizione » (vv. 9-13.14-19)
Noi non vediamo mai tutta la gravità e le terribili conseguenze del peccato. E’ Dio che ce le rivela. Le sanzioni che leggiamo nel discorso di Dio al serpente (« striscerai… insidierai il calcagno »), alla donna (« partorirai con dolore » ecc.) e all’uomo (« con sudore guadagnerai il pane » in una terra maledetta), sono ancora una volta un atto d’amore, un avvertimento paragonabile alle istruzioni per l’uso che noi troviamo nelle medicine o nelle macchine, come se Dio ci dicesse: « Attenzione, voi state mettendo fuoco alla creazione molto più di quanto non immaginate »(2).
Questo intervento di Dio non è tanto una punizione aggiuntiva al peccato, ma è la rivelazione per noi, che il peccato ha in se stesso la sua punizione, è distruttivo su tutti i fronti, porta alla morte.

5. La riparazione (vv. 15.20-21)
Il Creatore, amante della vita, che ha fatto bene tutte le cose, non si lascia vincere dal male: con delicatezza misericordiosa copre la nudità dell’uomo e della donna con tuniche di pelli e annuncia una salvezza misteriosa per l’inimicizia tra la stirpe della donna e la stirpe del serpente. Solo Dio è capace di fare questo di fronte al male e al peccato. Lui rimane fedele all’alleanza della creazione (cf Gen 8,20-22; 9,9-17) ed escogita sempre nuovi interventi, mettendo in evidenza la paradossale legge proporzionale che guida il suo agire: più è grande il male, la miseria, il peccato, più Lui moltiplica il bene, la misericordia, la salvezza, intessendo una storia di pazienza e di bontà superiore a ogni nostra comprensione e aspettativa, fino alla morte del Figlio. « Dove ha abbondato il peccato ha sovrabbondato la grazia » (Rom 5,20).
Hai pietà di tutti, perché tutto puoi e dimentichi i peccati degli uomini in vista della conversione.
Ami tutte le cose che esistono e niente detesti di ciò che hai fatto, perché se tu odiassi qualche cosa, neppure l’ avresti formata.
Come potrebbe sussistere una cosa, se tu non vuoi? O conservarsi se tu non l’avessi chiamata all’esistenza?
Tu risparmi tutte le cose, perché tutte son tue, Signore, amante della vita. (Sap 11, 23-26)

[1] F.R. DE GASPERIS, Sentieri di vita I, Paoline 2005, pp.187ss.

[2] F.R. DE GASPERIS, Sentieri di vita I, Paoline 2005, p. 198.

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Mat-09,09- Appel de Matthieu

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http://www.artbible.net/3JC/-Mat-09,09-%20Matthieu%20s%20call_Appel%20de%20Matthieu/slides/09%20GOSPELS%20OF%20ST%20VAAST%20CALLING%20OF%20ST%20MATTHEW.html

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Omelia del card. Caffarra per la Festa di S. Matteo Apostolo, Patrono della Guardia di Finanza

http://www.zenit.org/article-32718?l=italian

(non sono sicura del Vangelo che è stato proclamato, ma è posibile che sia quello del giorno di oggi: Mt 9,9-13)

« IL BENE COMUNE È FRUTTO DELLA COOPERAZIONE DI OGNUNO »

Omelia del card. Caffarra per la Festa di S. Matteo Apostolo, Patrono della Guardia di Finanza

BOLOGNA, venerdì, 21 settembre 2012 (ZENIT.org).- Riportiamo di seguito l’omelia tenuta questa mattina dal cardinale arcivescovo di Bologna, Carlo Caffarra, nella Messa per i militari del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Bologna, celebrata nella chiesa di S. Isaia in occasione della Festa di S. Matteo Apostolo, Patrono della GdF.

***
1. La narrazione evangelica appena ascoltata è una delle più suggestive, e non a caso ha affascinato molti artisti a rappresentarla visivamente. Per quali ragioni?
In ragione di chi è chiamato: Matteo (o Levi). È un esattore di tasse: oggi si direbbe uno che lavorava all’Agenzia delle entrate. Un lavoro che rende solitamente odioso agli occhi degli altri chi lo compie. In particolare presso gli ebrei del tempo di Gesù. Chi esigeva le tasse per il fisco dell’Impero, riconosceva sul popolo un’autorità che era solo di Dio.
Narrazione suggestiva anche in ragione di come si conclude la chiamata di Matteo da parte di Gesù. Finisce con un pranzo che Matteo offre ai suoi colleghi e a Gesù. Un fatto che mostrava la misericordia senza limiti di Gesù.
A dire il vero, il Signore aveva già detto coi fatti che cosa pensava sul pagamento delle tasse. Richiesto un giorno di pagare la tassa sul Tempio, Egli la pagò per sé e per Pietro. Al riguardo dunque non ha lasciato dubbi. Ed infatti la Chiesa, fin dall’inizio, ha insistito sull’obbligo, come si evince dalle seguenti parole di S. Paolo: «è necessario stare sottomessi, non solo per timore della punizione, ma anche per ragioni di coscienza. Per questo infatti voi pagate le tasse: quelli che svolgono questo compito sono a servizio di Dio. Rendete a ciascuno ciò che gli è dovuto: a chi si devono le tasse, date le tasse» [Rm 13,5-7].
Prestate bene attenzione alle parole dell’Apostolo. Egli configura un rapporto fra lo Stato ed il cittadino di alto profilo morale. Da una parte questi deve pagare le tasse «non solo per timore della punizione, ma anche per ragioni di coscienza». Che cosa significa “ragioni di coscienza”? Per la consapevolezza di un obbligo che non trova giustificazione solo nella legge penale dello Stato, ma nell’esistenza di un ordine morale inscritto nella natura stessa delle cose, ed in ultima analisi in Dio medesimo.
Dall’altra parte, coloro che svolgono questo compito, dice l’Apostolo, «sono a servizio di Dio». Sono cioè al servizio di un bene comune esigito dalla natura stessa della persona umana, creata da Dio.
Come vedete, cari amici, l’Apostolo, e dopo lui tutta la dottrina cristiana vede Stato e cittadino legati dal più forte dei legami, quello della coscienza, in ordine al raggiungimento del bene comune delle persone umane.
Quando questo rapporto si guasta giungendo perfino a corrompersi? Da parte del cittadino quando perde la consapevolezza che il bene comune è frutto della cooperazione di ognuno, e che pertanto è grave violazione della giustizia distributiva volerne usufruire senza cooperarvi. Tutto questo ha un nome: evasione fiscale.
Da parte dello Stato quando perde la consapevolezza di essere al servizio del cittadino; di essere legato ad un obbligo grave di rispettare il patto col cittadino medesimo: do ut facias, dice il cittadino allo Stato. Tutto questo ha un nome: espansione della spesa pubblica.
Cari amici, questo è quanto è successo. Stato e cittadino si sono mancati di rispetto reciprocamente; non sono stati fedeli al patto, col risultato che si sono danneggiati, e non di rado gravemente. Il danno maggiore è stato la perdita della stima l’uno dell’altro, una perdita sostituita dal sospetto reciproco.
2. La Chiesa è chiamata ad aiutare la società civile ad uscire da questa situazione. Certamente è ottima cosa la lotta senza quartiere all’evasione, così come un grande impegno per diminuire la spesa pubblica. Ma non è di questo che vorrei parlarvi: lo fanno già in molti. Vorrei piuttosto richiamare la vostra attenzione, molto brevemente, su un altro punto.
Non si costruisce nulla, se ciò che una mano edifica l’altra distrugge. Nessuno spegne un incendio buttandovi sopra benzina. Non è possibile ricostruire la consapevolezza profonda e vissuta di un bene comune, se continuiamo a trasmettere ai nostri giovani un’idea sbagliata, corrotta, di libertà. Se il paradigma fondamentale dei nostri processi educativi continua ad essere la visione individualista della persona umana, non usciremo mai dalla situazione attuale. Così come se edificheremo ordinamenti giuridici basati sull’identificazione del diritto soggettivo col desiderio. Se si continua ad abbandonare o comunque a erodere quella visione della legge, che è stata la colonna portante dei nostri ordinamenti giuridici: un ordinamento razionale in vista del bene comune. Un pensatore della fine dell’Antichità scrisse che le leggi non sono promulgate «per nessun bene privato [nullo privato commodo], ma per l’utilità comune dei cittadini» [Isidoro di Siviglia, Libro delle Etimologie 21; PL 82,203A].
È a questo livello educativo che la Chiesa è chiamata soprattutto a ricostruire.
Cari amici, l’incontro di Gesù con Matteo è stato decisivo per il futuro apostolo. È così per ogni vero credente: che questo incontro accada veramente in ognuno di noi, e diventeremo costruttori di una società più libera e più virtuosa.

XXV Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) : Il potere dell’amore è di non avere potere

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Il potere dell’amore è di non avere potere

don Marco Pedron

XXV Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) (23/09/2012)

Vangelo: Mc 9,30-37

Domenica scorsa abbiamo riflettuto sul primo annuncio della passione di Gesù. Oggi Gesù ne fa un altro. Perché un secondo annuncio? Beh, è molto semplice: perché il primo non aveva funzionato. Fu parecchio difficile per i suoi discepoli accettare che Gesù fosse così e non come loro speravano che lui fosse.

Il vangelo dice: « Partirono di là e attraversarono la Galilea, ma non voleva che alcuno lo sapesse, perché istruiva i suoi discepoli » (Mc 9,30-31).
Gesù di nuovo è in incognito: non vuole che si sappia che ci sia. L’abbiamo visto altre volte: Gesù si nasconde da problemi (gli scribi e i farisei), dalla gente (che gli sottrae tempo) e si concentra sugli apostoli (ha bisogno di tempo per formarli).
Formare il gruppo, lo staff, l’equipe, la squadra, è decisivo per compiere una qualsiasi cosa. Avete presente il calcio: tu puoi avere Messi, Ibrahimovic, Cristiano Ronaldo, ma se non c’è una squadra che li supporta, non serve a nulla. E’ così anche per un capo, per un maestro, per una grande mente: è avere e formare una squadra vincente che ti permetterà di ottenere i risultati che speri. Se non hai una buona squadra puoi essere bravo quanto vuoi ma non vai da nessuna parte. E Gesù lo sa.
Gesù era un leader ma sapeva anche lui che da solo il suo messaggio non sarebbe continuato. Per questo forma un gruppo, di volontari, di appassionati, di gente libera, di gente che lo segue perché coinvolta, « presa », appassionata.
E poiché sa che la squadra è il fattore decisivo perché il leader, il fuoriclasse riesca ad esprimersi e a fare la differenza, Gesù dedica tempo e formazione proprio a questo. Saranno loro che lo aiuteranno e continueranno la sua missione.
Lo si vede molto bene: Gesù non è uno sprovveduto, e ad un certo punto, quando capisce che lui rischia, che morto lui tutto finisce, dall’esterno (miracoli, pranzi, parabole, moltitudini, ecc.) Gesù si concentra all’interno (forma il suo team: gli apostoli).
Gesù parla agli apostoli e gli dice: « Il Figlio dell’uomo sarà consegnato nelle mani di certi uomini e lo uccideranno; tuttavia, anche se lo uccideranno, dopo tre giorni risorgerà » (Mc. 9,31).
Cos’ha di diverso questo annuncio rispetto al primo? Se vi ricordate nel primo annuncio Gesù diceva: « Il Figlio dell’uomo doveva molto soffrire ed essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi » (Mc 8,31). Era tutta gente ebrea.
Ma qui Gesù non parla di loro, parla di « uomini ». Gesù lo ha già visto: dapprima lo hanno rifiutato i suoi familiari (Mc 3,20-21), poi i suoi paesani (Mc 6,1-6), poi le autorità religiose (Mc 7,1; 3,6): è tutta gente ebrea, ma la storia è sempre la stessa. Perché quando Gesù andrà dai pagani sarà la stessa cosa: qualcuno gli crederà ma molti lo rifiuteranno anche lì (Mc 5,17).
Gesù di nuovo qui dice: « Il Figlio dell’uomo » (Mc 9,31). Figlio dell’uomo vuol dire il modello di umanità. Lui porta la vera umanità, la vita vera. E tutti quelli che non la vogliono lo attaccheranno e cercheranno di eliminarlo.
Non puoi pensare di non avere nemici. Non puoi pensare di essere accettato da tutti. Non puoi cambiare la testa a tutti gli altri. E’ una guerra inutile: hai già perso. Puoi però accettare di avere dei nemici… e che puoi vivere bene lo stesso.
Dopo il secondo annuncio, tristemente Marco dice: « Ma essi non comprendevano queste parole e avevano timore di chiedergli spiegazione » (Mc. 9,32).
Non chiedono perché non vogliono capire, perché stanno intuendo che Gesù intende la sua novità del vangelo in maniera completamente diversa da come loro la intendono.
Loro pensano ad una grande nazione, con a capo Gesù, ad un forte esercito (loro ministri degli esteri e degli interni), ad armi e potere. Loro sperano che Gesù sia il nuovo Davide e che restaurerà l’antico regno.
Ma Gesù non è nulla di tutto questo. Lui è il Figlio dell’uomo: solidarietà, perdono, amore, tenerezza, compassione per tutti, servizio, non violenza.
Arrivano a Cafarnao e Gesù chiede loro: « Ma di che cosa stavate discutendo lungo la via? » (Mc 9,33).
Visto che loro non parlano a Gesù è Gesù che parla a loro.
La via è la strada verso Gerusalemme: Gesù ha deciso, là deve andare e là andrà.
Questo vuol dire che non hanno fatto parte Gesù del loro discorso. Camminava insieme a loro ma loro lo hanno escluso dai loro discorsi, tant’è vero che lui non sa di cosa stessero parlando.
E Mc fa capire abilmente quanto lontani siano Gesù e i discepoli, infatti dice: « Quando (Gesù) fu in casa » (Mc 9,33). E loro dov’erano? Parlava da solo Gesù? No, ovvio. Certo che tutti sono entrati, solo che Mc fa capire che Gesù è dentro mentre loro sono fuori, da un’altra parte. Loro sono da un’altra parte: non comprendono affatto quello che Gesù dice.
Qui si coglie un particolare bellissimo di Gesù. I discepoli hanno parlato di chi è il più grande. Avevano già sentito Gesù dire: « Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua » (Mc 9,34), ma non avevano capito. Gesù però non sa di cosa hanno parlato.
Quindi quando si avvicina, Gesù pensa positivo e chiede: « Di che cosa stavate discutendo » (Mc 9,33). Lui pensa che abbiano parlato di qualcosa di interessante, di profondo. Lui è positivo.
Il verbo di Gesù, infatti, non è « discutere » ma dialoghizo, cioè dialogare, parlare. Loro sì che invece hanno discusso (dialego=discutere, disputare)!
Ognuno vedrà gli altri secondo i suoi occhi.
Gesù che ha l’amore dentro pensa e vede positivo. Loro hanno dentro l’ambizione, il successo, la gloria e non possono che vedere questo.
E, dice il vangelo, essi tacevano (Mc 9,34). Qui c’è il silenzio dell’imbarazzo.
Gli apostoli pensano una cosa, Gesù un’altra e poiché hanno discusso di ciò che lui rifiuta, adesso nessuno dice niente. Nessuno, infatti, dice di che cosa stavano parlando. E’ Mc, l’evangelista, che ce lo dice ma non loro: « Avevano discusso tra loro chi fosse il più grande » (Mc 9,34).
Quando si discute su chi è « più grande, migliore », inevitabilmente si va in competizione e ci si mette uno contro l’altro.
Poiché se uno manca di autostima si sente sempre inferiore rispetto agli altri: se gli altri vincono è perché « hanno imbrogliato »; se gli altri riescono è perché « sono fortunati »; se gli altri vincono, loro però sono stati i « più onesti »; se gli altri riescono è perché sono « raccomandati ». E visto che lui non riesce ad innalzarsi, si cercherà, giudicando, di abbassare gli altri. Gli altri avranno sempre qualcosa che non va. Sempre.
Mc dice: « Gesù chiamò i Dodici » (Mc 9,35). Ma non erano lì con lui? Quanto grande poteva essere la casa da doverli chiamare. Perché li deve chiamare? Li deve chiamare perché loro vanno per un’altra strada e non per la sua.
Avrebbe potuto arrabbiarsi con loro: « Ma voi non capite proprio niente! ». E, invece, Gesù si siede e riparte. Dà loro una nuova opportunità. Non è come noi che a volte diciamo: « Te lo dico una volta e poi basta! ». Lui sa che tutto si impara con calma e pazientemente.
E poi: « Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti » (Mc 9,35).
Loro avevano parlato di « essere il più grande » (Mc 9,34). Gesù di « essere il primo » (Mc 9,35).
Mentre per gli apostoli « il più grande » è più degli altri, per Gesù il primo non è più di nessuno. Di « più grande » ce ne può essere solo uno (esclusivo) ma tutti possiamo essere al primo posto. Infatti per lui il primo è il servo di tutti (Mc 9,36). Servo è diaconos non dulos, schiavo.
Il diacono è colui che volontariamente (lo schiavo no: a lui gli tocca!) si mette a servizio degli altri, di tutti. Allora: se tu sei disponibile a servire tutti vuol dire che non consideri nessuno sopra di te ma tutti come te.
Servo non vuol dire, come a volte c’è stato fatto credere, servilismo o che dobbiamo morire, distruggerci, esaurirci per gli altri. Servo vuol dire solo che non domino sugli altri (come invece pensavano gli apostoli), che non mi sento superiore a loro.
Servo non vuol dire che siamo inutili, che dobbiamo umiliarci, obbedire, stare zitti. Vuol dire solo che nessuno è sotto di noi perché noi non siamo sopra a nessuno. E viceversa nessuno è sotto di noi perché noi, per Dio, non siamo inferiori a nessuno.
E che fa Gesù? Prende un bambino, lo pone in mezzo e lo abbraccia (Mc 9,36).
E uno si chiede: ma questo bambino da dove salta fuori? Mc è sottile: gli apostoli li deve chiamare, il bambino no, è già lì, perché lui è « vicino » a Gesù.
Ma perché un bambino? Per noi il bambino è il simbolo della tenerezza, dell’amore, della vulnerabilità (e ci sta tutto questo). Ma dobbiamo contestualizzare la figura del bambino al tempo di Gesù.
Un bambino a quel tempo non contava nulla perché non aveva potere su nulla. Il bambino in quella società non dominava né comandava nessuno. Lui non aveva potere. « Così dovete essere, dice Gesù, bambini (non infantili!). Cioè: non usate il potere con nessuno ». E poi Gesù si identifica con il bambino, cioè con l’uomo senza potere: « Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me e colui che mi ha mandato » (Mc 9,37).
Qual è allora il vero potere? Il vero potere è non avere potere, come il bambino.
Il vero potere è l’amore perché l’amore non ha potere. Se ha potere è dominazione.
Potere è gestire gli altri; tenerli in pugno, farli girare attorno a sé.
Potere è far sentire in colpa perché così si tiene legato l’altro a sé e lo si manipola.
Quando dico « no » a qualcuno che vuole (pretende) il mio ascolto e il mio aiuto, a volte le persone mi dicono: « Per gli altri sì che hai tempo… sarebbe la tua missione questa… e che sei prete! ». Stanno tentando di estorcermi, con il senso di colpa, ciò che loro vogliono.
Potere è fare silenzio. Allora l’altro non sa cosa io voglio, penso, decido, vivo e io lo tengo in pugno.
Ci sono tanti modi per utilizzare il proprio potere e far fare agli altri quello che si vuole: fare il broncio, alzare la voce, avere una crisi di nervi, manipolare, sedurre, cercare di avere sempre ragione, minacciare l’altro.
Lo si può fare con il pianto.
Potere è fare la vittima.
Potere è pretendere senza chiedere.
Potere è sminuire l’altro: sottolineo la tua incapacità e mi metto sopra un piedistallo. T
Il potere ha tante forme e tanti volti e spesso non li riconosciamo.
Uso il mio potere non verso di te, non per farti fare quello che voglio io. Perché so che il potere usato verso di te è solo dominazione e manipolazione.
Uso il mio potere per me, per fare della mia vita ciò che desidero. Perché il potere non usato verso di me è solo giustificazione e delega.

L’amore vero, quello che dà pace e pienezza, l’amore di Gesù, è amare senza potere.
Un giorno il discepolo chiese al maestro la differenza fra il potere e l’amore
Il maestro rispose: « Il potere vuole che tutto ciò che esista, esista per sé. L’amore vuole che tutto ciò che esista, esista in sé ».

San Matteo Apostolo ed Evangelista

San Matteo Apostolo ed Evangelista dans immagini sacre santino_sanmatteo

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Publié dans:immagini sacre |on 20 septembre, 2012 |Pas de commentaires »

21 Settembre : San Matteo Apostolo ed Evangelista

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21 Settembre : San Matteo Apostolo ed Evangelista

Patrono di Salerno

Dopo ciò Egli uscì e vide un pubblicano di nome Levi seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi!». Egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì”. (Lc 5,27)

Dalla lettura dei Sinottici sappiamo che la vocazione di Matteo avvenne a Capharnaum ed i passi paralleli di Luca e Marco testimoniano il suo secondo nome “Levi” e la paternità “Levi di Alfeo”. Aveva, dunque, due nomi come tanti Giudei che, per i loro rapporti con i Gentili, abbinavano al nome semitico un altro nome greco o latino.
Cafarnao ai tempi di Gesù, sebbene non fosse una città molto grande, godeva di un’importanza rilevante. Si trovava vicino ad una grande strada, “Via Maris”, trafficata dalle carovane provenienti dalla Siria per il trasporto delle merci tra l’Est e le coste del Mediterraneo.
l Pubblicano era colui che prendeva in appalto le imposte, pagando allo stato una certa somma in relazione al transito di ciascun prodotto che, di volta in volta, veniva tassato: la tassa veniva esigita o per proprio conto o per mezzo dei suoi subalterni. Erano quindi esattori del “publicum”, ossia delle imposte. Il porto­rium era proprio la tassa legata al trasporto di merci: ecco, dunque, Matteo a Cafarnao seduto al banco delle imposte.
L’astuzia, la cupidigia, le vessazioni che i pub­bli­ca­ni infliggevano ai trafficanti, come pure l’essere a ser­vizio dei dominatori pagani, era motivo di odio da par­te dei Giudei e perciò venivano considerati peccato­ri.
Matteo aveva senz’altro avvertito la tentazione del facile guadagno e l’attrattiva del danaro, ma dovette anche ben capire l’esempio di Gesù e il Suo insegnamento. Egli come Giudeo senz’altro conosceva la Legge, ma la predicazione di Gesù in quella cittadina risuonò in modo particolare nel suo cuore e così, quando il Signore si avvicinò al banco delle imposte e gli disse: «Seguimi!», il suo cuore prontamente rispose alla “chiamata”.

I Padri della Chiesa rilevano tre caratteristiche della santità di Matteo:
-la pronta obbedienza: corrispose con prontezza e letizia alla chiamata di Gesù;
-la sua liberalità: abbandonò tutto e diede uno splendido banchetto d’addio per i parenti ed gli amici;
-la sua umiltà: si è lasciato umiliare pubblicamente dalle aspre critiche dei farisei e dei discepoli di Gesù.
Così Matteo, da uomo avido di profitti, che traeva dalle paghe guadagnate tanto duramente dai pescatori, diventa un fervoroso seguace del Signore dopo la sua chiamata. Abbandonò il banco delle imposte ed i beni cha aveva accumulato rubandoli ad altri, saziandosi di gioie divine. Secondo la tradizione, conservata dagli storici, Matteo, dopo aver predicato agli Ebrei di Palestina, prima di allontanarsi scrisse per loro un Vangelo in lingua patria . Si è certi che la versione greca nella sostanza è identica a quella scritta in aramaico dallo stesso Apostolo. Le frasi del “Pater Noster” che recitiamo sono quelle che si leggono nel suo Vangelo, esso è per eccellenza il libro della Chiesa ed è stato chiamato Vangelo «ecclesiastico» perché, riportando le parole di Gesù, pensa continuamente alla vita della comunità e Gesù ci appare come il Maestro che vive in questa comunità.

È caratterizzato da due capitoli introduttivi che riguardano la genealogia di Gesù e la sua infanzia: Liber generationis Jesu Christi… e da cinque grandi discorsi tematici:

- il discorso della montagna,
- il discorso missionario,
- il discorso in parabole,
- il discorso ecclesiale,
- il discorso escatologico.

L’Evangelista non vuole tracciare una biografia completa di Gesù, ma i l suo scopo è quello di dimostrare che Gesù è il Messia promesso nel Vecchio Testamento e preannunciato dai Profeti, che è il Figlio di Dio, fondatore della Chiesa e del Regno dei Cieli, perfezionatore dell’antica Legge. Ecco che per ottenere questo intento dispone i fatti e i discorsi in ordine si stematico, anche se non sempre in ordine cronologico. Il Vangelo di Matteo, quindi, rinviene la sua caratteristica in questo «lieto annuncio».
Dalla tradizione storica risulta che Matteo predicò agli Ebrei di Palestina, poi si recò presso altre genti; quali esse siano è incerto, si pensa all’Etiopia, al Ponto, alla Persia, alla Macedonia, all’Irlanda. Si racconta che l’Etiopia fu evangelizzata dall’Apostolo Matteo e si fa risalire a lui la conversione del re Egipo e di tutta la sua famiglia. Il racconto si sofferma particolarmente sulla figlia del re, Ifigenia, la quale dopo il Battesimo si consacrò al Signore e fu messa da Matteo a capo di duecento vergini. Dopo la morte del re, il fratello Itarco, usurpò il trono e per ragioni di stato voleva in sposa sua nipote Ifigenia. La sua resistenza fu tale che Itarco cercò in Matteo il suo ambasciatore presso la giovane, ma egli ben lungi dal prestarsi ai desideri del re, in un solenne discorso dimostrò l’orrore di una tale intenzione e mentre celebrava il S. Sacrificio pronunciò parole che suscitarono in Itarco una collera tale che ordinò la morte di Matteo. Ifigenia distribuì i suoi beni al clero e chiese che fosse costruita una grande chiesa in onore dell’Apostolo.
Il Martirologio Romano pone al 21 Settembre la morte di San Matteo; si legge che evangelizzò l’Etiopia e vi subì il martirio. Nello stesso giorno si commemora Santa Ifigenia, vergine. Al 6 Maggio lo stesso Martirologio pone la traslazione del corpo di Matteo dall’Etiopia a Salerno passando per Paestum. Nel 954 Salerno già custodiva il corpo di San Matteo, ma per le tristi condizioni dell’epoca, fu tenuto accuratamente nascosto, cosicché cadde nell’oblio. Verso il 1080 fu ritrovato e posto nel tempio costruito appunto a tale scopo e consacrato da San Gregorio VII. La lettera che questo Pontefice il 18 Settembre 1080 scrisse ad Alfano I, allora arcivescovo di Salerno, per felicitarsi con lui per il ritrovamento del corpo di San Matteo, è un documento storico ineccepibile. A Salerno, nell’affrescata cripta dell’artistica Cattedrale, Matteo riposa, egli è stato sempre ed è tuttora oggetto di viva venerazione.

Publié dans:SANTI APOSTOLI |on 20 septembre, 2012 |Pas de commentaires »
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