L’uomo e la montagna

http://www.padrebergamaschi.com/Bonardi/uomo_montagna.html

L’uomo e la montagna

L’uomo ha da sempre avvertito il fascino misterioso del sublime e vissuto le più svariate forme di estasi. Uno degli spazi del pianeta dove si possono provare simili ebbrezze ed incanti è senza dubbio la montagna. Radicate nell’uomo, ci sono generali motivazioni antropologiche che hanno portano all’identificazione dei luoghi sacri: la montagna, la grotta, la foresta, la sorgente che sono così diventate sedi privilegiate del sacro. La montagna e la spiritualità ad essa legata ha da sempre assunto moltissimi significati e nella storia delle idee, delle credenze e della produzione letteraria.
E’ sacra in ogni cultura, che sia primordiale o evoluta. Si può dire che in tutte le religioni è il simbolo della trascendenza che è immaginata sempre in alto. Così, fin dalle più arcaiche espressioni di religiosità i monti, con le loro vette che si innalzano nei cieli, spesso nascoste dalle nubi che le rendono misteriose, diventano il simbolo del divino. Si pensi alla ziqqurrat mesopotamica; uno dei più antichi modelli conosciuti di tempio è sviluppato su di una montagna sacra: i suoi gradoni scandiscono la salita alla cima ove risiede la divinità. Si pensi ai vari monti sacri in molte religioni: dall’Olimpo dei greci, al Sion ed al Morija ebraici, dal Fujiyama giapponese, al Potala tibetano, alla Montagna Bianca dei Celti e così via.
La montagna con la sua natura spesso incontaminata diventa luogo preferito per il colloquio con l’eterno, per un rapporto con la dimensione del divino, per cui l’uomo, salendo, è tra l’altro, portato alla meditazione ed alla riflessione spirituale. Il monte così può significare ascesi, distacco dal materiale, e simboleggiare la tensione dell’uomo verso la divinità che abita i cieli. E’ per questo che tradizioni religiose di tutte le culture e di tutti tempi, alimentate da una inesauribile fantasia, hanno conferito a tante montagne un senso ed un valore sacro, spazio di un possibile legame tra cielo e terra.
Alcune religioni ed alcuni popoli, poi, con le loro credenze, hanno immaginato ed immaginano le cime delle vette proprio come la residenza della divinità. La montagna con il suo potente carico simbolico ha, in ogni tempo, ispirato una sterminata produzione letteraria e pittorica. Basti la citazione di due capolavori letterari del secolo scorso: La montagna incantata di Thomas Mann e La montagna delle sette balze di Thomas Merton. Lo scrittore Albert Camus (1913-1960) afferma che il mondo è disegnato quasi come un interrogativo che ci costringe a levare la testa verso l’alto. La cima di un monte quasi ci obbliga anche fisicamente ad alzare gli occhi verso l’alto là dove ha sede l’invisibile, l’irraggiungibile, il trascendente.
Con queste premesse si può tentare di comprendere anche perché l’uomo esplora le montagne, le sale a volte in condizioni ambientali e climatiche estreme sino al rischio della vita. Forse è proprio la dimensione della ascesa che consente, seppure allo stato inconscio, la ricerca dell’Assoluto. L’uomo nell’ascendere lascia il peso della materialità, della monotonia, della quotidianità, e forse ha la intuizione del mistero che abita nell’Alto, nell’Oltre; ne prova struggente desiderio, ne assapora l’insopprimibile bisogno. E’ lassù sul monte che si sperimenta la contemplazione, anche tra fatica e sofferenza, che permette di uscire da sé per conoscere l’Altro.
Nella Bibbia la montagna è luogo della presenza di Dio, quindi della bellezza, del silenzio meditativo, della perfezione e della prova. Si fa così simbolo dell’elevazione dell’uomo. Per lo scrittore Erri De Luca la vetta è intesa come punto d’incontro di due solitudini: quella di un Dio unico e totale e quella di un popolo, discesa divina e salita degli uomini ad incontrarsi in un punto che sta a metà altezza tra basso e alto. E’ naturale allora che le montagne abbiano rappresentato e, seppure in minore misura oggi, rappresentino, con le loro strutture, un bastione non solo di ignoto ma di insopprimibile fascino.
Nella sua lunghissima storia probabilmente in un primo tempo l’uomo le ha osservate non solo come uno straordinario fenomeno fisico ma come un misterioso ambiente che ha dato vita ad un insieme di miti e di simboli che stanno a testimoniare una sua costante ricerca di un rapporto affettivo con l’ambiente naturale circostante. L’uomo si è ben presto accorto che le montagne possono sembrare immobili, fisse da sempre e per sempre, ma sa che in realtà le pieghe della roccia, il vento, le tempeste ed i fulmini che le flagellano, l’aria leggera che si “arrampica” lungo i canaloni, il precipitare fragoroso dell’acqua di una cascata o il nascosto zampillare di una sorgente cambiano senza posa.
E poi il clima: così mutevole, bizzarro, paurosamente imprevedibile. Il vento che come brezza accarezza ogni cima, all’improvviso violento e rabbioso, aggredisce e spazza ogni cosa. Il sole che acceca e scioglie inesorabilmente il ghiaccio di millenni, riducendolo goccia a goccia in ruscello, in un attimo lascia il posto al buio pauroso di un temporale che scroscia terribile e fa franare quanto è instabile.
E quando la neve avvolge in un riposo cosmico cime e convalli, e quando la sera dolce allunga le ombre di torri e di alberi, e la notte viene a dare riposo al creato, l’uomo è costretto a dare a questi valori fisici valenza metafisica. Normale quindi che nel tentativo di spiegare questa massa confusa di elementi naturali, percepiti come strani ed incomprensibili fenomeni, li abbia trasformati in racconti, miti, leggende.
Oggi, così tronfi e sicuri del nostro sapere scientifico, sorridiamo di tutto ciò, ma chi è più attento alla nostra umana avventura sente con nostalgia che il baluginare di un fulmine a ciel sereno poteva essere, e perché no, la coda di un drago incastonata da innumerevoli diamanti; la forma di una nuvola il volo di un animale fantastico; l’urlo del vento il lamento senza posa delle anime dei defunti; le frane, le valanghe, i crolli delle torri, la punizione della divinità offesa. E l’asciugarsi di una fonte lo scherzo di uno gnomo; il tremore delle foglie degli alberi, i giochi degli elfi; il prosciugarsi dei laghetti o la scomparsa di un pastore la cattiveria delle streghe.
La montagna e la Bibbia ntimento religioso le montagne con le loro vette che si innalzano verso il cielo appaiono la dimora visibile del dio invisibile, la cui maestà è nascosta dalle nubi. La fede biblica, a differenza di altre che finiscono per “divinizzare” il monte, afferma però con fermezza il primato di Dio su tutto il creato e quindi anche sui monti.
Per la religione ebraica e la cristiana il monte è sacro perché in quel luogo, dove si immagina più vicino il creato al Creatore, è meno difficile l’adesione a Dio: la montagna con la sua natura spesso incontaminata è luogo privilegiato per il colloquio con l’eterno, per un rapporto con la dimensione del divino.
Nella Bibbia il Monte, o l’altura in genere, è sovente un luogo si svolgono avvenimenti speciali, rivelatori, è luogo di particolare vicinanza di Dio. E Dio stesso è identificato come montagna rocciosa e come rocca, luogo inaccessibile di rifugio; terreno solido su cui costruire fortezze, sicurezza protettrice in cui appoggiare la propria esistenza. Non c’è rocca come il nostro Dio; Viva il Signore: sia benedetta la mia rocca; Il Signore è la rocca perenne; Dio mio, mia roccia in cui trovo riparo. Dio nella sua infinita potenza è un fuoco “a cui vicinanza brucia, distrugge le montagne e i nemici e sotto di lui i monti si sciolgono come cera vicino al fuoco.
Lo sguardo rivolto verso l’alto è lo sguardo rivolto a Dio. Gli Aramei dicevano del Dio degli israeliti: Il loro Dio è un Dio dei monti. Nel “monte dell’assemblea”, citato dal Profeta Isaia, ci si riferisce alla concezione diffusa nell’antico Oriente, che questo sia il luogo dove si radunavano gli dei. Abramo sale fino in cima al monte che Dio gli indica come luogo per il sacrificio del figlio Isacco. Da allora quel luogo sacro è chiamato: Sul monte il Signore provvede. Si può per esteso dire che ogni monte sacro è il monte su cui Dio provvede, interviene.
Quando Mosé col suo gregge giunge al monte Horeb e vuole vedere da vicino il prodigio del roveto ardente, Dio gli dice: Non avvicinarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa. Dopo il loro esodo dall’Egitto, gli israeliti giungono nel deserto e si accampano di fronte al monte Sinai; «Mosè salì verso Dio».Tre giorni dopo Mosè conduce il popolo fuori dell’accampamento incontro a Dio; stanno in piedi alle falde del monte.
Il monte Sinai era tutto fumante, perché su di esso era sceso il Signore nel fuoco; Mosé segue la chiamata del Signore e sale sulla vetta del monte : dalla sommità Dio dà i dieci comandamenti. Sulla collina di Sion, in Gerusalemme altura stupenda, gioia di tutta la terra…, capitale del gran Re, Dio ha la sua gloria. Il salmista in affanno per pena, ma fiducioso, alza gli occhi verso i monti, da dove gli viene l’aiuto divino e canta: Alzo gli occhi verso il monte, da dove mi verrà l’aiuto? Il mio aiuto viene dal Signore, che ha fatto cielo e terra.
Anche nel Nuovo Testamento si incontra il monte come immagine favorita del linguaggio religioso. Nella vita di Gesù le montagne sono per così dire simboliche pietre miliari che conducono dalla valle terrena alle altezze celesti. La montagna è suo luogo scelto per la “rivelazione” in presenza del popolo; nella sua prima predicazione dà la nuova legge con i principi fondamentali della sua dottrina in corrispondenza alla legislazione data sul Sinai; su una montagna egli sceglie tra i suoi discepoli i dodici Apostoli; su un monte guarisce molti malati, sfama cinquemila persone. E’ anche luogo di preghiera: dopo la prima moltiplicazione dei pani Gesù si ritira dalla folla: salì sul monte, solo, a pregare.
Sul Monte Tabor si farà vedere nella sua luce splendente di Messia; ancora poi si rivelerà su di un Monte della Galilea, come a colui cui è stato dato ogni potere. Il Monte degli Ulivi, luogo del pernottamento e della sua agonia, è tappa verso l’ultima altura della sua vita terrena, il Monte Calvario, su cui venne innalzata la croce. Dalla cima del Monte degli Ulivi, ascenderà al cielo.
Ma il monte è menzionato anche come luogo intriso di negatività, che tuttavia sarò spazzato via dal giudizio divino: pascolo di una mandria di porci, dimora dell’indemoniato, un uomo impuro che vive isolato. Dal ciglio del monte su cui è posta Nazaret avrebbero voluto precipitare Gesù. Sul monte egli respinge la proposta del diavolo che gli offriva in possesso tutti regni della terra.
Infine i monti sono descritti come luoghi di rifugio e di nascondiglio nella tribolazione del tempo finale: si invoca che si abbattano sugli uomini affinché questi possano sfuggire al divino giudizio d’ira. Nell’Apocalisse lo spostamento e la scomparsa di monti e di isole dimostra la drammaticità ma sempre nell’ Apocalisse l’antica rocca Gebusea sul monte Sion diviene l’imprendibile fortezza della santità; qui si trova, nella gloria di Dio, la Gerusalemme celeste. Nella liturgia si prega con le parole dei Salmi: Manda la tua verità e la tua luce; siano esse a guidarmi, mi portino al tuo monte santo ed alle tue dimore. Ed ancora, ecco l’augurio benedicente: Le montagne portino pace al popolo e le colline giustizia.
Quando nel linguaggio del misticismo occidentale Dio viene paragonato ad un monte sentiamo ancora echeggiare l’antichissima concezione del monte cosmico. I Profeti annunziano che in futuro Dio dimorerà sul monte Sion ed alla fine dei giorni il monte del tempio del Signore sarà elevato sulla cima dei monti e sarà più alto dei colli; ad esso affluiranno tutte le genti.

Sandro Bonardi

Publié dans : meditazioni |le 26 septembre, 2012 |Pas de Commentaires »

Vous pouvez laisser une réponse.

Laisser un commentaire

PUERI CANTORES SACRE' ... |
FIER D'ÊTRE CHRETIEN EN 2010 |
Annonce des évènements à ve... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Vie et Bible
| Free Life
| elmuslima31