Archive pour le 26 septembre, 2012

Santi Cosma e Damiano

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LA VITA DEI SANTI MEDICI COSMA E DAMIANO (26 settembre mf)

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LA VITA DEI SANTI MEDICI COSMA E DAMIANO (26 settembre mf)

I SS. Martiri Cosma e Damiano, venerati in questo Santuario, vissero in tempi difficilissimi per la fede cristiana. Dichiararsi cristiano per chi ricopriva un ruolo pubblico importante comportava rischi di carriere, proscrizione, quando non addirittura la condanna a morte. In siffatto clima sociale, religioso e politico vissero questi due santi, che il loro principale biografo definì « illustri atleti di Cristo e generosissimi Martiri ».
La loro vita e soprattutto l’indomita eroicità dimostrata nei momenti cruciali li hanno costituiti modelli di santità e intercessori presso Dio. In tutto il mondo cristiano sono sorte in loro onore cappelle votive, chiese e basiliche. I malati si rivolgono a questi Santi per ricevere la guarigione. Numerosi furono i miracoli ottenuti dall’invocazione dei SS. Cosma e Damiano, che la Chiesa ha designato Patroni dei medici, dei chirurghi, dei farmacisti, degli ospedali.

Testimoni di Cristo
Le brevi notizie storiche che li riguardano risultano dai « Martirologi » e « Sinassari », antichi testi liturgici che riportano il resoconto della vita dei Santi e dei Martiri dei secoli antichi, disposti giorno per giorno per tutto l’anno. Il principale biografo dei SS. Cosma e Damiano fu il dotto vescovo Teodoreto, che resse dall’anno 440 al 458 la città episcopale di Ciro, importante centro commerciale della Siria. Qui fu eretta a questi due Santi la prima chiesa votiva.
I SS. Cosma e Damiano, originari dell’Arabia, erano fratelli. Secondo certe fonti, non ritenute storicamente attendibili, erano gemelli. Nacquero nella seconda metà del III secolo da genitori cristiani. A impartire loro la prima educazione alla fede dovette incaricarsi la madre, di nome Teodota (secondo altri, Teodora), poiché il padre morì presto, durante una persecuzione in Cilicia.

Santi Anargiri
Dalla città natale per ragioni di studio furono inviati in Siria, dove appresero le scienze, specializzandosi nella medicina. Esercitarono con valentia questa professione a Egea e poi a Ciro, città dell’Asia Minore. Le « fonti » sottolineano la scrupolosa preparazione professionale dei SS. Cosma e Damiano. Alcuni testi parlano di un farmaco di loro invenzione chiamato « Epopira ». Si distinguevano per la solerte e benefica operosità verso i malati, con predilezione per i più poveri e gli abbandonati. La tradizione riferisce anche che curavano i malati senza mai chiedere retribuzione. Ciò valse loro l’appellativo di « Santi Anargiri », con cui sono passati alla storia. La loro fama di uomini coraggiosi, di insigni benefattori, si sparse rapidamente in tutta la regione. L’attività di questi Santi non si ridusse alla sola cura dei corpi. Nel loro esercizio professionale miravano anche al bene delle anime con l’esempio e con la parola. Riuscirono a convertire al cristianesimo molti pagani. Il libro del « Sinassario » della Chiesa di Costantinopoli riferisce il curioso episodio di una donna, di nome Palladia, la quale in segno di gratitudine per l’ottenuta guarigione, insistette per offrire ai due Santi la ricompensa di tre uova. Al netto rifiuto, la donna reagì rimproverandoli, perché considerò tale atteggiamento come una mancanza di galateo nei suoi riguardi. Ottenne così il risultato che S. Damiano, di nascosto dell’altro, accettasse il piccolo dono, ma anche che il Santo venisse severamente rimproverato da suo fratello.

Fermezza di fronte alle persecuzioni
I santi Cosma e Damiano si imposero risolutamente una scelta di vita controcorrente rispetto al paganesimo imperante. Nell’Impero Romano, particolarmente nelle regioni orientali dove il cristianesimo si era propagato con più successo, tra il 286 e il 305 d.C. sotto l’impero di Massimiano e di Diocleziano scoppiarono le persecuzioni. Le maggiori repressioni avvenivano nell’esercito, principalmente a causa del rifiuto da parte dei cristiani della milizia, oltre che delle cerimonie pagane e del culto dell’imperatore. In esecuzione dell’editto del 23 febbraio 303, i SS. Cosma e Damiano furono arrestati con l’accusa di perturbare l’ordine pubblico e di professare una fede religiosa vietata. Il loro processo si svolse al cospetto di Lisia, prefetto romano competente per territorio nella Cilicia. Minacciati di torture e di condanna alla pena capitale, si tentò in tutte le maniere di farli apostatare. I SS. Cosma e Damiano, invece, risposero così ai loro persecutori: « Noi adoriamo il solo vero Dio e seguiamo il nostro unico Maestro, Gesù Cristo ». Questa eroica resistenza servì di incoraggiamento per gli altri cristiani più titubanti e pavidi, anch’essi sottoposti al grave dilemma: abiurare, per aver salva la vita; o perseverare nella professione della fede e patire carcere, torture e morte seguendo Cristo sulla via della Croce.

Il Martirio
Dopo l’arresto e il processo i Santi furono sottoposti a una serie di crudeli torture, nella vana speranza di farli recedere dal loro fermo proposito. Come primo castigo fu loro inflitta la fustigazione. Poiché i carnefici non ottennero di farli apostatare, legati mani e piedi furono gettati in mare da un alto burrone con un grosso macigno appeso al collo, per facilitarne lo sprofondamento. Miracolosamente, invece, i legacci si sciolsero ed i santi fratelli riaffiorarono in superficie sani e salvi, accolti a riva da uno stuolo di fedeli festanti, ringraziando Dio per lo straordinario evento. Nuovamente arrestati, subirono altre dolorosissime prove. Condotti davanti a una fornace ardente, furono immersi nel fuoco legati con robuste catene. Le fiamme però non consumarono quelle membra sante, che uscirono ancora una volta indenni e fu tale il timore dei soldati che li avevano in custodia, da costringerli a fuggire precipitosamente. Il libro del « Martirologio » che si ispira al citato Teodoreto ci informa che « i santi Cosma e Damiano furono martiri cinque volte ». Passarono infatti per le prove dell’annegamento, della
fornace ardente, della lapidazione, della flagellazione, per finire i loro giorni terreni col martirio nell’anno 303.

Diffusione del culto
La pietà dei fedeli provvide a dare a questi indomiti atleti di Cristo degna sepoltura nella città di Ciro in Cilicia. Sulla loro tomba sorse una chiesa, meta di ininterrotti pellegrinaggi, per venerarvi le reliquie e per invocare la loro intercessione. Uno dei più illustri pellegrini fu l’Imperatore Giustiniano, il restauratore dell’Impero Romano d’Oriente (+ 565). Guarito da una perniciosa malattia, andò in preghiera preso la tomba dei SS. Taumaturghi. In segno di riconoscenza fece erigere a Basilica la loro chiesa e dispose la fortificazione della città di Ciro.
Molto rapidamente il culto dei SS. Cosma e Damiano si estese a tutto l’Oriente bizantino. Gli scambi commerciali che intercorrevano tra Roma e l’Oriente facilitarono la conoscenza anche in Occidente della fama di questi due Martiri. La prima cappella in loro onore nella città eterna risale all’epoca di Papa Simmaco (498-515). Poco tempo dopo, ad opera di Felice IV nell’anno 528 furono trasportate a Roma le reliquie dei SS. Cosma e Damiano, ai quali fu edificata la grande Basilica esistente nel Foro Romano. Nel 1924 una commissione di esperti nominata da Pio XI, effettuando una ricognizione, ritrovò le ossa di questi SS. Martiri nel pozzetto situato sotto l’antico altare della Basilica. A ricordo della traslazione delle reliquie e della dedicazione della Basilica romana, nella liturgia occidentale fu fissata al 27 settembre la festività liturgica dei SS. Cosma e Damiano.
I loro nomi furono inseriti nel canone della Messa Tridentina, e furono gli ultimi Santi cui venne concesso simile onore. Nella Chiesa greca la festa liturgica cade in due date: il 1 luglio e il 1 novembre.
In Oriente a partire dal V secolo sorsero numerose chiese dedicate ai SS. Cosma e Damiano: in Scizia, in Cappadocia, in Panfilia, a Salonicco, a Gerusalemme, a Edessa del Ponto. In epoca posteriore (secoli X-XIII) il culto si diffuse in Bulgaria, in Romania, nelle regioni bizantine dell’Italia meridionale, tra cui la Calabria. La più famosa chiesa eretta in Oriente fu la Basilica che si trovava a Costantinopoli, proclamata santuario nazionale, alla quale accorrevano malati di ogni ceto sociale per chiedere la guarigione. In questa Basilica avveniva il rito dell’incubazione. Secondo la tradizione, mentre gli altri fedeli trascorrevano la notte in preghiera, i malati presenti si addormentavano adagiati su poveri giacigli nelle navate della chiesa. Durante il sonno miracolosamente apparivano i Santi Medici dai quali ricevevano le cure necessarie per la guarigione. Dei numerosi prodigi attribuiti all’intercessione dei SS. Cosma e Damiano esiste una circostanziata narrazione, che rimonta al VI secolo.
A Brattirò ogni anno immancabilmente, nella Chiesa Parrocchiale di S. Pietro Apostolo, nei giorni 25-26-27 Settembre si onorano i SS. MM. Questa Chiesa ha l’onore di conservare e custodire gelosamente una loro Reliquia autentica, avuta da Roma che in quei giorni espone alla venerazione ed al bacio dei fedeli e devoti. Chi prega, chi intercede, chi ringrazia, vuoI dire che a mezzo dei Santi Cosma e Damiano ottengono la salute desiderata sia del corpo che dell’ anima.

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PAPA BENEDETTO: « VIVIAMO BENE LA LITURGIA SOLO SE RIMANIAMO IN ATTEGGIAMENTO ORANTE »

http://www.zenit.org/article-32808?l=italian

« VIVIAMO BENE LA LITURGIA SOLO SE RIMANIAMO IN ATTEGGIAMENTO ORANTE »

La catechesi di Benedetto XVI durante l’Udienza Generale di questa mattina

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 26 settembre 2012 (ZENIT.org).- Riprendiamo di seguito il testo della catechesi tenuta da papa Benedetto XVI durante la tradizionale Udienza Generale del mercoledì, che si è svolta questa mattina in Piazza San Pietro.
***
Cari fratelli e sorelle,
in questi mesi abbiamo compiuto un cammino alla luce della Parola di Dio, per imparare a pregare in modo sempre più autentico guardando ad alcune grandi figure dell’Antico Testamento, ai Salmi, alle Lettere di san Paolo e all’Apocalisse, ma soprattutto guardando all’esperienza unica e fondamentale di Gesù, nel suo rapporto con il Padre celeste. In realtà, solo in Cristo l’uomo è reso capace di unirsi a Dio con la profondità e la intimità di un figlio nei confronti di un padre che lo ama, solo in Lui noi possiamo rivolgerci in tutta verità a Dio chiamandolo con affetto « Abbà! Padre! ». Come gli Apostoli, anche noi abbiamo ripetuto in queste settimane e ripetiamo a Gesù oggi: «Signore, insegnaci a pregare» (Lc 11,1).
Inoltre, per apprendere a vivere ancora più intensamente la relazione personale con Dio, abbiamo imparato a invocare lo Spirito Santo, primo dono del Risorto ai credenti, perché è Lui che «viene in aiuto alla nostra debolezza: da noi non sappiamo come pregare in modo conveniente» (Rm 8,26), dice san Paolo, e noi sappiamo come abbia ragione.
A questo punto, dopo una lunga serie di catechesi sulla preghiera nella Scrittura, possiamo domandarci: come posso io lasciarmi formare dallo Spirito Santo e così divenire capace di entrare nell’atmosfera di Dio, di pregare con Dio? Qual è questa scuola nella quale Egli mi insegna a pregare, viene in aiuto alla mia fatica di rivolgermi in modo giusto a Dio? La prima scuola per la preghiera – lo abbiamo visto in queste settimane – è la Parola di Dio, la Sacra Scrittura. La Sacra Scrittura è un permanente dialogo tra Dio e l’uomo, un dialogo progressivo nel quale Dio si mostra sempre più vicino, nel quale possiamo conoscere sempre meglio il suo volto, la sua voce, il suo essere; e l’uomo impara ad accettare di conoscere Dio, a parlare con Dio. Quindi, in queste settimane, leggendo la Sacra Scrittura, abbiamo cercato, dalla Scrittura, da questo dialogo permanente, di imparare come possiamo entrare in contatto con Dio.
C’è ancora un altro prezioso «spazio», un’altra preziosa «fonte» per crescere nella preghiera, una sorgente di acqua viva in strettissima relazione con la precedente. Mi riferisco alla liturgia, che è un ambito privilegiato nel quale Dio parla a ciascuno di noi, qui ed ora, e attende la nostra risposta.
Che cos’è la liturgia? Se apriamo il Catechismo della Chiesa Cattolica – sussidio sempre prezioso, direi e indispensabile– possiamo leggere che originariamente la parola «liturgia» significa «servizio da parte del popolo e in favore del popolo» (n. 1069). Se la teologia cristiana prese questo vocabolo del mondo greco, lo fece ovviamente pensando al nuovo Popolo di Dio nato da Cristo che ha aperto le sue braccia sulla Croce per unire gli uomini nella pace dell’unico Dio. «Servizio in favore del popolo», un popolo che non esiste da sé, ma che si è formato grazie al Mistero Pasquale di Gesù Cristo. Di fatto, il Popolo di Dio non esiste per legami di sangue, di territorio, di nazione, ma nasce sempre dall’opera del Figlio di Dio e dalla comunione con il Padre che Egli ci ottiene.
Il Catechismo indica inoltre che «nella tradizione cristiana (la parola « liturgia ») vuole significare che il Popolo di Dio partecipa all’opera di Dio» (n. 1069), perché il popolo di Dio come tale esiste solo per opera di Dio.
Questo ce lo ha ricordato lo sviluppo stesso del Concilio Vaticano II, che iniziò i suoi lavori, cinquant’anni orsono, con la discussione dello schema sulla sacra liturgia, approvato poi solennemente il 4 dicembre del 1963, il primo testo approvato dal Concilio. Che il documento sulla liturgia fosse il primo risultato dell’assemblea conciliare forse fu ritenuto da alcuni un caso. Tra tanti progetti, il testo sulla sacra liturgia sembrò essere quello meno controverso, e, proprio per questo, capace di costituire come una specie di esercizio per apprendere la metodologia del lavoro conciliare. Ma senza alcun dubbio, ciò che a prima vista può sembrare un caso, si è dimostrata la scelta più giusta, anche a partire dalla gerarchia dei temi e dei compiti più importanti della Chiesa. Iniziando, infatti, con il tema della «liturgia» il Concilio mise in luce in modo molto chiaro il primato di Dio, la sua priorità assoluta. Prima di tutto Dio: proprio questo ci dice la scelta conciliare di partire dalla liturgia. Dove lo sguardo su Dio non è determinante, ogni altra cosa perde il suo orientamento. Il criterio fondamentale per la liturgia è il suo orientamento a Dio, per poter così partecipare alla sua stessa opera.
Però possiamo chiederci: qual è questa opera di Dio alla quale siamo chiamati a partecipare? La risposta che ci offre la Costituzione conciliare sulla sacra liturgia è apparentemente doppia. Al numero 5 ci indica, infatti, che l’opera di Dio sono le sue azioni storiche che ci portano la salvezza, culminate nella Morte e Risurrezione di Gesù Cristo; ma al numero 7 la stessa Costituzione definisce proprio la celebrazione della liturgia come «opera di Cristo». In realtà questi due significati sono inseparabilmente legati. Se ci chiediamo chi salva il mondo e l’uomo, l’unica risposta è: Gesù di Nazaret, Signore e Cristo, crocifisso e risorto. E dove si rende attuale per noi, per me oggi il Mistero della Morte e Risurrezione di Cristo, che porta la salvezza? La risposta è: nell’azione di Cristo attraverso la Chiesa, nella liturgia, in particolare nel Sacramento dell’Eucaristia, che rende presente l’offerta sacrificale del Figlio di Dio, che ci ha redenti; nel Sacramento della Riconciliazione, in cui si passa dalla morte del peccato alla vita nuova; e negli altri atti sacramentali che ci santificano (cfr Presbyterorum ordinis, 5). Così, il Mistero Pasquale della Morte e Risurrezione di Cristo è il centro della teologia liturgica del Concilio.
Facciamo un altro passo in avanti e chiediamoci: in che modo si rende possibile questa attualizzazione del Mistero Pasquale di Cristo? Il beato Papa Giovanni Paolo II, a 25 anni dalla Costituzione Sacrosanctum Concilium, scrisse: «Per attualizzare il suo Mistero Pasquale, Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, soprattutto nelle azioni liturgiche. La liturgia è, di conseguenza, il luogo privilegiato dell’incontro dei cristiani con Dio e con colui che Egli inviò, Gesù Cristo (cfr Gv 17,3)» (Vicesimus quintus annus, n. 7). Sulla stessa linea, leggiamo nel Catechismo della Chiesa Cattolica così: «Ogni celebrazione sacramentale è un incontro dei figli di Dio con il loro Padre, in Cristo e nello Spirito Santo, e tale incontro si esprime come un dialogo, attraverso azioni e parole» (n. 1153). Pertanto la prima esigenza per una buona celebrazione liturgica è che sia preghiera, colloquio con Dio, anzitutto ascolto e quindi risposta. San Benedetto, nella sua «Regola», parlando della preghiera dei Salmi, indica ai monaci: mens concordet voci, «che la mente concordi con la voce». Il Santo insegna che nella preghiera dei Salmi le parole devono precedere la nostra mente. Abitualmente non avviene così, prima dobbiamo pensare e poi quanto abbiamo pensato, si converte in parola. Qui invece, nella liturgia, è l’inverso, la parola precede. Dio ci ha dato la parola e lasacra liturgia ci offre le parole; noi dobbiamo entrare all’interno delle parole, nel loro significato, accoglierle in noi, metterci noi in sintonia con queste parole; così diventiamo figli di Dio, simili a Dio. Come ricorda la Sacrosanctum Concilium, per assicurare la piena efficacia della celebrazione «è necessario che i fedeli si accostino alla sacra liturgia con retta disposizione di animo, pongano la propria anima in consonanza con la propria voce e collaborino con la divina grazia per non riceverla invano» (n. 11). Elemento fondamentale, primario, del dialogo con Dio nella liturgia, è la concordanza tra ciò che diciamo con le labbra e ciò che portiamo nel cuore. Entrando nelle parole della grande storia della preghiera noi stessi siamo conformati allo spirito di queste parole e diventiamo capaci di parlare con Dio.
In questa linea, vorrei solo accennare ad uno dei momenti che, durante la stessa liturgia, ci chiama e ci aiuta a trovare tale concordanza, questo conformarci a ciò che ascoltiamo, diciamo e facciamo nella celebrazione della liturgia. Mi riferisco all’invito che formula il Celebrante prima della Preghiera Eucaristica: «Sursum corda», innalziamo i nostri cuori al di fuori del groviglio delle nostre preoccupazioni, dei nostri desideri, delle nostre angustie, della nostra distrazione. Il nostro cuore, l’intimo di noi stessi, deve aprirsi docilmente alla Parola di Dio e raccogliersi nella preghiera della Chiesa, per ricevere il suo orientamento verso Dio dalle parole stesse che ascolta e dice. Lo sguardo del cuore deve dirigersi al Signore, che sta in mezzo a noi: è una disposizione fondamentale.
Quando viviamo la liturgia con questo atteggiamento di fondo, il nostro cuore è come sottratto alla forza di gravità, che lo attrae verso il basso, e si leva interiormente verso l’alto, verso la verità e verso l’amore, verso Dio. Come ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica: «La missione di Cristo e dello Spirito Santo che, nella Liturgia sacramentale della Chiesa, annunzia, attualizza e comunica il Mistero della salvezza, prosegue nel cuore che prega. I Padri della vita spirituale talvolta paragonano il cuore a un altare» (n. 2655): altare Dei est cor nostrum.
Cari amici, celebriamo e viviamo bene la liturgia solo se rimaniamo in atteggiamento orante, non se vogliamo « fare qualcosa », farci vedere o agire, ma se orientiamo il nostro cuore a Dio e stiamo in atteggiamento di preghiera unendoci al Mistero di Cristo e al suo colloquio di Figlio con il Padre. Dio stesso ci insegna a pregare, afferma san Paolo (cfr Rm 8,26). Egli stesso ci ha dato le parole adeguate per dirigerci a Lui, parole che incontriamo nel Salterio, nelle grandi orazioni della sacra liturgia e nella stessa Celebrazione eucaristica. Preghiamo il Signore di essere ogni giorno più consapevoli del fatto che la Liturgia è azione di Dio e dell’uomo; preghiera che sgorga dallo Spirito Santo e da noi, interamente rivolta al Padre, in unione con il Figlio di Dio fatto uomo (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2564). Grazie.
[Dopo la catechesi, il Papa si è rivolto ai fedeli provenienti dai vari paesi salutandoli nelle diverse lingue. Ai pellegrini italiani ha detto:]
Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. Saluto le Suore Missionarie dell’Immacolata e le Carmelitane Missionarie, che celebrano i rispettivi Capitoli Generali: care sorelle, vi incoraggio a proseguire nella missione dell’evangelizzazione rimanendo fedeli ai carismi dei Fondatori. Accolgo con gioia i pellegrini della Diocesi di Belluno-Feltre, accompagnati dal Vescovo Mons. Andrich, qui convenuti in occasione del centenario della nascita del Papa Giovanni Paolo I, e i membri della Fondazione Piccola Opera Charitas, della Diocesi di Teramo-Atri accompagnati del Vescovo, Mons. Seccia, nel cinquantesimo anniversario di attività. Saluto i rappresentanti del Centro Alfredo Rampi e quelli di « CasAmica » di Milano, incoraggiandoli a spendere le proprie energie a servizio della sicurezza e della accoglienza delle persone con difficoltà di salute.
Un pensiero infine per i giovani, gli ammalati e gli sposi novelli. Oggi celebriamo la memoria dei Santi Medici Cosma e Damiano: cari giovani, imparate a curare ogni sofferenza dei fratelli con l’affetto e l’accoglienza; cari ammalati, la migliore terapia per ogni malattia è la fiducia in Dio a cui parliamo nella preghiera; e voi, cari sposi novelli, abbiate cura l’uno dell’altro nel vostro cammino coniugale.

L’uomo e la montagna

http://www.padrebergamaschi.com/Bonardi/uomo_montagna.html

L’uomo e la montagna

L’uomo ha da sempre avvertito il fascino misterioso del sublime e vissuto le più svariate forme di estasi. Uno degli spazi del pianeta dove si possono provare simili ebbrezze ed incanti è senza dubbio la montagna. Radicate nell’uomo, ci sono generali motivazioni antropologiche che hanno portano all’identificazione dei luoghi sacri: la montagna, la grotta, la foresta, la sorgente che sono così diventate sedi privilegiate del sacro. La montagna e la spiritualità ad essa legata ha da sempre assunto moltissimi significati e nella storia delle idee, delle credenze e della produzione letteraria.
E’ sacra in ogni cultura, che sia primordiale o evoluta. Si può dire che in tutte le religioni è il simbolo della trascendenza che è immaginata sempre in alto. Così, fin dalle più arcaiche espressioni di religiosità i monti, con le loro vette che si innalzano nei cieli, spesso nascoste dalle nubi che le rendono misteriose, diventano il simbolo del divino. Si pensi alla ziqqurrat mesopotamica; uno dei più antichi modelli conosciuti di tempio è sviluppato su di una montagna sacra: i suoi gradoni scandiscono la salita alla cima ove risiede la divinità. Si pensi ai vari monti sacri in molte religioni: dall’Olimpo dei greci, al Sion ed al Morija ebraici, dal Fujiyama giapponese, al Potala tibetano, alla Montagna Bianca dei Celti e così via.
La montagna con la sua natura spesso incontaminata diventa luogo preferito per il colloquio con l’eterno, per un rapporto con la dimensione del divino, per cui l’uomo, salendo, è tra l’altro, portato alla meditazione ed alla riflessione spirituale. Il monte così può significare ascesi, distacco dal materiale, e simboleggiare la tensione dell’uomo verso la divinità che abita i cieli. E’ per questo che tradizioni religiose di tutte le culture e di tutti tempi, alimentate da una inesauribile fantasia, hanno conferito a tante montagne un senso ed un valore sacro, spazio di un possibile legame tra cielo e terra.
Alcune religioni ed alcuni popoli, poi, con le loro credenze, hanno immaginato ed immaginano le cime delle vette proprio come la residenza della divinità. La montagna con il suo potente carico simbolico ha, in ogni tempo, ispirato una sterminata produzione letteraria e pittorica. Basti la citazione di due capolavori letterari del secolo scorso: La montagna incantata di Thomas Mann e La montagna delle sette balze di Thomas Merton. Lo scrittore Albert Camus (1913-1960) afferma che il mondo è disegnato quasi come un interrogativo che ci costringe a levare la testa verso l’alto. La cima di un monte quasi ci obbliga anche fisicamente ad alzare gli occhi verso l’alto là dove ha sede l’invisibile, l’irraggiungibile, il trascendente.
Con queste premesse si può tentare di comprendere anche perché l’uomo esplora le montagne, le sale a volte in condizioni ambientali e climatiche estreme sino al rischio della vita. Forse è proprio la dimensione della ascesa che consente, seppure allo stato inconscio, la ricerca dell’Assoluto. L’uomo nell’ascendere lascia il peso della materialità, della monotonia, della quotidianità, e forse ha la intuizione del mistero che abita nell’Alto, nell’Oltre; ne prova struggente desiderio, ne assapora l’insopprimibile bisogno. E’ lassù sul monte che si sperimenta la contemplazione, anche tra fatica e sofferenza, che permette di uscire da sé per conoscere l’Altro.
Nella Bibbia la montagna è luogo della presenza di Dio, quindi della bellezza, del silenzio meditativo, della perfezione e della prova. Si fa così simbolo dell’elevazione dell’uomo. Per lo scrittore Erri De Luca la vetta è intesa come punto d’incontro di due solitudini: quella di un Dio unico e totale e quella di un popolo, discesa divina e salita degli uomini ad incontrarsi in un punto che sta a metà altezza tra basso e alto. E’ naturale allora che le montagne abbiano rappresentato e, seppure in minore misura oggi, rappresentino, con le loro strutture, un bastione non solo di ignoto ma di insopprimibile fascino.
Nella sua lunghissima storia probabilmente in un primo tempo l’uomo le ha osservate non solo come uno straordinario fenomeno fisico ma come un misterioso ambiente che ha dato vita ad un insieme di miti e di simboli che stanno a testimoniare una sua costante ricerca di un rapporto affettivo con l’ambiente naturale circostante. L’uomo si è ben presto accorto che le montagne possono sembrare immobili, fisse da sempre e per sempre, ma sa che in realtà le pieghe della roccia, il vento, le tempeste ed i fulmini che le flagellano, l’aria leggera che si “arrampica” lungo i canaloni, il precipitare fragoroso dell’acqua di una cascata o il nascosto zampillare di una sorgente cambiano senza posa.
E poi il clima: così mutevole, bizzarro, paurosamente imprevedibile. Il vento che come brezza accarezza ogni cima, all’improvviso violento e rabbioso, aggredisce e spazza ogni cosa. Il sole che acceca e scioglie inesorabilmente il ghiaccio di millenni, riducendolo goccia a goccia in ruscello, in un attimo lascia il posto al buio pauroso di un temporale che scroscia terribile e fa franare quanto è instabile.
E quando la neve avvolge in un riposo cosmico cime e convalli, e quando la sera dolce allunga le ombre di torri e di alberi, e la notte viene a dare riposo al creato, l’uomo è costretto a dare a questi valori fisici valenza metafisica. Normale quindi che nel tentativo di spiegare questa massa confusa di elementi naturali, percepiti come strani ed incomprensibili fenomeni, li abbia trasformati in racconti, miti, leggende.
Oggi, così tronfi e sicuri del nostro sapere scientifico, sorridiamo di tutto ciò, ma chi è più attento alla nostra umana avventura sente con nostalgia che il baluginare di un fulmine a ciel sereno poteva essere, e perché no, la coda di un drago incastonata da innumerevoli diamanti; la forma di una nuvola il volo di un animale fantastico; l’urlo del vento il lamento senza posa delle anime dei defunti; le frane, le valanghe, i crolli delle torri, la punizione della divinità offesa. E l’asciugarsi di una fonte lo scherzo di uno gnomo; il tremore delle foglie degli alberi, i giochi degli elfi; il prosciugarsi dei laghetti o la scomparsa di un pastore la cattiveria delle streghe.
La montagna e la Bibbia ntimento religioso le montagne con le loro vette che si innalzano verso il cielo appaiono la dimora visibile del dio invisibile, la cui maestà è nascosta dalle nubi. La fede biblica, a differenza di altre che finiscono per “divinizzare” il monte, afferma però con fermezza il primato di Dio su tutto il creato e quindi anche sui monti.
Per la religione ebraica e la cristiana il monte è sacro perché in quel luogo, dove si immagina più vicino il creato al Creatore, è meno difficile l’adesione a Dio: la montagna con la sua natura spesso incontaminata è luogo privilegiato per il colloquio con l’eterno, per un rapporto con la dimensione del divino.
Nella Bibbia il Monte, o l’altura in genere, è sovente un luogo si svolgono avvenimenti speciali, rivelatori, è luogo di particolare vicinanza di Dio. E Dio stesso è identificato come montagna rocciosa e come rocca, luogo inaccessibile di rifugio; terreno solido su cui costruire fortezze, sicurezza protettrice in cui appoggiare la propria esistenza. Non c’è rocca come il nostro Dio; Viva il Signore: sia benedetta la mia rocca; Il Signore è la rocca perenne; Dio mio, mia roccia in cui trovo riparo. Dio nella sua infinita potenza è un fuoco “a cui vicinanza brucia, distrugge le montagne e i nemici e sotto di lui i monti si sciolgono come cera vicino al fuoco.
Lo sguardo rivolto verso l’alto è lo sguardo rivolto a Dio. Gli Aramei dicevano del Dio degli israeliti: Il loro Dio è un Dio dei monti. Nel “monte dell’assemblea”, citato dal Profeta Isaia, ci si riferisce alla concezione diffusa nell’antico Oriente, che questo sia il luogo dove si radunavano gli dei. Abramo sale fino in cima al monte che Dio gli indica come luogo per il sacrificio del figlio Isacco. Da allora quel luogo sacro è chiamato: Sul monte il Signore provvede. Si può per esteso dire che ogni monte sacro è il monte su cui Dio provvede, interviene.
Quando Mosé col suo gregge giunge al monte Horeb e vuole vedere da vicino il prodigio del roveto ardente, Dio gli dice: Non avvicinarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa. Dopo il loro esodo dall’Egitto, gli israeliti giungono nel deserto e si accampano di fronte al monte Sinai; «Mosè salì verso Dio».Tre giorni dopo Mosè conduce il popolo fuori dell’accampamento incontro a Dio; stanno in piedi alle falde del monte.
Il monte Sinai era tutto fumante, perché su di esso era sceso il Signore nel fuoco; Mosé segue la chiamata del Signore e sale sulla vetta del monte : dalla sommità Dio dà i dieci comandamenti. Sulla collina di Sion, in Gerusalemme altura stupenda, gioia di tutta la terra…, capitale del gran Re, Dio ha la sua gloria. Il salmista in affanno per pena, ma fiducioso, alza gli occhi verso i monti, da dove gli viene l’aiuto divino e canta: Alzo gli occhi verso il monte, da dove mi verrà l’aiuto? Il mio aiuto viene dal Signore, che ha fatto cielo e terra.
Anche nel Nuovo Testamento si incontra il monte come immagine favorita del linguaggio religioso. Nella vita di Gesù le montagne sono per così dire simboliche pietre miliari che conducono dalla valle terrena alle altezze celesti. La montagna è suo luogo scelto per la “rivelazione” in presenza del popolo; nella sua prima predicazione dà la nuova legge con i principi fondamentali della sua dottrina in corrispondenza alla legislazione data sul Sinai; su una montagna egli sceglie tra i suoi discepoli i dodici Apostoli; su un monte guarisce molti malati, sfama cinquemila persone. E’ anche luogo di preghiera: dopo la prima moltiplicazione dei pani Gesù si ritira dalla folla: salì sul monte, solo, a pregare.
Sul Monte Tabor si farà vedere nella sua luce splendente di Messia; ancora poi si rivelerà su di un Monte della Galilea, come a colui cui è stato dato ogni potere. Il Monte degli Ulivi, luogo del pernottamento e della sua agonia, è tappa verso l’ultima altura della sua vita terrena, il Monte Calvario, su cui venne innalzata la croce. Dalla cima del Monte degli Ulivi, ascenderà al cielo.
Ma il monte è menzionato anche come luogo intriso di negatività, che tuttavia sarò spazzato via dal giudizio divino: pascolo di una mandria di porci, dimora dell’indemoniato, un uomo impuro che vive isolato. Dal ciglio del monte su cui è posta Nazaret avrebbero voluto precipitare Gesù. Sul monte egli respinge la proposta del diavolo che gli offriva in possesso tutti regni della terra.
Infine i monti sono descritti come luoghi di rifugio e di nascondiglio nella tribolazione del tempo finale: si invoca che si abbattano sugli uomini affinché questi possano sfuggire al divino giudizio d’ira. Nell’Apocalisse lo spostamento e la scomparsa di monti e di isole dimostra la drammaticità ma sempre nell’ Apocalisse l’antica rocca Gebusea sul monte Sion diviene l’imprendibile fortezza della santità; qui si trova, nella gloria di Dio, la Gerusalemme celeste. Nella liturgia si prega con le parole dei Salmi: Manda la tua verità e la tua luce; siano esse a guidarmi, mi portino al tuo monte santo ed alle tue dimore. Ed ancora, ecco l’augurio benedicente: Le montagne portino pace al popolo e le colline giustizia.
Quando nel linguaggio del misticismo occidentale Dio viene paragonato ad un monte sentiamo ancora echeggiare l’antichissima concezione del monte cosmico. I Profeti annunziano che in futuro Dio dimorerà sul monte Sion ed alla fine dei giorni il monte del tempio del Signore sarà elevato sulla cima dei monti e sarà più alto dei colli; ad esso affluiranno tutte le genti.

Sandro Bonardi

Publié dans:meditazioni |on 26 septembre, 2012 |Pas de commentaires »

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