Archive pour le 24 septembre, 2012

M.V. Maria della Mercede (24 settembre m.f)

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24 settembre: Beata Vergine Maria della Mercede

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24 settembre: Beata Vergine Maria della Mercede

Etimologia: Maria = amata da Dio, dall’egiziano; signora, dall’ebraico

La Beata Vergine Maria è considerata a tutti gli effetti l’ispiratrice della fondazione, da parte di s. Pietro Nolasco (1180-1245), dell’antico Ordine della Mercede; il titolo con cui viene onorata è strettamente correlato alla storia di quest’Ordine, che da lei prese la denominazione.
S. Pietro Nolasco nacque a Mais Saintes Puellas (Tolosa, Francia) verso il 1180 e fin da adolescente si stabilì con la famiglia a Barcellona in Spagna.
La prima notizia della sua presenza a Barcellona si ha nel 1203, quando profondamente addolorato nel vedere lo stato miserevole dei cristiani fatti schiavi dai Mori, padroni allora di gran parte della Spagna, egli si trasformò in mercante, per insinuarsi facilmente tra i maomettani ed a Valenza liberò con suo denaro trecento schiavi.
Esaurite le sua ricchezze, si unì ad altri generosi e nobili giovani, per raccogliere offerte e quindi ripetere ogni anno il riscatto di gruppi di schiavi; ma per quanta solerzia impiegassero in questa meritoria opera, vedevano il numero degli schiavi aumentare sempre più.
Bisogna dire che in precedenza vari re e Ordini militari si erano occupati del riscatto degli schiavi, in Francia per esempio era sorto l’Ordine dei Trinitari che se ne interessava, ma molto limitatamente, mentre gli Ordini militari si erano presto estinti.
La situazione degli schiavi, trasportati nei Paesi arabi dai musulmani, era diventata angosciante per Pietro Nolasco e i suoi compagni, che nei 15 anni trascorsi, avevano operato altri cinque grandi riscatti detti “redenzioni” per migliaia di cristiani.
Pietro ad un certo punto valutò la possibilità di ritirarsi a vita contemplativa, sentendosi impotente ad arginare la situazione, alimentata in continuazione dai Mori di Spagna.
E in una di queste veglie di preghiera, la notte fra il 1° e il 2 agosto 1218, la Vergine Maria gl’ispirò, illuminando la sua intelligenza, di fondare un Ordine religioso che si dedicasse alle opere di misericordia e specialmente alla redenzione degli schiavi, anche a costo della propria vita.
Dopo averne parlato con il giovane re d’Aragona, Giacomo I e con il vescovo di Barcellona, Berenguer, il 10 agosto 1218, Pietro Nolasco costituì ufficialmente il nuovo ‘Ordine Religioso Redentore’, nella cattedrale di Santa Croce di Barcellona, prendendo la Regola di S. Agostino.
Inoltre il vescovo consegnò ai giovani laici del gruppo, la veste di lana bianca in omaggio alla purezza immacolata della Vergine Maria, sotto il cui patrocinio sorgeva l’Ordine; re Giacomo I consegnò loro lo scudo del suo regno d’Aragona come distintivo (quattro sbarre rosse in campo oro) e il vescovo autorizzò di poter portare sopra l’abito la Croce, segno della sua cattedrale.
In quel memorabile giorno il re Giacomo I ‘il Conquistatore’ (1208-1276) regnante dal 1213, donò all’Ordine l’Ospedale di S. Eulalia in Barcellona, che divenne il primo convento dei religiosi (che erano tutti laici, compreso Pietro Nolasco), fungendo anche come casa d’accoglienza per gli schiavi liberati e sede delle opere di misericordia a favore degli infermi e poveri.
Sotto la guida del fondatore, si mise in moto tutta una organizzazione a favore della libertà dei cristiani messi in schiavitù, che oltre ad aver persa la libertà, erano in pericolo per le pressioni e sofferenze inflitte, di abiurare la propria fede e passare all’islamismo.
La ‘redenzione’ avveniva con il pagamento di un riscatto in denaro o altri generi, fatto al padrone mediante una terza persona, la somma variava secondo l’età, le condizioni sociali, economiche e fisiche dei riscattandi.
Il denaro veniva raccolto dai religiosi con il contributo di ogni ceto sociale dell’epoca, compreso le famiglie che avevano qualche loro componente schiavo in terra araba, vittima delle scorrerie saracene che funestarono dall’inizio del XIII secolo, le coste di Spagna, Francia, Sardegna, Sicilia e Italia Meridionale.
Le ‘redenzioni’ venivano accuratamente preparate, precedute da una cerimonia religiosa prima dell’imbarco; le spedizioni erano dense di pericoli, per i pirati che infestavano il Mediterraneo, i naufragi frequenti, la possibilità di un tradimento degli arabi, che impadronitisi del denaro, trattenevano anche i Mercedari come schiavi, in attesa di un altro riscatto.
Innumerevoli furono i religiosi che incontrarono la morte anche atroce, nell’espletare queste missioni redentrici; si calcola che con questo sistema siano stati liberati circa 52.000 schiavi cristiani nei primi 130 anni della costituzione dell’Ordine Religioso. Al ritorno positivo delle spedizioni, veniva cantato in cattedrale un solenne ‘Te Deum’ di ringraziamento, unitamente agli schiavi liberati.
Caratteristica eroica dei Mercedari durante le redenzioni, era quella di proporsi al posto di uno schiavo, se il denaro non bastava e rimanere prigionieri fino all’arrivo della somma dall’Europa, cosa che non sempre avveniva in tempo specie per gli agguati dei pirati, allora il religioso veniva ucciso barbaramente per vendetta.
L’Ordine fu approvato da papa Gregorio IX il 17 gennaio 1235, in seguito i componenti furono anche sacerdoti e non più solo laici come agli inizi, a cui si aggiunsero la Confraternita e il Terz’Ordine della Mercede. Nel 1265 con s. Maria di Cervellon si aggregò il ramo femminile delle Monache Mercedarie, a cui seguirono in tempi più moderni altre Congregazioni religiose femminili della stessa spiritualità della Mercede.
I Mercedari furono presenti come cappellani con Cristoforo Colombo, quando fu scoperto il Continente Americano; il primo convento fu fondato nel 1514 a Santo Domingo.
L’Ordine Religioso Redentore come si è detto era sotto la protezione della Madonna che ne fu l’ispiratrice; nel 1272 i redattori delle Costituzioni stabilirono che l’Ordine assumesse la denominazione di “S. Maria della Mercede”, titolo attribuitale perché della Mercede o della Misericordia deriva da quanto diceva il re Alfonso X ‘il Savio’ (1221-1284) “Redimere gli schiavi è opera di grande ‘Merced’ “, ossia di Misericordia.
La Vergine è considerata dai religiosi Mercedari, Madre sia di sé stessi, quanto degli schiavi per la cui salvezza eterna i religiosi si devono preoccupare.
È chiaro che oggi per schiavitù s’intende tutti quei pericoli ed affanni che contraddistinguono il peregrinare degli uomini, anelanti alla salvezza eterna, non solo di quella fisica e Maria Corredentrice del genere umano, con amore continua la sua opera come nostra avvocata e ministra della salvezza.
La Chiesa ha voluto valorizzare questo titolo prettamente mariano, stabilendo un ricordo particolare nella liturgia il 24 settembre.

Autore: Antonio Borrelli

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LA MISERICORDIA DI DIO CREATORE DI FRONTE AL MALE

P. Aurelio Pérez fam

Come si pone il Padre, dalle cui mani misericordiose è uscita la creazione piena di ogni bontà, di fronte all’opera delle sue mani, inquinata dalla zizzania che il nemico ha seminato nel campo dove Lui aveva posto il buon seme? Il problema del male nel mondo è quello che pone più interrogativi alla fede nel Dio buono e onnipotente. Due sono le domande classiche:
se Dio è buono e ha fatto tutto con amore e per amore, perché c’è il male?
E se è onnipotente, perché permette il male con tutte le sue terribili conseguenze?
La rivelazione di Dio sull’origine, sul senso del peccato e sulle sue conseguenze la troviamo nel racconto della Genesi perché solo Dio può rivelarci la verità sul peccato. Noi ne sperimentiamo le conseguenze ma in fondo « non sappiamo quello che facciamo » come dice Gesù sulla croce (Lc 23,34).

La Genesi ci presenta come tre icone del peccato, con cui la Parola di Dio ci svela come il peccato entra nel mondo inquinando e distruggendo:
il rapporto con Dio, (peccato dell’uomo e della donna nel giardino di Eden, Gen 3);
il rapporto con l’altro (peccato di Caino, Gen 4);
il rapporto con la terra (peccato dei costruttori della torre di Babele, Gen 11,1-9)
Anche se ognuno dei tre momenti presenta l’accentuazione propria, ognuno di essi contamina anche le altre due dimensioni della creazione, per cui in ognuno è presente, anche se in modo diverso, la triplice distruzione. E questo dall’inizio del mondo fino ad oggi, in infinite modulazioni(1).

I 5 passi del primo peccato (Gen 3)
Presentiamo questi 5 passi perché sono paradigmatici di ogni peccato.
1. La tentazione (vv. 1-5)
La tentazione consiste nel voler « diventare come Dio », decidendo da soli che cosa è bene e che cosa è male (=mangiare dell’albero della conoscenza del bene e del male), senza riconoscere di essere creature.
Esaminiamo da vicino il testo biblico, perché la Parola di Dio è la più grande verità sulla nostra vita, quindi anche la cosa più concreta.
La tentazione e il peccato partono da una menzogna: «E’ vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?». Gesù stesso dirà nel Vangelo che « il diavolo è mentitore fin dall’inizio », e le lettere apostoliche lo definiscono « padre della menzogna ». La donna stessa smonta la prima menzogna, ma commette il torto di dialogare con il tentatore (cf il manzoniano « …e la sventurata rispose »), subendo un sottile ma profondo contagio di diffidenza e sospetto nei confronti di Dio, visto non più come padre e creatore, ma come legislatore esigente.
E quando la prima menzogna viene smascherata, il « mentitore » insiste e ne presenta un’altra meno grossolana, molto più insidiosa:
Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male».
Qui la tentazione è molto più subdola: Dio viene presentato come il concorrente dell’uomo, che non vuole che lui cresca, sia libero, saggio, potente, come Dio stesso! E presenta il male come un bene, anzi il bene migliore, che realizza l’uomo in pienezza, ponendolo sullo stesso piano di Dio. La seduzione della tentazione ha la sua forza proprio nell’inganno.

2. La caduta (v. 6)
E allora ecco che la tentazione si presenta con tutta la sua forza seduttrice, di apparenza di bene:
Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anche gli ne mangiò.
La descrizione della caduta è fredda e pacata. L’insinuazione del tentatore ha avuto successo. Quando il timore del Signore e la fede nella sua parola sono stati messi da parte nella coscienza dell’uomo e della donna, interviene l’atto peccaminoso. E’ il momento drammatico della libertà che sceglie contro la volontà di Dio.
3. Le conseguenze, pena intrinseca del peccato (vv. 7-8.9-13)
Dopo la caduta iniziano a manifestarsi le conseguenze autodistruttive e mortifere che sono immanenti all’atto peccaminoso. L’escalation del male è tremenda e ha conseguenze imprevedibili. Pensiamo a Davide, nel suo peccato con la moglie di Uria: ogni tentativo di nascondere la faccenda porta a conseguenze più gravi, fino all’eliminazione di Urìa. Quello che appariva come un banale momento di piacere finisce in omicidio (2Sam 11,2-27).
In sintesi, le conseguenze sono la distruzione del triplice rapporto con Dio (ci si nasconde da Lui), con l’altro (si scarica la colpa sull’altro) e con le cose (tutto il creato subisce la maledizione e la morte). E c’è anche la conseguenza della rottura dell’armonia all’interno dell’uomo e della donna, che – per la prima volta!- hanno paura: al rumore dei passi di JHWH nel giardino il loro titanismo si scioglie, si nascondono, si vergognano della loro nudità: paura, vergogna, malizia. E’ questa l’apertura degli occhi per « essere come Dio »?
4. La « punizione » (vv. 9-13.14-19)
Noi non vediamo mai tutta la gravità e le terribili conseguenze del peccato. E’ Dio che ce le rivela. Le sanzioni che leggiamo nel discorso di Dio al serpente (« striscerai… insidierai il calcagno »), alla donna (« partorirai con dolore » ecc.) e all’uomo (« con sudore guadagnerai il pane » in una terra maledetta), sono ancora una volta un atto d’amore, un avvertimento paragonabile alle istruzioni per l’uso che noi troviamo nelle medicine o nelle macchine, come se Dio ci dicesse: « Attenzione, voi state mettendo fuoco alla creazione molto più di quanto non immaginate »(2).
Questo intervento di Dio non è tanto una punizione aggiuntiva al peccato, ma è la rivelazione per noi, che il peccato ha in se stesso la sua punizione, è distruttivo su tutti i fronti, porta alla morte.

5. La riparazione (vv. 15.20-21)
Il Creatore, amante della vita, che ha fatto bene tutte le cose, non si lascia vincere dal male: con delicatezza misericordiosa copre la nudità dell’uomo e della donna con tuniche di pelli e annuncia una salvezza misteriosa per l’inimicizia tra la stirpe della donna e la stirpe del serpente. Solo Dio è capace di fare questo di fronte al male e al peccato. Lui rimane fedele all’alleanza della creazione (cf Gen 8,20-22; 9,9-17) ed escogita sempre nuovi interventi, mettendo in evidenza la paradossale legge proporzionale che guida il suo agire: più è grande il male, la miseria, il peccato, più Lui moltiplica il bene, la misericordia, la salvezza, intessendo una storia di pazienza e di bontà superiore a ogni nostra comprensione e aspettativa, fino alla morte del Figlio. « Dove ha abbondato il peccato ha sovrabbondato la grazia » (Rom 5,20).
Hai pietà di tutti, perché tutto puoi e dimentichi i peccati degli uomini in vista della conversione.
Ami tutte le cose che esistono e niente detesti di ciò che hai fatto, perché se tu odiassi qualche cosa, neppure l’ avresti formata.
Come potrebbe sussistere una cosa, se tu non vuoi? O conservarsi se tu non l’avessi chiamata all’esistenza?
Tu risparmi tutte le cose, perché tutte son tue, Signore, amante della vita. (Sap 11, 23-26)

[1] F.R. DE GASPERIS, Sentieri di vita I, Paoline 2005, pp.187ss.

[2] F.R. DE GASPERIS, Sentieri di vita I, Paoline 2005, p. 198.

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