Archive pour le 21 septembre, 2012

Mat-09,09- Appel de Matthieu

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Omelia del card. Caffarra per la Festa di S. Matteo Apostolo, Patrono della Guardia di Finanza

http://www.zenit.org/article-32718?l=italian

(non sono sicura del Vangelo che è stato proclamato, ma è posibile che sia quello del giorno di oggi: Mt 9,9-13)

« IL BENE COMUNE È FRUTTO DELLA COOPERAZIONE DI OGNUNO »

Omelia del card. Caffarra per la Festa di S. Matteo Apostolo, Patrono della Guardia di Finanza

BOLOGNA, venerdì, 21 settembre 2012 (ZENIT.org).- Riportiamo di seguito l’omelia tenuta questa mattina dal cardinale arcivescovo di Bologna, Carlo Caffarra, nella Messa per i militari del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Bologna, celebrata nella chiesa di S. Isaia in occasione della Festa di S. Matteo Apostolo, Patrono della GdF.

***
1. La narrazione evangelica appena ascoltata è una delle più suggestive, e non a caso ha affascinato molti artisti a rappresentarla visivamente. Per quali ragioni?
In ragione di chi è chiamato: Matteo (o Levi). È un esattore di tasse: oggi si direbbe uno che lavorava all’Agenzia delle entrate. Un lavoro che rende solitamente odioso agli occhi degli altri chi lo compie. In particolare presso gli ebrei del tempo di Gesù. Chi esigeva le tasse per il fisco dell’Impero, riconosceva sul popolo un’autorità che era solo di Dio.
Narrazione suggestiva anche in ragione di come si conclude la chiamata di Matteo da parte di Gesù. Finisce con un pranzo che Matteo offre ai suoi colleghi e a Gesù. Un fatto che mostrava la misericordia senza limiti di Gesù.
A dire il vero, il Signore aveva già detto coi fatti che cosa pensava sul pagamento delle tasse. Richiesto un giorno di pagare la tassa sul Tempio, Egli la pagò per sé e per Pietro. Al riguardo dunque non ha lasciato dubbi. Ed infatti la Chiesa, fin dall’inizio, ha insistito sull’obbligo, come si evince dalle seguenti parole di S. Paolo: «è necessario stare sottomessi, non solo per timore della punizione, ma anche per ragioni di coscienza. Per questo infatti voi pagate le tasse: quelli che svolgono questo compito sono a servizio di Dio. Rendete a ciascuno ciò che gli è dovuto: a chi si devono le tasse, date le tasse» [Rm 13,5-7].
Prestate bene attenzione alle parole dell’Apostolo. Egli configura un rapporto fra lo Stato ed il cittadino di alto profilo morale. Da una parte questi deve pagare le tasse «non solo per timore della punizione, ma anche per ragioni di coscienza». Che cosa significa “ragioni di coscienza”? Per la consapevolezza di un obbligo che non trova giustificazione solo nella legge penale dello Stato, ma nell’esistenza di un ordine morale inscritto nella natura stessa delle cose, ed in ultima analisi in Dio medesimo.
Dall’altra parte, coloro che svolgono questo compito, dice l’Apostolo, «sono a servizio di Dio». Sono cioè al servizio di un bene comune esigito dalla natura stessa della persona umana, creata da Dio.
Come vedete, cari amici, l’Apostolo, e dopo lui tutta la dottrina cristiana vede Stato e cittadino legati dal più forte dei legami, quello della coscienza, in ordine al raggiungimento del bene comune delle persone umane.
Quando questo rapporto si guasta giungendo perfino a corrompersi? Da parte del cittadino quando perde la consapevolezza che il bene comune è frutto della cooperazione di ognuno, e che pertanto è grave violazione della giustizia distributiva volerne usufruire senza cooperarvi. Tutto questo ha un nome: evasione fiscale.
Da parte dello Stato quando perde la consapevolezza di essere al servizio del cittadino; di essere legato ad un obbligo grave di rispettare il patto col cittadino medesimo: do ut facias, dice il cittadino allo Stato. Tutto questo ha un nome: espansione della spesa pubblica.
Cari amici, questo è quanto è successo. Stato e cittadino si sono mancati di rispetto reciprocamente; non sono stati fedeli al patto, col risultato che si sono danneggiati, e non di rado gravemente. Il danno maggiore è stato la perdita della stima l’uno dell’altro, una perdita sostituita dal sospetto reciproco.
2. La Chiesa è chiamata ad aiutare la società civile ad uscire da questa situazione. Certamente è ottima cosa la lotta senza quartiere all’evasione, così come un grande impegno per diminuire la spesa pubblica. Ma non è di questo che vorrei parlarvi: lo fanno già in molti. Vorrei piuttosto richiamare la vostra attenzione, molto brevemente, su un altro punto.
Non si costruisce nulla, se ciò che una mano edifica l’altra distrugge. Nessuno spegne un incendio buttandovi sopra benzina. Non è possibile ricostruire la consapevolezza profonda e vissuta di un bene comune, se continuiamo a trasmettere ai nostri giovani un’idea sbagliata, corrotta, di libertà. Se il paradigma fondamentale dei nostri processi educativi continua ad essere la visione individualista della persona umana, non usciremo mai dalla situazione attuale. Così come se edificheremo ordinamenti giuridici basati sull’identificazione del diritto soggettivo col desiderio. Se si continua ad abbandonare o comunque a erodere quella visione della legge, che è stata la colonna portante dei nostri ordinamenti giuridici: un ordinamento razionale in vista del bene comune. Un pensatore della fine dell’Antichità scrisse che le leggi non sono promulgate «per nessun bene privato [nullo privato commodo], ma per l’utilità comune dei cittadini» [Isidoro di Siviglia, Libro delle Etimologie 21; PL 82,203A].
È a questo livello educativo che la Chiesa è chiamata soprattutto a ricostruire.
Cari amici, l’incontro di Gesù con Matteo è stato decisivo per il futuro apostolo. È così per ogni vero credente: che questo incontro accada veramente in ognuno di noi, e diventeremo costruttori di una società più libera e più virtuosa.

XXV Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) : Il potere dell’amore è di non avere potere

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Il potere dell’amore è di non avere potere

don Marco Pedron

XXV Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) (23/09/2012)

Vangelo: Mc 9,30-37

Domenica scorsa abbiamo riflettuto sul primo annuncio della passione di Gesù. Oggi Gesù ne fa un altro. Perché un secondo annuncio? Beh, è molto semplice: perché il primo non aveva funzionato. Fu parecchio difficile per i suoi discepoli accettare che Gesù fosse così e non come loro speravano che lui fosse.

Il vangelo dice: « Partirono di là e attraversarono la Galilea, ma non voleva che alcuno lo sapesse, perché istruiva i suoi discepoli » (Mc 9,30-31).
Gesù di nuovo è in incognito: non vuole che si sappia che ci sia. L’abbiamo visto altre volte: Gesù si nasconde da problemi (gli scribi e i farisei), dalla gente (che gli sottrae tempo) e si concentra sugli apostoli (ha bisogno di tempo per formarli).
Formare il gruppo, lo staff, l’equipe, la squadra, è decisivo per compiere una qualsiasi cosa. Avete presente il calcio: tu puoi avere Messi, Ibrahimovic, Cristiano Ronaldo, ma se non c’è una squadra che li supporta, non serve a nulla. E’ così anche per un capo, per un maestro, per una grande mente: è avere e formare una squadra vincente che ti permetterà di ottenere i risultati che speri. Se non hai una buona squadra puoi essere bravo quanto vuoi ma non vai da nessuna parte. E Gesù lo sa.
Gesù era un leader ma sapeva anche lui che da solo il suo messaggio non sarebbe continuato. Per questo forma un gruppo, di volontari, di appassionati, di gente libera, di gente che lo segue perché coinvolta, « presa », appassionata.
E poiché sa che la squadra è il fattore decisivo perché il leader, il fuoriclasse riesca ad esprimersi e a fare la differenza, Gesù dedica tempo e formazione proprio a questo. Saranno loro che lo aiuteranno e continueranno la sua missione.
Lo si vede molto bene: Gesù non è uno sprovveduto, e ad un certo punto, quando capisce che lui rischia, che morto lui tutto finisce, dall’esterno (miracoli, pranzi, parabole, moltitudini, ecc.) Gesù si concentra all’interno (forma il suo team: gli apostoli).
Gesù parla agli apostoli e gli dice: « Il Figlio dell’uomo sarà consegnato nelle mani di certi uomini e lo uccideranno; tuttavia, anche se lo uccideranno, dopo tre giorni risorgerà » (Mc. 9,31).
Cos’ha di diverso questo annuncio rispetto al primo? Se vi ricordate nel primo annuncio Gesù diceva: « Il Figlio dell’uomo doveva molto soffrire ed essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi » (Mc 8,31). Era tutta gente ebrea.
Ma qui Gesù non parla di loro, parla di « uomini ». Gesù lo ha già visto: dapprima lo hanno rifiutato i suoi familiari (Mc 3,20-21), poi i suoi paesani (Mc 6,1-6), poi le autorità religiose (Mc 7,1; 3,6): è tutta gente ebrea, ma la storia è sempre la stessa. Perché quando Gesù andrà dai pagani sarà la stessa cosa: qualcuno gli crederà ma molti lo rifiuteranno anche lì (Mc 5,17).
Gesù di nuovo qui dice: « Il Figlio dell’uomo » (Mc 9,31). Figlio dell’uomo vuol dire il modello di umanità. Lui porta la vera umanità, la vita vera. E tutti quelli che non la vogliono lo attaccheranno e cercheranno di eliminarlo.
Non puoi pensare di non avere nemici. Non puoi pensare di essere accettato da tutti. Non puoi cambiare la testa a tutti gli altri. E’ una guerra inutile: hai già perso. Puoi però accettare di avere dei nemici… e che puoi vivere bene lo stesso.
Dopo il secondo annuncio, tristemente Marco dice: « Ma essi non comprendevano queste parole e avevano timore di chiedergli spiegazione » (Mc. 9,32).
Non chiedono perché non vogliono capire, perché stanno intuendo che Gesù intende la sua novità del vangelo in maniera completamente diversa da come loro la intendono.
Loro pensano ad una grande nazione, con a capo Gesù, ad un forte esercito (loro ministri degli esteri e degli interni), ad armi e potere. Loro sperano che Gesù sia il nuovo Davide e che restaurerà l’antico regno.
Ma Gesù non è nulla di tutto questo. Lui è il Figlio dell’uomo: solidarietà, perdono, amore, tenerezza, compassione per tutti, servizio, non violenza.
Arrivano a Cafarnao e Gesù chiede loro: « Ma di che cosa stavate discutendo lungo la via? » (Mc 9,33).
Visto che loro non parlano a Gesù è Gesù che parla a loro.
La via è la strada verso Gerusalemme: Gesù ha deciso, là deve andare e là andrà.
Questo vuol dire che non hanno fatto parte Gesù del loro discorso. Camminava insieme a loro ma loro lo hanno escluso dai loro discorsi, tant’è vero che lui non sa di cosa stessero parlando.
E Mc fa capire abilmente quanto lontani siano Gesù e i discepoli, infatti dice: « Quando (Gesù) fu in casa » (Mc 9,33). E loro dov’erano? Parlava da solo Gesù? No, ovvio. Certo che tutti sono entrati, solo che Mc fa capire che Gesù è dentro mentre loro sono fuori, da un’altra parte. Loro sono da un’altra parte: non comprendono affatto quello che Gesù dice.
Qui si coglie un particolare bellissimo di Gesù. I discepoli hanno parlato di chi è il più grande. Avevano già sentito Gesù dire: « Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua » (Mc 9,34), ma non avevano capito. Gesù però non sa di cosa hanno parlato.
Quindi quando si avvicina, Gesù pensa positivo e chiede: « Di che cosa stavate discutendo » (Mc 9,33). Lui pensa che abbiano parlato di qualcosa di interessante, di profondo. Lui è positivo.
Il verbo di Gesù, infatti, non è « discutere » ma dialoghizo, cioè dialogare, parlare. Loro sì che invece hanno discusso (dialego=discutere, disputare)!
Ognuno vedrà gli altri secondo i suoi occhi.
Gesù che ha l’amore dentro pensa e vede positivo. Loro hanno dentro l’ambizione, il successo, la gloria e non possono che vedere questo.
E, dice il vangelo, essi tacevano (Mc 9,34). Qui c’è il silenzio dell’imbarazzo.
Gli apostoli pensano una cosa, Gesù un’altra e poiché hanno discusso di ciò che lui rifiuta, adesso nessuno dice niente. Nessuno, infatti, dice di che cosa stavano parlando. E’ Mc, l’evangelista, che ce lo dice ma non loro: « Avevano discusso tra loro chi fosse il più grande » (Mc 9,34).
Quando si discute su chi è « più grande, migliore », inevitabilmente si va in competizione e ci si mette uno contro l’altro.
Poiché se uno manca di autostima si sente sempre inferiore rispetto agli altri: se gli altri vincono è perché « hanno imbrogliato »; se gli altri riescono è perché « sono fortunati »; se gli altri vincono, loro però sono stati i « più onesti »; se gli altri riescono è perché sono « raccomandati ». E visto che lui non riesce ad innalzarsi, si cercherà, giudicando, di abbassare gli altri. Gli altri avranno sempre qualcosa che non va. Sempre.
Mc dice: « Gesù chiamò i Dodici » (Mc 9,35). Ma non erano lì con lui? Quanto grande poteva essere la casa da doverli chiamare. Perché li deve chiamare? Li deve chiamare perché loro vanno per un’altra strada e non per la sua.
Avrebbe potuto arrabbiarsi con loro: « Ma voi non capite proprio niente! ». E, invece, Gesù si siede e riparte. Dà loro una nuova opportunità. Non è come noi che a volte diciamo: « Te lo dico una volta e poi basta! ». Lui sa che tutto si impara con calma e pazientemente.
E poi: « Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti » (Mc 9,35).
Loro avevano parlato di « essere il più grande » (Mc 9,34). Gesù di « essere il primo » (Mc 9,35).
Mentre per gli apostoli « il più grande » è più degli altri, per Gesù il primo non è più di nessuno. Di « più grande » ce ne può essere solo uno (esclusivo) ma tutti possiamo essere al primo posto. Infatti per lui il primo è il servo di tutti (Mc 9,36). Servo è diaconos non dulos, schiavo.
Il diacono è colui che volontariamente (lo schiavo no: a lui gli tocca!) si mette a servizio degli altri, di tutti. Allora: se tu sei disponibile a servire tutti vuol dire che non consideri nessuno sopra di te ma tutti come te.
Servo non vuol dire, come a volte c’è stato fatto credere, servilismo o che dobbiamo morire, distruggerci, esaurirci per gli altri. Servo vuol dire solo che non domino sugli altri (come invece pensavano gli apostoli), che non mi sento superiore a loro.
Servo non vuol dire che siamo inutili, che dobbiamo umiliarci, obbedire, stare zitti. Vuol dire solo che nessuno è sotto di noi perché noi non siamo sopra a nessuno. E viceversa nessuno è sotto di noi perché noi, per Dio, non siamo inferiori a nessuno.
E che fa Gesù? Prende un bambino, lo pone in mezzo e lo abbraccia (Mc 9,36).
E uno si chiede: ma questo bambino da dove salta fuori? Mc è sottile: gli apostoli li deve chiamare, il bambino no, è già lì, perché lui è « vicino » a Gesù.
Ma perché un bambino? Per noi il bambino è il simbolo della tenerezza, dell’amore, della vulnerabilità (e ci sta tutto questo). Ma dobbiamo contestualizzare la figura del bambino al tempo di Gesù.
Un bambino a quel tempo non contava nulla perché non aveva potere su nulla. Il bambino in quella società non dominava né comandava nessuno. Lui non aveva potere. « Così dovete essere, dice Gesù, bambini (non infantili!). Cioè: non usate il potere con nessuno ». E poi Gesù si identifica con il bambino, cioè con l’uomo senza potere: « Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me e colui che mi ha mandato » (Mc 9,37).
Qual è allora il vero potere? Il vero potere è non avere potere, come il bambino.
Il vero potere è l’amore perché l’amore non ha potere. Se ha potere è dominazione.
Potere è gestire gli altri; tenerli in pugno, farli girare attorno a sé.
Potere è far sentire in colpa perché così si tiene legato l’altro a sé e lo si manipola.
Quando dico « no » a qualcuno che vuole (pretende) il mio ascolto e il mio aiuto, a volte le persone mi dicono: « Per gli altri sì che hai tempo… sarebbe la tua missione questa… e che sei prete! ». Stanno tentando di estorcermi, con il senso di colpa, ciò che loro vogliono.
Potere è fare silenzio. Allora l’altro non sa cosa io voglio, penso, decido, vivo e io lo tengo in pugno.
Ci sono tanti modi per utilizzare il proprio potere e far fare agli altri quello che si vuole: fare il broncio, alzare la voce, avere una crisi di nervi, manipolare, sedurre, cercare di avere sempre ragione, minacciare l’altro.
Lo si può fare con il pianto.
Potere è fare la vittima.
Potere è pretendere senza chiedere.
Potere è sminuire l’altro: sottolineo la tua incapacità e mi metto sopra un piedistallo. T
Il potere ha tante forme e tanti volti e spesso non li riconosciamo.
Uso il mio potere non verso di te, non per farti fare quello che voglio io. Perché so che il potere usato verso di te è solo dominazione e manipolazione.
Uso il mio potere per me, per fare della mia vita ciò che desidero. Perché il potere non usato verso di me è solo giustificazione e delega.

L’amore vero, quello che dà pace e pienezza, l’amore di Gesù, è amare senza potere.
Un giorno il discepolo chiese al maestro la differenza fra il potere e l’amore
Il maestro rispose: « Il potere vuole che tutto ciò che esista, esista per sé. L’amore vuole che tutto ciò che esista, esista in sé ».

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