Archive pour le 14 septembre, 2012

Alexander Master, Peter confessing Jesus to be the Christ, Koninklijke Bibliotheek, The Hague

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Publié dans:immagini sacre |on 14 septembre, 2012 |Pas de commentaires »

Commento su Giacomo 2,14-16 – seconda lettura

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Commento su Giacomo 2,14-16

Eremo San Biagio

Brano biblico: Gc 2,14-16

A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma, non ha le opere? Quella fede può forse salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: « Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi », ma non date loro il necessario per il corpo, a che serve?
Gc 2,14-16

Come vivere questa Parola?

Sembrerebbe quasi che le parole che Giacomo oggi ci offre in questa sua lettera siano in contraddizione con quanto Paolo afferma nella Lettera ai Romani.
Per Paolo è la fede a salvarci, ossia è il realizzare quello che Gesù, attraverso il suo annunzio e il suo operare, ci ha rivelato, ma con la forza che Egli ci dà. Non con la nostra sola forza, dunque, col nostro impegno. È Dio che ti prende sulle sue « ali d’aquila ». È Dio che, in Cristo Gesù, Luce del mondo, può perfino ottenerti di realizzare quell’altra parola che egli disse ai discepoli: « Voi siete la luce del mondo ».
Secondo Giacomo invece sono le opere che ci salvano. C’è contraddizione tra i due? No! Giacomo oggi fa una preziosa chiarificazione. Perché purtroppo è avvenuto, nell’arco dei secoli (e ancora avviene), che ci siano cristiani apparentemente fervidi nella loro pratica religiosa. Presenti ai riti di culto. Capaci anche di annunciare il vangelo, ma chiusi e avidi dei loro beni e dei loro comodi. Cristiani che si sentono a posto per le pratiche religiose che compiono!
Allora, com’è preziosa e attuale questa parola di Giacomo coniugata con l’altra di san Paolo: « In Gesù non è la circoncisione che conta o la non circoncisione (diciamo il ritualismo), ma la fede che opera, per mezzo della carità » (Gal 5,6).
L’amore operante è dunque il respiro, il soffio vitale della fede. Senza di esso la mia fede è inutile. Qui mi fermo, oggi, nel mio rientro al cuore. E prego:
Infondimi il tuo amore, Spirito di Dio, perché sia vivo e operante il mio credere. Che il mio celebrare sia anche servizio generoso e leale.

La voce di una mistica del secolo scorso
« Tu non m’interessi ». È questa un’espressione che un uomo non può rivolgere a un altro uomo senza commettere una crudeltà e ferire la giustizia… Vi è in ogni uomo qualcosa di sacro.
Simone Weil

XXIV domenica del tempo Ordinario – Enzo Bianchi

http://www.monasterodibose.it/content/view/441/47/1/1/lang,it/

XXIV domenica del tempo Ordinario

OMELIA ENZO BIANCHI

Anno B

Mc 8,27-35

Siamo al centro del vangelo secondo Marco e il brano che oggi leggiamo è di importanza capitale per la comprensione dell’intero vangelo e, più in generale, per chiarire che cosa comporta la sequela di Gesù Cristo.
In cammino verso Cesarea, Gesù domanda ai discepoli: “Chi dice la gente che io sia?”. La loro risposta, che riporta l’opinione corrente (cf. Mc 6,14-16), indica che Gesù era comunemente considerato un profeta: alcuni lo ritengono il nuovo Elia, il grande profeta rapito da Dio in cielo (cf. 2Re 2,1-18), altri vedono in lui il nuovo Giovanni il Battezzatore, accostato da Gesù stesso a Elia (cf. Mc 9,12-13). Gesù prende allora l’iniziativa e interroga direttamente i discepoli: “Voi chi dite che io sia?”. Pietro risponde prontamente: “Tu sei il Cristo”, cioè il Messia, l’Unto, il Re a lungo atteso da Israele, inviato da Dio a regnare definitivamente su tutto il popolo e su tutta l’umanità.
A questa confessione di fede messianica Gesù reagisce in un modo che può stupirci: sgrida i discepoli, imponendo loro di non parlare di lui a nessuno, così come aveva fatto con gli spiriti impuri scacciati dagli indemoniati, che conoscevano la sua identità (cf. Mc 1,24-25.34; 3,11-12): un ammonimento volto, da un lato, a ricordare che non è sufficiente una retta confessione di fede proclamata a parole ma non testimoniata con tutta la propria vita e, d’altro lato, a sottolineare l’incompletezza della confessione di Pietro, priva com’è della comprensione del Messia quale Servo sofferente di Dio, la figura profetica descritta da Isaia (cf. Is 42,1-9; 49,1-7; 50,4-11; 52,13-53,12) e pienamente incarnata da Gesù. Ecco perché proprio ora Gesù inaugura il primo dei tre annunci della passione, morte e resurrezione che lo attende (cf. Mc 9,30-32; 10,32-34): “Gesù cominciò a insegnare che il Figlio dell’uomo doveva molto soffrire ed essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare”.
Un “dovere” che non indica una volontà crudele da parte di Dio, che esigerebbe uno spargimento di sangue per soddisfare la propria collera nei confronti degli uomini peccatori, bensì innanzitutto una necessità umana, perché in un mondo ingiusto il giusto può solo essere perseguitato, fino a essere ucciso (cf. Sap 2). Ora, se Gesù, il Giusto, affronta questa situazione senza difendersi, senza rispondere ai suoi persecutori con la violenza, ma restando fedele a Dio, allora la necessità umana può anche essere letta come necessità divina, nel senso che la libera obbedienza alla volontà di Dio, che chiede di vivere l’amore fino all’estremo, esige una vita di giustizia e di amore, anche a costo della morte violenta. Così ha vissuto Gesù… Ma Pietro non accetta che questa sia la sorte del Messia e si spinge fino a rimproverare Gesù, meritandosi una durissima replica da colui che pur aveva riconosciuto come il Cristo: “Va’ dietro a me, Satana! Tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!”. Gesù comanda a Pietro di non ostacolare il suo cammino, ma di tornare in piena obbedienza al posto che gli spetta, dietro al suo Maestro e Signore, le cui parole rivelano l’intenzione profonda del cuore di Dio.
E affinché questa radicale esigenza evangelica sia chiara per tutti, Gesù chiama a sé la folla e aggiunge: “Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà”. Parole che, nella loro paradossalità, hanno un significato assai netto: chi vuole essere realmente discepolo di Gesù deve smettere di considerare se stesso come misura di ogni cosa; deve rinunciare a difendersi e accettare di portare lo strumento della propria condanna a morte; deve uscire dai meccanismi di autogiustificazione e abbandonarsi totalmente al Signore. Solo chi accetta di fare questo può conoscere Gesù Cristo e cogliere se stesso in lui; in caso contrario finirà per rinnegare Gesù, come Pietro (cf. Mc 14,71).
Ma noi cristiani siamo ancora convinti che vale la pena perdere la vita per Gesù Cristo e per il suo Vangelo? Ovvero: crediamo che il suo amore vale più della vita (cf. Sal 63,4), che solo a motivo di questo amore trova senso ogni nostra rinuncia, ogni sofferenza che ci può essere dato di vivere?

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