Archive pour le 7 septembre, 2012

Feast of the Nativity of the Blessed Virgin Mary

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IL CULTO DELLA NATIVITÀ DI MARIA (8 settembre Natività di Maria)

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IL CULTO DELLA NATIVITÀ DI MARIA (8 settembre Natività di Maria)

Origini della festa

La fonte più antica ritenuta attendibile dalla Chiesa, che illustra la nascita e l’infanzia di Maria, è costituita dal “Protoevangelo” (Vangeli Apocrifi) di Giacomo risalente al II secolo d.C.
Nel testo vengono illustrati momenti salienti della sua vita: il matrimonio dei genitori Gioacchino ed Anna della tribù di Giuda della stirpe di Achar, la concezione dopo vent’anni senza prole, la nascita e la presentazione al tempio (il tutto inserito nella cornice delle vicende della città di Gerusalemme).
La sorte toccata alla casa natale di Maria non è disgiunta da quella subita dalla città di Gerusalemme, con persecuzioni, distruzione del tempio, trasformazione in luogo di culto pagano, allontanamento dei giudei, ecc.. Con l’arrivo dell’imperatore Costantino e di sua madre Elena a Gerusalemme nella prima metà del secolo IV, dopo la libertà data alla religione cristiana, si apre una nuova era ai luoghi santi: gli scavi condotti hanno permesso di rintracciare, tra le costruzioni volute dalla famiglia imperiale, i ruderi di un oratorio sul luogo che la tradizione indica quale casa natale di Maria..
Con il III Concilio di Efeso del 431 che sancì la legittimità del titolo “Madre di Dio” per Maria, si ebbe una fioritura di feste mariane nel calendario liturgico, tra le quali: la Natività, la Presentazione al Tempio, l’Annunciazione e la Dormizione.
La data della festa della Natività di Maria venne fissata in Gerusalemme nella prima metà del secolo V, ai tempi del patriarca Giovenale e dell’imperatrice Eudossia, : l’8 settembre in occasione della dedicazione della Basilica di Santa Maria, edificata sul luogo della casa natale di Maria.
Tale data venne scelta anche in relazione all’antico anno liturgico che iniziava con il mese di settembre: in tal modo veniva data una cornice “mariana” allo stesso. Infatti la Natività di Maria precede ed annuncia le feste del primo polo (Natale ed Epifania) assumendo il valore di inizio dell’anno liturgico. Segue poi il polo cristologico (Pasqua e Pentecoste) accompagnato dall’Assunzione di Maria che diviene conseguenza dell’opera di salvezza e chiusura dell’anno liturgico.
Da Gerusalemme la festa della Natività venne introdotta a Costantinopoli: il primo documento che ne attesta la presenza è un inno del diacono Romano il Melode, composto prima del 548: quale diacono saliva nell’ambone, cantava il proemio e le strofe facendo ripetere il ritornello finale a tutti i presenti: “è la Madre di Dio, nutrice della nostra vita”. Il testo è tuttora parzialmente in uso nell’ufficiatura della festa che, per la chiesa bizantina, ricalca ancora quella in uso dal IX secolo con un giorno di prefesta, quattro di dopofesta e la chiusura il 13 settembre.
La prima commemorazione mariana che si conosca a Roma è quella del mercoledì delle Quattro Tempora di Avvento, introdotta da papa Leone Magno (440-461) nella liturgia romana. Verso il 595 papa Gregorio Magno (590-604) inaugura l’”ottava di Natale” considerata la prima festa mariana della liturgia latina.
A Roma, nei secoli V e VI, era presente una numerosa colonia greca che introdusse nel mondo latino alcune feste religiose di origine orientale, tra le quali quella della Natività di Maria. Si attribuisce a Papa Sergio I (687-701), nato ad Antiochia e che fa parte del gruppo di papi di origine orientali saliti al soglio pontificio tra il VI ed il VII secolo, la solenizzazione di festività mariane nel calendario romano tra cui, per l’appunto, quelle della Natività e della Dormizione di Maria.
Da Roma la festa venne diffusa nell’Occidente e divenne molto popolare in Francia dove, nel Medioevo, era celebrata con tanta solennità religiosa da essere conosciuta come “festa angioina” e si finì di parlare di una sua origine miracolosa dovuta nientemeno che ad un intervento espresso di Maria, la quale ne avrebbe richiesto l’istituzione.
Dal XI secolo la festa acquista sempre più importanza tanto da diventare festa di precetto e da meritare un’ottava.
Nel 1243 Papa Innocenzo IV stabilì che la Natività assumesse il ruolo di festa obbligatoria per la chiesa latina, sciogliendo così un voto formulato dai cardinali elettori nel Conclave del 1241 e ostacolati dalle ingerenze di Federico II che per tre mesi li tenne prigionieri.
Nel secolo XIV la festa della Natività di Maria si meritò anche la sua vigilia, prescritta da Gregorio XI (morto nel 1378), che la volle con un suo digiuno e ne compose la Messa.
Papa Pio X (1903-1914) tolse la Natività di Maria dall’elenco delle feste di precetto e ridusse l’ottava a semplice. Pio XII (1939-1958) con la riforma liturgica, abolì l’ottava.

Il culto a Milano
Contrariamente alla conoscenza maggiormente diffusa, la prima chiesa titolata alla Natività di Maria non è il Duomo di Milano.
Il primo edificio con tale dedica risale al 1007 allorchè, ai tempi dell’arcivescovo Arnolfo, il nobile Fulcuino – figlio di Bernardo, fece costruire una chiesa titolata “Santa Maria di Fulcuino” nella zona del teatro romano (attuale piazza degli Affari). Dalla corruzione del titolo e del suo appellativo secondario è nato il nome di “santa Maria Fulcorina” che ha indicato per secoli anche un vicolo milanese. La chiesa viene anche ricordata dagli studiosi perché, in quegli anni travagliati dalla simonia (vendita di benefici ecclesiastici) e dalla presenza di clero che non osservava il celibato nonostante le prescrizioni e le sanzioni adottate nei vari canoni conciliari e sinodali, è la prima il cui atto di fondazione precisa in modo chiaro a chi dovevano essere destinati i benefici del testatore. Infatti la situazione della chiesa in generale vedeva una forte dispersione dei beni lasciati a disposizione: i testatori sino ad allora avevano solo richiesto obblighi di suffragi annuali permettendo alla comunità religiosa beneficiante di disporre dei lasciti senza disciplinare le rogazioni ai funzionanti ed ai poveri. Accadeva così che preti con prole utilizzassero tali eredità per assicurare un avvenire ai figli, rendendoli spesso successori nel benficio ecclesiatico.
Santa Maria Fulcorina era piccola e secondo le fonti abbastanza trascurata sin dalla fondazione: venne data in ufficio a “Disciplinanti Scolari” provenienti da san Quirico e da san Protaso al Castello. Il Torre la chiama “Falcorina comunemente detta Castagnola” e la indica anche quale prima sede dei Padri Minori Conventuali di san Francesco, nel 1221: “…Vogliono alcuni scrittori, che con essi loro venissevi s. Francesco, e che vi abitasse, mostrandosi per fino a’ presenti giorni (1674) un piccolo camerino, in cui egli trattenevasi”. Successivamente vennero spostati i canonici “che salmeggiavano nel tempio dei santi Nabore e Felice” e, ai tempi di san Carlo fu “Seminario di Cherici”. Con Federico Borromeo tornò ad essere collegiata, sia pure con servizio solo domenicale. Dopo un rifacimento del 1734, con le leggi giuseppine di soppressione, venne demolita tra il 1799 ed il 1809 (le fonti non concordano sulla data).
Dopo l’ufficializzazione della festività dichiarata nel 1243 da Papa Innocenzo IV, lo stesso pontefice nel 1251 – l’8 settembre – è presente a Milano e concede l’indulgenza perpetua a chiunque avesse visitato la chiesina milanese nel giorno della ricorrenza della Nascita di Maria.
Contribuì poi a rendere ancora più popolare questo culto Azzone Visconti che nel 1336 introdusse tra i cittadini il rito delle offerte da raccogliersi l’8 settembre.
E’ con la peste del 1386 – a Milano uccide prevalentemente bambini – che la cittadinanza emette il voto per porre termine al flagello, della costruzione di un grandioso tempio dedicato a Santa Maria Nascente affinchè la Madonna interceda per la salvezza dei figli.
La costruzione del futuro Duomo ha inizio (e anche qui le fonti non concordano) tra il 1386 e il 1387, per iniziativa dell’arcivescovo Antonio di Saluzzo e del duca Galeazzo Visconti che nel 1387 decide di devolvere le offerte raccolte l’8 settembre in favore dell’erigendo tempio: la data ricordata è quella del 15 agosto.
Nel Duomo, che è la terza chiesa più grande del mondo, il 19 dicembre 1810 venne collocata sulla facciata una lapida a ricordo della dedicazione a Santa Maria Nascente. Nonostante ciò non è stata centralizzata la rappresentazione di questo soggetto nell’architettura della cattedrale, che è presente in opere di contorno e in altari secondari. Infatti il fulcro è stato attribuito alla Madonna Assunta a ricordo del primo giorno dei lavori di costruzione dell’edificio sacro.

Il culto di santa Maria Bambina
Intorno ai secoli X-XI nelle celebrazioni religiose venne introdotto l’utilizzo di statue lignee volute dalla gerarchia ecclesiastica per rendere più visibile il fulcro devozionale ai fedeli.
Le statue lignee che conobbero maggiore diffusione furono quelle di Gesù Bambino che riprendevano la rappresentazione della Natività di Cristo realizzata a Greccio nel 1223 da san Francesco. Tra tali statue la più famosa è quella della chiesa di santa Maria in Aracoeli di Roma, dove la quattrocentesca statua è sempre stata al centro di un forte culto per le doti taumaturgiche attribuitele nel proteggere dalle malattie infettive nella gravidanza e durante il parto.
Nel corso dei secoli la presenza di queste statue si diffonde anche in ambito domestico e monastico e si utilizzeranno materiali diversi come lo stucco e la cera, invece del marmo e del legno.
A partire dalla metà del Cinquecento i monasteri femminili diventano centri di produzione di questi simulacri grazie all’abilità ed alla pazienza delle monache ed è ai Padri Francescani che si deve principalmente la diffusione di questi Gesù Bambini.
Il cardinal Federico Borromeo (1564-1631), nella sua opera “De pictura sacra” immaginava la raffigurazione della Natività di Maria rappresentata da una bambina avvolta in fasce e adagiata in mezzo ad una grande luce attorniata da angeli maggiori e minori.
Ed è ad una Francescana che si deve il modello del simulacro più famoso di Maria Bambina che riprende l’immagine del cardinal Borromeo. Suor Isabella Chiara Fornari, superiora delle Francescane di Todi e dal cui convento venivano diffuse figure di Maria e di Gesù “quando erano pargoletti e di grandezza naturale” modellò il volto in cera tra il 1720 ed il 1730: rimase alla memoria che ella “riuscisse in questo lavoro con tale perfezione da sembrare che superasse la medesima arte”.
Il simulacro lavorato dalla Fornari fu portato a Milano da mons. Alberico Simonetta che nel 1738 faceva ritorno nella sua città natale dopo essere stato governatore di Camerino e, dal 1735, vescovo di Como. Alla sua morte, l’anno successivo, le Cappuccine del monastero di Santa Maria degli Angeli, alle quali il Simonetta aveva già donato una copia del simulacro, ottennero anche l’originale essendo dedite all’educazione della gioventù ed all’insegnamento della dottrina cristiana. In breve tempo esse si fecero apostole della devozione al mistero della Natività di Maria. Ne è testimonianza un libriccino, pubblicato nel 1757, sul cui frontespizio si legge che era “proposto ai veri devoti di Maria dalle madri Cappuccine presso le quali si conservava e venerava la celebre santa Bambina”; questa veniva rappresentata nella pagina accanto stretta nelle fasce ma in posizione eretta con una corona di dodici stelle. La pubblicazione contiene “un esercizio spirituale da farsi nel giorno otto di ogni mese in onore della natività ed infanzia di Maria Vergine, la novena per l’apparecchio alla di lei festa e la pratica di alcune devozioni e mortificazioni per ciascun mese”.
Dalla prefazione del libriccino si può conoscere che “la santa Madonnina era celebre nella città, si correva in folla a venerare nel suo devoto simulacro la santa Infanzia della gran Vergine Madre, riportandone singolarissime grazie”. Tale devozione venne bruscamente interrotta nel 1782 quando, in seguito alla legge di soppressione dei monasteri emanata dall’imperatore Giuseppe II, le trentatrè religiose di santa Maria degli Angeli dovettero cercare asilo nei pochi conventi risparmiati. Il simulacro venne portato tra le Agostiniane del convento di san Filippo in via Nuova (attuale san Barnaba) la cui chiesa era dedicata alla presentazione di Maria Bambina al tempio. Alla nuova soppressione delle congregazioni, decretata da Napoleone nel 1810, seguì un altro trasferimento del simulacro nel monastero delle Canonichesse Lateranensi ed infine pervenne, tramite don Luigi Bosisio parroco della chiesa di san Marco, nel 1842 a suor Teresa Bosio superiora delle suore di carità di via santa Sofia che operavano all’ospedale Ciceri.
L’ondata di liberalismo anticlericale, accentuato nel contesto politico italiano postunitario, vedeva una progressiva restrizione del culto di Maria Bambina che divenne privato e circoscritto alla cerchia delle suore.
Il 1884 segnò una svolta nel culto: il 9 settembre la postulante Giulia Macario di Lovere, gravemente malata, guarì miracolosamente dopo aver toccato il simulacro e divenne religiosa con il nome di suor Maria Bambina. Nei mesi successivi guarirono in modo prodigioso anche suor Crocifissa Mismetti e suor Giuseppa Woinovich ridestando una devozione già cara ai milanesi, anche se non mancò il riaccendersi delle tensioni, molte vive anche a Milano, tra cattolici e liberali.
Le suore di carità, custodi del simulacro, da quei tempi iniziarono ad essere chiamate Suore di Maria Bambina e diffusero la devozione in altri luoghi in cui operavano: Venezia, Thiene, Rovigo , Rovereto, Calcio, Bergamo, Sovere, Soresina, per arrivare nel 1984 all’erezione di una comunità a Nazareth.
Divenne tradizione beneaugurante donare una copia del simulacro di Maria Bambina ai novelli sposi, tradizione rimasta in uso da noi sino alla metà degli anni Cinquanta e che ancora si pratica diffusamente nel Sud America dove le suore sono presenti in terre di missione.

Abramo Morandi & Cristina Volontè

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Omelia : Commento su Is 35,4

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Omelia : Commento su Is 35,4

Eremo San Biagio

Dalla Parola del giorno
Dite agli smarriti di cuore: ?Coraggio! Non temete; ecco il vostro Dio, giunge la vendetta, la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi?.

Come vivere questa Parola?
Il secondo Isaia celebra qui l?esodo degli Ebrei da Babilonia. Morivano lungo il deserto e rischiavano lo scoraggiamento! Ma la Parola di Dio li sostiene. Il profeta li assicura che il Signore, proprio Lui farà vendetta di tutto quello che, nella prigionia e nell?inospitale deserto, hanno dovuto soffrire .
La ?ricompensa divina? è diversa da ogni ricompensa umana sempre così limitata, in genere inferiore alle attese del cuore. Ma l?assicurazione più confortante è questa: ?Egli viene a salvarci?. Questa promessa è stata scritta tanti secoli prima di Cristo ma proprio con la sua venuta si è pienamente avverata.
?Coraggio, non temete!? dice Isaia e i testi biblici ripetono queste parole fino a 366 volte! Una volta per ogni giorno di ogni tuo anno di vita. Perfino dell?anno bisestile! E ciò che esorcizza la nostra paura è proprio sapere che Uno, vero uomo e vero Dio, è venuto a salvarci.
?Dio ha talmente amato il mondo da mandare il suo figlio unigenito perché chiunque crede in Lui sia salvato? ( Gv 3,16).
Ecco; la chiave che apre la porta della salvezza è nelle tue, nelle mie, nelle nostre mani.
L?ineffabile amore di Dio va oltre le nostre misure di comprensione. Non è proprio per questo che prendiamo coraggio e fiducia?

Mi soffermo per una pausa che mi permetta di prendere coscienza di questa chiave che è la mia libera volontà di aprire a tutto il flusso di salvezza che il Signore vuole veicolare in me.

Signore, fidarmi di te pienamente e con gioia, vincere ogni paura mi è possibile se tu aumenti la mia fede e ravvivi in me l?amore. Grazie!

Le parole di un grande teologo
Il tuo Figlio unigenito è venuto incontro a tutti gli esseri umani, agli abbandonati, e tutti lo siamo. Egli per tutti è nato in una stalla ed è morto in croce per tutti. Signore, destaci tutti e fa’ che siamo svegli per riconoscerlo e testimoniarlo.
Karl Barth

Omelia XXIII domenica del T.O. : Missione è ascolto di Dio e opzione per i poveri

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Omelia XXIII domenica del T.O.

padre Romeo Ballan

Missione è ascolto di Dio e opzione per i poveri

Riflessioni
Il brano evangelico inizia con un tocco di apertura a regioni e popoli lontani. Le indicazioni geografiche del Vangelo di Marco inquadrano il miracolo della guarigione del sordomuto in zone periferiche, lontane dai centri abituali del popolo ebraico. Tiro, Sidone, mare di Galilea, Decàpoli… (v. 31) corrispondono oggi al sud del Libano e alla regione settentrionale di Israele. Fanno parte degli attuali scenari di conflitti bellici che insanguinano vaste regioni del Medio Oriente. Per quelle strade, che erano zone di ?pagani? e di commercianti, passò un giorno Gesù, suscitando lo stupore di tutti: ?Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!? (v. 37). Il miracolo della guarigione del sordomuto può avere anche un?applicazione emblematica alla situazione attuale del conflitto medio-orientale e di ogni altro conflitto: le soluzioni nascono ascoltandosi e dialogando.

Il messaggio della Parola di Dio in questa domenica è globale, va in profondità: è un invito ad ascoltare Dio e ascoltare il povero per amore di Dio, fino ad annunciargli che Dio fa bene ogni cosa (v. 37) e opera il bene per tutti, indistintamente. Il verbo ascoltare abbonda nell?Antico Testamento (più di 1100 volte), riferito in primo luogo a Dio che ascolta sempre il grido del povero; e riferito spesso all?uomo: ?Ascolta, Israele…? (Dt 6,4). Perciò la sordità è considerata, nella Bibbia, una patologia grave, perché evoca il rifiuto della Parola di Dio. Quando Dio interviene per salvare il suo popolo, gli apre simbolicamente gli occhi, gli orecchi, la bocca… (I lettura), perché possa vedere, ascoltare, parlare, saltare: entrare, cioè, in contatto con Dio e con i fratelli. In questo modo, assicura il profeta, l?acqua vitale scorrerà anche nella steppa e nel deserto (v. 6-7).

?Il primo servizio che dobbiamo rendere ai fratelli è quello dell?ascolto. Chi non sa ascoltare il proprio fratello, presto non saprà neppure ascoltare Dio, sarà sempre lui a parlare, anche con il Signore? (Dietrich Bonh-ffer). Chi ha fatto veramente l?esperienza di ascoltare Dio, sa ascoltare anche il fratello e farsi suo accompagnatore per condurlo a Dio, come nel caso del sordomuto, che qualcuno condusse presso Gesù pregandolo di imporgli la mano (v. 32). Accompagnare, condurre altri è il gesto missionario per eccellenza, un gesto che corrisponde ai genitori, ai padrini, agli educatori nella fede…, nella consapevolezza, però, che solo Dio può pronunciare con efficacia l?effatà (apriti: v. 34), che tocca il cuore delle persone e le fa giungere alla fede.

Gli effetti del miracolo di Gesù sono descritti come apertura degli orecchi, come scioglimento della lingua, come correttezza nel parlare, come stupore e proclamazione missionaria del fatto avvenuto (v. 35-37). Il card. Carlo M. Martini, nella sua lettera pastorale ?Effatà, Apriti? (Milano 1990) commentava: ?Tale capacità di esprimersi diviene contagiosa e comunicativa? La barriera della comunicazione è caduta, la parola si espande come l?acqua che ha rotto le barriere di una diga. Lo stupore e la gioia si diffondono per le valli e le cittadine?. Nel mondo attuale, che insegue ad ogni costo la comunicazione rapida, on-line, resta la sfida di umanizzare la comunicazione, aprirne i canali a tutti i livelli e con ogni persona, con un?attenzione speciale ai più deboli e ai più lontani.

Fra le persone da ascoltare -che sono poi tutte le persone, senza esclusione di alcuna!- Dio ci insegna che ci sono i ?preferiti?, cioè i poveri. Egli dà coraggio ai più deboli, cura i malati e i derelitti (I lettura). Da parte sua, San Giacomo (II lettura) dichiara perversi (v. 4) i giudizi di quanti discriminano le persone in base alla condizione socio-economica e afferma un principio generale di condotta: ?Dio non ha forse scelto i poveri agli occhi del mondo, che sono ricchi nella fede ed eredi del Regno?? (v. 5). Questa scelta dei poveri, per quanto non possa escludere nessuno, non è un?opzione facoltativa o alternativa, ma un criterio di azione: è lo stile di Dio, e quindi diventa un?imposizione per l?attività pastorale e missionaria della Chiesa, come afferma con forza Giovanni Paolo II. (*) Soltanto così l?annuncio missionario diventa credibile e universale.

Parola del Papa
(*) ?Nessuno può essere escluso dal nostro amore, dal momento che «con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo a ogni uomo» (GS 22). Ma stando alle inequivocabili parole del Vangelo, nella persona dei poveri c’è una Sua presenza speciale, che impone alla Chiesa un’opzione preferenziale per loro. Attraverso tale opzione, si testimonia lo stile dell’amore di Dio, la sua provvidenza, la sua misericordia, e in qualche modo si seminano ancora nella storia quei semi del Regno di Dio che Gesù stesso pose nella sua vita terrena venendo incontro a quanti ricorrevano a lui per tutte le necessità spirituali e materiali?.
Giovanni Paolo II
Lettera apostolica Novo Millennio Ineunte (6.1.2001) n. 49

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