Archive pour le 4 septembre, 2012

Saint Moses Prophet, from a Russian monastery

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4 settembre: San Mosè Profeta

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4 settembre: San Mosè Profeta

Etimologia: Mosè = salvato dalle acque, dall’ebraico

Martirologio Romano: Commemorazione di san Mosè, profeta, che fu scelto da Dio per liberare il popolo oppresso in Egitto e condurlo nella terra promessa; a lui si rivelò pure sul monte Sinai dicendo: «Io sono colui che sono», e diede la Legge che doveva guidare la vita del popolo eletto. Carico di giorni, morì questo servo di Dio sul monte Nebo nella terra di Moab davanti alla terra promessa.

Su questa grande figura di profeta e legislatore del popolo ebraico, si possono scrivere interi volumi riguardanti la sua storia personale e quella degli ebrei; come pure per tutta la sua opera di condottiero, profeta, guida e legislatore del suo popolo.
Bisogna per forza, dato lo spazio ristretto, citare solo i passi salienti della sua vita. Egli è prima di tutto l’autore e legislatore del ‘Pentateuco’, nome greco dei primi 5 libri della Bibbia, denominati globalmente dagli ebrei “la Legge”, perché costituiscono la fase storica, religiosa e giuridica del popolo della salvezza.
Quasi tutta l’opera è dedicata al personaggio e all’opera di Mosè, per mezzo del quale Dio fondò il suo popolo; i “libri di Mosè” sono: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio, essi vanno dalla creazione del mondo alla morte di Mosè.
Visse 120 anni, nel XIV-XIII secolo a. C. e gli ultimi 40 anni della sua vita li dedicò interamente al servizio di Iahweh e di Israele; fu la più elevata figura del Vecchio Testamento e uno dei più grandi geni religiosi di tutti i secoli.
Dio lo preparò a tale compito nei primi 80 anni di vita; nacque durante il periodo più tormentato della persecuzione egiziana contro gli israeliti, sotto il faraone Thutmose III, quando ‘ogni neonato ebreo, doveva essere gettato nel Nilo’, Mosè terzogenito dopo Maria ed Aronne, appartenente alla tribù di Levi, dopo averlo tenuto nascosto per tre mesi, fu posto in un cesto di papiro, spalmato di pece e deposto fra i giunchi della sponda del fiume, mentre la sorella da lontano, controllava.
La figlia del faraone, scese al fiume per bagnarsi e notò il bambino, intenerita lo raccolse e a questo punto la sorella Maria, esce allo scoperto chiedendo se avevano bisogno di una nutrice per allattarlo e propose Iochabed sua madre, la principessa accettò e quindi il bambino, fu ridato senza saperlo alla madre naturale che lo allattò, portandolo poi alla corte alla figlia del Faraone, che lo allevò come un figlio dandogli il nome di Mosé (in egiziano: ragazzo, figlio).
Il ragazzo ebreo ricevé alla corte un’educazione culturale perfetta, più unica che rara, che solo la corte egiziana a quell’epoca poteva dare, che andava dalla letteratura egiziana, alla legislazione babilonese alle leggi e costumi degli Ittiti.
Verso i 40 anni poté vedere la desolazione in cui vivevano i suoi fratelli ebrei, arrivando ad uccidere un egiziano che percuoteva selvaggiamente uno schiavo israelita; purtroppo per lui, un ebreo collaboratore degli egiziani, svelò l’accaduto e il faraone condannò Mosè, egli dovette fuggire nel deserto del Sinai.
Qui incontrò nel suo esilio, una tribù nomade, il cui capo Ietro gli dette in moglie la figlia Sefòra, accogliendolo fra loro; nel silenzio della steppa, alla guida del gregge di pecore di Ietro, Mosè ha l’opportunità di meditare, di percepire la presenza di Dio, senza le distrazioni delle magnificenze della corte egiziana e nella solitudine del deserto, avverte la sua pochezza davanti al creato.
E nel deserto Dio si rivela, ai piedi del Sinai, dove un rovo è in fiamme senza spegnersi, Mosè accostatasi sente chiamarsi e la voce gli dice di togliersi i sandali perché quel luogo è sacro. Il Dio dei patriarchi gli ordina di andare dal Faraone per liberare il suo popolo oppresso e condurlo in Canaan, formandone una Nazione e per essere creduto sia dagli egiziani, che dagli ebrei, Iahweh gli dà il potere di compiere miracoli, consegnandogli un bastone con cui operarli.
Mosè tornato in Egitto insieme al fratello Aronne si reca dal successore del faraone Thutmose III, il figlio Amenophis II (1450-1423 a. C.) e chiede la liberazione del popolo ebraico in schiavitù e il permesso di allontanarsi nel deserto per la loro strada. All’ostinato rifiuto del faraone, seguono le celebri “dieci piaghe” che colpiscono l’Egitto per ordine di Mosè; le prime nove sono legate a fenomeni naturali ma che accadono in forma straordinaria, come l’invasione d’insetti dannosi ad ondate, invasione di rane, ecc. l’ultima invece più terribile è la morte dei primogeniti che avviene in una notte, compreso il figlio del faraone.
A questo punto il faraone, concede, anzi ordina, che gli ebrei vadano via e in quello stesso giorno inizia l’Esodo nella direzione del Mar Rosso. Qui avviene il grande miracolo dell’attraversamento del mare, che si apre davanti agli ebrei, permettendo loro di fuggire dalla cavalleria egiziana, che il Faraone pentito aveva inviato al loro inseguimento; il mare poi si richiuderà sui cavalieri egiziani annegandoli tutti.
Questo prodigio è stato magistralmente rappresentato nel celebre film “I dieci Comandamenti” del regista Cecil B. De Mille. È sempre Mosè l’intermediario fra Dio e il suo popolo, che ormai migrando nel deserto, si nutre con i prodigi di Iahweh, operati da Mosè; acqua che sgorga dalle rupi, la caduta della manna, la cattura delle quaglie, ecc.
Dopo tre mesi arrivano alle falde del Sinai, dove Mosè salito sul monte riceve le Tavole dell’Alleanza, l’avvenimento più importante e decisivo della storia d’Israele; esse sono la costituzione e la sanzione dell’alleanza fra Iahweh e la nazione d’Israele. Mosè vi appare in una grandezza sovrumana, in intima familiarità con Dio; quando Aronne e i suoi lo rivedono scendere dal monte con il Decalogo, il suo volto irraggia l’eterna luce, riflesso dello splendore divino e hanno addirittura timore di avvicinarlo.
Ma mentre Mosè era sul monte, il suo popolo, nell’attesa prolungata, cedette alla tendenza idolatrica, costruendo un vitello d’oro e abbandonandosi a festini, ubriachezze e immoralità. Dio manifesta a Mosè che dopo tale tradimento vuole distruggere gli ebrei e costituirlo capostipite di una nuova stirpe. Ma Mosè rifiuta, intercedendo per loro e ottenendo il perdono dalla sua infinita misericordia.
Un anno dopo, gli ebrei già dimentichi del perdono ricevuto, minacciano Mosè di lapidarlo, perché gli esploratori ritornati dalla terra di Canaan, avevano parlato di enormi difficoltà di vita, quindi alla loro guida rimproveravano di averli portati a morire nel deserto, era meglio ritornare in Egitto. Ancora una volta Dio vuole punire questo popolo ingrato e Mosè intercede di nuovo, ma Dio, stabilirà che la generazione dell’esodo non entrerà nella Terra promessa, tutti moriranno nel deserto, dove vagheranno per 38 anni.
E con questo popolo recalcitrante e indocile, Mosè convive cercando di portarlo al monoteismo, formulando nell’oasi di Cadesh, sotto la tenda-santuario, tutta una legislazione, da dare come guida ad un popolo in formazione. Passati 40 anni si riprese la migrazione nel deserto e la nuova generazione non sembrava meno ostile della precedente, ribellandosi per quel cammino senza fine, ma anche senza la loro fede.
Dio, a Mosè ed Aronne prostrati che invocano il suo aiuto, dice di percuotere con il bastone una roccia e Mosè radunato il popolo per rincuorarli, percuote due volte la roccia e l’acqua sgorga in abbondanza. Il percuotere due volte, sembra un momento d’incertezza e dubbio da parte di Mosè ed Aronne, per cui Dio dice che giacché non avevano avuto piena fede in Lui, non avrebbero avuto il compito di introdurre il popolo nella terra promessa.
Infatti, dopo aver conquistato la Transgiordania e ripartito il territorio alle varie tribù, Mosè trasmette la sua autorità a Giosuè, quindi sul monte Nebo, contempla da lontano la ‘terra promessa’ e con tale visione muore.
Mosè fu dunque l’eletto del Signore e il segno della scelta divina fu sempre su di lui, fin dall’infanzia, protagonista di una straordinaria vicenda umana; primo vero tramite fra Dio e il suo popolo e in senso lato fra Dio e gli uomini.

Autore: Antonio Borrelli

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« L’UE È QUALCOSA DI PIÙ DI UN’AREA DI LIBERO SCAMBIO »

http://www.zenit.org/article-32380?l=italian

« L’UE È QUALCOSA DI PIÙ DI UN’AREA DI LIBERO SCAMBIO »

Il saluto di benvenuto di monsignor Ambrosio all’Incontro sulle questioni sociali del CCEE

ROMA, martedì, 4 settembre 2012 (ZENIT.org).- Riprendiamo il salute di benvenuto di monsignor Gianni Ambrosio, vescovo di Piacenza-Bobbio e vice-presidente della COMECE, tenuto nel corso dell’Incontro sulle questioni sociali promosso dalla Commissione Caritas in Veritate del CCEE, in corso a Nicosia (Cipro).
***
Rivolgo il mio cordiale saluto all’arcivescovo Mons. Youssef Soueif, al cardinale Angelo Bagnasco, ai confratelli vescovi e a tutti voi.
È inevitabile partire dalla crisi economica globale che da ormai quattro anni colpisce con particolare violenza le economie della zona-euro. La crescita smisurata dei debiti sovrani, soprattutto nei Paesi dell’Europa meridionale e la conseguente perdita di fiducia degli investitori nei confronti dell’economia di alcuni Paesi sono i fattori che rendono problematica la situazione che l’Unione Europea (UE) si trova ad affrontare. Se fino ad un anno e mezzo fa, erano solo alcuni i Paesi in grande difficoltà, oggi la crisi mette in evidenza l’ormai stretta interdipendenza tra le economie dei Paesi dell’Unione.
La consapevolezza di questa stretta interconnessione tra gli Stati membri ha portato gli attori istituzionali europei a considerare la necessità di un maggiore coordinamento delle politiche economiche a livello comunitario, cercando di tenere insieme gli obiettivi di rigore di bilancio, di crescita economica, di creazione di posti di lavoro. Per questo sono state adottate norme i cui obiettivi sono principalmente tre: un’agenda economica rafforzata su cui vi sia una maggiore sorveglianza da parte degli organi comunitari, interventi per garantire la stabilità dell’euro in cambio di piani di riforma economica, misure per contrastare la speculazione finanziaria.
Nel vertice europeo del 28-29 giugno 2012, il presidente Herman van Rompuy ha presentato il programma di lavoro del Consiglio europeo fino al 2014. Senza addentrarci nell’esame del documento, emergono due priorità. Per il futuro dell’Unione economica e monetaria (UEM), appare necessaria una maggior integrazione nel settore bancario e nell’ambito del bilancio. Per quanto concerne la crescita e il lavoro, un nuovo Patto costituirà un quadro appropriato per un’azione incisiva in vista dei cinque grandi obiettivi dell’UE (lavoro, ricerca-sviluppo-innovazione, cambiamento climatico e energia, educazione e scuola, povertà e esclusione sociale). In rapporto a queste priorità, appare quanto mai proficua una discussione approfondita sulle negoziazioni bilaterali e multinazionali che sono in corso.
In questo contestola COMECEè impegnata per rendere concreta la promozione della coesione sociale in Europa. Innanzi tutto la salutare presa di coscienza dell’interdipendenza deve sospingere l’UE a ritrovare la sua unità di fondo perché anche l’attività economica, al pari di qualsiasi altra dimensione dell’agire umano, non si realizza mai in un vuoto morale o in base ad alcune regole, ma sempre e solo all’interno di un determinato contesto culturale: queste matrici culturali debbono essere riconosciute e apprezzate.
La COMECEcon la Dichiarazione Una comunità europea di solidarietà e di responsabilità (2011) ha voluto ricordare ai responsabili della politica economica europea che l’Europa è molto più dell’euro e che le soluzioni motivate da considerazioni di breve periodo portano inevitabilmente a una politica economica di corto respiro. Partendo dal Trattato di Lisbona (2007), in cui si dichiara che l’UE si pone “l’obiettivo di un’economia sociale di mercato competitiva”,la COMECE ha offerto il proprio contributo per una visione di lungo periodo, che riguarda in particolare quell’orizzonte di valori che possono sostenere ed esprimere “una comunità di solidarietà e di responsabilità”. L’UE è qualcosa di più di un’area di libero scambio e di reciproche convenienze economiche. Questo “di più” non solo non può andare perduto, ma diventa ancor più necessario per superare l’attuale crisi, se non si vuole rischiare che l’orizzonte europeo smarrisca ogni attrattiva per i suoi cittadini. La Dichiarazione non intende solo ricordare le matrici di fondo dell’attività economica ma intende anche mostrare la vitalità dell’economia sociale di mercato. Inoltrela Dichiarazione evidenzia il fatto che i valori che ispirano l’economia sociale di mercato corrispondono ai grandi principi della Dottrina sociale della Chiesa.
Segnalo infine che la Segreteria della COMECE e i suoi partenaires ecumenici hanno elaborato una Posizione comune su Il ruolo degli attori di Chiesa nella politica di coesione europea. In questo documento, pubblicato il 12 luglio 2012, si fa presente che la politica regionale è l’espressione concreta della solidarietà all’interno dell’UE: proprio il fatto che il processo di unificazione viene messo a dura prova, si esige un impegno più determinato per “promuovere la coesione economica, sociale e territoriale e la solidarietà fra gli Stati membri” (Trattato dell’UE). Per i cristiani, afferma il documento, “la solidarietà è la naturale espressione della loro fede”.

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