Archive pour septembre, 2012

Gesù e gli Apostoli

Gesù e gli Apostoli dans immagini sacre jesus-nazareth-355

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Publié dans:immagini sacre |on 29 septembre, 2012 |Pas de commentaires »

« IN DIFESA DI ME STESSO », DI FËDOR DOSTOEVSKIJ

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« IN DIFESA DI ME STESSO », DI FËDOR DOSTOEVSKIJ

La rilettura di un piccolo libro edito nel luglio del 1994

di Antonio D’Angiò

ROMA, sabato, 29 settembre 2012 (ZENIT.org).- “Niente è più funesto, infatti, più irragionevole e più ingiusto di alcune parole prese chissà da dove, riferite dio sa a che cosa, origliate casualmente, capite in qualche modo, ma forse, anzi, nemmeno capite, scritte in fretta e furia. Ma, ripeto, io conosco me stesso, e non temo nemmeno questo tipo d’accusa.”
Questa frase, tratta dal libro “In difesa di me stesso”, si trova nella parte centrale della memoria difensiva, databile 6 maggio 1849, che Dostoevskij consegna alla commissione d’inchiesta, poiché accusato di aver partecipato, nella città di San Pietroburgo, agli incontri del circolo intellettuale – politico di Michail Petrasevskij, sostenitore del socialismo utopico di Fourier e Saint-Simon.
Dostoevskij, arrestato il 23 aprile 1849, rimase in carcere per otto mesi, sino al 22 dicembre 1849 quando, condannato a morte e già allineato per la fucilazione, si vide commutata la pena capitale in quattro anni di lavori forzati e altri quattro di servizio militare obbligatorio.
Il libro “In difesa di me stesso”, proposto nel 1994 dalle edizioni Il Melangolo, faceva parte di una collana di testi che componevano la serie “Il fondaco di MicroMega”, testi in precedenza apparsi sull’omonima rivista bimestrale.
L’opera è suddivisa in tre parti; la prima è l’introduzione, curata da Giovanni Buttafava e intitolata “L’incontenibile diffidenza verso l’Occidente”; la seconda è la memoria difensiva vera e propria, mentre l’ultima è composta dall’interrogatorio formale e dalla deposizione dello scrittore russo.
Nella memoria difensiva Dostoevskij cerca di rispondere a tre quesiti: Qual é il carattere dell’uomo e del politico Petrasevskij; cosa succedeva nelle serate da Petrasevskij ed il parere di Dostoevskij in proposito; se quelle riunioni avevano uno scopo segreto.
E’ chiaramente la seconda domanda, cioè quella che attiene a cosa accadesse durante le serate in casa Petrasevskij, che consente di riflettere sui motivi che portarono all’arresto di Dostoevskij e di come un cittadino si potesse difendere da accuse che reputasse ingiuste. In tutte quelle pagine c’è, naturalmente anche, un ritratto dell’epoca storica, dei fermenti ideali e della predilezione di Dostoevskij, comunque, per una società autocratica.
Lo scrittore russo chiarisce, nella memoria difensiva, le poche volte che ha preso la parola in quegli incontri e gli argomenti sui quali ha espresso le considerazioni, e cioè la letteratura (e il suo rapporto con la censura) e il legame tra personalità umana ed egoismo.
Per chiedersi:”Ma di cosa, insomma, mi si accusa? D’aver parlato di politica, dell’Occidente, della censura e di altro? Ma chi, al giorno d’oggi, non ne parla e non pensa a questi problemi? Per quale ragione aver studiato, a quale scopo la scienza avrebbe risvegliato la mia curiosità, se poi non avessi il diritto di esprimere la mia opinione personale oppure non potessi trovarmi d’accordo con altre opinioni, tutte di per sé autorevoli? In Occidente sta avvenendo qualcosa di terribile, si sta compiendo un dramma senza precedenti. Il vecchio ordine delle cose sta crollando, sta scomparendo. I princìpi fondamentali della società minacciano ogni momento di precipitare trascinandosi dietro l’intera nazione.”
Non si può non ricordare che, in quell’estate del 1994 quando questo libro di Dostoevskij fu stampato, si era in uno dei momenti di massima contrapposizione tra magistratura e politica e, a distanza di diciotto anni, alcuni argomenti sono ancora vivissimi; come il tema della libertà di espressione e quello della situazione carceraria.
Quest’anno lo scrittore russo è stato al centro di una mostra al Meeting di Rimini e, nel catalogo edito da Itaca curato da Tat’jana Kasatkina, vi è una bella icona russa moderna che rappresenta la “Resurrezione di Lazzaro”, all’interno del capitolo dedicato al romanzo “Delitto e Castigo”.
Si può terminare la rilettura di “In difesa di me stesso” (nonché della vista e del commento all’icona russa) riflettendo su cosa sia stato il castigo senza delitto, subìto da Dostoevskij e poi l’esservi scampato; quasi da credere ad una sua personale resurrezione, da una morte apparente.

Publié dans:Letteratura straniera |on 29 septembre, 2012 |Pas de commentaires »

Omelia XXVI Domenica del Tempo Ordinario (Anno B): Attenti a non scandalizzare con il nostro modo di fare

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Attenti a non scandalizzare con il nostro modo di fare

padre Antonio Rungi

XXVI Domenica del Tempo Ordinario (Anno B)

Vangelo: Mc 9,38-43.45.47-48

Celebriamo oggi la XXVI Domenica del tempo ordinario e tema portante della Parola di Dio di questa domenica è lo scandalo, fortemente riprovato da Cristo nel testo del Vangelo di Marco che oggi ascoltiamo. Gli apostoli fanno osservare al Signore che ci sono alcune persone che “scacciano i demoni” e che non appartengono al gruppo dei discepoli. Gesù giustamente fa osservare che ogni opera di bene, da qualsiasi parte venga è sempre bene accettata, perché la sorgente della bontà e dell’amore è Dio stesso. Chi opera il bene è comunque e sempre dalla parte di Cristo e di Dio. Partendo da questo discorso che Gesù sviluppa nel brano di oggi, un altro argomento che è di grande attualità anche ai nostri giorni, è quello di dare scandalo in base ai nostri comportamenti non consoni alla scelta di vita cristiana che abbiamo fatto. Il richiamo ai veri organi del nostro corpo, arti e attività connesse alla nostra vita biologica sono esempi per dire come effettivamente il male morale del peccato, dello scandalo sia superiore alla privazione di un bene essenziale e corporale che riduce la nostra integrità fisica. Le immoralità sono più privanti di una mancanza di arto o della stessa vista, soprattutto se il nostro comportamento immorale incide nella vita degli altri ed offende la vita altrui. Gli scandali in campo morale non si possono tollerare, né tacere, né tantomeno accettare. E’ bene in questi casi che si stronchi subito tutto ciò che ci fa deviare nella nostra vita cristiana per recuperare una serenità spirituale ed interiore. Questo è un principio etico di carattere generale, ma diventa obbligante ulteriormente se ci troviamo ad agire in un contesto di grande semplicità, innocenza, bontà, pulizia morale. In un contesto di corruzione generalizzata difficile che si possa rimanere scandalizzati dal comportamento di qualcuno. Questo invece avviene in quei contesti dove si pensa ed agisce rettamente o le persone non sono preparate alle delusioni ed ai comportamenti chiaramente lesivi della dignità degli altri. Lo scandalo ancora esiste, anche se sembra che oggi non ci scandalizziamo più di nulla e tutto sembra essere giustificato, anche le cose più immorali ed anticristiane.
Significativo è il testo del Vangelo di oggi, una vera lezione di vita e di comportamento etico in ragione a precise scelte di vita. Queste assurdità, questi paradossi hanno una loro efficacia per farci capire la gravità di certi nostri comportamenti e atteggiamenti sociali e morali. Gesù ci fa capire che su questo argomento la tolleranza di Dio è zero, anzi è Dio che chiede una vera purificazione del cuore e del corpo, l’unica che può ridare dignità ad un essere umano caduto in grave peccato di scandalo. Conversione è sinonimo di annuncio, di bene da trasmettere in ragione della nuova condizione di vita e di grazia di cui siamo entrati in possesso. Per cui se siamo nelle condizioni di poter operare il bene ed aiutare gli altri a recuperare uno stato di grazia, facciamo tutti i passi necessari per poter arrivare a questo fondamentale obiettivo di ridare speranza e pace ai cuori affranti dal dolore fisico e morale.
La prima lettura di oggi ci dice esattamente tutto questo. Dal Libro dei Numeri veniamo invitati a fare il bene in ogni situazione senza gelosie. La persona convertita, quella piena dello spirito del Signore è chi si pone al servizio della parola, ovvero profetizza, nel senso che la sua vita è trasparenza di una vita di profonda ed interiore relazione con il Signore. Capire questo significa entrare nel testo di oggi e comprendere la scelta dei Settanta discepoli e la scelta di ulteriori altri due. E’ lo Spirito Santo che guida la chiesa e lo fa con i sui doni e carismi individuali che sono al servizio di tutti. I disegni di Dio non vanno ostacolati se riguardano la nostra o l’altrui vita, ma nel discernimento costante vanno sostenuti ed incoraggiati. Il bene chiunque e dovunque lo fa o lo riceve è sempre ben accetto a Dio.
Ritorna anche oggi come ulteriore testo biblico da approfondire la lettera di San Giacomo Apostolo che porta avanti il suo progetto di amore e carità, in un contesto di evidenti necessità di assistenza ed aiuto. Il monito è molto duro e forte e deve far riflettere coloro che hanno improntato la loro vita solo alla soddisfazione dei piaceri della carne, della gola e di ogni altra delizia materiale dimenticandosi che c’è un giudizio di Dio e che c’è un’eternità alla quale andiamo incontro, volenti o nolenti. In ragione di questa dovremmo essere tutti più attenti a non gozzovigliare, né a lasciarsi andare nelle cose che piacciono, ma tenere un atteggiamento penitenziale in ragione anche a chi non ha nulla, mentre noi abbiamo di tutto e di più e non distribuiamo neppure il superfluo che abbiamo o addirittura siamo stati ingiusti o abbiamo fatto soffrire le persone buone. Quante situazioni di evidente immoralità e ingiustizia in questo nostro mondo. Si predica e si dice tanto nel lottare ogni forma di discriminazione e di povertà nel mondo e poi nella realtà si fa poco o nulla per combattere questo evidente stato di cose.
Il Signore ci dia la forza ed il coraggio nella missione che tutti siamo chiamati a portare avanti di realizzare con il nostro piccolo o grande contributo il sogno di un mondo migliore, più giusto e a misura d’uomo. Sia questa la nostra preghiera al Signore nella domenica in cui la parola ci invita ad una profonda rivoluzione del nostro cuore e della nostra vita: “O Dio, che riveli la tua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono, continua a effondere su di noi la tua grazia, perché, camminando verso i beni da te promessi, diventiamo partecipi della felicità eterna”. Amen.

I Santi Arcangeli: Michele, Gabriele, Raffaele

I Santi Arcangeli: Michele, Gabriele, Raffaele dans Papa Benedetto XVI Arcangeli-tosini

http://www.tanogabo.it/Religione/Tre_Arcangeli.htm

Publié dans:Papa Benedetto XVI |on 28 septembre, 2012 |Pas de commentaires »

Arcangeli: San Michele, Gabriele, Raffaele

http://lesbonsanges.free.fr/index.php?option=com_content&view=article&id=3&Itemid=30

(traduzione Google dal francese)

Arcangeli: San Michele, Gabriele, Raffaele

Arcangeli
Tutti i reparti degli ordini angelici si riferiscono alla gloria di Dio e la deificazione dell’uomo. gli uomini sono oggetto di particolare preoccupazione angeli. Tra noi e loro è un commercio perpetuo, rappresentata dalla scala di Giacobbe. (Genesi 28, 10-15) i livelli più bassi di questa scala misteriosa e provengono in occasioni solenni, completi di importanti missioni umane, tale è la funzione del Arcangeli, il cui nome significa angelo sopra.
Anche se questi spiriti celesti form un ordine separato, il secondo componente della gerarchia terzo coro sebbene l’ufficio, quindi, ambasciatore suitable Extraordinary e appartiene a quelle della stessa famiglia, essendo simili tra loro da donazioni la natura e la grazia, Dio può, tuttavia, lasciando la loro missione normale, che è quello di essere ambasciatori straordinari, selezionare e nominare gli altri inviati cori angelici, che poi prenderà il nome di arcangeli. Questo è ciò che noi chiamiamo il santo Arcangeli Michele, Gabriele, Raffaele, pur appartenendo all’ordine dei cherubini e serafini, o se il numero di coloro che si trovano direttamente davanti a Dio. Sono arcangeli, sono inviati speciali.

dopo Jean de Sainte-Eulalie, 1845-1924, francescano
——–
Il culto degli Arcangeli dà grande consolazione e coraggio. Esse sono divise in vari livelli. Il colore del loro abbigliamento è diverso. Questo è il coro dei sette Arcangeli appartengono spiriti beati che stanno davanti al trono di Dio, sempre pronto a eseguire gli ordini dell’Onnipotente.

SAINT MICHEL
Il nome di questo grande Arcangelo significa « Chi è come Dio »
Questo è Saint Michel, che è il più vicino a Dio Padre. Dotato come un guerriero, che unisce la bellezza sublime di una grande potenza. L’ordine di angeli sono dotati come lui.
San Michele si celebra l’8 maggio e il 29 settembre.
Questi arcangeli poi assistere i martiri nella loro tormenti, frequentano lo stesso a coloro che soffrono persecuzioni per Dio. Il Dio misericordioso manda, via San Michele, l’arcangelo l’angelo custode per aiutare colui che è perseguitato. Come atti eroici di abnegazione, mortificazione forza di volontà in queste anime! Eppure, non credo che dover niente a loro angelo soccorso ricevuto. Gli angeli sono diligente servizio agli uomini, ma gli uomini sono ingrati verso il cielo!

SAN GABRIELE
Gabriel in ebraico significa « Forza di Dio ». Questo è l’angelo dell’annunciazione. San Gabriele è più vicino a Gesù.
Si celebra il suo 24 marzo.
San Gabriele indossa una stola sacerdotale e un’alba. In particolare, è il messaggero dello Spirito Santo. Privilegi il luogo stesso rango S. Michel. E ‘l’angelo di « figlio dello Spirito Santo, » i sacerdoti e tutte le anime che hanno un ardente devozione allo Spirito Santo, o che desiderano servirlo bene. Questo è ancora il capo della preghiera fervente. I sacerdoti non dovrebbero lasciar passare un solo giorno senza invocare, in particolare quando si tratta di proclamare la Parola di Dio. Coloro che sono alle prese con maggiore sofferenza fisica o mentale deve richiamare troppo. Ci fa un ardente amore per la Madre di Dio. Egli saluto al momento della morte e portare a loro anime queen che spesso hanno lodato. La bellezza del qualcosa arcangelo Gabriele più attraente, più irresistibile, si parla più al cuore non è così grande come quella di St. Michel.
San Gabriele è trasmesso da Dio ai tre Magi, che erano pagani, l’ordine di andare a Betlemme. Quando squilla l’Angelus, San Gabriele i benvenuti. Quale gioia deve aver provato quando ha sentito queste parole: « Eccomi, sono la serva del Signore » E come è inclinato, quando il Verbo si è fatto carne!
San Gabriele è l’angelo della santa Umanità di Gesù. E ‘stato lui che per primo ha annunciato ai pastori la nascita del Salvatore, colui che è stato il custode della Sacra Famiglia durante la fuga in Egitto, colui che, nel Giardino degli Ulivi, Cristo confortato, e ancora che, alla quarta stazione sulla via del Calvario, favorendo altresì la Madre di Dio, lui, infine, che quando Gesù morì sulla croce, ha partecipato il nostro Redentore. E ‘stato anche l’Angelo della Resurrezione, l’angelo dell’Ascensione. Chi onora San Gabriele sarà, al momento della morte, confortato e pacificati da lui, perché ha visto il Signore, quando Egli morì sulla croce.

SAINT RAPHAEL, AIUTARE LA ARCANGELO
Raphael significa « medicina di Dio ». Raphael è l’arcangelo dello Spirito Santo.
San Raffaele si celebra il 24 ottobre.
Saint Raphael è il patrono dei confessori e penitenti. Chi onora fedelmente saranno sempre buoni direttori spirituali. Saint Raphael è l’angelo della consolazione nelle difficoltà attuali, egli è nostro aiuto in difficoltà. Si tratta in particolare di chi amministra il sacramento della Penitenza e di chi lo riceve.
Coloro che sono coinvolti nello stato di matrimonio non si deve dimenticare neanche. L’indumento di Saint Raphael, si arrotola e si indossa una cintura. La mano destra tiene uno scettro a forma di bastone, mentre San Gabriele, egli porta un giglio, Saint Michel uno scudo e una spada. I sette doni dello Spirito Santo sono rappresentati da arcangeli la cui bellezza sfida espressione. Pazienza L’arcangelo si indossa un cappotto verde. Il suo viso è rivolto verso il cielo, con le mani giunte in preghiera fervente. Non vi è, nella sua bellezza, qualcosa che si muove, mi piacerebbe quasi malinconico. Quando Dio manda anime entrare rassegnazione e pazienza. Ci sono persone con le quali essa rimane incessantemente nature privilegiate, che sostengono tutto, anche le cose che sembrano incredibili. Dovunque si posa gli occhi, c’è una croce. Questo arcangelo aiuta coloro che soffrono con coraggio a sopportare con pazienza. Anche a me, ho bisogno di te oggi, aiutando arcangelo! Io non sono degno di chiedere la vostra visita, ma solo per l’amore di Dio, in modo che non offende la pazienza divina con pensieri di viltà e di impazienza. Medito di più, ora, i privilegi degli angeli. Oh! cielo deve essere bello!

Secondo Mechtild von Thaller

Publié dans:Arcangeli, Santi |on 28 septembre, 2012 |Pas de commentaires »

Il film e le vignette su Maometto: per occidente e islam è tempo di una laicità sana – di Samir Khalil Samir

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ISLAM

Il film e le vignette su Maometto: per occidente e islam è tempo di una laicità sana

di Samir Khalil Samir

Il mondo islamico risente di una frustrazione plurisecolare e reagisce in modo emozionale ad ogni minima critica. Allo stesso tempo l’occidente provoca senza ritegno e rispetto. Per uscire dal conflitto di civiltà, la soluzione è seguire il papa di Regensburg o della Ecclesia in Medio Oriente. Anche i musulmani devono imparare a non offendere ebrei, cristiani e altre religioni. Piuttosto che tarpare la libertà di critica, meglio attuare critiche, ma secondo la ragione.

Beirut (AsiaNews) – Ora che le fiammate e gli scontri si sono sedati, possiamo ripensare alla pubblicazione del film anti-islam (« L’innocenza dei musulmani ») e alle vignette blasfeme su Maometto (pubblicate a Parigi su Charlie Hebdo) per cercare di comprendere cosa ha provocato l’ondata di reazioni violente, che hanno causato la morte di decine di persone, centinaia di feriti e distruzioni senza numero.
Il concetto di libertà è quasi sconosciuto nel mondo islamico
Analizzando la situazione, la prima cosa che emerge è che nei Paesi musulmani il concetto di libertà di espressione è sconosciuto, perché viviamo in regimi che sono in pratica delle dittature, che soffocano questo diritto. Quando qualcuno fa o dice qualcosa, l’intera comunità si sente aggredita e reagisce contro la comunità dell’altro (in questo caso gli Usa per il film; la Francia per le vignette). Tutto questo è assurdo ma comprensibile, perché le comunità islamiche, in genere, non hanno ancora scoperto e sperimentato la libertà individuale di coscienza e di parola.
Un altro punto da mettere in luce è il tipo di reazione: a un discorso si risponde con un discorso, a un’immagine con un’immagine; alla violenza si può rispondere con la violenza… Ma non vi è alcun diritto a rispondere ad un film con la violenza di cui siamo stati testimoni.
Il film è sì violento, ma di un altro tipo di violenza, che ha bisogno di una qualità diversa di risposta. Il trailer del film che ho visto è di una grande mediocrità ed aggressivo. L’aggressività, eticamente non è una cosa buona, ma la gente ha diritto di aggredire almeno a parole. E questo almeno finché non c’è un accordo internazionale che dica che le religioni sono un argomento tabù. In tal caso questa aggressività diviene illegittima.
Andando più a fondo, dobbiamo ricordare che nel mondo musulmano in cui viviamo è presente una frustrazione grandissima perché ci sentiamo molto in ritardo riguardo al resto del pianeta, mentre una volta eravamo molto avanzati; eravamo i pionieri in tante scienze: astronomia, matematica, medicina, filosofia, ecc. Questo ci rende vulnerabili e ipersensibili a qualunque cosa: basta che qualcuno faccia anche una velata allusione alla nostra situazione, e noi ci sentiamo aggrediti. Dobbiamo imparare a convivere con le nostre frustrazioni.
Non limitare la libertà, ma la provocazione non aiuta
Purtroppo, fra di noi ci sono pure persone che usano queste emozioni del mondo musulmano, ampliate dall’ignoranza e dalla povertà, per andare contro all’occidente, per motivare questa lotta. Invece varrebbe la pena guardare le cose con più razionalità, rispondendo secondo ragione alle accuse e alle aggressioni, mostrando loro le ingiustizie e le falsità che commettono.
L’occidente, da parte sua, invece di aiutarci ad educare questa sensibilità estrema, cerca di limitare la libertà dei suoi membri. La libertà non deve essere limitata. Però l’individuo deve imparare che la provocazione e l’aggressione spirituale non portano frutto.
Tanti ora invocano « più senso di responsabilità dei Paesi occidentali ». Ma nel caso del film non è implicato nessun Paese occidentale o governo: esso è l’opera di un individuo o di un gruppo di individui; negli Stati Uniti vi è libertà di esprimersi finché non si fa del torto a persone o comunità. Non dobbiamo limitare la libertà. Dobbiamo avere più etica, questo sì.
Limitare la libertà perché noi, nel mondo arabo, non la sopportiamo, è inaccettabile! Dobbiamo imparare a usare dello spirito critico in tutti i campi, compreso il campo religioso. Finché non avremo imparato ad usare lo spirito critico verso i nostri testi sacri (Bibbia, Vangelo, Corano, ecc.), non potremo dialogare, e ancor meno liberarci dal nostro fondamentalismo.
L’Islam attacca ogni giorno cristianesimo e ebraismo
D’altra parte, è falso pensare che l’Occidente sia il solo a criticare l’altro (in questo caso l’Islam). Il mondo islamico critica tutti i giorni l’Occidente. Il problema è nel modo di farlo. Calunniare l’altro, dire il falso, non fa parte della libertà della persona. Questo film comporta anche calunnie e falsità, accanto agli elementi di verità. E questo non è etico.
Ma anche il mondo islamico deve fare il suo esame di coscienza. Ad esempio, ogni giorno l’islam attacca cristianesimo e ebraismo nei libri – anche nei libri scolastici -, e nei discorsi degli imam, insegna spesso falsità, eppure nessuno dice nulla.
Un esempio: tutti i giorni sentiamo dire che « la Bibbia è stata manipolata, e falsificata (tahrif al-Ingil) », senza mai dare la minima prova della falsificazione. Ma questa è un’offesa verso ciò che noi abbiamo di più sacro! Oppure dicono su Gesù Cristo cose che sono non vere. Ma loro le annunciano, le ripetono, le propagano. I musulmani (come i cristiani, gli ebrei, e tutti quanti) devono imparare ad essere più ragionevoli, e noi – in questo caso noi cristiani – dobbiamo imparare il diritto a rispondere a queste accuse e falsità con argomenti razionali.
Seguendo Benedetto XVI, dobbiamo superare il momento dell’emozione e della reattività, per affermare la ragione. Qui, la parola ?ragione » è quella che lui ha definito nel suo discorso a Regensburg, che comprende la dimensione spirituale ed etica.
Il papa afferma che l’occidente ha separato la razionalità dalla sua dimensione spirituale ed etica. E questo si vede in questo filmetto o in queste vignette; ma il mondo musulmano, a sua volta, ha svuotato la fede della razionalità e naviga solo nell’emozionale. In tal modo il conflitto fra culture e civiltà è inevitabile.
Libertà e razionalità, laicità e religione
Per uscire da questa situazione ognuno ha un passo da fare, ma non posso impedire la libertà, né ridurla, rimanendo inteso che nessuno ha la libertà di calunniare e di dire il falso. Agli occidentali, devo dire: dovete correggere la vostra razionalità con un minimo di etica; e ai musulmani, che devono correggere la loro religione ampliandola alla razionalità e all’universalità.
Nei discorsi svolti durante la sua visita in Libano e nell’esortazione apostolica Ecclesia in Medio Oriente, Benedetto XVI parla di laicità sana e di fondamentalismo (nn. 29 e 30), che sono i problemi di cui stiamo discutendo. Il papa dice che occorre un equilibrio fra politica e religione, senza escludere nessuna delle due. La laicità sana permette un legame fruttuoso fra il politico e il religioso.
Il Libano sembra più aperto a questa doppia dimensione dando spazio ad ogni gruppo religioso e nello stesso tempo garantendo una legge comune a tutti, che aiuta la convivenza. Questo modello può aiutare i Paesi arabi e musulmani, dove spesso politica e religione coincidono, eliminando la libertà, Ma può aiutare anche l’occidente, che nella visione secolarista ha eliminato il religioso.
Vietare le critiche alle religioni e all’ateismo?
Ora vi sono diverse organizzazioni che chiedono misure internazionali per frenare questi casi di offese alle religioni. Il gruppo più importante che ha fatto questo passo è l’Organizzazione dei Paesi islamici.
Ma i Paesi islamici rischiano di usare queste direttive anti-blasfeme come avviene in Pakistan, attaccando tutti coloro che non sono musulmani (cristiani, indù, sikh, baha’i, ecc..). Se vogliamo dare alcune direttive generali per non offendere le religioni, siamo d’accordo; ma se questo significa tagliare le ali della libertà e della ragione, per cui non si può più parlare di elementi da correggere in una religione o un’altra, non sono d’accordo.
Per questo è molto pericoloso accettare questa proposta, ma è anche vero che dobbiamo metterci d’accordo a livello universale sul rispetto dei diritti umani, compresi quelli religiosi. Cominciamo ad applicarli in modo totale, dato che né in occidente, né nel mondo islamico i diritti umani sono applicati in pienezza, sebbene in occidente ci sia qualcosa di più.
Purtroppo, nei Paesi islamici, ad esempio, la libertà di coscienza è inesistente. Secondo la legge islamica, un musulmano che si converte all’ebraismo, al cristianesimo o a un’altra religione, merita la morte. Ma questo è contrario alla Carta universale dei diritti dell’uomo. Addirittura, i musulmani hanno scritto una loro ?Carta islamica dei diritti dell’uomo »; ma se è « islamica » non è più universale!
Ogni religione deve portare il suo contributo alla riflessione ma per arrivare tutti insieme, religiosi e atei, a un nuovo umanesimo. Questo è lo sforzo che si fa all’Onu o all’Unesco. Tale sforzo deve essere potenziato.

Santi Cosma e Damiano

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http://parishableitems.wordpress.com/category/saintly-people/sts-cosmas-and-damien/

Publié dans:immagini sacre |on 26 septembre, 2012 |Pas de commentaires »

LA VITA DEI SANTI MEDICI COSMA E DAMIANO (26 settembre mf)

http://www.brattiro.net/SS%20COSMA%20E%20DAMIANO/la_vita_dei_santi_medici_cosma_e.htm

LA VITA DEI SANTI MEDICI COSMA E DAMIANO (26 settembre mf)

I SS. Martiri Cosma e Damiano, venerati in questo Santuario, vissero in tempi difficilissimi per la fede cristiana. Dichiararsi cristiano per chi ricopriva un ruolo pubblico importante comportava rischi di carriere, proscrizione, quando non addirittura la condanna a morte. In siffatto clima sociale, religioso e politico vissero questi due santi, che il loro principale biografo definì « illustri atleti di Cristo e generosissimi Martiri ».
La loro vita e soprattutto l’indomita eroicità dimostrata nei momenti cruciali li hanno costituiti modelli di santità e intercessori presso Dio. In tutto il mondo cristiano sono sorte in loro onore cappelle votive, chiese e basiliche. I malati si rivolgono a questi Santi per ricevere la guarigione. Numerosi furono i miracoli ottenuti dall’invocazione dei SS. Cosma e Damiano, che la Chiesa ha designato Patroni dei medici, dei chirurghi, dei farmacisti, degli ospedali.

Testimoni di Cristo
Le brevi notizie storiche che li riguardano risultano dai « Martirologi » e « Sinassari », antichi testi liturgici che riportano il resoconto della vita dei Santi e dei Martiri dei secoli antichi, disposti giorno per giorno per tutto l’anno. Il principale biografo dei SS. Cosma e Damiano fu il dotto vescovo Teodoreto, che resse dall’anno 440 al 458 la città episcopale di Ciro, importante centro commerciale della Siria. Qui fu eretta a questi due Santi la prima chiesa votiva.
I SS. Cosma e Damiano, originari dell’Arabia, erano fratelli. Secondo certe fonti, non ritenute storicamente attendibili, erano gemelli. Nacquero nella seconda metà del III secolo da genitori cristiani. A impartire loro la prima educazione alla fede dovette incaricarsi la madre, di nome Teodota (secondo altri, Teodora), poiché il padre morì presto, durante una persecuzione in Cilicia.

Santi Anargiri
Dalla città natale per ragioni di studio furono inviati in Siria, dove appresero le scienze, specializzandosi nella medicina. Esercitarono con valentia questa professione a Egea e poi a Ciro, città dell’Asia Minore. Le « fonti » sottolineano la scrupolosa preparazione professionale dei SS. Cosma e Damiano. Alcuni testi parlano di un farmaco di loro invenzione chiamato « Epopira ». Si distinguevano per la solerte e benefica operosità verso i malati, con predilezione per i più poveri e gli abbandonati. La tradizione riferisce anche che curavano i malati senza mai chiedere retribuzione. Ciò valse loro l’appellativo di « Santi Anargiri », con cui sono passati alla storia. La loro fama di uomini coraggiosi, di insigni benefattori, si sparse rapidamente in tutta la regione. L’attività di questi Santi non si ridusse alla sola cura dei corpi. Nel loro esercizio professionale miravano anche al bene delle anime con l’esempio e con la parola. Riuscirono a convertire al cristianesimo molti pagani. Il libro del « Sinassario » della Chiesa di Costantinopoli riferisce il curioso episodio di una donna, di nome Palladia, la quale in segno di gratitudine per l’ottenuta guarigione, insistette per offrire ai due Santi la ricompensa di tre uova. Al netto rifiuto, la donna reagì rimproverandoli, perché considerò tale atteggiamento come una mancanza di galateo nei suoi riguardi. Ottenne così il risultato che S. Damiano, di nascosto dell’altro, accettasse il piccolo dono, ma anche che il Santo venisse severamente rimproverato da suo fratello.

Fermezza di fronte alle persecuzioni
I santi Cosma e Damiano si imposero risolutamente una scelta di vita controcorrente rispetto al paganesimo imperante. Nell’Impero Romano, particolarmente nelle regioni orientali dove il cristianesimo si era propagato con più successo, tra il 286 e il 305 d.C. sotto l’impero di Massimiano e di Diocleziano scoppiarono le persecuzioni. Le maggiori repressioni avvenivano nell’esercito, principalmente a causa del rifiuto da parte dei cristiani della milizia, oltre che delle cerimonie pagane e del culto dell’imperatore. In esecuzione dell’editto del 23 febbraio 303, i SS. Cosma e Damiano furono arrestati con l’accusa di perturbare l’ordine pubblico e di professare una fede religiosa vietata. Il loro processo si svolse al cospetto di Lisia, prefetto romano competente per territorio nella Cilicia. Minacciati di torture e di condanna alla pena capitale, si tentò in tutte le maniere di farli apostatare. I SS. Cosma e Damiano, invece, risposero così ai loro persecutori: « Noi adoriamo il solo vero Dio e seguiamo il nostro unico Maestro, Gesù Cristo ». Questa eroica resistenza servì di incoraggiamento per gli altri cristiani più titubanti e pavidi, anch’essi sottoposti al grave dilemma: abiurare, per aver salva la vita; o perseverare nella professione della fede e patire carcere, torture e morte seguendo Cristo sulla via della Croce.

Il Martirio
Dopo l’arresto e il processo i Santi furono sottoposti a una serie di crudeli torture, nella vana speranza di farli recedere dal loro fermo proposito. Come primo castigo fu loro inflitta la fustigazione. Poiché i carnefici non ottennero di farli apostatare, legati mani e piedi furono gettati in mare da un alto burrone con un grosso macigno appeso al collo, per facilitarne lo sprofondamento. Miracolosamente, invece, i legacci si sciolsero ed i santi fratelli riaffiorarono in superficie sani e salvi, accolti a riva da uno stuolo di fedeli festanti, ringraziando Dio per lo straordinario evento. Nuovamente arrestati, subirono altre dolorosissime prove. Condotti davanti a una fornace ardente, furono immersi nel fuoco legati con robuste catene. Le fiamme però non consumarono quelle membra sante, che uscirono ancora una volta indenni e fu tale il timore dei soldati che li avevano in custodia, da costringerli a fuggire precipitosamente. Il libro del « Martirologio » che si ispira al citato Teodoreto ci informa che « i santi Cosma e Damiano furono martiri cinque volte ». Passarono infatti per le prove dell’annegamento, della
fornace ardente, della lapidazione, della flagellazione, per finire i loro giorni terreni col martirio nell’anno 303.

Diffusione del culto
La pietà dei fedeli provvide a dare a questi indomiti atleti di Cristo degna sepoltura nella città di Ciro in Cilicia. Sulla loro tomba sorse una chiesa, meta di ininterrotti pellegrinaggi, per venerarvi le reliquie e per invocare la loro intercessione. Uno dei più illustri pellegrini fu l’Imperatore Giustiniano, il restauratore dell’Impero Romano d’Oriente (+ 565). Guarito da una perniciosa malattia, andò in preghiera preso la tomba dei SS. Taumaturghi. In segno di riconoscenza fece erigere a Basilica la loro chiesa e dispose la fortificazione della città di Ciro.
Molto rapidamente il culto dei SS. Cosma e Damiano si estese a tutto l’Oriente bizantino. Gli scambi commerciali che intercorrevano tra Roma e l’Oriente facilitarono la conoscenza anche in Occidente della fama di questi due Martiri. La prima cappella in loro onore nella città eterna risale all’epoca di Papa Simmaco (498-515). Poco tempo dopo, ad opera di Felice IV nell’anno 528 furono trasportate a Roma le reliquie dei SS. Cosma e Damiano, ai quali fu edificata la grande Basilica esistente nel Foro Romano. Nel 1924 una commissione di esperti nominata da Pio XI, effettuando una ricognizione, ritrovò le ossa di questi SS. Martiri nel pozzetto situato sotto l’antico altare della Basilica. A ricordo della traslazione delle reliquie e della dedicazione della Basilica romana, nella liturgia occidentale fu fissata al 27 settembre la festività liturgica dei SS. Cosma e Damiano.
I loro nomi furono inseriti nel canone della Messa Tridentina, e furono gli ultimi Santi cui venne concesso simile onore. Nella Chiesa greca la festa liturgica cade in due date: il 1 luglio e il 1 novembre.
In Oriente a partire dal V secolo sorsero numerose chiese dedicate ai SS. Cosma e Damiano: in Scizia, in Cappadocia, in Panfilia, a Salonicco, a Gerusalemme, a Edessa del Ponto. In epoca posteriore (secoli X-XIII) il culto si diffuse in Bulgaria, in Romania, nelle regioni bizantine dell’Italia meridionale, tra cui la Calabria. La più famosa chiesa eretta in Oriente fu la Basilica che si trovava a Costantinopoli, proclamata santuario nazionale, alla quale accorrevano malati di ogni ceto sociale per chiedere la guarigione. In questa Basilica avveniva il rito dell’incubazione. Secondo la tradizione, mentre gli altri fedeli trascorrevano la notte in preghiera, i malati presenti si addormentavano adagiati su poveri giacigli nelle navate della chiesa. Durante il sonno miracolosamente apparivano i Santi Medici dai quali ricevevano le cure necessarie per la guarigione. Dei numerosi prodigi attribuiti all’intercessione dei SS. Cosma e Damiano esiste una circostanziata narrazione, che rimonta al VI secolo.
A Brattirò ogni anno immancabilmente, nella Chiesa Parrocchiale di S. Pietro Apostolo, nei giorni 25-26-27 Settembre si onorano i SS. MM. Questa Chiesa ha l’onore di conservare e custodire gelosamente una loro Reliquia autentica, avuta da Roma che in quei giorni espone alla venerazione ed al bacio dei fedeli e devoti. Chi prega, chi intercede, chi ringrazia, vuoI dire che a mezzo dei Santi Cosma e Damiano ottengono la salute desiderata sia del corpo che dell’ anima.

Publié dans:Santi, Santi: memorie facoltative |on 26 septembre, 2012 |Pas de commentaires »

PAPA BENEDETTO: « VIVIAMO BENE LA LITURGIA SOLO SE RIMANIAMO IN ATTEGGIAMENTO ORANTE »

http://www.zenit.org/article-32808?l=italian

« VIVIAMO BENE LA LITURGIA SOLO SE RIMANIAMO IN ATTEGGIAMENTO ORANTE »

La catechesi di Benedetto XVI durante l’Udienza Generale di questa mattina

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 26 settembre 2012 (ZENIT.org).- Riprendiamo di seguito il testo della catechesi tenuta da papa Benedetto XVI durante la tradizionale Udienza Generale del mercoledì, che si è svolta questa mattina in Piazza San Pietro.
***
Cari fratelli e sorelle,
in questi mesi abbiamo compiuto un cammino alla luce della Parola di Dio, per imparare a pregare in modo sempre più autentico guardando ad alcune grandi figure dell’Antico Testamento, ai Salmi, alle Lettere di san Paolo e all’Apocalisse, ma soprattutto guardando all’esperienza unica e fondamentale di Gesù, nel suo rapporto con il Padre celeste. In realtà, solo in Cristo l’uomo è reso capace di unirsi a Dio con la profondità e la intimità di un figlio nei confronti di un padre che lo ama, solo in Lui noi possiamo rivolgerci in tutta verità a Dio chiamandolo con affetto « Abbà! Padre! ». Come gli Apostoli, anche noi abbiamo ripetuto in queste settimane e ripetiamo a Gesù oggi: «Signore, insegnaci a pregare» (Lc 11,1).
Inoltre, per apprendere a vivere ancora più intensamente la relazione personale con Dio, abbiamo imparato a invocare lo Spirito Santo, primo dono del Risorto ai credenti, perché è Lui che «viene in aiuto alla nostra debolezza: da noi non sappiamo come pregare in modo conveniente» (Rm 8,26), dice san Paolo, e noi sappiamo come abbia ragione.
A questo punto, dopo una lunga serie di catechesi sulla preghiera nella Scrittura, possiamo domandarci: come posso io lasciarmi formare dallo Spirito Santo e così divenire capace di entrare nell’atmosfera di Dio, di pregare con Dio? Qual è questa scuola nella quale Egli mi insegna a pregare, viene in aiuto alla mia fatica di rivolgermi in modo giusto a Dio? La prima scuola per la preghiera – lo abbiamo visto in queste settimane – è la Parola di Dio, la Sacra Scrittura. La Sacra Scrittura è un permanente dialogo tra Dio e l’uomo, un dialogo progressivo nel quale Dio si mostra sempre più vicino, nel quale possiamo conoscere sempre meglio il suo volto, la sua voce, il suo essere; e l’uomo impara ad accettare di conoscere Dio, a parlare con Dio. Quindi, in queste settimane, leggendo la Sacra Scrittura, abbiamo cercato, dalla Scrittura, da questo dialogo permanente, di imparare come possiamo entrare in contatto con Dio.
C’è ancora un altro prezioso «spazio», un’altra preziosa «fonte» per crescere nella preghiera, una sorgente di acqua viva in strettissima relazione con la precedente. Mi riferisco alla liturgia, che è un ambito privilegiato nel quale Dio parla a ciascuno di noi, qui ed ora, e attende la nostra risposta.
Che cos’è la liturgia? Se apriamo il Catechismo della Chiesa Cattolica – sussidio sempre prezioso, direi e indispensabile– possiamo leggere che originariamente la parola «liturgia» significa «servizio da parte del popolo e in favore del popolo» (n. 1069). Se la teologia cristiana prese questo vocabolo del mondo greco, lo fece ovviamente pensando al nuovo Popolo di Dio nato da Cristo che ha aperto le sue braccia sulla Croce per unire gli uomini nella pace dell’unico Dio. «Servizio in favore del popolo», un popolo che non esiste da sé, ma che si è formato grazie al Mistero Pasquale di Gesù Cristo. Di fatto, il Popolo di Dio non esiste per legami di sangue, di territorio, di nazione, ma nasce sempre dall’opera del Figlio di Dio e dalla comunione con il Padre che Egli ci ottiene.
Il Catechismo indica inoltre che «nella tradizione cristiana (la parola « liturgia ») vuole significare che il Popolo di Dio partecipa all’opera di Dio» (n. 1069), perché il popolo di Dio come tale esiste solo per opera di Dio.
Questo ce lo ha ricordato lo sviluppo stesso del Concilio Vaticano II, che iniziò i suoi lavori, cinquant’anni orsono, con la discussione dello schema sulla sacra liturgia, approvato poi solennemente il 4 dicembre del 1963, il primo testo approvato dal Concilio. Che il documento sulla liturgia fosse il primo risultato dell’assemblea conciliare forse fu ritenuto da alcuni un caso. Tra tanti progetti, il testo sulla sacra liturgia sembrò essere quello meno controverso, e, proprio per questo, capace di costituire come una specie di esercizio per apprendere la metodologia del lavoro conciliare. Ma senza alcun dubbio, ciò che a prima vista può sembrare un caso, si è dimostrata la scelta più giusta, anche a partire dalla gerarchia dei temi e dei compiti più importanti della Chiesa. Iniziando, infatti, con il tema della «liturgia» il Concilio mise in luce in modo molto chiaro il primato di Dio, la sua priorità assoluta. Prima di tutto Dio: proprio questo ci dice la scelta conciliare di partire dalla liturgia. Dove lo sguardo su Dio non è determinante, ogni altra cosa perde il suo orientamento. Il criterio fondamentale per la liturgia è il suo orientamento a Dio, per poter così partecipare alla sua stessa opera.
Però possiamo chiederci: qual è questa opera di Dio alla quale siamo chiamati a partecipare? La risposta che ci offre la Costituzione conciliare sulla sacra liturgia è apparentemente doppia. Al numero 5 ci indica, infatti, che l’opera di Dio sono le sue azioni storiche che ci portano la salvezza, culminate nella Morte e Risurrezione di Gesù Cristo; ma al numero 7 la stessa Costituzione definisce proprio la celebrazione della liturgia come «opera di Cristo». In realtà questi due significati sono inseparabilmente legati. Se ci chiediamo chi salva il mondo e l’uomo, l’unica risposta è: Gesù di Nazaret, Signore e Cristo, crocifisso e risorto. E dove si rende attuale per noi, per me oggi il Mistero della Morte e Risurrezione di Cristo, che porta la salvezza? La risposta è: nell’azione di Cristo attraverso la Chiesa, nella liturgia, in particolare nel Sacramento dell’Eucaristia, che rende presente l’offerta sacrificale del Figlio di Dio, che ci ha redenti; nel Sacramento della Riconciliazione, in cui si passa dalla morte del peccato alla vita nuova; e negli altri atti sacramentali che ci santificano (cfr Presbyterorum ordinis, 5). Così, il Mistero Pasquale della Morte e Risurrezione di Cristo è il centro della teologia liturgica del Concilio.
Facciamo un altro passo in avanti e chiediamoci: in che modo si rende possibile questa attualizzazione del Mistero Pasquale di Cristo? Il beato Papa Giovanni Paolo II, a 25 anni dalla Costituzione Sacrosanctum Concilium, scrisse: «Per attualizzare il suo Mistero Pasquale, Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, soprattutto nelle azioni liturgiche. La liturgia è, di conseguenza, il luogo privilegiato dell’incontro dei cristiani con Dio e con colui che Egli inviò, Gesù Cristo (cfr Gv 17,3)» (Vicesimus quintus annus, n. 7). Sulla stessa linea, leggiamo nel Catechismo della Chiesa Cattolica così: «Ogni celebrazione sacramentale è un incontro dei figli di Dio con il loro Padre, in Cristo e nello Spirito Santo, e tale incontro si esprime come un dialogo, attraverso azioni e parole» (n. 1153). Pertanto la prima esigenza per una buona celebrazione liturgica è che sia preghiera, colloquio con Dio, anzitutto ascolto e quindi risposta. San Benedetto, nella sua «Regola», parlando della preghiera dei Salmi, indica ai monaci: mens concordet voci, «che la mente concordi con la voce». Il Santo insegna che nella preghiera dei Salmi le parole devono precedere la nostra mente. Abitualmente non avviene così, prima dobbiamo pensare e poi quanto abbiamo pensato, si converte in parola. Qui invece, nella liturgia, è l’inverso, la parola precede. Dio ci ha dato la parola e lasacra liturgia ci offre le parole; noi dobbiamo entrare all’interno delle parole, nel loro significato, accoglierle in noi, metterci noi in sintonia con queste parole; così diventiamo figli di Dio, simili a Dio. Come ricorda la Sacrosanctum Concilium, per assicurare la piena efficacia della celebrazione «è necessario che i fedeli si accostino alla sacra liturgia con retta disposizione di animo, pongano la propria anima in consonanza con la propria voce e collaborino con la divina grazia per non riceverla invano» (n. 11). Elemento fondamentale, primario, del dialogo con Dio nella liturgia, è la concordanza tra ciò che diciamo con le labbra e ciò che portiamo nel cuore. Entrando nelle parole della grande storia della preghiera noi stessi siamo conformati allo spirito di queste parole e diventiamo capaci di parlare con Dio.
In questa linea, vorrei solo accennare ad uno dei momenti che, durante la stessa liturgia, ci chiama e ci aiuta a trovare tale concordanza, questo conformarci a ciò che ascoltiamo, diciamo e facciamo nella celebrazione della liturgia. Mi riferisco all’invito che formula il Celebrante prima della Preghiera Eucaristica: «Sursum corda», innalziamo i nostri cuori al di fuori del groviglio delle nostre preoccupazioni, dei nostri desideri, delle nostre angustie, della nostra distrazione. Il nostro cuore, l’intimo di noi stessi, deve aprirsi docilmente alla Parola di Dio e raccogliersi nella preghiera della Chiesa, per ricevere il suo orientamento verso Dio dalle parole stesse che ascolta e dice. Lo sguardo del cuore deve dirigersi al Signore, che sta in mezzo a noi: è una disposizione fondamentale.
Quando viviamo la liturgia con questo atteggiamento di fondo, il nostro cuore è come sottratto alla forza di gravità, che lo attrae verso il basso, e si leva interiormente verso l’alto, verso la verità e verso l’amore, verso Dio. Come ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica: «La missione di Cristo e dello Spirito Santo che, nella Liturgia sacramentale della Chiesa, annunzia, attualizza e comunica il Mistero della salvezza, prosegue nel cuore che prega. I Padri della vita spirituale talvolta paragonano il cuore a un altare» (n. 2655): altare Dei est cor nostrum.
Cari amici, celebriamo e viviamo bene la liturgia solo se rimaniamo in atteggiamento orante, non se vogliamo « fare qualcosa », farci vedere o agire, ma se orientiamo il nostro cuore a Dio e stiamo in atteggiamento di preghiera unendoci al Mistero di Cristo e al suo colloquio di Figlio con il Padre. Dio stesso ci insegna a pregare, afferma san Paolo (cfr Rm 8,26). Egli stesso ci ha dato le parole adeguate per dirigerci a Lui, parole che incontriamo nel Salterio, nelle grandi orazioni della sacra liturgia e nella stessa Celebrazione eucaristica. Preghiamo il Signore di essere ogni giorno più consapevoli del fatto che la Liturgia è azione di Dio e dell’uomo; preghiera che sgorga dallo Spirito Santo e da noi, interamente rivolta al Padre, in unione con il Figlio di Dio fatto uomo (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2564). Grazie.
[Dopo la catechesi, il Papa si è rivolto ai fedeli provenienti dai vari paesi salutandoli nelle diverse lingue. Ai pellegrini italiani ha detto:]
Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. Saluto le Suore Missionarie dell’Immacolata e le Carmelitane Missionarie, che celebrano i rispettivi Capitoli Generali: care sorelle, vi incoraggio a proseguire nella missione dell’evangelizzazione rimanendo fedeli ai carismi dei Fondatori. Accolgo con gioia i pellegrini della Diocesi di Belluno-Feltre, accompagnati dal Vescovo Mons. Andrich, qui convenuti in occasione del centenario della nascita del Papa Giovanni Paolo I, e i membri della Fondazione Piccola Opera Charitas, della Diocesi di Teramo-Atri accompagnati del Vescovo, Mons. Seccia, nel cinquantesimo anniversario di attività. Saluto i rappresentanti del Centro Alfredo Rampi e quelli di « CasAmica » di Milano, incoraggiandoli a spendere le proprie energie a servizio della sicurezza e della accoglienza delle persone con difficoltà di salute.
Un pensiero infine per i giovani, gli ammalati e gli sposi novelli. Oggi celebriamo la memoria dei Santi Medici Cosma e Damiano: cari giovani, imparate a curare ogni sofferenza dei fratelli con l’affetto e l’accoglienza; cari ammalati, la migliore terapia per ogni malattia è la fiducia in Dio a cui parliamo nella preghiera; e voi, cari sposi novelli, abbiate cura l’uno dell’altro nel vostro cammino coniugale.

L’uomo e la montagna

http://www.padrebergamaschi.com/Bonardi/uomo_montagna.html

L’uomo e la montagna

L’uomo ha da sempre avvertito il fascino misterioso del sublime e vissuto le più svariate forme di estasi. Uno degli spazi del pianeta dove si possono provare simili ebbrezze ed incanti è senza dubbio la montagna. Radicate nell’uomo, ci sono generali motivazioni antropologiche che hanno portano all’identificazione dei luoghi sacri: la montagna, la grotta, la foresta, la sorgente che sono così diventate sedi privilegiate del sacro. La montagna e la spiritualità ad essa legata ha da sempre assunto moltissimi significati e nella storia delle idee, delle credenze e della produzione letteraria.
E’ sacra in ogni cultura, che sia primordiale o evoluta. Si può dire che in tutte le religioni è il simbolo della trascendenza che è immaginata sempre in alto. Così, fin dalle più arcaiche espressioni di religiosità i monti, con le loro vette che si innalzano nei cieli, spesso nascoste dalle nubi che le rendono misteriose, diventano il simbolo del divino. Si pensi alla ziqqurrat mesopotamica; uno dei più antichi modelli conosciuti di tempio è sviluppato su di una montagna sacra: i suoi gradoni scandiscono la salita alla cima ove risiede la divinità. Si pensi ai vari monti sacri in molte religioni: dall’Olimpo dei greci, al Sion ed al Morija ebraici, dal Fujiyama giapponese, al Potala tibetano, alla Montagna Bianca dei Celti e così via.
La montagna con la sua natura spesso incontaminata diventa luogo preferito per il colloquio con l’eterno, per un rapporto con la dimensione del divino, per cui l’uomo, salendo, è tra l’altro, portato alla meditazione ed alla riflessione spirituale. Il monte così può significare ascesi, distacco dal materiale, e simboleggiare la tensione dell’uomo verso la divinità che abita i cieli. E’ per questo che tradizioni religiose di tutte le culture e di tutti tempi, alimentate da una inesauribile fantasia, hanno conferito a tante montagne un senso ed un valore sacro, spazio di un possibile legame tra cielo e terra.
Alcune religioni ed alcuni popoli, poi, con le loro credenze, hanno immaginato ed immaginano le cime delle vette proprio come la residenza della divinità. La montagna con il suo potente carico simbolico ha, in ogni tempo, ispirato una sterminata produzione letteraria e pittorica. Basti la citazione di due capolavori letterari del secolo scorso: La montagna incantata di Thomas Mann e La montagna delle sette balze di Thomas Merton. Lo scrittore Albert Camus (1913-1960) afferma che il mondo è disegnato quasi come un interrogativo che ci costringe a levare la testa verso l’alto. La cima di un monte quasi ci obbliga anche fisicamente ad alzare gli occhi verso l’alto là dove ha sede l’invisibile, l’irraggiungibile, il trascendente.
Con queste premesse si può tentare di comprendere anche perché l’uomo esplora le montagne, le sale a volte in condizioni ambientali e climatiche estreme sino al rischio della vita. Forse è proprio la dimensione della ascesa che consente, seppure allo stato inconscio, la ricerca dell’Assoluto. L’uomo nell’ascendere lascia il peso della materialità, della monotonia, della quotidianità, e forse ha la intuizione del mistero che abita nell’Alto, nell’Oltre; ne prova struggente desiderio, ne assapora l’insopprimibile bisogno. E’ lassù sul monte che si sperimenta la contemplazione, anche tra fatica e sofferenza, che permette di uscire da sé per conoscere l’Altro.
Nella Bibbia la montagna è luogo della presenza di Dio, quindi della bellezza, del silenzio meditativo, della perfezione e della prova. Si fa così simbolo dell’elevazione dell’uomo. Per lo scrittore Erri De Luca la vetta è intesa come punto d’incontro di due solitudini: quella di un Dio unico e totale e quella di un popolo, discesa divina e salita degli uomini ad incontrarsi in un punto che sta a metà altezza tra basso e alto. E’ naturale allora che le montagne abbiano rappresentato e, seppure in minore misura oggi, rappresentino, con le loro strutture, un bastione non solo di ignoto ma di insopprimibile fascino.
Nella sua lunghissima storia probabilmente in un primo tempo l’uomo le ha osservate non solo come uno straordinario fenomeno fisico ma come un misterioso ambiente che ha dato vita ad un insieme di miti e di simboli che stanno a testimoniare una sua costante ricerca di un rapporto affettivo con l’ambiente naturale circostante. L’uomo si è ben presto accorto che le montagne possono sembrare immobili, fisse da sempre e per sempre, ma sa che in realtà le pieghe della roccia, il vento, le tempeste ed i fulmini che le flagellano, l’aria leggera che si “arrampica” lungo i canaloni, il precipitare fragoroso dell’acqua di una cascata o il nascosto zampillare di una sorgente cambiano senza posa.
E poi il clima: così mutevole, bizzarro, paurosamente imprevedibile. Il vento che come brezza accarezza ogni cima, all’improvviso violento e rabbioso, aggredisce e spazza ogni cosa. Il sole che acceca e scioglie inesorabilmente il ghiaccio di millenni, riducendolo goccia a goccia in ruscello, in un attimo lascia il posto al buio pauroso di un temporale che scroscia terribile e fa franare quanto è instabile.
E quando la neve avvolge in un riposo cosmico cime e convalli, e quando la sera dolce allunga le ombre di torri e di alberi, e la notte viene a dare riposo al creato, l’uomo è costretto a dare a questi valori fisici valenza metafisica. Normale quindi che nel tentativo di spiegare questa massa confusa di elementi naturali, percepiti come strani ed incomprensibili fenomeni, li abbia trasformati in racconti, miti, leggende.
Oggi, così tronfi e sicuri del nostro sapere scientifico, sorridiamo di tutto ciò, ma chi è più attento alla nostra umana avventura sente con nostalgia che il baluginare di un fulmine a ciel sereno poteva essere, e perché no, la coda di un drago incastonata da innumerevoli diamanti; la forma di una nuvola il volo di un animale fantastico; l’urlo del vento il lamento senza posa delle anime dei defunti; le frane, le valanghe, i crolli delle torri, la punizione della divinità offesa. E l’asciugarsi di una fonte lo scherzo di uno gnomo; il tremore delle foglie degli alberi, i giochi degli elfi; il prosciugarsi dei laghetti o la scomparsa di un pastore la cattiveria delle streghe.
La montagna e la Bibbia ntimento religioso le montagne con le loro vette che si innalzano verso il cielo appaiono la dimora visibile del dio invisibile, la cui maestà è nascosta dalle nubi. La fede biblica, a differenza di altre che finiscono per “divinizzare” il monte, afferma però con fermezza il primato di Dio su tutto il creato e quindi anche sui monti.
Per la religione ebraica e la cristiana il monte è sacro perché in quel luogo, dove si immagina più vicino il creato al Creatore, è meno difficile l’adesione a Dio: la montagna con la sua natura spesso incontaminata è luogo privilegiato per il colloquio con l’eterno, per un rapporto con la dimensione del divino.
Nella Bibbia il Monte, o l’altura in genere, è sovente un luogo si svolgono avvenimenti speciali, rivelatori, è luogo di particolare vicinanza di Dio. E Dio stesso è identificato come montagna rocciosa e come rocca, luogo inaccessibile di rifugio; terreno solido su cui costruire fortezze, sicurezza protettrice in cui appoggiare la propria esistenza. Non c’è rocca come il nostro Dio; Viva il Signore: sia benedetta la mia rocca; Il Signore è la rocca perenne; Dio mio, mia roccia in cui trovo riparo. Dio nella sua infinita potenza è un fuoco “a cui vicinanza brucia, distrugge le montagne e i nemici e sotto di lui i monti si sciolgono come cera vicino al fuoco.
Lo sguardo rivolto verso l’alto è lo sguardo rivolto a Dio. Gli Aramei dicevano del Dio degli israeliti: Il loro Dio è un Dio dei monti. Nel “monte dell’assemblea”, citato dal Profeta Isaia, ci si riferisce alla concezione diffusa nell’antico Oriente, che questo sia il luogo dove si radunavano gli dei. Abramo sale fino in cima al monte che Dio gli indica come luogo per il sacrificio del figlio Isacco. Da allora quel luogo sacro è chiamato: Sul monte il Signore provvede. Si può per esteso dire che ogni monte sacro è il monte su cui Dio provvede, interviene.
Quando Mosé col suo gregge giunge al monte Horeb e vuole vedere da vicino il prodigio del roveto ardente, Dio gli dice: Non avvicinarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa. Dopo il loro esodo dall’Egitto, gli israeliti giungono nel deserto e si accampano di fronte al monte Sinai; «Mosè salì verso Dio».Tre giorni dopo Mosè conduce il popolo fuori dell’accampamento incontro a Dio; stanno in piedi alle falde del monte.
Il monte Sinai era tutto fumante, perché su di esso era sceso il Signore nel fuoco; Mosé segue la chiamata del Signore e sale sulla vetta del monte : dalla sommità Dio dà i dieci comandamenti. Sulla collina di Sion, in Gerusalemme altura stupenda, gioia di tutta la terra…, capitale del gran Re, Dio ha la sua gloria. Il salmista in affanno per pena, ma fiducioso, alza gli occhi verso i monti, da dove gli viene l’aiuto divino e canta: Alzo gli occhi verso il monte, da dove mi verrà l’aiuto? Il mio aiuto viene dal Signore, che ha fatto cielo e terra.
Anche nel Nuovo Testamento si incontra il monte come immagine favorita del linguaggio religioso. Nella vita di Gesù le montagne sono per così dire simboliche pietre miliari che conducono dalla valle terrena alle altezze celesti. La montagna è suo luogo scelto per la “rivelazione” in presenza del popolo; nella sua prima predicazione dà la nuova legge con i principi fondamentali della sua dottrina in corrispondenza alla legislazione data sul Sinai; su una montagna egli sceglie tra i suoi discepoli i dodici Apostoli; su un monte guarisce molti malati, sfama cinquemila persone. E’ anche luogo di preghiera: dopo la prima moltiplicazione dei pani Gesù si ritira dalla folla: salì sul monte, solo, a pregare.
Sul Monte Tabor si farà vedere nella sua luce splendente di Messia; ancora poi si rivelerà su di un Monte della Galilea, come a colui cui è stato dato ogni potere. Il Monte degli Ulivi, luogo del pernottamento e della sua agonia, è tappa verso l’ultima altura della sua vita terrena, il Monte Calvario, su cui venne innalzata la croce. Dalla cima del Monte degli Ulivi, ascenderà al cielo.
Ma il monte è menzionato anche come luogo intriso di negatività, che tuttavia sarò spazzato via dal giudizio divino: pascolo di una mandria di porci, dimora dell’indemoniato, un uomo impuro che vive isolato. Dal ciglio del monte su cui è posta Nazaret avrebbero voluto precipitare Gesù. Sul monte egli respinge la proposta del diavolo che gli offriva in possesso tutti regni della terra.
Infine i monti sono descritti come luoghi di rifugio e di nascondiglio nella tribolazione del tempo finale: si invoca che si abbattano sugli uomini affinché questi possano sfuggire al divino giudizio d’ira. Nell’Apocalisse lo spostamento e la scomparsa di monti e di isole dimostra la drammaticità ma sempre nell’ Apocalisse l’antica rocca Gebusea sul monte Sion diviene l’imprendibile fortezza della santità; qui si trova, nella gloria di Dio, la Gerusalemme celeste. Nella liturgia si prega con le parole dei Salmi: Manda la tua verità e la tua luce; siano esse a guidarmi, mi portino al tuo monte santo ed alle tue dimore. Ed ancora, ecco l’augurio benedicente: Le montagne portino pace al popolo e le colline giustizia.
Quando nel linguaggio del misticismo occidentale Dio viene paragonato ad un monte sentiamo ancora echeggiare l’antichissima concezione del monte cosmico. I Profeti annunziano che in futuro Dio dimorerà sul monte Sion ed alla fine dei giorni il monte del tempio del Signore sarà elevato sulla cima dei monti e sarà più alto dei colli; ad esso affluiranno tutte le genti.

Sandro Bonardi

Publié dans:meditazioni |on 26 septembre, 2012 |Pas de commentaires »
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