Archive pour août, 2012

Santa Chiara

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Publié dans:immagini sacre |on 10 août, 2012 |Pas de commentaires »

Omelia seconda lettura : Un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce.

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Omelia seconda lettura

Eremo San Biagio

Un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce.

Come vivere questa Parola?
« Ora siete luce nel Signore ». Un’espressione fortemente evocativa nella sua incisività: una sintesi di tutta la storia della salvezza, segnata dal progressivo liberarsi della luce dalla morsa delle tenebre. Da quel lontano inizio che ha visto la luce di Dio trionfare sul caos primordiale a questa trasfigurazione dell’uomo in luce, grazie all’opera redentiva di Gesù che ci raggiunge in forza del battesimo.
Noi non siamo semplicemente degli ‘illuminati’, avvolti, immersi nella luce. Siamo « figli della luce » increata che è Dio, e per questo, secondo la parola di Gesù, siamo « luce del mondo ». Una realtà che ci segna nell’essere e che, di conseguenza, informa il nostro comportamento. « Vivere da figli della luce » è rivelare ciò che siamo, è liberare il nostro io più vero, realizzandoci in pienezza. Le opere delle tenebre, cioè il peccato, in quanto tendono a soffocare la luce che noi siamo, rappresentano, al contrario, la più avvilente delle schiavitù e avviano un processo di deterioramento interiore: quella morte da cui il comando di Dio metteva in guardia i nostri progenitori. Con il peccato, noi non aggrediamo Dio, ma noi stessi.
E poiché la luce che siamo è per collaborare con Dio a svincolare definitivamente il mondo dalle tenebre che ancora lo attanagliano, il lasciarla spegnere non è questione solo personale. Sono responsabile del male che dilaga nella società nella misura in cui abdico alla mia dignità di « figlio della luce », perché « se la luce che è in me è tenebra », quanto grandi saranno le tenebre di coloro che sono chiamato a illuminare!

Oggi, nella mia pausa contemplativa, mi lascerò interpellare dal male del mondo, in particolare da quello che riscontro nell’ambiente in cui vivo. È un appello alla luce che non posso tacitare con sterili denunce e condanne. Mi chiederò piuttosto: quanta luce effondo in esso per diradare le tenebre?

Signore Gesù, tu mi hai detto che sono la luce del mondo. Devo riconoscere di non aver sempre preso sul serio questa tua impegnativa affermazione. Perdonami e aiutami a rimuovere la patina di opacità di una vita che si accontenta del minimo necessario, perché i fratelli possano tornare a vedere la via della Vita.

La voce di una santa del XX secolo
Perché una lampada continui a bruciare bisogna metterci dell’olio.
Madre Teresa di Calcutta

Omelia 12 agosto 2012: XIX del T.O. : Il grande dono di Dio poco compreso

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Omelia 12 agosto 2012: XIX del T.O.

mons. Antonio Riboldi

Il grande dono di Dio poco compreso

Giustamente la Chiesa ci propone, oggi, il grande dono di Gesù – un dono allora e sempre, per tutti – l’Eucarestia.
Per un cristiano vero, l’Eucarestia, in cui si fa comunione con il Corpo e il Sangue di Gesù, è il grande segreto della vita interiore, ma è anche il concreto farsi vicino o, se vogliamo, farsi uno di noi del Signore.
Sembra impossibile, frutto della nostra ignoranza, passare oltre questo grande mistero, come interessasse poco per la vita. E facciamo male… ci facciamo male!
Ma cosa intendiamo per Eucaristia?
Lo descrive ben il S. Padre nella sua enciclica intitolata ‘Sacramento dell’amore’:
« Il nuovo culto cristiano ? scrive ? abbraccia questo aspetto dell’esistenza trasfigurandola: ‘Sia dunque che mangiate o che beviate, sta che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio.’
In ogni atto della vita il cristiano è chiamato ad esprimere il vero culto a Dio. Da qui prende forma la natura intrinsecamente ‘eucaristica’ della vita cristiana. In quanto coinvolge la realtà umana del credente nella sua concretezza quotidiana.
Il Signore Gesù, fattosi per noi cibo dí verità e di amore, parlando del dono della sua vita, ci assicura che ‘chi mangia di questo pane vivrà in eterno. Colui che mangia di me, vivrà per me.’
Vale anche qui quanto S. Agostino, nelle sue Confessioni dice del Logos eterno, cibo dell’anima; mettendo in rilievo il carattere paradossale di questo cibo, il Santo Dottore immagina di sentirsi dire: ‘Sono il cibo dei grandi: cresci e mi mangerai. Non Io sarò assimilato a te, come cibo della tua carne, ma tu sarai assimilato a Me.’ Infatti non è l’alimento eucaristico che si trasforma in noi, ma siamo noi che veniamo da esso misteriosamente cambiati. Cristo ci nutre unendoci a Sé, e ci attira dentro di Sé. » (S.C. 70-71)
Possono apparire parole difficili o troppo misteriose, per la sola ragione che appartengono alla sublimità dell’amore di un Dio che non si limita ad amare superficialmente, ma fa del suo amore cibo. Come l’aria per la nostra vita fisica.
Fossimo capaci di farci affascinare oda questo Mistero di Amore, credo che faremmo della Messa e della Comunione il vero centro della vita, come Io è per tutti i santi.
Può sembrare difficile, per tanti, anche solo accostarci a questo Dio che ci ama, ma chi ha fede lo sa che è davvero toccare il Cielo,
Quando Gesù, come narra il Vangelo di oggi, continuando il discorso della settimana scorsa, tentò di farlo capire ai suoi ascoltatori, suscitò addirittura mormorazione.
Si rimane davvero perplessi davanti all’atteggiamento di chi aveva la fortuna rarissima di vederLo e ascoltarLe e, anziché accogliere e gioire per quello che rivelava ? ed era tutto amore, solo amore ? non solo non comprende, ma mormora.
Così racconta l’evangelista Giovanni:
« In quel tempo i Giudei mormoravano di Lui perché aveva detto: ‘Io sono il pane disceso dal Cielo.’ E dicevano: ‘Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui conosciamo il padre e la madre. Come può dunque dire: Io sono disceso dal Cielo?’
Gesù rispose: ‘Non mormorate tra di voi. Nessuno può venire a Me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Sta scritto nei Profeti. ‘E tutti saranno ammaestrati da Dio. Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da Lui, viene a me. Io sono il pane della vita. I vostri Padri hanno mangiato la manna del deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita eterna.’ » (Gv. 6, 41-53)
Quanti stavano ad ascoltare Gesù certamente si attendevano altre parole, che interessassero il benessere sulla terra. Erano forse poveri, come tanti di noi a volte.
Forse non pensavano che la più grande povertà nostra non è quella materiale, ma quella ‘dentrò, là dove davvero tante volte siamo ‘affamati e assetati’ di ben altro, che non esiste sulla terra, non è frutto di opera umana, ma ha un’altra origine, viene dal Cielo: quel Cielo che troppe volte non entra nelle nostre aspirazioni o vedute.
Diciamocelo con franchezza: la nostra fiducia è posta in quello che ci offre la terra ed il mondo e, non è solo fiducia, ma spesso ricerca affannosa, con tutte le nostre forze. Lì è il nostro terribile credo. Ma la nostra origine è dal Cielo e non possiamo quindi ignorare che, se siamo sinceri, abbiamo proprio bisogno di ‘quel pane disceso dal Cielo.’
In questa scelta si misura la serenità di tanti, che si affidano al pane del Cielo, e la tristezza di chi si affida al pane della terra.
Quanta gioia si prova quando si riceve Gesù che si fa nostra carne e così comunica la sua Pace. Ma quanti, tra noi cristiani, ne fanno davvero esperienza, se ne accorgono?
Torna alla mia mente il detto dei martiri di Abilene, quando dissero al giudice, che esigeva rinnegassero l’Eucarestia, per avere salva la vita: ‘Senza domenica non possiamo vivere’, che è quanto dicono tanti fratelli e sorelle: ‘Senza Comunione non possiamo vivere.’
Forse è un dono da meritare con la fede, quello di sapere entrare nello spirito della fiducia totale in Gesù. Sappiamo dal Vangelo che di fronte all’affermazione di Gesù: ‘Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna’ ? incomprensibile allora e forse anche oggi ? ‘Quanti lo seguivano si allontanarono e non tornarono più.’
Gesù, amareggiato da quella incomprensione, si rivolse ai Dodici, che lo seguivano, e chiese: ‘Volete andarvene anche voi?’. Quanta amarezza in queste parole!
Ed è la stessa amarezza che, credo, provi nel vedere tanti cristiani ‘snobbare’ l’Eucarestia oggi. Cristiani che davanti alla Messa e alla Comunione… se ne vanno e non tornano più.
Ci siamo anche noi, a volte, tra costoro?
Toccherà a Pietro dire le parole che toccarono il cuore di Gesù e vorremmo fossero le nostre: ‘Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna.’
Sono le parole di tanti cristiani pronti a rinunciare a tante cose del mondo, soprattutto la domenica, ma mai e poi mai a perdere il dono dell’Eucarestia.
Scriveva il nostro Paolo VI:
« Ora un’osservazione pare evidente su l’impiego raffinato ed intenso dell’intelligenza nel mondo moderno, che esso è governato da scopi pratici. Non esistono più studiosi contemplativi, non più oranti, non più profeti. Tutta l’attività spirituale dell’uomo è rivolta o a scopi utilitari o a scopi edonistici. Il che significa che l’escursione del pensiero umano è una grande parabola che ricade sulle cose esteriori inferiori, e si attarda in soddisfazioni soggettive, inclinate verso esperienze animali. È la parabola della morte. È la ricerca del cibo che perisce. È la conquista del pane che sazia i pellegrini morituri: manna sì, discesa dal cielo dello spirito, ma priva di immortalità.
L’Eucarestia a questo punto è come un paradosso inatteso, si preannuncia con l’annuncio dell’immortalità: cibo di vita eterna….I1 fedele, nutrito del pane celeste, prova un’esperienza nuova e originale, avente in sé ogni delizia. E Sant’Ambrogio dirà di quel pane: ‘In te c’è una spirituale allegrezza celeste.’ »
Ma a volte manca questa spirituale allegrezza, che confessa la nostra mancanza di ‘cibo celeste’, e ci fa sentire quanto è duro vivere, come avvenne ad Elia:
« Elia si inoltrò nel deserto una giornata di cammino e andò a sedersi sotto un ginepro. Desideroso di morire, disse: ‘Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri.’ Si coricò e si addormentò sotto il ginepro.
Allora ecco un angelo lo toccò e gli disse: ‘Alzati e mangia!’
Egli guardò e vide vicino alla sua testa una focaccia cotta su pietre roventi e un orcio di acqua. Mangiò e bevve, quindi tornò a coricarsi.
Venne di nuovo l’angelo del Signore, lo toccò e gli disse: ‘Su mangia, perché è troppo lungo per te il cammino.’ Si alzò, mangiò e bevve. Con la forza datagli da quel cibo, camminò per quaranta giorni e quaranta notti, fino al monte di Dio, l’Oreb. » (I Re 19, 4-8)
È davvero toccante questo episodio e si addice a tante situazioni, in cui a volte ci veniamo a trovare: situazioni così difficili che viene la voglia di dire ‘bastà a tutto e a tutti.
Chi non ha conosciuto questi momenti, in cui si è manifestata, non solo tutta la nostra debolezza, ma anche la voglia di ‘gettare la spugna’, che risolve nulla.
Ad Elia, perseguitato, viene incontro l’angelo e porta pane e acqua.
Facile accostare questo esempio, di ritrovata volontà di continuare a lottare e vivere, nel dono del ‘pane eucaristicò, ossia l’Eucarestia.
Quante persone conosco, che sanno ricorrere a questo dono, per avere la forza di continuare a vivere, con fedeltà e serenità, nonostante le fatiche e i dolori!
Quanti malati hanno trovato il sorriso della speranza nutrendosi del ‘pane del Cielo’!
Con Madre Teresa preghiamo:
« Signore, Tu sei la Vita che voglio vivere,
la Luce che voglio riflettere,
il Cammino che conduce al Padre,
l’Amore che voglio amare,
la Gioia che voglio condividere e seminare attorno a me.
Gesù, Tu sei Tutto per me, senza di Te non posso fare nulla.
Tu sei il Pane di vita, che la Chiesa mi dà.
È per Te, in Te, con Te, che posso vivere ».

11 agosto: Santa Chiara d’Assisi: Prima Lettera alla Beata Agnese di Praga

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11 agosto: Santa Chiara d’Assisi

Prima Lettera alla Beata Agnese di Praga

(Prima dell’11 giugno 1234)
(1) Alla venerabile e santissima vergine, donna Agnese, figlia dell’eccellentissimo e illustrissimo re di Boemia, (2) Chiara, serva indegna di Gesù Cristo e inutile ancella delle donne incluse del monastero di San Damiano, sua suddita in tutto e ancella , ogni raccomandazione di sé, con riverenza speciale, per ottenere la gloria dell’eterna felicità.
(3) Udendo l’onestissima fama della vostra santa conversazione e della vostra santa vita, che non solo fino a me è giunta, ma è stata splendidamente divulgata in quasi tutta la terra, godo molto nel Signore ed esulto; (4) di questo, non solo io personalmente, posso esultare, ma tutti coloro che fanno e desiderano di fare il servizio di Gesù Cristo.
(5) Di qui viene che, mentre avreste potuto godere, più degli altri, delle pompe, degli onori e della dignità del secolo, potendo con gloria eccellente sposare legittimamente l’illustre imperatore, come sarebbe stato conveniente alla vostre e alla sua eccellenza, (6) rigettando tutto ciò, avete scelto, con tutta l’anima e con tutto lo slancio del cuore, piuttosto la santissima povertà e la penuria del corpo, (7) prendendo uno sposo di più nobile origine, il Signore Gesù Cristo, che custodirà la vostra verginità sempre immacolata e intatta.
(8) Amandolo, siete casta, toccandolo, diventerete più monda, accogliendolo in voi, siete vergine; (9) la sua potenza è più forte, la generosità più elevata, il suo aspetto più bello, l’amore più soave e ogni grazia più fine.
(10) Già siete stretta dagli amplessi di lui, che il vostro petto ha ornato di pietre preziose e alle vostre orecchie ha messo perle inestimabili, (11) e vi ha tutta avvolta di primaverili e corrusche gemme e vi ha incoronata con una corona d’oro espressa con il segno della santità.
(12) Quindi, sorella carissima, o piuttosto signora straordinariamente degna di ogni venerazione, perché siete sposa e madre e sorella del mio Signore Gesù Cristo, (13) splendidissimamente insignita del vessillo dell’inviolabile verginità e della santissima povertà, siate corroborata nel santo servizio, incominciato con ardente desiderio, del povero Crocifisso, (14) che per noi tutti sopportò la passione della croce, strappandoci al potere del principe delle tenebre, nel quale per la trasgressione del primo parente eravamo tenuti legati, e riconciliandoci con Dio Padre Onnipotente.
(15) O beata povertà, a quelle che l’amano e l’abbracciano le ricchezze eterne!
(16) O santa povertà, a loro che l’hanno e la desiderano è promesso da Dio il regno dei cieli e l’eterna gloria e la vita beata senza alcun dubbio è concessa!
(17) O pia povertà, che il Signore Gesù Cristo, il quale reggeva e regge il cielo e la terra, e disse anche e le cose furono fatte, si è degnato al di sopra di tutto abbracciare!
(18) Le volpi infatti hanno tane, ha detto, e gli uccelli del cielo nidi, ma il Figlio dell’uomo, cioè Cristo, non ha dove posare il capo, ma piegato il capo rese lo spirito.
(19) Se dunque un tanto e tale Signore venendo in un utero verginale, volle apparire nel mondo disprezzato, indigente e povero, (20) affinché gli uomini, che erano poverissimi e indigenti, soffrendo l’estrema indigenza di nutrimento celeste, in lui diventassero ricchi possedendo i regni celesti, (21) esultate molto e rallegratevi, ripiena d’immensa gioia e di letizia spirituale, (22) poiché, essendovi piaciuto di più il disprezzo del mondo che gli onori, la povertà più che le ricchezze temporali e nascondere tesori piuttosto in cielo che in terra, (23) là dove né la ruggine li consuma né la tignola li distrugge e i ladri né saccheggiano né rubano, la vostra ricompensa è copiosissima nei cieli, (24) e quasi degnamente avete meritato di essere chiamata sorella, sposa e madre del Figlio del Padre Altissimo e della gloriosa Vergine.
(25) Credo infatti fermamente che abbiate appreso che il regno dei cieli non è promesso e donato dal Signore che ai poveri, perché, quando si ama una cosa temporale, si perde il frutto della carità; (26) ché non si può servire a Dio e a mammona, perché o si ama l’uno o si odia l’altro e o si serve l’uno e si disprezza l’altro; (27) e uno vestito non può lottare con uno nudo, perché chi ha donde essere tenuto cade a terra più presto; (28) e rimanere glorioso nel secolo e regnarvi con Cristo, giacché un cammello potrà passare per la cruna di un ago, prima che un ricco ascenda ai regni celesti. (29) Perciò gettaste le vesti, cioè le ricchezze temporali, per essere in grado assolutamente di non soccombere di fronte al lottatore, per poter entrare per la via stretta e la porta angusta nei regni celesti.
(30) Quale grande e lodevole scambio: abbandonare le cose temporali per le eterne, meritare i beni celesti per i terrestri, ricevere il centuplo per uno e possedere la vita beata.
(31) Perciò ho pensato che bisognava supplicare la eccellenza e la santità vostra con umili preghiere, nelle viscere di Cristo, per quanto posso, in modo tale che vi lasciate fortificare nel suo santo servizio, (32) crescendo di bene in meglio, di virtù in virtù, affinché colui che servite con tutto il desiderio del vostro spirito, si degni di elargire i premi desiderati.
(33) Vi scongiuro anche nel Signore, come posso, di volere, nelle vostre sante preghiere, raccomandare me, vostra serva, anche se inutile, e le altre sorelle a voi devote, dimoranti con me in monastero. Con l’aiuto di esse e (preghiere), possiamo meritare la misericordia di Gesù Cristo, affinché meritiamo di godere insieme con voi l’eterna visione.
(34) State bene nel Signore e pregate per me.

Introduzione storica
Quando Chiara le scrisse questa lettera, Agnese era nel momento di svolta radicale della sua vita: erano falliti i diversi progetti matrimoniali, per le alterne vicende della politica europea, ed era morto il padre nel 1230.
In questi anni Agnese non era rimasta strumento passivo nelle mani del padre e del fratello Venceslao, ma aveva mostrato doti e determinazione non comuni, al punto da riuscire a realizzare il suo ideale di vita religiosa, sull’esempio di S. Chiara.
Di tutti gli episodi, che portarono Agnese a iniziare la sua vita in monastero, ci sono ampi riferimenti in questa prima lettera, che deve essere stata scritta o nel 1234, appena saputo della sua vestizione, o nel 1235, quando già era stata eletta abbadessa.
È un primo contatto: Chiara, infatti, usa il « voi », mentre nelle lettere successive userà un più familiare « tu ». É una lettera molto rispettosa, come si conviene a una missiva indirizzata ad una donna, che, seppur più giovane, appartiene a un rango sociale tanto elevato, ma è anche molto esplicita nel presentare l’ideale di povertà, proprio delle comunità di Damianite.
Chiara, tra l’altro, mette in mostra una buona sensibilità letteraria: probabilmente dettava, perciò uno o due copisti parteciparono alla redazione definitiva, ma i contenuti sono tipicamente clariani. Sono pagine di una scrittrice mistica, che con semplicità, profondità e partecipazione, comunica la sua stupenda esperienza dell’amore divino e del più elevato amore umano.
I tre livelli di comprensione della fede, con i quali si può dividere la lettera (sponsale, cristologico, escatologico), lo dimostrano.

Contenuto
L’attrattiva di una vita povera per il credente
La lettura più superficiale della 1LAg mette ben in chiaro che il tema della povertà struttura lo scritto. Rendiamoci conto che la 1LAg viene scritta nel 1235, un anno dopo che Agnese e le sue giovani amiche avevano deciso di tuffarsi nell’avventura evangelica. E’, dunque, uno scritto che si rivolge di primo impeto alla vertiginosa attrattiva del Vangelo intuito in tutta la sua forza. Vuole essere il coraggio che non si nasconde dietro le difficoltà, di fronte alla bella offerta dell’orizzonte cristiano.
Andando più a fondo, scopriamo nella 1LAg tre interessanti livelli di comprensione della fede dal punto di vista della povertà:
a) Livello sponsale (3-15: 2860-2863): La vita povera rende possibile l’amare-toccare-stare unita a Gesù in una forma di fruizione di enorme bellezza: Gesù è il pretendente che cattura totalmente nella spirale dell’amore, è colui che adorna la persona con l’ornamento che porta dritto all’amore pieno. Un modo d’intendere la povertà partendo dal calore dell’affetto. Vedersi amata è per Chiara la ragione che sostiene la sua opzione di povera.
b) Livello cristologico (15-24: 2864-2866): Tutto quello che si è detto sarebbe una pericolosa effusione di falso misticismo se non si comprendesse che la ragione della vita povera si radica nella realtà stessa di Gesù. Se egli non fosse entrato in questo cammino della povertà, l’avventura di questa vita sarebbe un rischio suicida. Al contrario, rendendosi conto del contenuto cristologico della povertà cristiana, le si dà la più fedele e sicura delle garanzie.
c) Livello escatologico (25-30: 2867-2878): Il cammino di una vita sempre più aderente al modo di vivere povero di Gesù svela i valori di un altro modo di vivere in pienezza che è quello dell’orizzonte della fede. Precisamente l’inserire l’opzione nel cuore di Gesù e in un modo di vita estremo ma gioioso, fanno sì che il desiderio di pienezza non sia un sogno falso. ma un impulso per la vita, un desiderio che nasce dalla più concreta e dura esperienza dell’oggi. Crediamo che la mistica di una opzione di vita povera che qui si studia sia lontana dalle false alienazioni o dalle distorsioni della realtà. È entrando in queste profondità che una opzione di vita evangelica nell’alveo della povertà può giungere a dare senso assoluto all’opzione cristiana.
Tutte le lettere di Chiara si risolvono, in ultima analisi, in questo guardare a fondo la realtà di Gesù. Per questo, quando Chiara ha compreso che nella povertà si assume lo stesso destino del Crocifisso, si è tuffata a fondo in essa, non come se volesse fare della vita povera un duro campo di battaglia ascetico o istituzionale, ma come il maggior dono e la maggiore possibilità che le si offriva nella sua vita. Non c’è da meravigliarsi che Chiara abbia avvolto tutto ciò in un evidente tono di affetto, poiché comprende l’opzione di vita nella linea della povertà come il segno affettuoso e caldo di Colui che le si offre in totale apertura e amore. Misteri delicati e intensi della vita di fronte al Regno.

Publié dans:Santi, santi scritti |on 10 août, 2012 |Pas de commentaires »

martirio di San Lorenzo, affresco nella cripta di Epifanio (IX secolo)

martirio di San Lorenzo,  affresco nella cripta di Epifanio (IX secolo) dans immagini sacre Martirio%20di%20San%20Lorenzo%20-%20%20affresco%20nella%20cripta%20di%20Epifanio%20800x578

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Publié dans:immagini sacre |on 9 août, 2012 |Pas de commentaires »

10 agosto: San Lorenzo – Diacono e Martire – Patronato: Città di Roma

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10 agosto: San Lorenzo

Diacono e Martire – Patronato: Città di Roma

BIOGRAFIA
Morto nel 258. La “Passione di san Lorenzo” fu scritta almeno un secolo dopo la sua morte, e di conseguenza non è attendibile. Essa afferma che san Lorenzo, uno dei diaconi di Sisto II, fu messo a morte tre giorni dopo il martirio del papa venendo arrostito su una graticola; la maggioranza degli studiosi moderni sostiene invece che fu decapitato come Sisto II. Lorenzo è però sempre stato tra i più celebri fra i numerosi martiri romani, sia in Oriente che in Occidente. Il suo martirio deve avere prodotto una profonda impressione nei cristiani romani; la sua morte, dice Prudenzio, fu la morte dell’idolatria a Roma, perché da allora essa cominciò a scomparire. Lorenzo fu sepolto sulla Via Tiburtina nel “Campus Veranus” dove sorge la omonima basilica.

MARTIROLOGIO
Festa di san Lorenzo, diacono e martire, che, desideroso, come riferisce san Leone Magno, di condividere la sorte di papa Sisto anche nel martirio, avuto l’odine di consegnare i tesori della Chiesa, mostrò al tiranno, prendendosene gioco, i poveri, che aveva nutrito e sfamato con dei beni elemosinati. Tre giorni dopo vinse le fiamme per la fede in Cristo e in onore del suo trionfo migrarono in cielo anche gli strumenti del martirio. IL suo corpo fu deposto a Roma nel cimitero del Verano, poi insignito del suo nome.

DAGLI SCRITTI…
Dai «Discorsi» di sant’Agostino, vescovo
Fu ministro del sangue di Cristo

Oggi la chiesa di Roma celebra il giorno del trionfo di Lorenzo, giorno in cui egli rigettò il mondo del male. Lo calpestò quando incrudeliva rabbiosamente contro di lui e lo disprezzò quando lo allettava con le sue lusinghe. In un caso e nell’altro sconfisse satana che gli suscitava contro la persecuzione. San Lorenzo era diacono della chiesa di Roma. Ivi era ministro del sangue di Cristo e là, per il nome di Cristo, versò il suo sangue. Il beato apostolo Giovanni espose chiaramente il mistero della Cena del Signore, dicendo: «Come Cristo ha dato la sua vita per noi, così anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli» (1 Gv 3, 16). Lorenzo, fratelli, ha compreso tutto questo. L’ha compreso e messo in pratica. E davvero contraccambio quanto aveva ricevuto in tale mensa. Amò Cristo nella sua vita, lo imitò nella sua morte.
Anche noi, fratelli, se davvero amiamo, imitiamo. Non potremmo, infatti, dare in cambio un frutto più squisito del nostro amore di quello consistente nell’imitazione del Cristo, che «patì per noi, lasciandoci un esempio, perché ne seguiamo le orme» (1 Pt 2, 21). Con questa frase sembra quasi che l’apostolo Pietro abbia voluto dire che Cristo patì solamente per coloro che seguono le sue orme, e che la passione di Cristo giova solo a coloro che lo seguono. I santi martiri lo hanno seguito fino all’effusione del sangue, fino a rassomigliarli nella passione. Lo hanno seguito i martiri, ma non essi soli. Infatti, dopo che essi passarono, non fu interrotto il ponte; né si é inaridita la sorgente, dopo che essi hanno bevuto.
Il bel giardino del Signore, o fratelli, possiede non solo le rose dei martiri, ma anche i gigli dei vergini, l’edera di quelli che vivono nel matrimonio, le viole delle vedove. Nessuna categoria di persone deve dubitare della propria chiamata: Cristo ha sofferto per tutti. Con tutta verità fu scritto di lui: «Egli vuole che tutti gli uomini siano salvati, e arrivino alla conoscenza della verità» (1 Tm 2, 4). Dunque cerchiamo di capire in che modo, oltre all’effusione del sangue, oltre alla prova della passione, il cristiano debba seguire il Maestro. L’Apostolo, parlando di Cristo Signore, dice: «Egli, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio». Quale sublimità!
«Ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso» (Fil 2, 7-8). Quale abbassamento! Cristo si é umiliato: eccoti, o cristiano l’esempio da imitare. Cristo si é fatto ubbidiente: perché tu ti insuperbisci? Dopo aver percorso tutti i gradi di questo abbassamento, dopo aver vinto la morte, Cristo ascese al cielo: seguiamolo. Ascoltiamo l’Apostolo che dice: «Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio» (Col 3, 1).(Disc. 304, 14; PL 38, 1395-1397).

Publié dans:santi martiri |on 9 août, 2012 |Pas de commentaires »

9 agosto: Edith Stein – Santa Teresa Benedetta della Croce

http://www.moscati.it/Italiano/It_Edith_Far3.html

EDITH STEIN

9 agosto: Santa Teresa Benedetta della Croce

8 – Un messaggio di libertà e resurrezione

6 – La vocazione della donna
Nel panorama degli scritti di Edith Stein, il tema della donna si colloca in relazione all’Essere eterno, perché l’Essere finito ha in se stesso un’orma luminosa e indistruttibile di Dio stesso. E’ questo il fondamento della vocazione divina dell’uomo e della donna.
La Stein tratta della differenza dei sessi, problema dell’essere in sé e insieme problema psicologico e culturale. Uomo e donna sono chiamati a conservare la propria somiglianza con Dio, a dominare insieme la terra e a propagare il genere umano. Ma ciascuno deve farlo alla propria maniera! Deve rispettare e sviluppare cioè le caratteristiche proprie dell’essere uomo e dell’essere donna, pur nell’ambito di una vocazione fondamentale comune.
Il rapporto uomo-donna assunto da Paolo come simbolo per indicare l’unione di Cristo con la Chiesa, viene illuminato da quella stessa realtà di cui è segno. Così per la coppia umana diventa esemplare la perfezione del rapporto di Cristo con la Chiesa. Quando l’equilibrio fra l’uomo e la donna è compromesso, vengono a degenerare sia il ruolo paterno che il ruolo materno.
Nell’ambito del rapporto uomo-donna, Edith pone anche la questione del sacerdozio ministeriale nella Chiesa: merita considerazione la proposta del sacerdozio femminile o si tratta di un ministero riservato all’uomo?
La Chiesa delle origini aveva ammesso le vergini consacrate e le vedove a qualche forma partecipativa nell’ambito del servizio liturgico e aveva riconosciuto il diaconato femminile con una particolare « consacrazione ». Ma lo sviluppo storico successivo ha portato ad una limitazione dei ministeri affidati alla donna, per influsso dell’antico testamento e del Diritto Romano.
I tempi attuali invece segnano un’ascesa della donna, dovuta al suo giusto desiderio di occupare nella Chiesa un posto corrispondente alle proprie attitudini. Anche perché -dice Edith Stein – la donna avverte la necessità di edificare la realtà ecclesiale con un contributo attivo, specificamente femminile.
Tali aspirazioni potranno un giorno essere raccolte e realizzate con l’ufficiale riconoscimento di determinati ministeri. Quanto al sacerdozio però, Edith non avrebbe difficoltà a riconoscerlo più adatto all’uomo, in considerazione del fatto che Dio si è incarnato sulla terra nella persona di Gesù di Nazareth, uomo Dio. Ma la diversa funzione ecclesiale non implica una differenziazione ontologica dei due generi, il maschile e il femminile.
Essere uomo o donna comporta un identico appello a seguire Cristo che « personifica l’ideale della perfezione umana, libera da ogni difetto, ricca dei tratti sia maschili che femminili ». La vocazione divina della donna si innesta sul nucleo unitario della specie umana, sul suo essere in modo singolare persona. in ciò uguale all’uomo.
Questa vocazione della donna è naturale e religiosa insieme, nel senso che la vita, vissuta secondo l’articolarsi dell’umano che è proprio della femminilità, passando attraverso l’intesa profonda con l’uomo e interagendo con la sua vocazione, conduce alla comunione con Dio e può contribuire all’attuazione del suo piano nella storia.
Esiste nella donna una vocazione naturale, chiaramente detta nel suo stesso corpo. Infatti non si può negare « la realtà evidentissima che il corpo e 1′anima della donna sono strutturati per uno scopo particolare. » E la parola chiara della Scrittura esprime ciò che, fin dall’inizio del mondo, l’esperienza quotidiana ci insegna: la donna è confermata per essere compagna dell’uomo e madre. Per questo scopo il suo corpo è particolarmente dotato e a questo scopo corrispondono anche le particolari caratteristiche della sua anima.
Il principio tomistico dell’anima forma corporis trova conferma nella particolare qualità delle facoltà psichiche e spirituali della donna e nei suoi atteggiamenti. « Il modo di pensare della donna, i suoi interessi, sono orientati verso ciò che è vivo, personale, verso l’oggetto considerato come un tutto. Proteggere, custodire, tutelare, nutrire, far crescere: questi sono gli intimi bisogni di una donna che sia veramente adulta. Sono bisogni materni! Ciò che non ha vita, la cosa, la interessa solo in quanto serve alla persona, non in se stessa ».
Questo atteggiamento pratico della donna conduce a costatare qualche cosa di simile sul piano teoretico: « Il modo naturale di conoscere della donna non è tanto concettuale, quanto piuttosto contemplativo e sperimentale, orientato verso il concreto ».
Se esiste una vocazione naturale della donna, la quale è umana e insieme religiosa, esiste pure, secondo la Stein, una molteplicità di vie aperte – al di là della famiglia – all’esplicazione delle doti naturali della donna.
« Che la donna sia in grado di esercitare altre professioni oltre a quella di sposa e di madre, lo ha potuto negare solo chi era ‘cieco’ di fronte alla realtà! Nessuna donna è solo donna: ciascuna ha le proprie inclinazioni e i propri talenti naturali, come gli uomini. E questi talenti la rendono atta alle varie professioni di carattere artistico, scientifico, tecnico.
In linea di massima, la disposizione individuale può orientare di preferenza verso qualsiasi campo, anche verso quelli che sono per sé lontani dalle caratteristiche femminili. [...] Ma se di queste cose si vuol parlare nel senso pieno del termine, è necessario che siano professioni i cui compiti oggettivi siano confacenti alle particolari caratteristiche della femminilità ».

7 – Dottrina ed esperienza mistica
Il Carmelo di Colonia, dove Edith Stein fece il suo ingresso il 14 ottobre 1933
Col crescere delle violenze della persecuzione nazista, come abbiamo visto, Edith Stein aveva lasciato il Carmelo di Colonia in Germania e si era rifugiata in Olanda, nel Carmelo di Echt. Lo aveva fatto con sofferenza raccolta, profondamente tranquilla perché unificata in se stessa e abbandonata a Dio. Era cosciente che anche quello era un passo del suo cammino verso l’Essere eterno.
Come all’epoca di Speyer si era messa alla scuola di san Tommaso, attingendo alla luce solare della Scolastica, ora la filosofa Edith, per obbedienza alla sua priora, si dedicava allo studio della dottrina mistica di san Giovanni della Croce, il dottore della « notte oscura » e del « nulla ».
Ne nacque in primo luogo lo studio: « Vie alla conoscenza di Dio », e poi l’opera « Scientia Crucis ». Allo studio di metafisica aveva dato come sottotitolo: « Salita verso il senso dell’essere ». Ora giungeva, con « Scientia Crucis », sulla vetta del Carmelo, a gustare l’esperienza di Dio nell’oscurità della fede.
Ed era proprio la croce l’esperienza che stava vivendo sotto l’incalzare della minaccia nazista. Stese quindi la sua opera in fretta, presaga ormai della fine. E non potè porre la parola fine al volume, perché le SS naziste la strapparono dal Carmelo prima che fosse compiuta. Ma ciò che importa è che Edith continuò il suo cammino verso Dio.
Il commento alla dottrina di Giovanni della Croce, tracciato in « Scientia Crucis », lascia intravedere che Edith visse per esperienza quanto andava scrivendo. « Nelle angosce mortali della notte dello spirito, le imperfezioni dell’anima sono passate alla prova del fuoco, come il legno che nella fiamma viene essiccato da ogni traccia di umidità, per poi accendersi anch’esso dello splendore del fuoco. La fiamma che dapprima ha avvolto l’anima e poi l’ha incendiata è l’amore ».
Essendo la « morte mistica » sulla propria croce il passaggio necessario verso la risurrezione, questo evento dello spirito si compirà partecipando alla crocifissione di Gesù, con una vita di rinuncia e di abbandono al dolore: « Quanto più perfetta sarà tale crocifissione, attiva o passiva, tanto più intensa ne risulterà la partecipazione alla vita divina ».
In questo possono dirsi sintetizzati i motivi conduttori della « Scienza della Croce ». Sono motivi che Edith visse con tutta la forza della sua personalità, in una apertura a Dio che al Carmelo, con l’oblazione della vita, crebbe di giorno in giorno.
« Quando potei rivederla da sola – lasciò scritto in una testimonianza dom Raphael Walzer, abate di Beuron, che era stato suo direttore spirituale – affermò che si sentiva a suo agio nel cuore e nello spirito, come a casa sua. Mi dette questa risposta con tutto lo slancio della sua natura infuocata. Devo dire che di fronte a lei non ero nemmeno tentato di invocare un prodigio della grazia. No, tutto sembrava perfettamente semplice e naturale, come la fioritura visibile della sua maturità spirituale. E’ così che io penso anche al suo amore per la Croce e al suo desiderio di martirio: non come un atteggiamento cosciente del suo spirito, concretato da certe preghiere o da alcune aspirazioni ben definite, ma piuttosto come una disposizione profondamente radicata nel suo cuore di seguire il Signore ovunque. [...] La sua testimonianza dispensa forza e luce ».
La stessa impressione ne ebbe il suo amico Dom Feuling, il quale testimoniò che « Edith nell’ambito religioso si era sviluppata. Lei che un tempo aveva lottato per la difesa dei valori spirituali in mezzo alla brillante cerchia dei suoi contemporanei, si trovava come nascosta, radicata profondamente in una vita che era conoscenza sperimentale della Verità. Aveva superato il piano delle dispute. Era passata al di là delle cose. Ormai guardava a partire dalla fede divina. Al di sopra del mondo umano della scienza filosofica e del sapere della teologia, ella era arrivata a quel grado di conoscenza sperimentale che si prova confusamente, collegata da S.Tommaso ai doni dello Spirito Santo ».

8 – Un messaggio di libertà e risurrezione
Edith Stein ad Auschwitz
[quadro di M.Celeste, New York]
Se 1′esperienza di vita, in quanto ‘sapere la realtà’ è « il modo più completo, adeguato, totalizzante con cui il soggetto giunge al sapere e quindi raggiunge nel reale la Verità », veniamo a trovarci di fronte ad una prospettiva religiosa e ad uno stile di vita cristiana che in Edith Stein furono profondamente contrassegnati da una concezione personalistica e storica di alta tensione spirituale.
In questo quadro fondamentale, germogliò e crebbe l’esperienza cristiana, religiosa e mistica di Edith Stein, certamente una delle donne più significative del nostro secolo. Esperienza vicina a quella di due altre donne di stirpe ebraica: Simone Weil, per l’itinerario culturale e spirituale, Anna Frank, per il destino finale che fu l’olocausto.
Tutte e tre hanno rischiarato con il loro sacrificio, con i loro scritti, con le testimonianza della loro vita, uno dei periodi più foschi della storia europea. Edith Stein, ebrea di nascita e quindi sorella per stirpe di Gesù di Nazareth, anche lui rinnegato, cacciato dalla città santa e ucciso con una morte umiliante, si sentì chiamata ad offrirsi con lui per il suo popolo.
Ebbe così la sorte, ma si può dire anche il privilegio raro, di sigillare nel sangue i principi sui quali aveva fondato la sua esperienza cristiana. E’ per questo che il suo messaggio resta un grido di libertà e di risurrezione consegnato alla storia, alle donne e agli uomini di ogni tempo. Un messaggio consegnato però a titolo speciale a tutte le donne che riconoscono in Cristo la propria ragione di vita.
NOTA: Questo testo su Edith Stein, scritto da Sr Licinia Faresin, Orsolina, è stato pubblicato nel volume Cammini di resistenza al femminile, nel 1998, a cura del Centro Documentazione e Studi « Presenza Donna », di Vicenza.
Nella Presentazione, scritta da Sr Maria Grazia Piazza, docente di Sociologia all’Università Gregoriana di Roma, si dice: « Da qualche anno il Centro « Presenza Donna » [...] si è avventurato nella non facile, ma ricca e stimolante, strada del dialogo e della collaborazione tra associazioni, gruppi, persone (soprattutto donne) accomunate dal desiderio di guardarsi dentro e intorno: al mondo, alla storia, alle Chiese, da un diverso punto di vista, comprendente anche lo sguardo femminile ».
Nello stesso volume troviamo illustrate le figure di Elisa Salerno (a cura di Sr Maria Luisa Bertuzzo), Chiara Zamboni e Stella Morra (a cura di Sr Federica Cacciavillani), Etty Hillesum (a cura di Sr Maria Grazia Piazza).

Publié dans:Santi, santi martiri |on 9 août, 2012 |Pas de commentaires »

Mount Tabor, the church, the birth of Jesus

 Mount Tabor, the church, the birth of Jesus dans immagini sacre



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Publié dans:immagini sacre |on 8 août, 2012 |2 Commentaires »

LA FEDE SI NUTRE DI LUCE E BELLEZZA (Il Fondatore dei Francescani dell’Immacolata spiega la Trafigurazione di Gesù al Tabor)

http://www.zenit.org/article-31931?l=italian

LA FEDE SI NUTRE DI LUCE E BELLEZZA

Il Fondatore dei Francescani dell’Immacolata spiega la Trafigurazione di Gesù al Tabor

di padre Stefano M. Manelli F.I.

ROMA, lunedì, 30 giugno 2012 (ZENIT.org) – Il quarto “mistero della luce” è realmente un mistero di grande luce che svela il contenuto luminoso della nostra fede in Cristo e nella vita eterna, che rende visibile e luminoso ciò che nella fede non appare e non si vede.
Gli Apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni, prima dell’esperienza del Tabor, vedevano Gesù-uomo, sapevano che Egli era il «Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16), ma vedevano soltanto l’uomo Gesù, e nulla vedevano del suo essere Dio, celato nella sua umanità.
Sul Tabor, invece, avviene, per essi, la rivelazione visiva di Gesù Dio e uomo: i tre apostoli vedono, sul Tabor, lo splendore abbagliante della divinità di Gesù, rapiti in un’estasi indicibile. Da allora essi potevano rendersi conto che la fede in Gesù si basava, saldamente, sull’ineffabile realtà della sua Divinità, che pur appariva così poco afferrabile all’esterno.
Nei riguardi di Maria Santissima, poi, gli apostoli ancora di più non vedevano nulla che manifestasse qualcosa di straordinario, almeno un qualcosa che fosse rivelatore della grandezza quasi infinita della Maternità divina. Soltanto la fede potrà far capire, lentamente, la realtà e il valore di questa creatura così mite e umile, e nello stesso tempo così alta da essere «sublimis inter sidera» (sublime fra le stelle), come canta la Liturgia.
Anche chi recita la preghiera del Rosario si trova di fronte alla Madonna, si rivolge a Lei e parla con Lei «“Ave, o Maria, piena di grazia … Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori…”» ma non vede nulla di nulla. Soltanto la fede assicura, a chi recita il Rosario, che la Madonna ascolta ogni nostra parola, che Ella è presente e vicina come la Madre tutta celeste e tutta splendore, tutta amore e tesoriera materna di tutte le grazie. La fede ci dona questa certezza.
Qui vale l’esperienza di quel giovane soldato che perse la vista durante le battaglie in trincea, ma non volle dare notizia alla mamma della disgrazia della cecità.
Quando tornò a casa, tuttavia, la mamma si accorse subito che il figlio era cieco, e con strazio gli disse: “Figlio mio, tu non mi vedi!”; e il figlio, di rimando immediato: “Sì. Mamma, non ti vedo, ma ti sento!”.
La fede non fa vedere, ma fa sperimentare, fa comprendere e fa possedere i tesori di verità e di bene che porta con sé. Non è forse questa, ad esempio, l’esperienza
quotidiana di fede nell’Eucaristia, che si presenta a noi come un’ostia di farina, ma che porta in sé il tesoro infinito del Corpo, Sangue, Anima e Divinità di Gesù Cristo? È il “mistero della Fede”! Tocca a noi, però, avere gli occhi dell’anima trasfigurati dalla fede durante la recita del Rosario, perché i quadri dei misteri del Rosario diventino quadri di luce immensa e radiosa, di luce amorosa e operosa per la santificazione della nostra vita, come Dio vuole: «Questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione» (1 Ts 4,3).
Certo, non si può pretendere di arrivare alla trasfigurazione dell’anima e di sperimentarla nella recita del Rosario se lo spirito non viene custodito dalle distrazioni dei sensi interni ed esterni che disturbano e finiscono col dissolvere ogni interesse per «le cose di lassù» (Col 3,1).
Le immagini e i rumori del mondo, non respinti, colpiscono il nostro spirito occupandolo e dominandolo fino a schiavizzarlo. Di qui la noia e il fastidio, se non il disgusto e il rigetto della preghiera. E anche quando si cerca ugualmente di pregare, l’anima si trova comunque vuota e arida, chiusa ad ogni anelito superiore, oppressa dalle voglie carnali e terrene. Quale perdita è mai questa!
San Giuseppe Cafasso, chiamato «il prete della forca», perché preparava a morire cristianamente i condannati alla forca, parlando della vita cristiana fedele alla preghiera e pura dai peccati, la paragonava al fiume che se ne sta nel suo letto scorrendo tranquillamente con le sue acque limpide. La vita cristiana dissipata e mondana, invece, la paragonava al fiume che straripa per la campagna, rendendo fangose e torbide le sue acque che trascinano con sé immondizie di ogni genere.
Attenti, quindi! L’Imitazione di Cristo ci ammonisce salutarmente dicendo che «pochi si danno alla contemplazione perché pochi sanno separarsi pienamente da ciò ch’è creato e caduco».
Un’altra illuminazione che il mistero della Trasfigurazione porta all’anima è quella di un richiamo vivo all’aldilà, sperimentato dai tre Apostoli prediletti di Gesù. Come insegna san Paolo, la nostra mente non può neppure immaginare la realtà trascendente dell’aldilà, «ciò che Dio ha riservato agli eletti».
Sul monte Tabor i tre Apostoli ebbero soltanto un saggio dell’indicibile bellezza del divino. E san Giovanni Evangelista, nel descrivere la Trasfigurazione, per darcene una pallida idea, si serve delle immagini del sole e della luce. Ma la realtà del Paradiso, della visione di Dio e della sublimità di Maria Santissima, in effetti, non può che essere indicibile e ineffabile, rispetto ad ogni realtà materiale o spirituale da noi conosciuta.
Santa Teresa d’Avila, ad esempio, la grande estatica, nella sua Autobiografia racconta che una volta le fu concessa la visione del Paradiso “per la durata di un’Ave Maria”. Tale visione così breve bastò a generare in lei un disprezzo assoluto di tutte le gioie e le
glorie di questo povero mondo. «È impossibile – scrive la Santa – che lo spirito umano riesca a formarsi un’idea, anche lontana, della gloria celeste: la luce del sole è tenebra di fronte allo splendore dei Beati in Paradiso».
Un giorno, a San Giovanni Rotondo, mentre san Pio da Pietrelcina stava sulla veranda, un gruppo di fedeli, nel campo sottostante, cantava l’inno mariano:
«Bella tu sei qual sole, bianca più della luna, e le stelle, le più belle, non son belle al par di Te». All’udire queste parole, Padre Pio disse: «Se la Madonna fosse bella soltanto come il sole, la luna e le stelle, rinuncerei ad andare in Paradiso». Uno dei frati presenti, meravigliato di quelle parole, disse: «Ma allora, Padre, come è bella la Madonna in Paradiso?…». Padre Pio lo guardò e gli disse in un soffio: «Hai voglia, figlio mio!».
Se le creature terrene più belle, come il sole, la luna e le stelle, sono brutte rispetto alle realtà celesti, che cosa deve essere l’incanto sublime del volto di Gesù e di Maria nel Paradiso? Ciò che conta, però, è che, con la recita attenta e amorosa del Rosario, noi ci leghiamo alla Madonna per essere da Lei condotti nel Regno dei cieli.
Virtù da praticare: Contemplazione del volto di Gesù e di Maria
Per ogni approfondimento: Padre Stefano Maria Manelli, “O Rosario benedetto di Maria!” (Casa Mariana Editrice)

Publié dans:feste del Signore |on 8 août, 2012 |Pas de commentaires »

PAPA BENEDETTO: LA PREGHIERA, UNICA FORZA PER VIVERE INTENSAMENTE OGNI AVVENIMENTOPAPA

http://www.zenit.org/article-32043?l=italian

LA PREGHIERA: UNICA FORZA PER VIVERE INTENSAMENTE OGNI AVVENIMENTO

Benedetto XVI dedica l’Udienza generale del mercoledì alla vita spirituale di san Domenico Guzman per rimarcare l’importanza della preghiera anche nei suoi aspetti esteriori

di Salvatore Cernuzio

CASTEL GANDOLFO, mercoledì, 8 agosto 2012 (ZENIT.org) – All’origine della testimonianza di fede che ogni cristiano deve dare in famiglia, nel lavoro, nell’impegno sociale e nei momenti di distensione, c’è la preghiera, contatto personale con Dio.
È questo l’insegnamento di san Domenico di Guzman, di cui oggi ricorre la memoria liturgica, sul quale Benedetto XVI ha incentrato la sua catechesi durante l’Udienza Generale di questa mattina, nella Piazza della Libertà antistante il Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo.
In particolare, il Santo Padre ha posto in luce la vita spirituale del santo Sacerdote e Fondatore dell’Ordine dei Predicatori, “uomo di preghiera, innamorato di Dio, imitatore di Cristo”.
San Domenico “incarnò radicalmente i tre consigli evangelici unendo alla proclamazione della Parola una testimonianza di una vita povera” ha detto il Papa, e progredì “sulla via della perfezione cristiana”, grazie alla forza della preghiera che “rese sempre più feconde le sue opere apostoliche”.
Soprattutto, caratteristica del Santo era l’incessante orazione notturna: “Il giorno lo dedicava al prossimo, ma la notte la dava a Dio” scriveva, infatti, il Beato Giordano di Sassonia, suo successore alla guida dell’Ordine.
“Egli parlava sempre con Dio o di Dio” ha osservato il Pontefice ricordando le testimonianze delle persone a lui più vicine, e tutto ciò “indica la sua comunione profonda con il Signore e, allo stesso tempo, il costante impegno di condurre gli altri ad essa”.
A tal proposito, Papa Benedetto si è soffermato a lungo su Le nove maniere di pregare di San Domenico, libro scritto da un frate domenicano tra il 1260 e il 1288, che “ci aiuta a capire qualcosa della vita interiore del Santo” e soprattutto “a imparare qualcosa su come pregare”.
Secondo san Domenico, infatti, sono nove le maniere di pregare e ciascuna di queste “esprime un atteggiamento corporale e uno spirituale che, intimamente compenetrati, favoriscono il raccoglimento e il fervore”.
“I primi sette modi – ha evidenziato il Papa – seguono una linea ascendente, come passi di un cammino, verso la comunione con Dio, con la Trinità”. San Domenico “prega in piedi inchinato per esprimere l’umiltà, steso a terra per chiedere perdono dei propri peccati, in ginocchio facendo penitenza per partecipare alle sofferenze del Signore, con le braccia aperte fissando il Crocifisso per contemplare il Sommo Amore, con lo sguardo verso il cielo sentendosi attirato nel mondo di Dio”.
Gli ultimi due modi, invece, ha spiegato Papa Benedetto, “corrispondono a due pratiche di pietà abitualmente vissute dal Santo”: la meditazione personale e la preghiera durante i viaggi.
Nella meditazione personale “la preghiera acquista una dimensione ancora più intima, fervorosa e rasserenante”. San Domenico, infatti, al termine della recita della Liturgia delle Ore, e dopo la celebrazione della Messa, prolungava questo colloquio intimo con Dio, “senza porsi limiti di tempo, seduto tranquillamente, raccolto in se stesso in atteggiamento di ascolto, leggendo un libro o fissando il Crocifisso”.
La comunione con Dio in questi momenti era così intensa, che “anche esteriormente si potevano cogliere le sue reazioni di gioia o di pianto”. A volte, raccontano dei testimoni, “entrava in una sorta di estasi con il volto trasfigurato, ma subito dopo riprendeva umilmente le sue attività quotidiane ricaricato dalla forza che viene dall’Alto”.
La seconda forma di preghiera il Santo la praticava durante i viaggi tra un convento e l’altro. In quei momenti, egli “recitava le Lodi, l’Ora Media, il Vespro con i compagni”, e, attraversando le valli o le colline, “contemplava la bellezza della creazione. Allora, dal suo cuore sgorgava un canto di lode e di ringraziamento a Dio per tanti doni, soprattutto per la più grande meraviglia: la redenzione operata da Cristo”.
Una grande testimonianza di fede e di amore al Signore quella di San Domenico, dunque, che “ci ricorda che solo questo rapporto reale con Dio ci dà la forza per vivere intensamente ogni avvenimento, specie i momenti più sofferti”.
Non solo: “questo Santo ci ricorda l’importanza degli atteggiamenti esteriori nella nostra preghiera” ha rimarcato Benedetto XVI. Inginocchiarsi, stare in piedi davanti al Signore, fissare lo sguardo sul Crocifisso, fermarsi e raccogliersi in silenzio, sono tutti aspetti che sembrano secondari, ma che in realtà “ci aiutano a porci interiormente, con tutta la persona, in relazione con Dio”.
Alla luce di tutto questo, l’esortazione del Papa è “di trovare quotidianamente momenti per pregare con tranquillità”, specialmente nei periodi di vacanze. “Sarà un modo – ha concluso – per aiutare chi ci sta vicino ad entrare nel raggio luminoso della presenza di Dio, che porta la pace e l’amore di cui abbiamo tutti bisogno”.
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