Archive pour août, 2012

Gesù: Il vero cibo e la vera bevanda della vita

Gesù:  Il vero cibo e la vera bevanda della vita dans immagini sacre 70_Dom1

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Omelia per la XX domenica del T.O. : La sapienza che si fa pane

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Omelia per la XX domenica del T.O.

padre Gian Franco Scarpitta

La sapienza che si fa pane

Anche nella liturgia odierna si insiste sul concetto di Gesù pane di vita, ma questa volta il discorso assume connotati molto più consistenti. Osserviamo in primo luogo come il libro dei Proverbi (I Lettura) si incentri sulla Sapienza che, intraprendente e dinamica, ?si è costruita la casa? ha ucciso gli animali, ha preparato il vino e ha imbandito la tavola.? Poi invita: ?Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che ho preparato.? E ammannisce una tavola di ricche vivande alla quale sono invitati tutti gli uomini di tutti i tempi, che vivono la profondità del convito divino che raduna, riunisce nella comunione, libera e salva.
La Sapienza nell?Antico Testamento era innanzitutto prerogativa umana come capacità di agire cercando sempre Dio e salvaguardando se medesimi dal male; era caratteristica dell?uomo saggio che sapeva guardare il mondo e la vita sotto l?aspetto della volontà del Signore, mettendo in atto ogni cosa nella consapevolezza di realizzare la chiamata divina. Successivamente, dopo attenta riflessione, essa viene identificata anche come una qualità del Dio vivente, un dono o una prerogativa che scaturisce dallo stesso Signore e che Questi elargisce agli uomini a piene mani (Sir 1 ? 3): essa è la presenza di Dio nell?anima dell?uomo, il dispiegarsi delle opere divine nel mondo soprattutto nel processo della creazione e l?intervento pronto e mirato di Dio a favore del singolo e della collettività; essa viene descritta come organizzatrice di un banchetto di sontuose vivande i cui elementi irrinunciabili, di spicco, sono il pane e il vino. In questi due alimenti la sapienza mostra di voler offrire il meglio delle vivande agli uomini e se è vero che nella Bibbia il banchetto è sinonimo di salvezza e di comunione gioiosa con il Signore, nel pane e nel vino tale assunto di festosità piena ha la sua massima configurazione: mangiando il pane e il vino della Sapienza, si vive la piena comunione con Dio e si realizza l?adempimento dei propri desideri e il raggiungimento delle promesse. La Sapienza di Dio è apportatrice della gioia e della salvezza perenne simboleggiata da un pasto di vivande consistenti che tuttavia non sarebbe lauto se mancassero pane e vino. Sempre la Sapienza invita l?uomo alla partecipazione attiva a questo atto di comunione commensale soprattutto nell?esortazione ad evitare la Follia, il male e la deprezzabile dispersione morale dell?uomo.
Il Nuovo Testamento identifica la Sapienza con Cristo: secondo Paolo egli infatti è per noi ?sapienza, giustificazione e redenzione? (1Cor 1, 30) nonché sapienza che non appartiene a questo mondo (1 Cor 2, 6); Cristo è per l?apostolo ?potenza di Dio e sapienza di Dio? (1 Cor 1, 23 ? 24), ma è soprattutto Giovanni che accomuna le caratteristiche della Sapienza dell?Antico Testamento con il Verbo fatto uomo poiché il Padre manifestandoci il Figlio Parola fatta carne ci rivela la sua bontà, magnanimità e la sua sapienza. Cristo è la Sapienza del Padre, che non soltanto si è costruita una casa, ma che ha voluto abitare e interagire con gli uomini ?ponendo la sua tenda ? in mezzo a tutti noi.
Sempre Cristo invita ancora una volta tutti quanti al banchetto della gioia e invita ciascuno a mangiare il pane e bere il vino, identificando questa volta egli medesimo con questi due elementi: ?io sono il pane vivo disceso dal ciel? chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell?ultimo giorno. Nella mentalità dell?Antico Testamento era aberrante che si potesse pensare alla consumazione del sangue durante un pasto e il ?mangiare la carne e bere il sangue? poteva avere sentore di antropofagia; ed è per questo che un simile modo di rivolgersi da parte di Gesù desta subito scalpore e disorientamento. Eppure Gesù si mostra molto esplicito e risolutivo quando associa la sua carne con il ?pane? e il suo sangue (sia pure in un secondo momento) con il vino: Egli vuole dire innanzitutto che il nostro ?nutrimento? di lui deve consistere nell?immedesimazione e nell?accoglienza piena del suo mistero, nella nostra configurazione a lui e nell?assunzione che di lui facciamo in tutti gli ambiti della vita, ma nell?espressione ?mangiare la mia carne e bere il mio sangue? si riscontra anche l?invito diretto e perentorio alla consumazione del suo corpo sotto le specie del pane materiale e quindi si fa riferimento immediato all?Eucarestia. Con questo sacramento, nel quale Gesù presenzia inqualificabilmente sotto le apparenze del pane e del vino ripresentando la tragicità dei momenti del suo sacrificio sulla croce, noi siamo invitati al banchetto lauto e cospicuo della vita nell?assunzione del pane e del vino che allietano e risollevano per sempre e siamo avvinti dalla forte presenza coinvolgente di Cristo Sapienza eterna del Padre.
In questi versetti giovannei si completa il senso delle affermazioni quanto a Gesù Cristo pane vivo disceso dal cielo e si rende esplicito il nostro atteggiamento nei suoi confronti che è quello della fiducia e dell?accoglienza, dell?apertura e della libera assimilazione senza riserve, della coscienza piena nell?assimilazione spontanea di Gesù che va preso come centro totalizzante prioritario della nostra vita; ma anche quello della nutrizione materiale del Sacramento, che garantisce le possibilità suddette.

« DIO FORTIFICA OGNI BATTEZZATO, CATTOLICO O ORTODOSSO »

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« DIO FORTIFICA OGNI BATTEZZATO, CATTOLICO O ORTODOSSO »

Il discorso dell’Arcivescovo Józef Michalik, Presidente della Conferenza Episcopale Polacca, al primo incontro con Kirill I, Patriarca di Mosca e di tutta la Russia

di Don Mariusz Frukacz

VARSAVIA, venerdì, 17 agosto 2012 (ZENIT.org) – “Le Chiese e le nazioni hanno bisogno di ‘insegnanti’ che predichino e vivano secondo la verità libera dalla colorazione ideologica. Hanno bisogno della verità del Vangelo predicata in amore. Il primo Insegnante della Chiesa è Gesù Cristo, che non ha evitato di porre alcuni quesiti difficili. I tempi odierni richiedono coraggiosi testimoni e profeti che vedono le minaccie e portano al mondo la potenza di Dio, mostrando la salvezza nella conversione in Cristo unico Salvatore dell’uomo”.
È stato questo il cuore del discorso dell’Arcivescovo Jozef Michalik, Presidente della Conferenza Episcopale Polacca, rivolto al Patriarca di Mosca e di tutta la Russia, Kirill I, durante la riunione delle gerarchie della Chiesa Cattolica in Polonia e della Chiesa Ortodossa, svoltosi ieri, giovedì 16 agosto, presso la Sede del Segretariato dell’Episcopato Polacco in Varsavia.
“Se oggi il Patriarca della Chiesa Ortodossa Russa – ha aggiunto l’Arcivescovo – la grande Chiesa di oltre mille anni di storia, dei grandi santi e dei martiri, vuole insieme con la Chiesa cattolica in Polonia, indirizzare un messaggio pastorale ai fedeli di entrambe le Chiese e a tutte le persone di buona volontà, questo passaggio diventa una grande testimonianza della fede” .
Esso, ha proseguito, “non è solo un gesto, ma una preoccupazione comune per il mondo in cui viviamo, per confermare la fedeltà al Vangelo e all’etica, cioè alla vita di fede secondo la legge di Cristo”.
Il Presidente della Conferenza Episcopale Polacca ha rimarcato che la Chiesa Ortodossa in Russia è “fedele alla sua predicazione del Vangelo di Cristo, ama il suo popolo e lo difende coraggiosamente dal pericolo della modernità mal intesa, dal progresso liberale” e da tutte quelle situazioni “dove manca la sensibilità della presenza di Dio”.
Monsignor Michalik ha voluto ricordare, inoltre, che “i vescovi della Chiesa Cattolica in Polonia stanno cercando onestamente di discernere i segni dei tempi, e con tutta la devozione si sforzano di soddisfare le raccomandazioni del Magistero pontificio, che si riflettono nella preoccupazione corrente per la nuova evangelizzazione.”
Ha poi affermato: “Amando la nostra Chiesa, amiamo il rapporto esistenziale con la nazione, la Patria e l’Europa. E nello spirito di responsabilità per l’anima di una nazione, diamo vita ad una nuova era che offre la possibilità di trovare, oggi, nuove motivazioni per riaffermare le nostre radici cristiane e conferma che la fonte della nostra dignità e del nostro potere sono nella potenza di Dio, che ci ha dato il Suo Figlio e Salvatore, e fortifica tutti i battezzati, cattolici e ortodossi, con il dono dello Spirito Santo”.
“Che gioia – ha esclamato in conclusione il presule – che oggi possiamo pregare insieme Gesù Cristo, che ci assicura la Sua presenza, dove due o tre sono riuniti nel suo nome » (cfr Mt 18, 20). Quindi l’augurio finale: “Che possiamo svogere questa preghiera per tutta l’umanità insieme con Maria Madre di Dio, e che questa unione con Cristo nella preghiera sia una fonte di speranza per completare i nostri compiti”.

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PAPA BENEDETTO, OMELIA PER L’ASSUNTA: MARIA È LA «VISITA» DI DIO CHE CREA GIOIA

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MARIA È LA «VISITA» DI DIO CHE CREA GIOIA

L’omelia di Benedetto XVI durante la Santa Messa nella Solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria

CASTEL GANDOLFO, giovedì, 16 agosto 2012 (ZENIT.org) – Alle ore 8.00 di ieri, mercoledì 15 agosto, Solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria, il Santo Padre Benedetto XVI ha celebrato la Santa Messa nella parrocchia pontificia « San Tommaso da Villanova » in Castel Gandolfo.
Nel corso della Celebrazione Eucaristica, il Papa ha pronunciato l’omelia che riportiamo di seguito:
***
Cari fratelli e sorelle,
il 1° novembre 1950, il Venerabile Papa Pio XII proclamava come dogma che la Vergine Maria «terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo». Questa verità di fede era conosciuta dalla Tradizione, affermata dai Padri della Chiesa, ed era soprattutto un aspetto rilevante del culto reso alla Madre di Cristo.
Proprio l’elemento cultuale costituì, per così dire, la forza motrice che determinò la formulazione di questo dogma: il dogma appare un atto di lode e di esaltazione nei confronti della Vergine Santa. Questo emerge anche dal testo stesso della Costituzione apostolica, dove si afferma che il dogma è proclamato «ad onore del Figlio, a glorificazione della Madre ed a gioia di tutta la Chiesa».
Venne espresso così nella forma dogmatica ciò che era stato già celebrato nel culto e nella devozione del Popolo di Dio come la più alta e stabile glorificazione di Maria: l’atto di proclamazione dell’Assunta si presentò quasi come una liturgia della fede. E nel Vangelo che abbiamo ascoltato ora, Maria stessa pronuncia profeticamente alcune parole che orientano in questa prospettiva. Dice: «D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata» (Lc 1,48).
E’ una profezia per tutta la storia della Chiesa. Questa espressione del Magnificat, riferita da san Luca, indica che la lode alla Vergine Santa, Madre di Dio, intimamente unita a Cristo suo figlio, riguarda la Chiesa di tutti i tempi e di tutti i luoghi. E l’annotazione di queste parole da parte dell’Evangelista presuppone che la glorificazione di Maria fosse già presente al periodo di san Luca ed egli la ritenesse un dovere e un impegno della comunità cristiana per tutte le generazioni. Le parole di Maria dicono che è un dovere della Chiesa ricordare la grandezza della Madonna per la fede. Questa solennità è un invito quindi a lodare Dio, e a guardare alla grandezza della Madonna, perché chi è Dio lo conosciamo nel volto dei suoi.
Ma perché Maria viene glorificata con l’assunzione al Cielo? San Luca, come abbiamo ascoltato, vede la radice dell’esaltazione e della lode a Maria nell’espressione di Elisabetta: «Beata colei che ha creduto» (Lc 1,45). E il Magnificat, questo canto al Dio vivo e operante nella storia è un inno di fede e di amore, che sgorga dal cuore della Vergine.
Ella ha vissuto con fedeltà esemplare e ha custodito nel più intimo del suo cuore le parole di Dio al suo popolo, le promesse fatte ad Abramo, Isacco e Giacobbe, facendone il contenuto della sua preghiera: la Parola di Dio era nel Magnificat diventata la parola di Maria, lampada del suo cammino, così da renderla disponibile ad accogliere anche nel suo grembo il Verbo di Dio fatto carne.
L’odierna pagina evangelica richiama questa presenza di Dio nella storia e nello stesso svolgersi degli eventi; in particolare vi è un riferimento al Secondo libro di Samuele nel capitolo sesto (6,1-15), in cui Davide trasporta l’Arca Santa dell’Alleanza. Il parallelo che fa l’Evangelista è chiaro: Maria in attesa della nascita del Figlio Gesù è l’Arca Santa che porta in sé la presenza di Dio, una presenza che è fonte di consolazione, di gioia piena. Giovanni, infatti, danza nel grembo di Elisabetta, esattamente come Davide danzava davanti all’Arca.
Maria è la «visita»di Dio che crea gioia. Zaccaria, nel suo canto di lode lo dirà esplicitamente: «Benedetto il Signore, Dio di Israele, perché ha visitato e redento il suo popolo» (Lc 1,68). La casa di Zaccaria ha sperimentato la visitadi Dio con la nascita inattesa di Giovanni Battista, ma soprattutto con la presenzadi Maria, che porta nel suo grembo il Figlio di Dio.
Ma adesso ci domandiamo: che cosa dona al nostro cammino, alla nostra vita, l’Assunzione di Maria? La prima risposta è: nell’Assunzione vediamo che in Dio c’è spazio per l’uomo, Dio stesso è la casa dai tanti appartamenti della quale parla Gesù (cfr Gv 14,2); Dio è la casa dell’uomo, in Dio c’è spazio di Dio. E Maria, unendosi, unita a Dio, non si allontana da noi, non va su una galassia sconosciuta, ma chi va a Dio si avvicina, perché Dio è vicino a tutti noi, e Maria, unita a Dio, partecipa della presenza di Dio, è vicinissima a noi, ad ognuno di noi.
C’è una bella parola di San Gregorio Magno su San Benedetto che possiamo applicare ancora anche a Maria: San Gregorio Magno dice che il cuore di San Benedetto è divenuto così grande che tutto il creato poteva entrare in questo cuore. Questo vale ancora più per Maria: Maria, unita totalmente a Dio, ha un cuore così grande che tutta la creazione può entrare in questo cuore, e gli ex-voto in tutte le parti della terra lo dimostrano. Maria è vicina, può ascoltare, può aiutare, è vicina a tutti noi. In Dio c’è spazio per l’uomo, e Dio è vicino, e Maria, unita a Dio, è vicinissima, ha il cuore largo come il cuore di Dio.
Ma c’è anche l’altro aspetto: non solo in Dio c’è spazio per l’uomo; nell’uomo c’è spazio per Dio. Anche questo vediamo in Maria, l’Arca Santa che porta la presenza di Dio. In noi c’è spazio per Dio e questa presenza di Dio in noi, così importante per illuminare il mondo nella sua tristezza, nei suoi problemi, questa presenza si realizza nella fede: nella fede apriamo le porte del nostro essere così che Dio entri in noi, così che Dio può essere la forza che dà vita e cammino al nostro essere. In noi c’è spazio, apriamoci come Maria si è aperta, dicendo: «Sia realizzata la Tua volontà, io sono serva del Signore». Aprendoci a Dio, non perdiamo niente. Al contrario: la nostra vita diventa ricca e grande.
E così, fede e speranza e amore si combinano. Ci sono oggi molte parole su un mondo migliore da aspettarsi: sarebbe la nostra speranza. Se e quando questo mondo migliore viene, non sappiamo, non so. Sicuro è che un mondo che si allontana da Dio non diventa migliore, ma peggiore. Solo la presenza di Dio può garantire anche un mondo buono. Ma lasciamo questo.
Una cosa, una speranza è sicura: Dio ci aspetta, ci attende, non andiamo nel vuoto, siamo aspettati. Dio ci aspetta e troviamo, andando all’altro mondo, la bontà della Madre, troviamo i nostri, troviamo l’Amore eterno. Dio ci aspetta: questa è la nostra grande gioia e la grande speranza che nasce proprio da questa festa. Maria ci visita, ed è la gioia della nostra vita e la gioia è speranza.
Cosa dire quindi? Cuore grande, presenza di Dio nel mondo, spazio di Dio in noi e spazio di Dio per noi, speranza, essere aspettati: questa è la sinfonia di questa festa, l’indicazione che la meditazione di questa Solennità ci dona. Maria è aurora e splendore della Chiesa trionfante; lei è la consolazione e la speranza per il popolo ancora in cammino, dice il Prefazio di oggi.
Affidiamoci alla sua materna intercessione, affinché ci ottenga dal Signore di rafforzare la nostra fede nella vita eterna; ci aiuti a vivere bene il tempo che Dio ci offre con speranza. Una speranza cristiana, che non è soltanto nostalgia del Cielo, ma vivo e operoso desiderio di Dio qui nel mondo, desiderio di Dio che ci rende pellegrini infaticabili, alimentando in noi il coraggio e la forza della fede, che nello stesso tempo è coraggio e forza dell’amore. Amen.

Assunzione di Maria al cielo

Assunzione di Maria al cielo dans immagini sacre

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Publié dans:immagini sacre |on 14 août, 2012 |Pas de commentaires »

La mariologia di Benedetto XVI : L’Assunzione di Maria al cielo

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La mariologia di Benedetto XVI – 22

di BRUNO SIMONETTO

L’Assunzione di Maria al cielo

Nel dogma dell’Assunta si esprime il senso escatologico dell’immortalità dell’uomo e la realizzazione della pienezza del nostro battesimo.
Concludiamo la riflessione sull’ultimo dogma mariano, l’Assunzione di Maria al Cielo in anima e corpo, a partire dalla presentazione teologica che ne fa Joseph Ratzinger, attualmente papa Benedetto XVI, ne La figlia di Sion. La devozione a Maria nella Chiesa, Jaca Book, Milano 1979.
A quanto detto in precedenza sul contenuto dogmatico dell’Assunta, che per Ratzinger è espressione del supremo culto della Chiesa a Maria, vista nella pienezza escatologica della sua unione con Dio, aggiungiamo ora le altre argomentazioni teologiche del Papa.
Il significato escatologico dell’immortalità dell’uomo
«Maria [assunta in cielo] sta al posto della Chiesa stessa, della sua definitiva condizione di salvezza» (p. 74).
Ratzinger approfondisce questo concetto sviluppando anzitutto un altro tema che, per lui, riveste un ruolo importante anche nel testo della proclamazione dogmatica dell’Assunzione della Vergine in cielo. Eccone l’argomentazione:
«Come la vita dell’uomo è piantata, immersa in un mondo nel quale la morte è la condizione della vita, così la nascita è sempre ambivalente: essa è, al tempo stesso, un morire e un divenire. La sentenza di Gn 3, 16 (« Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli… ») descrive appunto questo destino dell’uomo; l’ambivalenza della figura di Eva esprime quest’ambivalenza del divenire biologico: la nascita è una parte della morte; essa avviene sotto il segno della morte e rimanda alla morte che, in certo qual senso, essa anticipa, prepara ed anche presuppone». Sicché «generare alla vita significa sempre, al tempo stesso, aprirsi al morire.
«Ma se Maria è veramente genitrice di Dio, se ella genera colui che è per eccellenza la morte della morte e la vita, allora questo essere Madre di Dio è veramente « nuova nascita » (nova nativitas): un nuovo modo del generare, incastrato nell’antico, così come Maria è nuova alleanza nell’antica alleanza e come membro dell’antica. Questa nascita non è un morire, ma solamente un divenire, un prorompere della vita che toglie il morire e lo lascia definitivamente alle sue spalle. Perciò il titolo di « genitrice di Dio » da una parte rimanda all’indietro, alla Vergine: questa vita non è stata concepita nel morire e divenire quotidiani, ma è puro inizio; e dall’altra esso rimanda in avanti, all’Assunta: da questa nascita non viene alcuna morte, deriva solamente vita. Questa nuova « generazione » non ha come sua condizione il recedere nell’antica, ma essa produce la definitività del tutto.
«Qui si rivela però anche il legame con l’affermazione dell’Immacolata; esso potrebbe forse essere così descritto: là dove vi è totalità della grazia c’è totalità della salvezza. Dove la grazia non si trova nella precarietà di « giusto e peccatore al tempo stesso », ma essa è puro sì, lì non c’è spazio per la morte, lo sgherro del peccato.
«Ora, però, questo comporta un domandarsi: che cosa significa assunzione in corpo e anima nella gloria celeste? Che cosa significa propriamente « immortalità »? E che cosa significa « morte »? L’uomo non è mai immortale per se stesso, ma solamente nell’altro e coll’altro, provvisoriamente, sperimentalmente, frammentariamente nel bambino; in definitiva egli è veramente nella gloria soltanto nel totalmente-Altro ed a partire da lui: da Dio. Noi siamo mortali a causa dell’adeguata autarchia del « voler stare in se stessi », di quell’autarchia che si rivela illusione. In quanto fallimento dell’autarchia, in quanto possibilità di dare consistenza a se stessi, la morte non è solamente un fenomeno somatico, ma un fenomeno umano di radicale profondità. Là dove tuttavia manca il tentativo, per noi originario, dell’autarchia, là dove esiste la pura autoespropriazione di colui che non si fonda su se stesso (= grazia!), qui non c’è « morte » (benché vi sia la fine somatica), ma qui tutto l’uomo entra nella salvezza, poiché egli, come totalità, senza riduzione alcuna, sta eternamente nella memoria di Dio che è creatrice di vita, in quella memoria che, prendendolo come tale, lo custodisce nella sua stessa gloria» (pp. 74-76; in nota Ratzinger rimanda alla sua presentazione più dettagliata della problematica di immortalità e risurrezione in Kleine katholische Dogmatik del 1977, scritta a quattro mani con Johann Auer).
Nell’Assunta si è realizzata tutta l’essenza del battesimo
«Con questo», prosegue nel suo ragionamento Ratzinger, applicando il discorso alla Vergine Assunta in Cielo, «ritorniamo a quanto si era accennato poc’anzi. Abbiamo detto che chi può essere glorificato, esaltato col nome di Dio, vive. Avevamo aggiunto: per Maria e solamente per lei (per quanto noi sappiamo) ciò vale in modo definitivo, incondizionato, poiché ella sta per la Chiesa stessa, per quel suo definitivo essere salvata che non è più solamente promessa da venire, ma è già realtà.
«A questo proposito, mi sembra avere una certa importanza Col 3,3: « Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio ». Ciò significa: esiste come una sorta di « ascensione » del battezzato, della quale parla in termini del tutto espliciti Ef 2,6: « Con lui Dio ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli, in Cristo Gesù ». Stando a questo testo, il battesimo è partecipazione non soltanto alla risurrezione, ma anche all’ascensione di Cristo. Il battezzato, in altre parole, in quanto battezzato e nella misura in cui egli è tale, è già adesso inserito nell’ascensione e vive là, nel Signore glorificato, la sua vita nascosta (la sua vera vita!)» (pp. 76-77).
Come si può ben capire, per Ratzinger (che sempre più scopriamo essere davvero il san Tommaso d’Aquino dei nostri tempi!) la formula dogmatica dell’ »Assunzione » di Maria in corpo e anima perde, sulla base dei testi biblici citati, ogni carattere speculativo e arbitrario: essa, infatti, è solamente la forma suprema della canonizzazione riferita a colei che ha generato il Signore («prima con il cuore poi nel corpo», dice sant’Agostino), della quale la fede, cioè il contenuto interiore del Battesimo, può essere affermata illimitatamente (in conformità a Luca 1, 45: « Beata colei che ha creduto all’adempimento delle parole del Signore »); Maria è colei nella quale «si è quindi realizzata tutta l’essenza del battesimo, in lei è stata inghiottita nella vittoria di Cristo, in lei ciò che ancora si oppone al battesimo (alla fede) è stato totalmente superato con la morte della vita terrena» (p. 77).
Queste ultime affermazioni (che per Maria hanno la piena evidenza personale nel collegamento a Luca 1, 45 ed Ef 2,6) si riferiscono «nuovamente e strettissimamente», continua Ratzinger, «a quei contesti tipologici che abbiamo continuamente tenuto presente: l’interamente battezzata, in quanto realtà personale della vera chiesa, è contemporaneamente la certezza di salvezza della chiesa, certezza non solamente promessa ma esistente in lei in carne e ossa, e certezza di salvezza di quella chiesa che in lei è già stata salvata: il nuovo Israele non è più respinto. È già entrato nel cielo. Esistono su questo punto preziosi testi patristici, che di fatto non fanno che sviluppare ciò che già si trova nella Bibbia» (pp. 77-78).

Il culto a Maria è come la « danza » del Magnificat
Infine, un’ultima osservazione che il cardinale Ratzinger propone per completare la sua originale riflessione sul dogma dell’Assunzione di Maria, che qui siamo andati illustrando. «Raccontando la visita di Maria ad Elisabetta», scrive, «Luca riferisce che il bimbo Giovanni, al risuonare del saluto di Maria, « ha esultato di gioia nel grembo » (Lc 1, 46). Per esprimere la gioia, egli usa lo stesso termine skirtôn (« saltellare ») che ha impiegato anche per denotare la gioia di coloro che sono toccati dalle beatitudini (Lc 6, 23 ["rallegratevi in quel giorno ed esultate, skirtésate"]).
«In una delle antiche traduzioni greche dell’Antico Testamento, questo termine ricorre anche là dove si descrive la danza di Davide dinanzi all’arca santa che è finalmente ritornata in patria (2Sam 6, 16)». Ora – citando l’interpretazione di René Laurentin, che stabilisce un parallelismo tra Lc 1, 39-44 e 2Sam 6, 2-11 – si può dire che la scena (della Visitazione di Maria ad Elisabetta) «è costruita in maniera parallela con il ritorno in patria dell’arca, così che il saltellare del bambino proseguirebbe la gioia estatica di Davide dinanzi al segno che garantisce la vicinanza di Dio. Ma, comunque sia, si esprime qui qualcosa che per noi, nel nostro secolo critico, è andato quasi completamente perduto e che, tuttavia, appartiene all’interiorità della fede: per lui [Giovanni] è la gioia per la Parola che si è fatta uomo, è quel saltellare dinanzi all’arca dell’alleanza nella contentezza dimentica di sé che coglie colui che ha conosciuto la vicinanza salvatrice di Dio.
«Solamente chi capisce ciò», afferma a questo punto, con forte espressione, il futuro Benedetto XVI, quasi a voler raccogliere il senso di tutto quanto è andato spiegando ne La figlia di Sion, «può comprendere anche il culto di Maria: al di là di tutti i problemi, esso è l’essere trascinati dalla gioia perché il vero Israele esiste indistruttibile; è l’oscillare beato nella gioia del Magnificat e, perciò, nella lode di colui verso il quale è debitrice la figlia di Sion e di colui che lei porta come la vera, non deperibile, indistruttibile arca dell’alleanza» (pp. 79-79).
E su queste note « in crescendo » terminiamo le nostre riflessioni sui quattro dogmi mariani, rivisitati alla luce dell’insegnamento mariologico del teologo Ratzinger divenuto poi papa Benedetto XVI.

Solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria – Omelia

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L’ASSUNZIONE: LA DONNA E IL BAMBINO VINCONO IL DRAGONE

Solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria

di padre Angelo del Favero

ROMA, martedì, 14 agosto 2012 (ZENIT.org).
1Cor 15, 20-27a
“Fratelli, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti. Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita..:prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo”.
Ap 11,19a; 12,1-6a.10ab
“Si aprì il tempio di Dio che è nel cielo e apparve nel tempio l’arca della sua alleanza. Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle. Era incinta, e gridava per le doglie e il travaglio del parto. Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso.. Il drago si pose davanti alla donna, che stava per partorire, in modo da divorare il bambino appena lo avesse partorito. Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e suo figlio fu rapito verso Dio e verso il suo trono. La donna, invece, fuggì nel deserto, dove Dio le aveva preparato un rifugio. Allora udii una voce potente nel cielo che diceva: “Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo””.
Lc 1,39-56
“In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me?(…) Allora Maria disse: “L’anima mia magnifica il Signore..”.
“Al termine della sua vita terrena, l’Immacolata, Madre di Dio, Madre sempre Vergine, è stata presa in cielo corpo e anima nella gloria celeste”: questi sono i termini concisi della proclamazione dogmatica dell’Assunzione di Maria Santissima al Cielo (Pio XII, “Munificentissimus Dominum”, 1950).
E’ così annunciato dalla Chiesa al mondo intero che, assieme a “Cristo risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti” (1 Cor 15,20), in Paradiso attualmente è già presente in anima e corpo sua Madre Maria, anche se l’ora della seconda venuta di Gesù non è ancora giunta (1 Cor 15,23).
Nel definire il dogma dell’Assunzione, volutamente Pio XII non rispose alle domande concernenti la scomparsa della Madonna: dove, come, quando Ella è morta?
Dal punto di vista storico, possiamo dire solo che ignoriamoquasi tutto, ma il beato Giovanni Paolo II ha insegnato che il fatto costitutivo umano del morire va affermato anche per la Madre di Gesù:
“l’esperienza della morte ha arricchito la persona della Vergine: passando per la comune sorte degli uomini, Ella è in grado di esercitare con più efficacia la sua maternità spirituale verso coloro che giungono all’ora suprema della vita” (Udienza generale, 25 giugno 1997).
Nell’enciclica “Redemptoris Mater” Giovanni Paolo II ha scritto che l’amorosa maternità di Maria abbraccia e difende l’intera umanità, come se fosse un figlio unico: “Maria, infatti, presente nella Chiesa come Madre del Redentore, partecipa maternamente a quella dura lotta contro la potenza delle tenebre che si svolge durante tutta la storia umana” (n. 47).
Alla luce della Parola divina, il Papa mette così in evidenza quella drammatica ed impari lotta tra la prepotenza diabolica del Male e la debolezza del Bene, che sta tutti i giorni anche sotto i nostri occhi.
San Giovanni la descrive oggi nell’Apocalisse (riferendosi storicamente alle persecuzioni anticristiane dell’impero romano), ed ecco il commento di Benedetto XVI ai due segni grandiosi da lui veduti:
“Innanzitutto vi è il dragone rosso fortissimo, con una manifestazione impressionante ed inquietante del potere senza grazia, senza amore, dell’egoismo assoluto, del terrore, della violenza..il potere militare, politico, propagandistico dell’impero romano davanti al quale la fede, la Chiesa, appariva come una donna inerme, senza possibilità di sopravvivere, tanto meno di vincere. E tuttavia sappiamo che alla fine ha vinto la donna inerme, ha vinto non l’egoismo, non l’odio; ha vinto l’amore di Dio e l’impero romano si è aperto alla fede cristiana.
Le parole della Scrittura trascendono sempre il momento storico” (Omelia per l’Assunta, 2007).
Quest’ultima affermazione di Benedetto sul valore metastorico della Scrittura, non significa certo l’inesistenza di un legame profondo e significativo tra la Parola e la vita attuale. Infatti egli aggiunge subito: “Vediamo che anche oggi il dragone vuol divorare il Dio fattosi bambino”.
Qui il drago che minaccia la donna e il bambino, che minaccia la Chiesa, minaccia Dio stesso. Minaccia Dio perché minaccia l’uomo. Sì, perché da quando Dio si è fatto uno di noi, il destino di ognuno di noi è anche la sorte di Dio.
Lo insegna esplicitamente l’enciclica “Evangelium vitae” (25 marzo1995): “Proprio nella ‘carne’ di ogni uomo, Cristo continua a rivelarsi e ad entrare in comunione con noi, così che il rifiuto della vita dell’uomo, nelle sue diverse forme, è realmente rifiuto di Cristo” (n. 104).
Il simbolo del dragone infernale fa così pensare alle molte forme di disumana violenza dell’uomo sull’uomo.
Tra queste è emblematico quanto da decenni accade in Cina con l’imposizione criminosa degli aborti forzati a milioni di donne.
Immagini agghiaccianti di tale furore omicida mostrano il cadavere del figlio ucciso posto a lato della mamma: una mostruosità che i media mondiali denunciano sia pure timidamente da decenni, e che porta il nome strategico di “politica del figlio unico”.
Ma tale denuncia, per non essere parziale e menzognera, non può non riconoscere che l’“enorme drago rosso” continua a divorare milioni di bambini anche nella maggioranza delle nazioni del mondo, complice l’indifferenza pressoché generale dei media e di chi sta al potere politico.
In Italia, in particolare, non esiste ufficialmente la ‘politica del figlio unico’, ma ne esiste la perversa cultura, fatalmente accompagnata dalla ‘politica’ della libera scelta di uccidere i figli concepiti ed indesiderati: sia direttamente (Legge 194: “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”), sia indirettamente (Legge 40: “Norme in materia di procreazione medicalmente assistita”).
Circa la 194 qualcuno forse pensa che quando è volontariamente scelto l’aborto non è violenza anche sulla stessa donna? Falso!
E’ proprio quando è volontario che l’aborto, oltre al figlio, distrugge moralmente anche la persona della madre. Ella infatti, per il solo fatto di voler sopprimere il frutto del grembo rinnega se stessa, la propria coscienza e il proprio essere materno, come la ben nota “sindrome del post-aborto” dimostra in tutto il mondo, e sempre dimostrerà.
Se poi consideriamo il versante opposto, quello del preteso diritto ad avere un figlio, vediamo che la donna sottoposta alla FIVET, dando l’assenso all’uccisione “tecnica” di una decina di piccolissimi suoi figli (pur di averne ‘uno in braccio’), oggettivamente si lascia coinvolgere in un percorso morale ancor più mostruoso di quello cinese.
Cosa dire, allora, a conclusione di tutto ciò e nella luce del segno luminoso dell’Assunta?
Lascio ancora la parola a Benedetto XVI:
“Non temete per questo Dio apparentemente debole. La lotta è già cosa superata. Anche oggi questo Dio debole è forte: è la vera forza. E così la festa dell’Assunta è l’invito ad avere fiducia in Dio. Guardiamo Maria, l’Assunta. Lasciamoci incoraggiare alla fede e alla festa della gioia: Dio vince. La fede apparentemente debole è la vera forza del mondo. L’amore è più forte dell’odio” (Omelia per l’Assunta).

Gherardo di Jacopo (Starnina), The Dormition of the Virgin

Gherardo di Jacopo (Starnina), The Dormition of the Virgin dans immagini sacre dormitionChicago

http://www.aug.edu/augusta/iconography/biggerFiles/dormitionChicago.html

Publié dans:immagini sacre |on 13 août, 2012 |Pas de commentaires »

Dormizione di Maria: Inno Paràklisis

http://www.webdiocesi.chiesacattolica.it/pls/cci_dioc_new/v3b_s2ew_consultazione.mostra_pagina?id_pagina=33826&rifi=&rifp=

Dormizione di Maria

Inno Paràklisis

di Papàs Gabriel Otvos

Tra le akoluthie più popolari del mondo greco, la Paràklisis della Madre di Dio occupa un posto del tutto speciale.
La Paràklisis (dal greco paràklesis /parakalèo il chiamare a sé, in aiuto; esortazione, consolazione, supplica) è un Inno di supplica in onore della Santissima Vergine. Di solito viene cantata durante la quaresima della prima quindicina di agosto ( dal 1° al 14 agosto) in preparazione alla Celebrazione della Festa della Dormizione della Madre di Dio; ma anche in ogni circostanza e periodo dell’anno può essere recitata su richiesta dei fedeli. Si usa anche chiamare il sacerdote in casa e per una necessità di famiglia cantare la paràklisis.
La festa della Dormizione (Assunzione) ebbe origine, come tante altre, in Oriente. La festa sarebbe sorta verso la metà del VI secolo e venne fissato il giorno 15 agosto. La fissazione di questa data è dovuta, secondo Niceforo Callisto (+ 1335), e da altri documenti, ad un editto dell’imperatore Maurizio (582 – 602). La festa della Dormizione si diffuse assai rapidamente. Nel corso del VII secolo verso il 620 – 630, come apparve dal discorso di Giovanni di Tessalonica sulla Dormizione, una tale festa veniva già celebrata in tutto l’Oriente.
Verso il secolo X, la festa della Dormizione diveniva, in Oriente, una delle principali feste mariane preceduta da un digiuno preparatorio, ed incominciò ad avere l’ottava. ( un tale digiuno era una specie di quaresima, di durata imprecisabile. Lo troviamo praticato in alcuni coonventi fin dal IX Secolo – PG99, 1693 – 1704).
Questa festa, fin dai primi tempi, ha sempre unanimemente costituito oggetto di impareggiabile fioritura di uno specialissimo culto mariano ed ha ispirato l’eloquenza di molti padri orientali, quali Modesto, vescovo di Gerusalemme, Andrea di Creta, Dionigi l’Areopagita, Giovanni Damasceno.
L’inno Paràklisis è attribuito proprio a San Giovanni Damasceno., uno dei più grandi cantori d’Oriente della Vergine. Le sue opere, assai numerose, si possono riassumere così : di argomento dogmatico, esegetico, ascetico , poetico. Nella prima sua omelia in onore della Dormizione e della gloriosa Assunzione di Maria, afferma chiaramente la necessità della devozione alla Vergine per salvarsi. Egli dice: “Se si celebra con lode la memoria di tutti i giusti, chi mai potrebbe non porgere la lode sua alla fonte della giustizia ed al tesoro della santità? Non già per accrescere la gloria di Lei, ma per assicurare a se stesso la gloria eterna”(PG 96, 699).
Questa akoluthia consiste in un cannone di nove odi (di S. Giovanni Damasceno ) preceduto dalla recita dei salmi 142 e 50. Dopo la VI ode si legge il Vangelo (Lc. 1, 39 – 46), la pericope della visita di Maria ad Elisabetta. A conclusione del canone si cantano i megalinari. L’intera akoluthia è dominata da un senso di accorato dolore. L’angoscia della vita, l’inquietudine, i pericoli, i mali fisici e spirituali che si abbattono sull’uomo, sono occasione di questa preghiera fiduciosa nell’intercessione della Madre di Dio.
In questi quattordici giorni si osserva il digiuno ; dopo il 15 agosto, vi è un prolungamento della festa, ed il 23 ha luogo la chiusura.
“E’ impossibile onorarti quanto lo meriteresti. Se le sacre Lettere ci insegnarono che l’onore reso ai conservi dimostra l’amore verso il comune Signore, quale zelo sarà mai soverchio per onorare te, che partoristi il Signore? Come non coltivarlo? Come non preferirlo perfino al necessario respiro, poiché ci vale la vita?” (PG 96, 699)

La Santa Vergine Maria nel culto e nella vita della Chiesa Ortodossa

http://digilander.libero.it/ortodossia/Theotokos.htm

La Santa Vergine Maria nel culto e nella vita della Chiesa Ortodossa

Breve esposizione confrontata con alcune corrispondenti convinzioni del Cristianesimo Occidentale

La Santa Vergine Maria ha nella Chiesa Ortodossa un’attenzione particolare. Essa è venerata come Madre di Dio secondo la carne ed esistono molte con le quali l’Ortodossia chiede la composizioni poetiche sua intercessione presso Dio. Un esempio è l’Inno Akathistos alla Madre di Dio scritto da San melode. In questa composizione innografica Romano il che non ha eguali nel Cristianesimo, si trovano riflessi in forma precisa ed esaustiva i sentimenti e la dottrina della Chiesa Ortodossa sulla Theotokos (= la Genitrice di Dio). Un’altra composizione poetica Deìpara o particolarmente significativa è il Canone paracletico del quale esiste una forma sintetica e una estesa. Tale Canone viene celebrato ogni giorno lungo i quindici giorni che precedono la Dormizione della Theotokos (15 agosto).
La Chiesa Ortodossa preferisce chiamare Theotokos Colei che ha partorito Gesù Cristo. Definirla in termini più confidenziali, come talora alcuni fanno nella Chiesa Romano-Cattolica (« Maria » senz’alcun altro termine aggiuntivo) crea, nel credente ortodosso, la sensazione di trovarsi davanti ad un’espressione banale e secolarizzata.
Nonostante il grande rispetto e l’alta considerazione che l’Ortodossia Le attribuisce, la Theotokos non è assolutamente considerata una « super donna ». La sua natura non è per nulla differente da quella umana poiché Essa è dono dell’umanità a Dio in cambio del Dio che in Lei si è donato all’uomo.
Per i teologi ortodossi la Deìpara non è « superiore » o « diversa » dagli uomini ma è « luminosa », ossia, « deificata ».
La Theotokos è l’unica creatura appartenente all’umanità che si unisce strettamente a Dio dopo la caduta di Adamo portando in grembo « Quanto i Cieli non possono contenere », come afferma la Liturgia. Per questo la Chiesa Ortodossa La definisce con titoli di particolare onore e, a differenza di altri santi, Le rivolge la richiesta di salvezza: « Tuttasanta Genitrice di Dio salvaci! ». Con quest’affermazione non si attribuisce alla Tuttasanta il potere di salvare ma d’intercedere particolarmente verso Cristo, dal momento che ha un’intima comunione con Lui. La Theotokos è l’umanità deificata, rappresenta una pienezza di disponibilità verso Dio alla quale tutti i cristiani devono tendere. La sua obbedienza viene rinnovata in ogni persona che abbandona l’uomo vecchio con le sue abitudini e si riveste di Cristo (Gal 3, 27). Di Lei, lungo la storia del Cristianesimo, sono state tracciate molte immagini e discorsi edificanti. Tuttavia non sempre si è stati attenti a non cadere in evidenti esagerazioni. Così si è finiti per affermare due realtà opposte con le quali la Vergine Maria o viene declassata a « donna qualunque », (come suggerirebbe l’utilizzo confidenziale del solo appellativo « Maria »), o viene esaltata come una semidea (ogni attributo di Cristo ha un suo corrispondente attributo nella Santa Vergine).
Il Cattolicesimo, oggi come ieri, tende ad attribuire alla Theotokos dei concetti sconosciuti alla Tradizione della Cristianità indivisa perché tende a fare gravitare il cristianesimo in concetti astratti. È per questo che pensa di poter pervenire ad una comprensione più profonda della Rivelazione divina. Questa mentalità si riflette inevitabilmente anche nelle cosiddette « devozioni a Maria ». Naturalmente tutto ciò suggerisce che la Rivelazione di Dio non si è data interamente il giorno di Pentecoste o che, in quel giorno, gli Apostoli non l’abbiano potuta « approfondire » bene, nonostante agisse in loro direttamente il Sigillo del Santo Spirito!
L’Ortodossia, invece, mantenendo l’antica prassi, pensa che sin dall’inizio tutto fosse chiaro e dato in totale pienezza. Tale pienezza deve essere scoperta purificandosi asceticamente e vissuta incarnandola, non intellettualizzandola! I concetti e i ragionamenti sono utili solo nel caso in cui si debba confutare un insegnamento errato che, in luogo di condurre all’incontro ineffabile con Dio, porta all’illusione o al narcisistico sentimentalismo religioso.
Le barocche immaginazioni e i romantici sentimenti sono molto pericolosi nell’ascesi e nella vita spirituale al punto che sono severamente condannati in quella raccolta di scritti spirituali denominata Filocalia. Ne consegue che l’atteggiamento del cristiano orientale verso la Theotokos è naturale, non artefatto o sdolcinato. Alla preghiera non vengono mai sovrapposte meditazioni o immaginazioni (come nel caso dei Misteri del Rosario) dal momento che l’unica attenzione da porre è alle parole che vengono scandite dalle labbra.
Contrariamente alla prevalente convinzione patristica, il Cristianesimo occidentale, da un certo periodo storico in poi, ha pensato di poter « approfondire » intellettualmente la Rivelazione e di poter far evolvere il suo pensiero e la sua conoscenza come fa la scienza. Così ogni affermazione potrebbe essere riformulata con maggiore profondità ed esattezza dopo ogni ulteriore approfondimento.
Questa prospettiva si è applicata in un certo senso anche al Dogma dell’Immacolata Concezione, dal momento che quest’ultimo è scaturito direttamente dalla considerazione agostiniana del Peccato originale.
Sant’Agostino sosteneva che l’umanità eredita la colpa del peccato originale, e che tale colpa viene eliminata dal battesimo. L’Ortodossia con tutta la tradizione cristiana (ad eccezione di quella franco-agostiniana) ha sempre ritenuto che l’umanità non eredita una colpa ma le conseguenze della colpa stessa. Il presupposto della colpa ereditata ha posto la Cristianità occidentale agostiniana davanti ad una questione: « Come può la Madre di Dio avere questa colpa e incarnare il Salvatore? ». Tale dilemma se lo ponevano, ad esempio, all’Università di Parigi nel XIV secolo e, in quell’epoca, c’era chi negava l’idea d’una concezione « immacolata ». La risposta non tardò a venire e si basava su concetti agostiniani: la Deìpara sarebbe nata senza questa colpa in previsione dell’incarnazione e così « sarebbe stata predestinata » dalla nascita ad essere Madre del Salvatore.
Le apparizioni di Lourdes, nelle quali una veggente incontrava una « Donna vestita di bianco », l’ »Immacolata concezione », sembrano quasi voler confermare una definizione che, in pieno XIX secolo, non pareva ancora totalmente assimilata.
A differenza di questa definizione nella quale si riscontra anche una certa mentalità giuridica, l’Ortodossia ha una concezione antropologica totalmente diversa. L’umanità di tutti i tempi, essendo della stirpe di Adamo, subisce le conseguenze del peccato originale. La maggiore di tali conseguenze è la morte. Da questa situazione viene strappata quando si unisce con il battesimo nella morte e risurrezione di Cristo e, quindi, si rende coerede e compartecipe d’una futura vita che si pregusta già in questo mondo. Tale vita futura non conosce il germe della corruzione.
L’Ortodossia confessa, dunque, che la Theotokos è nata da un vero rapporto tra i progenitori di Dio Gioachino ed Anna. Essa è naturalmente stirpe di Adamo anche se il suo seme, come afferma San Gregorio Palamas, è stato « purificato ». La purificazione non significa diversificazione rispetto all’umanità. L’affermazione cattolica dell’Immacolata concezione, crea un grosso problema all’Ortodossia poiché tale concetto è posto in un quadro di comprensione agostiniano. L’Ortodossia non nega che la nascita della Santa Vergine sia stata miracolosa, visto che è provenuta da persone d’una certa età. Aggiunge pure che il suo seme è stato purificato. Ma non può condividere l’idea che l’umanità prima della Theotokos vivesse separata da Dio, dal momento che lungo tutto l’Antico Testamento si riscontrano una serie di uomini giusti, santi e profeti. Nella Scrittura si giunge addirittura ad affermare che Elia non è morto!
Per Agostino, e soprattutto per l’agostinismo, l’uomo è un « imputato » davanti a Dio e, come tale, non può fare nulla per essere assolto. Prima di Cristo l’uomo viveva nettamente separato da Dio. Per i Padri, invece, l’uomo non è mai stato un imputato ma ha patito le conseguenze delle sue scelte. Questo fatto non ha impedito ai giusti d’essere uniti a Dio. Così, lungo la linea genealogica della Theotokos, i Padri trovano tutta una serie di giusti che, in qualche modo, ne preparano l’avvento. La Deìpara non gode del privilegio d’essere unita a Dio per essere stata immacolata concezione, cioè senza peccato originale, mentre tutti gli altri uomini continuavano (e continuano!) a nascere con tale macchia senza meritarsela. Essa non ha ereditato una colpa come nessuno, in verità, la eredita. Essa ha ricevuto un corpo che, come quello di tutti, era soggetto al limite della stanchezza, del declino, della fame e del dolore. La Santa Vergine aveva ereditato, in ciò, una creazione indebolita dalla conseguenza della disobbedienza adamitica. A differenza della maggioranza degli altri uomini, si manteneva aderente ai comandi di Dio e « li meditava nel suo cuore ». Questo fatto unito alla particolare benedizione di Dio sul suo seme e all’evento catarchico (= purificatore) dell’incarnazione del Verbo di Dio in Lei La esalta come « Immacolata ». Attraverso questi concetti si vede come i Padri, pur chiamando qualche volta la Theotokos con il termine di « Immacolata », termine che ogni tanto ricorre pure nella Liturgia orientale, la considerino in maniera abbastanza diversa rispetto alla prospettiva giuridica franco-latina.
Tutti i giusti dell’Antico Testamento e la Theotokos stessa, che ne è il vertice, sono prototipo dell’umanità ascetica. Nella Deìpara non c’è peccato perché l’unione con Dio l’ha totalmente purificata rendendola modello per gli asceti. E’ in questi termini che viene descritta da vari autori patristici.
Nella considerazione della vita della Theotokos, l’Ortodossia ha una visione completamente cristocentrica, non « mariocentrica » come alcune recenti devozioni occidentali che mettono in rilievo l’esperienza del parto di Maria quale « prassi » d’unione con Dio.
Secondo queste devozioni, il cristiano deve fare crescere Cristo in sé per poi partorirlo come ha fatto la Deìpara. Quest’espressione presa come si presenta, coltiva solo pericolosi « dolci sentimentalismi ». Nella prospettiva patristica, si indicano modi concreti di vivere il cristianesimo, non immagini sentimentali! Così, l’uomo non deve pensare di poter « costruire » Cristo vicino a sé o dentro di sé (come in un utero), dal momento che può solo cercare di unirsi a Lui sul modello dell’obbedienza a Dio da parte della Santa Vergine. Solo in questo caso l’unione, come dice l’Apostolo Paolo, è profonda: « Non sono più io che vivo ma è Cristo che vive in me » (Gal 2, 20). Essa non avviene attraverso fantastiche pie ed edulcorate aspirazioni ma attraverso la quotidiana lotta dell’ascesi, nella pratica dei comandamenti, nella costante preghiera e nella prassi sacramentale della Chiesa.
Il dogma dell’Assunzione della Deìpara prima della morte è una logica conseguenza del dogma dell’Immacolata concezione. La morte è entrata nella creazione e nell’uomo a causa del peccato originale. La Theotokos è nata priva di peccato originale e quindi l’Occidente è tentato a credere che fosse priva della possibilità di morire. Dopo aver eseguito il suo compito sulla terra la Tuttasanta è stata rapita in cielo con il corpo. Pio XII, nella bolla con la quale proclamava il dogma dell’Assunzione, non affermava esplicitamente che la Santissima Vergine non sarebbe morta ma molti, al suo tempo, erano propensi a pensarlo e in quest’atmosfera fu redatta la bolla stessa. La Curia romana desiderava che le facoltà teologiche sottoscrivessero compatte una petizione per la dogmatizzazione dell’assunzione corporea di Maria in cielo ma ciò non avvenne. Dal punto di vista scientifico l’opposizione più netta alla possibilità d’una tale definizione venne da parte del patrologo di Würzburg, Berthold Altaner. Per una tale visione, secondo Altaner, non esiste alcun fondamento né nella Bibbia né nella tradizione. Nei primi cinque secoli del cristianesimo non si trova traccia di questa dottrina. Solo uno scritto apocrifo del sesto secolo il Transitus Mariae inizia a far circolare quest’idea. Tale scritto è però privo di qualsiasi valore storico. Altre fonti storiche, secondo Altaner, non esistono. Nonostante tali gravi obiezioni, la costituzione Munificentissimus Deus parla di « fede unanime della Chiesa fin dai primissimi tempi » e di prove tratte dalla Scrittura, dai Padri e dai teologi.
Tale costituzione evita prudenzialmente di affermare che la Tuttasanta sia morta ma non lo nega neppure; evita il problema lasciando ad ognuno la libertà di pensare come meglio ritiene.
Questa è la posizione cattolica difesa dal Magistero papale e alla quale i cattolici sono tenuti ad aderire, nonostante tutto. Esponiamo ora quella Ortodossa.
A parte l’esistenza della tomba di Maria, si sà che la devozione della sua morte è antichissima. Nella Scrittura è scritto che tutti gli uomini passeranno attraverso la morte. Cristo stesso non l’ha evitata anche se non ha potuto essere trattenuto da essa ed è risuscitato dai morti tracciando la Via che dalla terra porta al Cielo, dal buio alla luce, dalla Morte alla Vita. La morte non è più la realtà definitiva perché è stata distrutta. « Cristo è risorto dai morti diventando primizia dei defunti », afferma il Crisostomo.
Così come Cristo, la Theotokos è morta ed è risorta. Se si leggono i testi liturgici della Dormizione e le splendide omelie dei Padri per questa festa (particolarmente quella di San Giovanni Damasceno) la morte e la risurrezione della Vergine appaiono come una grande celebrazione pasquale del Cristo risorto che dà vita all’umanità intera. La Vergine è perciò la prima fra i redenti.
Papa Giovanni Paolo II ha cercato di accorciare la distanza tra queste due posizioni affermando che la Vergine è morta per condividere l’amara sorte del Figlio. Quest’affermazione presuppone una certa « revisione » se non delle basi del dogma dell’Assunzione almeno della mentalità ad esso soggiacente. Comunque è lecito porsi una domanda: tale revisione va nel tradizionale senso antico dove si conservano certi equilibri o cerca di forzare le espressioni per fare un’ulteriore non richiesta equivalenza-parallelo tra Cristo e la Theotokos (affermando che esiste una Corredentrice perché c’è un Redentore)?
Nell’Ortodossia non è mai stato dogmatizzato questo punto. Perché si formuli un dogma è indispensabile che ci sia un’eresia e quindi la negazione d’una verità. Il dogma ha tutto il suo senso solo in questa situazione. Nella Liturgia la Chiesa Ortodossa celebra la Dormizione di Maria con un’allusione alla sua assunzione al terzo giorno dalla morte. È per questo che nell’icona della Dormizione di Maria gli apostoli circondano il suo corpo defunto che viene portato in processione. Dietro a tutti sta Cristo con in braccio una bambina in vesti bianche.
L’uso russo per questa festa prevede un epitafio (= un drappo sul quale è ricamata l’icona della S. Vergine dormiente) per Maria, simile a quello usato per il Cristo defunto nella Settimana Santa. Tale epitafio si colloca in mezzo al tempio. Dopo tre giorni, al Vespro, si celebra il « Funerale della Theotokos ». L’epitafio viene portato in processione e, dopo avergli fatto fare tre giri attorno al tempio, viene innalzato sotto la porta d’ingresso in modo da fare passare tutti i fedeli sotto di esso. Infine viene ricollocato nel luogo in cui era stato precedentemente disposto e, in tale posizione, innalzato verso il cielo. Attraverso questo gesto si indica esplicitamente l’assunzione e tutti sanno che la Vergine Maria è stata assunta con il corpo quale primizia dell’umanità. Non serve nulla di più.
Molti dei titoli alla Santa Vergine che hanno marcato la devozione occidentale sono totalmente sconosciuti all’Oriente cristiano. In ciò l’Ortodossia ha lasciato la Theotokos in quell’ombra di discrezione nella quale i Vangeli la collocano. Non c’è quindi il bisogno di parlare di un Cuore Immacolato di Maria, come succede nelle apparizioni di Fatima (Cuore che fa pandant al Sacro Cuore di Gesù), di Maria Corredentrice, come succede nelle apparizioni di Amsterdam (corredenzione che fa pandant a quella di Cristo) e della richiesta di molti vescovi americani di proclamare il dogma di Maria « consustanziale a Dio »: Figlia del Padre, Madre del Figlio, Sposa del Santo Spirito.
Non caratterizza l’Ortodossia neppure quella devozione mariana con la quale i fedeli cercano il sensazionale, i messaggi strani e segreti (Megjugorie), le rivelazioni terroristiche d’una Santa Vergine che trattiene a stento il braccio vendicatore di un Figlio divino antropomorficamente adirato contro l’umanità!
Tutto ciò esce dall’equilibrata prospettiva evangelica e patristica e non è né importante né essenziale.
La Theotokos è sempre stata conosciuta dal popolo di Dio attraverso le discrete testimonianze evangeliche. Per l’Ortodossia è prudente conoscerLa com’essa è sempre stata conosciuta dalla Tradizione del Cristianesimo indiviso senza pretendere di diventarLe più intimi di coloro che ne condividevano la vita.

Publié dans:Maria Vergine, Ortodossia |on 13 août, 2012 |Pas de commentaires »
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