Archive pour août, 2012

ELVIRA PARRAVICINI: LA VITA COME CARITÀ (Neonatologa)

http://www.zenit.org/article-32275?l=italian

ELVIRA PARRAVICINI: LA VITA COME CARITÀ

Neonatologa presso la Columbia University, cura i bambini che il destino condanna a vite brevi

di Antonio Gaspari

RIMINI, martedì, 28 agosto 2012 (ZENIT.org) – È uno di quegli incontri che ti lasciano stupito, incredulo, commosso… Un medico che va oltre ogni ragione, dedica tutto il tempo a bambini che vivranno per poche ore e che secondo la diagnosi non ce la faranno mai a sopravvivere. Eppure…
È accaduto al Meeting di Rimini, venerdì 24 agosto, è la storia di Elvira Parravicini, assistente di Clinica pediatrica alla Columbia University di New York, neonatologa che assiste e conforta bambini la cui vita sembra destinata a finire in breve tempo. Un atto al confine tra la carità infinita e la dura e crudele legge della fragilità umana.
La Parravicini ha raccontato di una coppia di teenager che aspettava due gemelline siamesi. “Le avevano amate e volute, avevano già scelto i nomi Kila e Keila. Erano unite al torace ed inoperabili, avevano un solo cuore in comune. In sala parto c’era un’atmosfera bruttissima, gli ostetrici che si lamentavano, giudicando quel parto una pazzia. Le bambine sono nate, piccole, abbracciate e con difficoltà respiratorie. Il padre mi chiese di tenerle in braccio. Vide che facevano dei sospiri, e disse: il vostro papà è qua, non vi preoccupate”.
A quel punto tutti in sala operatoria hanno iniziato a piangere e alcuni hanno abbracciato i giovani genitori, “perché – ha spiegato la Parravicini – era un momento di bellezza, prova del fatto che abbiamo tutti lo stesso cuore”.
La Parravicini si occupava di diagnosi prenatali, ma si è resa conto che una certa mentalità dominante usava le sue analisi per proporre l’interruzione volontaria di gravidanza. Le diagnosi non servivano per proporre una cura, ma per abortire.
Così è andata in crisi e per un po’ ha smesso di andare alle riunioni con i colleghi. Dopo due anni fu invitata a rientravi perché c’erano due mamme in attesa di bambini con gravi patologie, le quali non intendevano interrompere la gravidanza. La Parravicini disse: “questi bambini soffrono, e io soffrirò con loro”. E propose: “datele a me facciamo comfort care”.
Il comfort care non vuole dire solo limitarsi a consolare pazienti e genitori, ma proporre un’assistenza terapeutica anche per i casi più disperati.
“Non è vero che non c’è niente da fare – ha sostenuto la dottoressa Parravicini – il neonato ha bisogno di essere accolto, tenuto caldo, non deve soffrire la fame e la sete, non deve sentire il dolore”.
La neonatologa ha raccontato di una neonata minuscola che pesava solo 360 grammi e che con la manina provava a stringere un dito della mamma. Con le cure e l’attenzione è tornata casa appena è ha raggiunto i tre chili di peso.
Alessandra pesava appena 800 grammi alla nascita. Una infezione le aveva distrutto l’intestino. Secondo i chirurghi non c’era più niente da fare. La Parravicini ha mostrato una foto di Alessandra che ora sorride, ha un anno di età e dà da mangiare alla sua bambola.
Ha raccontato di Simona una bimba che stava rianimando, ed ha capito che “tutta la sua scienza non l’avrebbe aiutata a farla stare in vita se non ci fosse stato un Altro”.
“Essere medico – ha affermato – significa usare tutto di sé in termini professionali per un Altro che decide le ore e i minuti”.
All’incontro è intervenuto anche Carter Snead, già segretario generale del Consiglio per la Bioetica durante la presidenza di George Bush, il quale ha commentato: “Quando incontriamo un neonato riconosciamo in noi stessi, il dovere di proteggerlo, farlo crescere, non per quello che può fare per noi, ma per dirgli ciò che è, un membro della famiglia dell’uomo”.
“Il neonato è tra due infiniti. – ha concluso Snead – Si estende a ritroso nel tempo arrivando fino ai primi nostri antenati e si protende nel tempo verso il futuro, verso quelle generazioni di esseri umani che devono ancora nascere. È un qualcuno di concreto, a immagine e somiglianza di Dio”

Publié dans:medicina, medicina e biologia |on 28 août, 2012 |Pas de commentaires »

SANTA MONICA : LA VITA, LA MORTE, IL PIANTO DI SANT’AGOSTINO

http://www.augustinus.it/italiano/confessioni/index2.htm

(sul mio Blog: la pagina di San Paolo Sant’Agosstino da « Le Confessioni »)

LE CONFESSIONI, LIBRO IX

SANTA MONICA : LA VITA, LA MORTE, IL PIANTO DI SANT’AGOSTINO

LE CONFESSIONI, LIBRO IX

A Ostia, durante il ritorno in Africa

Educazione di Monica

8. 17. Tu, che fai abitare in una casa i cuori unanimi 84, associasti alla nostra comitiva anche Evodio, un giovane nativo del nostro stesso municipio. Agente nell’amministrazione imperiale, si era rivolto a te 85 prima di noi, aveva ricevuto il battesimo e quindi abbandonato il servizio del secolo per porsi al tuo. Stavamo sempre insieme e avevamo fatto il santo proposito di abitare insieme anche per l’avvenire. In cerca anzi di un luogo ove meglio operare servendoti, prendemmo congiuntamente la via del ritorno verso l’Africa. Senonché presso Ostia Tiberina mia madre morì. Tralascio molti avvenimenti per la molta fretta che mi pervade. Accogli la mia confessione e i miei ringraziamenti, Dio mio, per innumerevoli fatti, che pure taccio. Ma non tralascerò i pensieri che partorisce la mia anima al ricordo di quella tua serva, che mi partorì con la carne a questa vita temporale e col cuore alla vita eterna. Non discorrerò per questo di doni suoi, ma di doni tuoi a lei, che non si era fatta da sé sola, né da sé sola educata. Tu la creasti senza che neppure il padre e la madre sapessero quale figlia avrebbero avuto; e l’ammaestrò nel tuo timore 86 la verga del tuo Cristo 87, ossia la disciplina del tuo Unigenito, in una casa di credenti, membro sano della tua Chiesa. Più che le premure della madre per la sua educazione, ella soleva esaltare quelle di una fantesca decrepita, che aveva portato suo padre in fasce sul dorso, ove le fanciulle appena grandicelle usano portare i piccini. Questo precedente, insieme all’età avanzata e alla condotta irreprensibile, le avevano guadagnato non poco rispetto da parte dei padroni in quella casa cristiana. Quindi le fu affidata l’educazione delle figliuole dei padroni, cui attendeva diligentemente, energica nel punire all’occorrenza con ben ispirata severità e piena di buon senso nell’ammaestrare. Ad esempio, fuori delle ore in cui pasteggiavano a tavola, molto parcamente, con i genitori, non le lasciava bere nemmeno l’acqua, anche se fossero riarse dalla sete. Mirava così a prevenire una brutta abitudine e aggiungeva con saggia parola 88: « Ora bevete acqua, perché non disponete di vino; ma una volta sposate e divenute padrone di dispense e cantine, l’acqua vi parrà insipida, ma il vezzo di bere s’imporrà ». Con questo genere di precetti e con autorità di comando teneva a freno l’ingordigia di un’età ancora tenera e uniformava la stessa sete delle fanciulle alla regola della modestia, fino a rendere per loro nemmeno gradevole ciò che non era onorevole.

Monica corretta dal vizio di bere
8. 18. Tuttavia si era insinuato in mia madre, secondo che a me, suo figlio, la tua serva raccontava, si era insinuato il gusto del vino. Quando i genitori, che la credevano una fanciulla sobria, la mandavano ad attingere il vino secondo l’usanza, essa, affondato il boccale dall’apertura superiore della tina, prima di versare il liquido puro nel fiaschetto, ne sorbiva un poco a fior di labbra. Di più non riusciva senza provarne disgusto, poiché non vi era spinta minimamente dalla golosità del vino, bensì da una smania indefinibile, propria dell’età esuberante, che esplode in qualche gherminella e che solo la mano pesante degli anziani reprime di solito negli animi dei fanciulli. Così, aggiungendo ogni giorno un piccolo sorso al primo, come è vero che a trascurare le piccole cose si finisce col cadere 89, sprofondò in quel vezzo al punto che ormai tracannava avidamente coppette quasi colme di vino puro. Dov’era finita la sagace vecchierella, con i suoi energici divieti? Ma quale rimedio poteva darsi contro una malattia occulta, se non la vigile presenza su di noi della tua medicina, Signore? Assenti il padre, la madre, le nutrici, tu eri presente, il Creatore, che ci chiami, che pure attraverso le gerarchie umane operi qualche bene per la salute delle anime. In quel caso come operasti, Dio mio? donde traesti il rimedio, donde la salute? Non ricavasti da un’altra anima un duro e acuminato insulto, che come ferro guaritore uscito dalle tue riserve occulte troncò la cancrena con un colpo solo? L’ancella che accompagnava abitualmente mia madre alla tina, durante il litigio, come avviene, a tu per tu con la piccola padrona, le rinfacciò il suo vizio, chiamandola con l’epiteto davvero offensivo di beona. Fu per la fanciulla una frustata. Riconobbe l’orrore della propria consuetudine, la riprovò sull’istante e se ne spogliò. Come gli amici corrompono con le adulazioni, così i nemici per lo più correggono con le offese, e tu non li ripaghi dell’opera che compi per mezzo loro, ma dell’intenzione che ebbero per conto loro. La fantesca nella sua ira desiderò esasperare la piccola padrona, non guarirla, e agì mentre erano sole perché si trovavano sole dove e quando scoppiò il litigio, oppure perché non voleva rischiare di scapitarne anch’essa per aver tardato tanto a rivelare il fatto. Ma tu, Signore, reggitore di ogni cosa in cielo e in terra, che volgi ai tuoi fini le acque profonde del torrente, il torbido ma ordinato flusso dei secoli, mediante l’insania stessa di un’anima ne risanasti un’altra. La considerazione di questo episodio induca chiunque a non attribuire al proprio potere il ravvedimento provocato dalle sue parole in un estraneo che vuole far ravvedere.

Monica sposa paziente
9. 19. Mia madre fu dunque allevata nella modestia e nella sobrietà, sottomessa piuttosto da te ai genitori, che dai genitori a te. Giunta in età matura per le nozze 90, fu consegnata a un marito, che servì come un padrone 91. Si adoperò per guadagnarlo a te 92, parlandogli di te attraverso le virtù di cui la facevi bella e con cui le meritavi il suo affetto rispettoso e ammirato. Tollerò gli oltraggi al letto coniugale in modo tale, da non avere il minimo litigio per essi col marito. Aspettava la tua misericordia 93, che scendendo su di lui gli desse insieme alla fede la castità. Era del resto un uomo singolarmente affettuoso, ma altrettanto facile all’ira, e mia madre aveva imparato a non resistergli nei momenti di collera, non dico con atti, ma neppure a parole. Coglieva invece il momento adatto, quando lo vedeva ormai rabbonito e calmo, per rendergli conto del proprio comportamento, se per caso si era turbato piuttosto a sproposito. Molte altre signore, pur sposate a uomini più miti del suo, portavano segni di percosse che ne sfiguravano addirittura l’aspetto, e nelle conversazioni tra amiche deploravano il comportamento dei mariti. Essa deplorava invece la loro lingua, ammonendole seriamente con quella che sembrava una facezia: dal momento, diceva, in cui si erano sentite leggere il contratto matrimoniale, avrebbero dovuto considerarlo come la sanzione della propria servitù; il ricordo di tale condizione rendeva dunque inopportuna ogni alterigia nei confronti di chi era un padrone. Le amiche, non ignare di quanto fosse furioso il marito che sopportava, stupivano del fatto che mai si fosse udito o rilevato alcun indizio di percosse inflitte da Patrizio alla moglie, né di liti, che in casa li avessero divisi anche per un giorno solo. Richiesta da loro in confidenza di una spiegazione, illustrava il suo metodo, che ho riferito sopra; e chi l’applicava, dopo l’esperienza gliene era grata; chi non l’applicava, sotto il giogo era tormentata.

Rapporti cordiali fra Monica e la suocera
9. 20. La suocera sulle prime l’avversava per le insinuazioni di ancelle maligne. Ma conquistò anch’essa col rispetto e la perseveranza nella pazienza e nella dolcezza, cosicché la suocera stessa denunziò al figlio le lingue delle fantesche, che mettevano male fra lei e la nuora turbando la pace domestica, e ne chiese il castigo. Il figlio, sia per ubbidienza alla madre, sia per la tutela dell’ordine domestico, sia per la difesa della concordia fra parenti punì con le verghe le colpevoli denunziate quanto piacque alla denunziante; quest’ultima promise uguale ricompensa a qualunque altra le avesse parlato male della nuora per accaparrarsi il suo favore. Nessuna osò più farlo e le due donne vissero in una dolce amorevolezza degna di essere menzionata.

Sollecitudine di Monica per estinguere le inimicizie
9. 21. A così devota tua serva, nel cui seno mi creasti, Dio mio, misericordia mia 94, avevi fatto un altro grande dono. Tra due anime di ogni condizione, che fossero in urto e discordia, ella, se appena poteva, cercava di mettere pace. Delle molte invettive che udiva dall’una contro l’altra, quali di solito vomita l’inimicizia turgida e indigesta, allorché l’odio mal digerito si effonde negli acidi colloqui con un’amica presente sul conto di un’amica assente, non riferiva all’interessata se non quanto poteva servire a riconciliarle. Giudicherei questa una bontà da poco, se una triste esperienza non mi avesse mostrato turbe innumerevoli di persone, che per l’inesplicabile, orrendo contagio di un peccato molto diffuso riferiscono ai nemici adirati le parole dei nemici adirati, non solo, ma aggiungono anche parole che non furono pronunciate. Invece per un uomo davvero umano dovrebbe essere poca cosa, se si astiene dal suscitare e rinfocolare con discorsi maliziosi le inimicizie fra gli altri uomini, senza studiarsi, anche, di estinguerle con discorsi buoni. Mia madre faceva proprio questo, istruita da te, il maestro interiore, nella scuola del cuore.

Monica serva di tutti
9. 22. Finalmente ti guadagnò anche il marito 95, negli ultimi giorni ormai della sua vita temporale, e dopo la conversione non ebbe a lamentare da parte sua gli oltraggi, che prima della conversione ebbe a tollerare. Era, poi, la serva dei tuoi servi. Chiunque di loro la conosceva, trovava in lei motivo per lodarti, onorarti e amarti grandemente, avvertendo la tua presenza nel suo cuore dalla testimonianza dei frutti di una condotta santa 96. Era stata sposa di un solo uomo, aveva ripagato il suo debito ai genitori, aveva governato santamente la sua casa, aveva la testimonianza delle buone opere, aveva allevato i suoi figli 97 partorendoli tante volte 98, quante li vedeva allontanarsi da te. Infine, di tutti noi, Signore, poiché la tua munificenza permette di parlare ai tuoi servi; che, ricevuta la grazia del tuo battesimo, vivevamo già uniti in te prima del suo sonno, ebbe cura come se di tutti fosse stata la madre e ci servì come se di tutti fosse stata la figlia.

La contemplazione di Ostia
10. 23. All’avvicinarsi del giorno in cui doveva uscire di questa vita, giorno a te noto, ignoto a noi, accadde, per opera tua, io credo, secondo i tuoi misteriosi ordinamenti, che ci trovassimo lei ed io soli, appoggiati a una finestra prospiciente il giardino della casa che ci ospitava, là, presso Ostia Tiberina, lontani dai rumori della folla, intenti a ristorarci dalla fatica di un lungo viaggio in vista della traversata del mare. Conversavamo, dunque, soli con grande dolcezza. Dimentichi delle cose passate e protesi verso quelle che stanno innanzi 99, cercavamo fra noi alla presenza della verità, che sei tu 100, quale sarebbe stata la vita eterna dei santi, che occhio non vide, orecchio non udì, né sorse in cuore d’uomo 101. Aprivamo avidamente la bocca del cuore al getto superno della tua fonte, la fonte della vita, che è presso di te 102, per esserne irrorati secondo il nostro potere e quindi concepire in qualche modo una realtà così alta.
10. 24. Condotto il discorso a questa conclusione: che di fronte alla giocondità di quella vita il piacere dei sensi fisici, per quanto grande e nella più grande luce corporea, non ne sostiene il paragone, anzi neppure la menzione; elevandoci con più ardente impeto d’amore verso l’Essere stesso 103, percorremmo su su tutte le cose corporee e il cielo medesimo, onde il sole e la luna e le stelle brillano sulla terra. E ancora ascendendo in noi stessi con la considerazione, l’esaltazione, l’ammirazione delle tue opere, giungemmo alle nostre anime e anch’esse superammo per attingere la plaga dell’abbondanza inesauribile 104, ove pasci Israele 105 in eterno col pascolo della verità, ove la vita è la Sapienza, per cui si fanno tutte le cose presenti e che furono e che saranno, mentre essa non si fa, ma tale è oggi quale fu e quale sempre sarà; o meglio, l’essere passato e l’essere futuro non sono in lei, ma solo l’essere, in quanto eterna, poiché l’essere passato e l’essere futuro non è l’eterno. E mentre ne parlavamo e anelavamo verso di lei, la cogliemmo un poco con lo slancio totale della mente, e sospirando vi lasciammo avvinte le primizie dello spirito 106, per ridiscendere al suono vuoto delle nostre bocche, ove la parola ha principio e fine. E cos’è simile alla tua Parola, il nostro Signore, stabile in se stesso senza vecchiaia e rinnovatore di ogni cosa 107?
10. 25. Si diceva dunque: « Se per un uomo tacesse il tumulto della carne, tacessero le immagini della terra, dell’acqua e dell’aria, tacessero i cieli, e l’anima stessa si tacesse e superasse non pensandosi, e tacessero i sogni e le rivelazioni della fantasia, ogni lingua e ogni segno e tutto ciò che nasce per sparire se per un uomo tacesse completamente, sì, perché, chi le ascolta, tutte le cose dicono: « Non ci siamo fatte da noi, ma ci fece 108 Chi permane eternamente » 109; se, ciò detto, ormai ammutolissero, per aver levato l’orecchio verso il loro Creatore, e solo questi parlasse, non più con la bocca delle cose, ma con la sua bocca, e noi non udissimo più la sua parola attraverso lingua di carne o voce d’angelo o fragore di nube 110 o enigma 111 di parabola, ma lui direttamente, da noi amato in queste cose, lui direttamente udissimo senza queste cose, come or ora protesi con un pensiero fulmineo cogliemmo l’eterna Sapienza stabile sopra ogni cosa, e tale condizione si prolungasse, e le altre visioni, di qualità grandemente inferiore, scomparissero, e quest’unica nel contemplarla ci rapisse e assorbisse e immergesse in gioie interiori, e dunque la vita eterna somigliasse a quel momento d’intuizione che ci fece sospirare: non sarebbe questo l’ »entra nel gaudio del tuo Signore » 112? E quando si realizzerà? Non forse il giorno in cui tutti risorgiamo, ma non tutti saremo mutati 113? ».
10. 26. Così dicevo, sebbene in modo e parole diverse. Fu comunque, Signore, tu sai 114, il giorno in cui avvenne questa conversazione, e questo mondo con tutte le sue attrattive si svilì ai nostri occhi nel parlare, che mia madre disse: « Figlio mio, per quanto mi riguarda, questa vita ormai non ha più nessuna attrattiva per me. Cosa faccio ancora qui e perché sono qui, lo ignoro. Le mie speranze sulla terra sono ormai esaurite. Una sola cosa c’era, che mi faceva desiderare di rimanere quaggiù ancora per un poco: il vederti cristiano cattolico prima di morire. Il mio Dio mi ha soddisfatta ampiamente, poiché ti vedo addirittura disprezzare la felicità terrena per servire lui. Cosa faccio qui? ».

Malattia e morte di Monica
11. 27. Cosa le risposi, non ricordo bene. Ma intanto, entro cinque giorni o non molto più, si mise a letto febbricitante e nel corso della malattia un giorno cadde in deliquio e perdette la conoscenza per qualche tempo. Noi accorremmo, ma in breve riprese i sensi, ci guardò, mio fratello e me, che le stavamo accanto in piedi, e ci domandò, quasi cercando qualcosa: « Dov’ero? »; poi, vedendo il nostro afflitto stupore: « Seppellirete qui, soggiunse, vostra madre ». Io rimasi muto, frenando le lacrime; mio fratello invece pronunziò qualche parola, esprimendo l’augurio che la morte non la cogliesse in terra straniera, ma in patria, che sarebbe stata migliore fortuna. All’udirlo, col volto divenuto ansioso gli lanciò un’occhiata severa per quei suoi pensieri, poi, fissando lo sguardo su di me, esclamò: « Vedi cosa dice », e subito dopo, rivolgendosi a entrambi: « Seppellite questo corpo dove che sia, senza darvene pena. Di una sola cosa vi prego: ricordatevi di me, dovunque siate, innanzi all’altare del Signore ». Espressa così come poteva a parole la sua volontà, tacque. Il male aggravandosi la faceva soffrire.
11. 28. Io, al pensiero dei doni che spargi, Dio invisibile 115, nei cuori dei tuoi fedeli, e che vi fanno nascere stupende messi, gioivo e a te rendevo grazie 116, ricordando ciò che sapevo, ossia quanto si era sempre preoccupata e affannata per la sua sepoltura, che aveva provvista e preparata accanto al corpo del marito. La grande concordia in cui erano vissuti le faceva desiderare, tanto l’animo umano stenta a comprendere le realtà divine, anche quest’altra felicità, e che la gente ricordasse come dopo un soggiorno di là dal mare avesse ottenuto che una polvere congiunta coprisse la polvere di entrambi i congiunti. Quando però la piena della tua bontà 117 avesse eliminato dal suo cuore questi pensieri futili, io non sapevo; ma ero pervaso di gioia e ammirazione che mia madre mi fosse apparsa così. Invero anche durante la nostra conversazione presso la finestra, quando disse: « Ormai cosa faccio qui? », era apparso che non aveva il desiderio di morire in patria. Più tardi venni anche a sapere che già parlando un giorno in mia assenza, durante la nostra dimora in Ostia, ad alcuni amici miei con fiducia materna sullo spregio della vita terrena e il vantaggio della morte, di fronte al loro stupore per la virtù di una femmina, che l’aveva ricevuta da te, e alla loro domanda, se non l’impauriva l’idea di lasciare il corpo tanto lontano dalla sua città, esclamò: « Nulla è lontano da Dio, e non c’è da temere che alla fine del mondo egli non riconosca il luogo da cui risuscitarmi ». Al nono giorno della sua malattia, nel cinquantaseiesimo anno della sua vita, trentatreesimo della mia, quell’anima credente e pia fu liberata dal corpo.

Un trapasso non funesto
12. 29. Le chiudevo gli occhi, e una tristezza immensa si addensava nel mio cuore e si trasformava in un fiotto di lacrime. Ma contemporaneamente i miei occhi sotto il violento imperio dello spirito ne riassorbivano il fonte sino a disseccarlo. Fu una lotta penosissima. Il giovane Adeodato al momento dell’estremo respiro di lei era scoppiato in singhiozzi, poi, trattenuto da noi tutti, rimase zitto: allo stesso modo anche quanto vi era di puerile in me, che si scioglieva in pianto, veniva represso e zittito dalla voce adulta della mente. Non ci sembrava davvero conveniente celebrare un funerale come quello fra lamenti, lacrime e gemiti. Così si suole piangere in chi muore una sorta di sciagura e quasi di annientamento totale; ma la morte di mia madre non era una sciagura e non era totale. Ce lo garantivano la prova della sua vita e una fede non finta 118 e ragioni sicure.

Sforzi di Agostino per reprimere le lacrime
12. 30. Ma cos’era dunque, che mi doleva dentro gravemente, se non la recente ferita, derivata dalla lacerazione improvvisa della nostra così dolce e cara consuetudine di vita comune? Mi confortavo della testimonianza che mi aveva dato proprio durante la sua ultima malattia, quando, inframezzando con una carezza i miei servigi, mi chiamava buono e mi ripeteva con grande effusione d’affetto di non aver mai udito una parola dura o offensiva al suo indirizzo scoccata dalla mia bocca; eppure, Dio mio, creatore nostro 119, come assomigliare, come paragonare il rispetto che avevo portato io per lei, alla servitù che aveva sopportato lei per me? Privata della grandissima consolazione che trovava in lei, la mia anima rimaneva ferita e la mia vita, stata tutt’una con la sua, rimaneva come lacerata.
12. 31. Soffocato dunque il pianto del fanciullo, Evodio prese il salterio e intonò un salmo. Gli rispondeva tutta la casa: « La tua misericordia e la tua giustizia ti canterò, Signore » 120. Alla nuova, poi, dell’accaduto, si diedero convegno molti fratelli e pie donne; e mentre gli incaricati si occupavano dei funerali secondo le usanze, io mi appartavo in un luogo conveniente con gli amici, che ritenevano di non dovermi abbandonare, e mi trattenevo con loro su temi adatti alla circostanza. Il balsamo della verità leniva un tormento che tu conoscevi, essi ignoravano. Mi ascoltavano attentamente e pensavano che non provassi dolore. Invece al tuo orecchio, ove nessuno di loro udiva, mi rimproveravo la debolezza del sentimento e trattenevo il fiotto dell’afflizione, che per qualche tempo si ritraeva davanti ai miei sforzi, ma per essere sospinto di nuovo dalla sua violenza. Non erompeva in lacrime né alterava i tratti del viso, ma sapevo ben io cosa tenevo compresso nel cuore. Il vivo disappunto, poi, che provavo di fronte al grande potere su me di questi avvenimenti umani, inevitabili nell’ordine naturale delle cose e nella condizione che abbiamo sortito, era un nuovo dolore, che mi addolorava per il mio dolore, cosicché mi consumavo d’una duplice tristezza.

Le esequie
12. 32. Alla sepoltura del suo corpo andai e tornai senza piangere. Nemmeno durante le preghiere che spandemmo innanzi a te mentre veniva offerto in suo suffragio il sacrificio del nostro riscatto, col cadavere già deposto vicino alla tomba, prima della sepoltura, come vuole l’usanza del luogo, ebbene, nemmeno durante quelle preghiere piansi. Ma per tutta la giornata sentii una profonda mestizia nel segreto del cuore e ti pregai come potevo, con la mente sconvolta, di guarire il mio dolore. Non mi esaudisti, per imprimere, credo, nella mia memoria almeno con quest’unica prova come sia forte il legame di qualsiasi abitudine anche per un’anima che già si nutre della parola non fallace. Pensai di andare a prendere anche un bagno, avendo sentito dire che i bagni furono così chiamati perché i greci dicono balanion, in quanto espelle l’affanno dall’animo. Ma ecco, confesso anche questo alla tua misericordia, Padre degli orfani 121: che dopo il bagno stavo come prima del bagno, poiché non avevo trasudato dal cuore l’amarezza dell’afflizione. In seguito dormii. Al risveglio notai che il dolore si era non poco mitigato. Solo, nel mio letto, mi vennero alla mente i versi così veri del tuo Ambrogio: tu sei proprio

Dio creatore di tutto,
reggitore del cielo,
che adorni il dì di luce,
e di sopor gradito
la notte, sì che il sonno
sciolga e ristori gli arti,
ricrei le menti stanche,
disperda ansie e dolori 122.

Lacrime per la madre
12. 33. Poi tornai insensibilmente ai miei pensieri antichi sulla tua ancella, al suo atteggiamento pio nei tuoi riguardi, santamente sollecito e discreto nei nostri. Privato di lei così, all’improvviso, mi prese il desiderio di piangere davanti ai tuoi occhi 123 su di lei e per lei, su di me e per me; lasciai libere le lacrime che trattenevo di scorrere a loro piacimento, stendendole sotto il mio cuore come un giaciglio, su cui trovò riposo. Perché ad ascoltarle c’eri tu, non un qualsiasi uomo, che avrebbe interpretato sdegnosamente il mio compianto. Ora, Signore, ti confesso tutto ciò su queste pagine. Chi vorrà le leggerà, e le interpreti come vorrà. Se troverà che ho peccato a piangere mia madre per piccola parte di un’ora, la mia madre frattanto morta ai miei occhi, che per tanti anni mi aveva pianto affinché vivessi ai tuoi, non mi derida. Piuttosto, se ha grande carità, pianga anch’egli per i miei peccati davanti a te, Padre di tutti i fratelli del tuo Cristo.

Speranza e fiducia nella misericordia di Dio
13. 34. Io per mio conto, ora che il cuore è guarito da quella ferita, ove si poteva condannare la presenza di un affetto carnale, spargo davanti a te, Dio nostro, per quella tua serva un ben altro genere di lacrime: sgorgano da uno spirito sconvolto dalla considerazione dei pericoli cui soggiace ogni anima morente in Adamo. Certo, vivificata in Cristo 124 prima ancora di essere sciolta dalla carne, mia madre visse procurando con la sua fede e i suoi costumi lodi al tuo nome; tuttavia non ardisco affermare che da quando la rigenerasti col battesimo 125, nemmeno una parola uscì dalla sua bocca contro il tuo precetto. Dalla Verità, da tuo Figlio 126, fu proclamato: « Se qualcuno avrà detto a suo fratello: « Sciocco », sarà soggetto al fuoco della geenna » 127; sventurata dunque la più lodevole delle vite umane, se la frughi accantonando la misericordia. Ma no, tu non frughi le nostre malefatte con rigore; perciò noi speriamo con fiducia di ottenere un posto accanto a te. Eppure chi aduna innanzi a te i suoi autentici meriti, che altro ti aduna, se non i tuoi doni? Oh, se gli uomini si conoscessero quali uomini, e chi si gloria, si gloriasse nel Signore 128!

Supplica a Dio per la madre pia
13. 35. Perciò, mio vanto 129 e mia vita, Dio del mio cuore 130, trascurando per un istante le sue buone opere, di cui a te rendo grazie con gioia 131, ora ti scongiuro per i peccati di mia madre. Esaudiscimi 132, in nome di Colui che è medico delle nostre ferite, che fu sospeso al legno della croce 133, e seduto alla tua destra intercede per noi 134 presso di te. So che fu misericordiosa in ogni suo atto, che rimise di cuore i debiti ai propri debitori: dunque rimetti anche tu a lei i propri debiti 135, se mai ne contrasse in tanti anni passati dopo ricevuta l’acqua risanatrice; rimettili, Signore, rimettili, t’imploro 136, non entrare in giudizio contro di lei 137. La misericordia trionfi sulla giustizia 138. Le tue parole sono veritiere, e tu hai promesso misericordia ai misericordiosi 139. Furono tali in grazia tua, e tu avrai misericordia di colui, del quale avesti misericordia, userai misericordia a colui, verso il quale fosti misericordioso 140.
13. 36. Credo che tu abbia già fatto quanto ti chiedo. Pure, gradisci, Signore, la volontaria offerta della mia bocca 141. All’approssimarsi del giorno della sua liberazione 142, mia madre non si preoccupò che il suo corpo venisse composto in vesti suntuose o imbalsamato con aromi, non cercò un monumento eletto, non si curò di avere sepoltura in patria. Non furono queste le disposizioni che ci lasciò. Ci chiese soltanto di far menzione di lei davanti al tuo altare, cui aveva servito infallibilmente ogni giorno, conscia che di là si dispensa la vittima santa, grazie alla quale fu distrutto il documento che era contro di noi, e si trionfò sul nemico 143 che, per quanto conteggi i nostri delitti e cerchi accuse da opporci, nulla trova in Colui 144, nel quale siamo vittoriosi. A lui chi rifonderà il sangue innocente? chi gli ripagherà il prezzo con cui ci acquistò 145, per toglierci a lui? Al mistero di questo prezzo del nostro riscatto la tua ancella legò la propria anima col vincolo della fede. Nessuno la strappi alla tua protezione, non si frapponga tra voi né con la forza né con l’astuzia il leone e dragone 146. Ella non risponderà: « Nulla devo », per timore di essere confutata e assegnata a un inquisitore scaltro. Risponderà però che i suoi debiti le furono rimessi da Colui, cui nessuno potrà restituire quanto restituì per noi senza nulla dovere.

Richiesta di suffragi per i genitori
13. 37. Sia dunque in pace col suo uomo, prima del quale e dopo il quale non fu sposa d’altri 147; che servì offrendoti il frutto della sua pazienza 148 per guadagnare anche lui a te 149. Ispira, Signore mio e Dio mio 150, ispira i servi tuoi, i fratelli miei, i figli tuoi, i padroni miei, che servo col cuore e la voce e gli scritti, affinché quanti leggono queste parole si ricordino davanti al tuo altare di Monica, tua serva, e di Patrizio, già suo marito, mediante la cui carne mi introducesti in questa vita, non so come. Si ricordino con sentimento pietoso di coloro che in questa luce passeggera furono miei genitori, e miei fratelli sotto di te, nostro Padre, dentro la Chiesa cattolica, nostra madre, e miei concittadini nella Gerusalemme eterna, cui sospira il tuo popolo durante il suo pellegrinaggio dalla partenza al ritorno. Così l’estrema invocazione che mi rivolse mia madre sarà soddisfatta, con le orazioni di molti, più abbondantemente dalle mie confessioni che dalle mie orazioni.

Publié dans:Santi |on 28 août, 2012 |Pas de commentaires »

Maria e Giovanni ai piedi della Croce

 Maria e Giovanni ai piedi della Croce  dans immagini sacre i94

http://www.nicolarosetti.it/ImmaginiReligiose.htm

 

Publié dans:immagini sacre |on 25 août, 2012 |Pas de commentaires »

« Arca dell’alleanza… » (Maria)

http://www.stpauls.it/madre/1109md/vescovo.htm

« Arca dell’alleanza… »

di mons. LUIGI NEGRI, vescovo di San Marino e Montefeltro

Che cosa professa la Chiesa e che cosa chiede la Chiesa quando invoca « Arca dell’alleanza, prega per noi »? Professa la sua certezza che l’alleanza si è definitivamente rivelata e attuata nel mistero di Cristo, morto e risorto. L’alleanza, quella con Cristo, in cui ciascuno di noi è chiamato a partecipare, a viverla perché questa alleanza diventi la forma dell’intelligenza e del cuore, il principio della personalità, la dilatazione dell’intelligenza, l’impeto della missione. Se l’alleanza è Cristo, la Madonna è « Arca dell’alleanza » perché per lei, nel suo grembo, l’alleanza è diventata carne ed è stata l’affetto profondo, quotidiano, indefesso della Madonna, quella che Pio XII, nella Munificentissimus Deus, definiva la generosa compagna del Salvatore. Noi preghiamo la Madonna che ha custodito e ha generato l’alleanza e vi ha partecipato per prima rivivendo, ogni giorno, il dramma del sacrificio di sé per attingere, giorno dopo giorno, la pienezza di vita nuova che il Signore donava ai suoi e continua a donare ai suoi. Per questo, pregandola come « Arca dell’alleanza », noi la riconosciamo presente in quell’alleanza viva che è la presenza di Cristo che genera il popolo del Signore.
La Madonna accompagna e protegge la vita della Chiesa che è il luogo dove l’alleanza vivente che è Cristo coinvolge la libertà degli uomini e avvia, per loro, il cammino della verità e della liberazione. Noi la preghiamo perché, oggi più che mai, abbiamo bisogno di vivere dentro questa alleanza vivente; più che mai abbiamo bisogno di superare la tentazione di porre la nostra fiducia in altre realtà, nelle ideologie, nei sistemi, nella scienza, nella tecnica, nell’edonismo a basso prezzo che domina la nostra società e sembra diventata l’ideologia dominante. Pregandola come l’ »Arca dell’alleanza » noi le chiediamo di aiutarci a convertire, ogni giorno di più, la nostra intelligenza e il nostro cuore alla presenza di Cristo, redentore dell’uomo e del mondo; le chiediamo che questo cammino educativo che deve compiersi, giorno dopo giorno, nella vita della comunità, per ogni persona nella vita della comunità accada realmente e ciascuno di noi possa sperimentare, giorno dopo giorno, che questa alleanza è realmente la vita nuova di Cristo che ci è partecipata, alla quale possiamo aderire, dalla quale vediamo, giorno dopo giorno, trasformato in bene ogni punto e momento del nostro cammino. È una sicurezza granitica che la Madonna, che ha custodito il Signore nel suo cuore e nel suo corpo ma, come dice sant’Agostino, prima ancora l’ha riconosciuto nella sua intelligenza. Che la Madonna sia davvero, per noi, il luogo dove l’alleanza che è Cristo possa diventare riconoscimento ed impegno quotidiano.
Che nella nostra vita, come nella sua, la presenza di Cristo diventi l’affetto fondamentale, il movimento fondamentale dell’intelligenza e del cuore e la nostra vita possa, anche se da lontano, imitare ogni giorno di più la vita della Madonna. Il grande teologo Von Balthasar amava dire che in Maria c’è la sintesi potente, evidente di tutto il cristianesimo; le generazioni che hanno proclamato le invocazioni lauretane in tutti questi secoli sono per noi una grande testimonianza, che ci sospinge e ci aiuta a vivere oggi la certezza della fede con piena gratitudine e ad assumerci la responsabilità della missione con tutta la libertà della nostra intelligenza e del nostro cuore.
La Madonna di Loreto che è la Madonna venerata nella sua casa, quindi venerata nella sua casa nuova e definitiva che è la Chiesa di suo Figlio, ci accoglie ogni giorno, alla fine delle nostre invocazioni, in modo così materno da farci percepire che in questo suo esserci madre è contenuta tutta la nostra forza contro il male e tutta la nostra capacità di affermare Cristo nel mondo, di fronte al mondo di oggi, come la Chiesa lo ha affermato e proclamato di fronte agli uomini di tutti tempi che hanno preceduto questo in cui viviamo. La Madonna ci benedica ampiamente e ci renda sempre più familiari, attraverso l’amore a lei, al Signore Gesù Cristo, unico e definitivo redentore dell’uomo e del mondo. E così sia.

di mons. Luigi Negri, vescovo di San Marino-Montefeltro.

Da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna.

 Da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna. dans immagini sacre 76_XXI8

http://www.diocesimessina.net/varie/pane%20della%20domenica/76_XXI%20Domenica%20Tempo%20Ordinario.htm

 

Publié dans:immagini sacre |on 24 août, 2012 |Pas de commentaires »

Omelia sulla prima lettura: Gs 24,1-2.15-17.18 : Chi volete servire?

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/15888.html

Omelia sulla prima lettura: Gs 24,1-2.15-17.18

don Marco Pratesi

Chi volete servire?

Israele è oramai installato in Palestina. Giosuè, prossimo al termine della vita, convoca il popolo in Sichem, luogo di memorie patriarcali (cf. Gen 12,6-7; 33,18-20; 35,2-4), per una grande assemblea. Egli richiama l’operato del Signore, prima con i patriarchi (24,2-4), poi nell’esodo (5-7), fino alle soglie della terra promessa e all’ingresso (8-13). A questo punto sollecita una esplicita presa di posizione da parte del popolo. Il dialogo si fa serrato, anche drammatico (la liturgia taglia, ma vale la pena di leggere tutti i vv. 14-24): chi volete servire? E, al di là delle buone intenzioni: sarete davvero in grado di servire il Signore, come dite? « Noi serviremo il Signore » (v. 24): di fronte a questa scelta, Giosuè redige un documento di alleanza ed erige una stele commemorativa. L’assemblea è conclusa (25-28). Di lì a poco Giosuè morirà (24,29). Si apre l’epoca dei Giudici.
L’insistenza del brano è chiara, ed è la domanda rivolta oggi a ciascuno: chi vuoi servire? A servizio di chi vuoi mettere la vita, le risorse, il tempo etc.? La questione è decisiva. Ogni uomo deve dare risposta, se non esplicita, di certo implicita: perché ogni scelta dipende da questa risposta, dice che cosa è importante per me e che cosa non lo è, e dunque chi e che cosa è realmente il mio Dio.
Naturalmente emerge subito la reazione: « io non voglio servire nessuno, voglio essere libero ». Una simile risposta significa all’incirca: « voglio servire me stesso e nessun altro. Non voglio alcun signore, alcun padrone ». Però poi concretamente questo « servire l’ego » deve tradursi in scelte, concretizzarsi nell’andare verso qualcosa, piuttosto che qualcos’altro, come strumento della mia autorealizzazione. Perché l’io dà solo non può reggersi e deve necessariamente appoggiarsi su qualcosa d’altro da sé. A questo punto sono rientrato in quel servizio da cui mi illudevo di affrancarmi. Perché mio Dio è appunto ciò dal quale dipende (o mi sembra dipendere) la mia vita. Perciò avere dei signori è inevitabile, e chi si ritiene libero è soltanto un illuso. Il punto non è liberarsi da ogni servizio, ma servire quei signori che mi fanno vivere e liberarmi da quelli che mi opprimono. Libertà non è vivere la propria vita fine a se stessa, il che la rende sterile e assurda; ma piuttosto come servizio a ciò che merita di essere servito e la rende buona e sensata. Qui allora è questione del primo comandamento, che è poi quello essenziale: l’unico degno di essere servito è Dio. Tutto il resto va vissuto all’interno di questo servizio e in armonia con questa scelta di base.
Israele a Sichem ha manifestato la sua volontà di servire il Signore, ma già dopo la morte di Giosuè si ritrova a zoppicare: l’epoca dei giudici è caratterizzata dal continuo oscillare tra Dio e gli idoli (cf. Gdc 2,11-19). Non dobbiamo illuderci. Un conto sono le intenzioni, un altro la realtà. Mettersi integralmente al servizio di Dio, « con integrità e fedeltà » (Gs 24,14), « con tutto il cuore e tutta l’anima » (Gs 22,5) non è punto di partenza ma di arrivo, e richiede un cammino ben esigente. Vale la pena di intraprenderlo: solo questa è la via della vita.

I commenti di don Marco sono pubblicati dal Centro Editoriale Dehoniano – EDB nel libro Stabile come il cielo.

Omelia XXI domenica del T.O. : La sequela di Cristo impegna per tutta la vita

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/15912.html

Omelia XXI domenica del T.O.

padre Antonio Rungi

La sequela di Cristo impegna per tutta la vita

Celebriamo oggi la XXI domenica del tempo ordinario e il Vangelo di Giovanni, centro della nostra riflessione e meditazione di oggi, ci riporta ai discorsi di Gesù. Questa volta il Signore cerca di capire chi è davvero dalla sua parte, premesso che già è a conoscenza della situazione interiore di ciascuno degli apostoli e dei discepoli, leggendo di fatto nei loro pensieri e nei loro cuori, e domanda se vogliono continuare a stare con Lui o andarsene via, come già alcuni avevano fatto. La sua parola, l?essere vicino a lui non è un gioco, non è un divertimento del momento, né una positiva esperienza di una giornata, ma ci vuole fedeltà, costanza, forte impegno. Gesù chiede ai suoi discepoli la totale disponibilità al suo progetto di salvezza, alla sua persona. Chiede, in altri termini, la fede, la fiducia non di un istante, ma per sempre.
Il testo del Vangelo, ricco come sempre, di spunti di meditazione per la condizione spirituale di ciascuno di noi, ci fa ipotizzare tre categorie di persone: quelle che seguono Cristo con coraggio, convinti, senza pretendere nulla; quelle che lo seguono in attesa di qualche evento ed ulteriore segnale che potesse volgere a loro favore; quelle che seguito Cristo per un tempo, non ne avvertono più la necessità, se ne vanno via e non vogliono sentire più discorsi. Tre categorie, in sintesi si possono delineare: quella dei credenti, degli pseudo-credenti e di non credenti o apostati. Di fronte alla scelta di Dio e di Cristo nella nostra vita è lecito domandare oggi a noi ciò che Gesù chiede a Pietro, quale capo del collegio degli apostoli e sapere dalla sua viva voce cosa intendono fare per il futuro, visto che diversi discepoli per la parola coraggiosa ed impegnativa di Cristo lo avevano abbandonato. Domanda di rito: volete andare via anche voi? La risposta poteva essere sì, anche noi vogliamo andare via, vogliamo abbandonarti, non abbiamo più interessi, né motivazioni che ci spingono a stare con te. Invece Pietro interviene a titolo personale e del gruppo ed esprime il suo pensiero e la sua prospettiva di vita in compagnia del Maestro: ?Signore da chi andremo tu solo hai parole di vita eterna?. Aveva capito che il linguaggio di Cristo era di ben altra consistenza rispetto ai tanti maestri del suo tempo. Egli ha un orizzonte di eternità che prospetta ai suoi fidati amici. Ecco perché che chi era in qualche modo già entrato nella dinamica della grazia e del dono della fede, conta su Gesù, investe su di Lui, scommette sulla sua persona non per una vincita di un premio (forse c?era anche questa attesa, a leggere attentamente il vangelo nella sua completezza) ma per un premio che ha sapore di eternità. La parola di Cristo li affascina e senza quella Parola, cioè senza Dio (Gesù Cristo è la Parola di Dio, è il Verbo, la Parola Incarnata) non si può vivere. Non c?è più orientamento, non ci sono più certezze, tutto diventa precario, soggettivo, relativo, ognuno va per la sua strada, ognuno pensa ed agisce come crede, è anarchia morale e spirituale, caos che non porterà progressivamente all?ordine, ma aumenterà il disordine.
E? quello che avviene oggi a livello morale e in tanti settori. L?uomo vive come se Dio non esistesse e quindi si legittima da solo ogni assurdo comportamento che offende la dignità di se stesso e degli altri esseri umani e della stessa creazione nel suo complesso. Leggendo il testo del Vangelo di Giovanni, oggi comprendiamo quanto al di fuori di un riferimento religioso, di una morale cristiana o naturale l?uomo tende a smarrirsi ed oltre a perdere il senso di Dio, perde anche il senso di se stesso, della vita, delle cose che fa e non ha più vere e rassicuranti prospettive. Magari si inventa e alimenta delle illusioni, costruisce un mondo di favole e di chimere che si sciolgono come neve al sole, per poi motivare che il tutto era stato falsamente impostato o programmato. Il programma di Cristo è ben leggibile nelle sue parole di verità, nella precisione di ciò che intende realizzare. Nel Vangelo troviamo il suo progetto di vita per il mondo e per chi in questo mondo vuole fare la scelta per il Signore.
Come sempre chi vuole accostarsi al discorso religioso a Dio, non può farlo solo con la ragione, con la filosofia, con la ricerca scientifica, ma è necessario partire dalla fede. Noi come Pietro dobbiamo riconoscere che Cristo è ?il Santo di Dio?, cioè Dio stesso in persona che è presente nel mondo e che ritornerà da dove è venuto. L?inviato del Padre, il redentore prospetta ai suoi apostoli non solo lo scandalo della croce, ma la gioia della risurrezione e dell?ascensione al cielo. In poche parole, Cristo educa alla fede vera, indirizza verso il nucleo centrale della dottrina che Lui è venuto a far conoscere. Diciamo che svolge, attraverso la sua parola, una forma di catechesi o di evangelizzazione in cui va al cuore dei problemi e non si ferma all?apparenza, né tantomeno per accaparrarsi la simpatia della gente e il consenso manipola la verità, mistica o promette cose che non può mantenere. Cristo è chiaro e trasparente nel linguaggio è luce che illumina è maestro che forma e guida alla verità. Egli chiede fedeltà e coerenza.
Come d?altra parte leggiamo, in un contesto completamente diverso, relativamente al Vecchio Testamento nella prima lettura della liturgia della parola di oggi, tratta dal Libro di Giosuè. Come sempre nella storia e nella vita di ciascuno di noi o di una nazione che un momento in cui bisogna scegliere: la via di Dio o la via di altri dei. Il bene o il male, la sicurezza o l?incertezza, la fede dei propri avi o quella dell?autonomia individuale. Giosuè nel suo ruolo di guida del popolo di Israele, nella sua responsabilità e compito di sapere cosa pensasse quel popolo che Dio si era scelto e che era stato già contrassegnato da tanti benefici dall?Alto, chiede democraticamente, a modi di referendum, di sondaggio di opinione e di vera espressione di voto, cosa vogliono fare se continuare sua strada dell?Alleanza sinaitica oppure altra religione. Il popolo convinto di essere sulla strada giusta afferma senza mezzi termini: ?Lontano da noi abbandonare il Signore per servire altri dèi!?. Una dichiarazione di intenti che dovrebbe aiutarci a capire che quando si fanno delle scelte, bisogna poi mantenere. Non bisogna svendere la propria fede, i propri principi morali, religiosi per rincorrere altri modelli di vita o di religiosità. La parola data a Dio va mantenuta e rispettata, altrimenti diventiamo canne al vento che cambiano bandiera facilmente, senza trovare pace a nessuna parte. Le scelte fatte con convinzioni vanno mantenute a costo di grossi sacrifici e rinunce.
Ci aiuta in questo discorso il testo della lettera agli Efesini che ascoltiamo oggi come secondo brano biblico della liturgia della parola, con il riferimento alla sacralità del matrimonio e della famiglia. Tema molto attuale e dibattuto ai nostri giorni, falsamente interpretato da chi non vuole entrare nella logica dell?amore, del rispetto, della collaborazione che sottostà ad ogni scelta di vita coniugale e familiare. Di fronte alla crisi delle nostre famiglie, a tanti fallimenti nella vita coniugale, questa parola ci viene in aiuto e ad illuminarci perché possiamo tutti, a diverso titolo e grado, collaborare per il recupero della dignità del matrimonio, della famiglia, della donna, dei figli e dell?uomo. La dignità del matrimonio è evidenziata nell?analogia con la Chiesa e con la sua struttura. All?interno dell?uno e dell?altra deve circolare la carità e l?amore. Le regole sì, le leggi pure, ma alla base di tutto ci deve essere l?amore, la carità, quel sottomettersi l?uno all?altro che è indice di umiltà, volontà di collaborare per il bene della famiglia, senza presunzioni, arroganze, superbie, sopraffazioni. Consiglio a coniugi che vivono insieme, a quelli che sono in fase di separazione e che si sono sposati in chiesa con il sacramento nuziale di valutare attentamente queste parole prima di assumere qualsiasi decisione soprattutto se porta allo sfascio della famiglia e se nella famiglia ci sono bambini e minorenni. La sacralità e la dignità del matrimonio e della famiglia vanno sempre salvaguardate, tranne il caso in cui il sacramento non c?è mai stato, per cui l?atto posto in essere è nullo, ed è nullo perché davvero mancano i presupposti per essere vero.
Sia questa la nostra preghiera che eleviamo al Signore dal profondo del nostro cuore: ?O Dio, che unisci in un solo volere le menti dei fedeli, concedi al tuo popolo di amare ciò che comandi e desiderare ciò che prometti, perché fra le vicende del mondo là siano fissi i nostri cuori dove è la vera gioia?.
Signore facci assaporare la gioia di essere uniti, di essere in amici, di superare le incomprensioni, le divisioni, le lotte e questo in ogni luogo, ma soprattutto nella famiglia, ove, oggi, maggiormente si avverte la fatica e il peso di continuare nel cammino intrapreso, promettendo amore eterno davanti a te. La vera gioia su questa terra è vivere vicino a Te Signore ed essere in pace con la nostra coscienza e con tutti.

Saint Barthélemy

Saint Barthélemy dans immagini sacre Willmann_Flaying_Saint_Bartholomew

http://ru.wikipedia.org/wiki/%D0%A4%D0%B0%D0%B9%D0%BB:Willmann_Flaying_Saint_Bartholomew.jpg

Publié dans:immagini sacre |on 23 août, 2012 |Pas de commentaires »

24 agosto: San Bartolomeo, Apostolo

http://liturgia.silvestrini.org/santo/134.html

24 agosto: San Bartolomeo, Apostolo

BIOGRAFIA
Nato a Cana di Galilea, fu condotto a Gesù dall’apostolo Filippo. Dopo l’Ascensione del Signore, è tradizione che egli abbia predicato il Vangelo nell’India, dove fu coronato dal martirio.Il “Martirologio romano” di lui scrive: “predicò nell’India il Vangelo di Cristo; recatosi nell’Armenia maggiore, avendo convertito moltissimi alla fede, fu dai barbari scorticato vivo, e, per ordine del re Astiàge, colla decapitazione compì il martirio. Il suo corpo è adorato a Roma sulla Isola Tibertina”.

MARTIROLOGIO
Festa di san Bartolomeo Apostolo, comunemente identificato con Natanaele. Nato a Cana di Galilea, fu condotto da Filippo a Cristo Gesù presso il Giordano e il Signore lo chiamò poi a seguirlo, aggregandolo ai Dodici. Dopo l’Ascensione del Signore si tramanda che abbia predicato il Vangelo del Signore in India, dove sarebbe stato coronato dal martirio.

DAGLI SCRITTI…
Dalle “Omelie sulla prima lettera ai Corinti” di san Giovanni Crisostomo, vescovo
La croce ha esercitato la sua forza di attrazione su tutta la terra e lo ha fatto non servendosi di mezzi umanamente imponenti, ma dell’apporto di uomini poco dotati. Il discorso della croce non è fatto di parole vuote, ma di Dio, della vera religione, dell’ideale evangelico nella sua genuinità, del giudizio futuro. Fu questa dottrina che cambiò gli illetterati in dotti. Dai mezzi usati da Dio si vede come la stoltezza di Dio sia più saggia della sapienza degli uomini, e come la sua debolezza sia più forte della fortezza umana. In che senso più forte? Nel senso che la croce, nonostante gli uomini, si è affermata su tutto l’universo e ha attirato a sé tutti gli uomini. Molti hanno tentato di sopprimere il nome del Crocifisso, ma hanno ottenuto l’effetto contrario. Questo nome fiorì sempre di più e si sviluppò con progresso crescente. I nemici invece sono periti e caduti in rovina. Erano i vivi che facevano guerra a un morto, e ciononostante non l’hanno potuto vincere. Perciò quando un pagano dice a un cristiano che è fuori della vita, c’è una stoltezza. Quando mi dice che sono stolto per la mia fede, mi rende persuaso che sono mille volte più saggio di lui che si ritiene sapiente. E quando mi pensa debole non si accorge che il debole è lui. I filosofi, i re e, per così dire, tutto il mondo, che si perde in mille faccende, non possono nemmeno immaginare ciò che dei pubblicani e dei pescatori poterono fare con la grazia di Dio. Pensando a questo fatto, Paolo esclamava: “ Ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini “ (1 Cor 1, 25). Questa frase è chiaramente divina. Infatti come poteva venire in mente a dodici poveri uomini, e per di più ignoranti, che avevano passato la loro vita sui laghi e sui fiumi, di intraprendere una simile opera? Essi forse mai erano entrati in una città o in una piazza. E allora come potevano pensare di affrontare tutta la terra? Che fossero paurosi e pusillanimi l’afferma chiaramente chi scrisse la loro vita senza dissimulare nulla e senza nascondere i loro difetti. Ciò costituisce la miglior garanzia di veridicità di quanto asserisce.

Publié dans:SANTI APOSTOLI |on 23 août, 2012 |Pas de commentaires »

Ebraismo e Cristianesimo : Interpretazione dell’ «Oggi»

http://www.nostreradici.it/oggi.htm

Ebraismo e Cristianesimo

Interpretazione dell’ «Oggi»

Maria Guarini

L’attesa della venuta o del ritorno del Messia orienta e dà significato alla storia umana, sottratta così all’abisso del « non senso », sul cui orlo ci appare vacillare una gran parte del pensiero dei nostri giorni

Mosè riceve le Tavole della legge (Gerusalemme, Jewish National and University Library)
Se io oggi credo e vivo nel Signore è perché egli si è rivelato in molti modi: nei tempi antichi per mezzo dei profeti e, in quella che per i cristiani è la pienezza dei tempi, per mezzo del Figlio, il Signore Gesù: «Dio, nessuno lo ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato» [1]
La mia fede e quindi la mia vita hanno la loro Sorgente ed il loro perenne nutrimento in Cristo, nel quale trovano compimento sia la Legge che i Profeti [2]
La mia storia di salvezza, che è personale, ma non separata da quella dell’intera Umanità, ha le sue tappe i suoi momenti fondanti ed il suo dispiegarsi nel tempo – che è contemporaneamente un rivelarsi ed un costruirsi – nella Storia della Salvezza che io conosco e sperimento in quanto vissuta e narrata da Israele, il Popolo dell’Alleanza, che non potrà mai essere revocata perché il Signore è fedele e quindi la sua Alleanza è eterna come la sua misericordia.
Oggi, come in ogni epoca, sono presenti nella percezione delle tappe del cammino spirituale tutte le fasi della scansione dell’Esodo: l’uscita dall’Egitto, la traversata del deserto, la tensione verso… e il raggiungimento della Terra Promessa – che tuttavia non è l’unico orizzonte, perché si intreccia e si confonde con l’era messianica – sulla cui attesa o compimento-attesa ulteriore si situa il discrimine tra ebraismo e cristianesimo.
«Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la Verità vennero per mezzo di Gesù Cristo» [3]
Colui che ha richiamato alla vita il suo amico Lazzaro, figura della Risurrezione definitiva, chiama anche noi a Vita nuova ogni giorno, nella nuova ed eterna Alleanza perché, dopo essere nato e morto per noi e per la nostra salvezza, è Risorto ed è il Vivente e ci ha promesso: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine dei tempi» [4]
«…Né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre…Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in Spirito e Verità» [5]

La risurrezione di Lazzaro da un antico Codice
È per questo che possiamo dire ogni momento al Padre: «Eccomi, io vengo, per fare la tua volontà»
Questo rapporto così personale, quest’intreccio così indissolubile tra vita e Vita, tra la mia vita e la mia storia, che è la mia storia-con-Dio, con il Signore della Storia, che si fa presente così come vuol farsi presente, perché questo è il Suo Nome…
Conoscere l’ebraismo significa diventare consapevoli della nostra vera eredità spirituale. Il dialogo con l’universo giudaico ricolloca quello cristiano nella storia dalla quale è scaturito. Possiamo qui ricordare la famosa frase di Pio XI, con largo anticipo su tutte le prese di coscienza ed i documenti della nostra storia più recente: «Noi siamo spiritualmente dei semiti» (6 settembre 1938), e la sua enciclica Mit brennender Sorge (1937), con la quale condannava quel razzismo che tanti lutti e distruzioni, specialmente nei riguardi degli ebrei, avrebbe causato nei cinque anni successivi.

In principio era il Tempo
Ebraismo: «religione del tempo, che mira alla santificazione del tempo» [6]
Essa per la preghiera stabilisce dei tempi, più che dei luoghi, sua vera cattedrale è Il Sabato, che è sospensione del tempo e nello stesso tempo finestra che dall’eternità si apre sul tempo.
Parliamo del tempo biblico, quello che non è ‘da sempre’ – diverso quindi dal tempo ciclico della cultura greca, le cui categorie hanno influenzato la nostra ‘visione del mondo’ – ma ha un inizio, in una linearità aperta all’irruzione dell’Eterno, con orizzonte l’infinito e l’oltre-la-morte ed ha una fine che è un fine, una meta.
È in questo orizzonte, pieno di speranza e di attesa, di promesse di Dio e di risposta dell’uomo, che si dipana la storia umana, che ospita nella sua finitezza la traccia di trascendenza del « Tempo biblico » (Pentateuco) ed è così che il passato vive e si fa presente nella riattualizzazione del racconto e nella potenza salvifica della Legge.
Una radice ed un’ispirazione bibliche che anche il cristianesimo riconosce e valorizza, con la differenza che l’Ebraismo vede la Redenzione fuori della storia con l’irruzione dell’Eterno, nell’avvenire promesso, mentre il Cristianesimo si fonda sulla continuità di una Presenza durante tutto il corso del divenire storico: il Cristo presente nella Sua Chiesa, che trasforma la quotidianità in tempo sacro, nel quale l’incontro tra Dio e l’uomo già avviene. È il « primo giorno dopo il sabato », come dice l’Apostolo Giovanni: ci rinvia al primo giorno della Creazione, è il primo giorno della Creazione nuova.
Non ci sarebbe il Tempo senza la Parola di Dio. Parola, che nella sua connotazione ebraica acquista anche il senso, denso di concretezza, di « cosa, fatto ». Essa comunque non ha esaurito la sua funzione una volta per tutte, « in principio » – anche se si tratta di un principio fondante – perché è una Parola che continua ad essere pronunciata e quindi continua a dispiegare i suoi effetti nella creazione attraverso il concreto « fare » la volontà del Padre, mediante l’osservanza della Sua Legge scritta nel cuore dei suoi figli nel Figlio, Verbo fatto carne. «Tutta la creazione, che attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio, geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto» [7]
Ce lo dice il fatto che, tra le mirabili invocazioni del Padre nostro, Gesù ci ha lasciato l’eloquente sia « fatta la tua volontà »: non solo detta, proclamata, insegnata; ma soprattutto « fatta », concretizzata, incarnata trasformando in vita, attraverso le opere che nascono dalla fede, una Legge non rivestita come un abito ma diventata carne perché iscritta nel cuore del credente, un cuore cui è partecipata la Risurrezione del Signore Risorto, presente nel mondo e nella Storia.

In principio era il Verbo (Gv Prologo 1, 1-18)
Il Verbo dà origine e senso al Tempo e alla Storia. È una Storia che non ha ancora raggiunto il suo compimento: «…Ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano di Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno: perché quelli che da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché Egli sia il primogenito tra molti fratelli » [8]
«In Dio la Parola è il senso, la chiarezza, la struttura, la forma, l’espressione dell’essere divino. Mediante la Parola Dio esprime se stesso, in essa diventa afferrabile. Nella Parola avviene quindi anche la rivelazione divina… Il rapporto tra Dio e la creatura è dato con l’essenza del discorso: esso è domanda riflessione e risposta.» [9]
È nella Parola che Dio si dona ed è in essa che noi esprimiamo il nostro sì a Lui. Il presente è così decifrato a partire dalla Parola e dal passato; esso nella tradizione ebraica è garantito dal passato e dalla promessa del futuro; per i cristiani diventa già oggi, in ogni « oggi » della storia – nella decisione dell’uomo che si apre all’azione della Parola – riscatto e ricapitolazione del passato, tappa di costruzione del Regno, determinante per il futuro.
Il rapporto del tempo della storia con l’eternità, che è poi il rapporto dell’uomo e – attraverso l’uomo – del mondo con Dio, per il cristianesimo avviene nella presenza di un oggi già redento, per l’ebraismo nel possibile e atteso e desiderato avvento della Redenzione in ciascun istante della storia.
In entrambe le fedi coincidono le originarie modalità di rapporto tra Dio – mondo – uomo: Creazione, Rivelazione e Redenzione; in esse è presente la stessa tensione tra tempo ed eternità, nell’ascolto e nell’apertura alla Verità eterna. Il Cristianesimo ne testimonia la presenza, l’ebraismo l’avvento futuro.
Nell’attingere alle nostre Radici ebraiche, mi colpisce e mi sembra molto rivelatrice e quindi determinante per la nostra ‘conoscenza’, in tutta la pregnanza del senso biblico del termine, una semplice riflessione sul diverso modo di intendere l’insegnamento.
Nella lingua ebraica per « insegnare » viene usato anche il verbo = shanà (che ha anche il significato di ripetere, « ripetizione », che diventa « moltiplicazione » della realtà trasmessa (senso pieno della tradizione) col ripetersi del racconto biblico ad ogni generazione.
Il nostro insegnare invece veicola il concetto di lasciare-il-segno-in, cioè quello di incidere la realtà trasmessa nella interiorità del soggetto. Sostanzialmente si produce lo stesso effetto, ma è importante notare come la ‘visione del mondo’ ebraica rivelata dal linguaggio centra l’attenzione sul « contenuto » trasmesso, mentre quella occidentale sul « soggetto » che lo riceve.
Essere più « centrati » sul contenuto secondo me non è irrilevante, perché non può esservi disgiunto quel senso di « timore », che è rispetto, cura, considerazione, attenzione amorosa, non a caso indicato come il primo dei sette « Doni dello Spirito Santo » che vivificano la vita del credente. Penso che per noi sia molto importante recuperare questo ‘sentire’, laddove non sia già presente per dono di Dio.
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[1] (Gv 1,18)
[2] (Mt 17, 1-8)
[3] (Gv 1,17)
[4] (Mt 28, 20)
[5] (Gv 4, 21 -23)
[6] (A.J.Heschel, Il Sabato. Il suo significato per l’uomo moderno. Rusconi, Milano 1972)
[7] (Paolo ai Romani 8,19-22).
[8] (Paolo ai Romani 8, 19-23)
[9] (Adrienne Von Speyr, Il Verbo si fa carne, Jaca Book, Milano 1982)

Publié dans:ebraismo e cristianesimo |on 23 août, 2012 |Pas de commentaires »
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