Archive pour le 30 août, 2012

Arcangeli

Arcangeli  dans immagini sacre 01

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Il vero volto di Francesco è nell’amore di Cristo

http://www.atma-o-jibon.org/italiano4/rit_muolo37.htm

Il vero volto di Francesco è nell’amore di Cristo

Il Papa: «La sua conversione lo rende così attuale dopo 8 secoli».
Il richiamo: «Quando se ne fa un ambientalista o un pacifista
o l’uomo del dialogo interreligioso, egli subisce una sorta di mutilazione».

Dal nostro inviato ad Assisi, Mimmo Muolo

(« Avvenire », 19/6/’07)

L’ »infiorata » che accoglie il Papa sul sagrato della Cattedrale collega, con motivi tratti dal « Cantico dei Cantici », il volto del San Francesco di Cimabue a quello di Cristo tratto dal Crocifisso di San Damiano. Immagini che « parlano », entrambe, di una straordinaria storia lunga otto secoli. Benedetto XVI vi giunge a metà pomeriggio, per incontrare il clero e i religiosi. E prima di entrare in San Rufino si ferma a guardare per qualche istante quel variopinto tappeto di fiori. In fondo, il medesimo disegno sta tracciando egli stesso con i suoi discorsi e con l’itinerario di questa domenica dedicata all’VIII centenario della conversione del Poverello di Assisi. Il volto di Francesco, legato indissolubilmente a quello di Cristo. Al di là delle « incrostazioni » e delle indebite sovrapposizioni operate nel corso dei secoli.
Già in mattinata, celebrando la Messa nella piazza inferiore della Basilica, Papa Ratzinger aveva dato un primo assaggio di quest’opera di « restauro » di quell’autentico « capolavoro » della fede che fu la vita di Francesco. «È la sua conversione a Cristo – aveva detto – che spiega quel suo tipico vissuto in virtù del quale egli ci appare così attuale anche rispetto a grandi temi del nostro tempo, quali la ricerca della pace, la salvaguardia della natura, la promozione del dialogo tra tutti gli uomini». Ora, giunto in Cattedrale, riprende e sviluppa quel concetto. E vi unisce un accorato appello alla nuova evangelizzazione. «Francesco – ricorda, infatti, il Papa – è un uomo per gli altri perché è fino in fondo un uomo di Dio. Voler separare, nel suo messaggio, la dimensione « orizzontale » da quella « verticale » significa renderlo irriconoscibile».
Così, tappa dopo tappa, la visita del Pontefice assomiglia sempre di più al « miracolo » operato qualche anno fa dai restauratori della Basilica superiore di San Francesco. Come quegli esperti ricostruirono pazientemente gli affreschi seriamente danneggiati dal terremoto del 1997, così il Papa rimette a posto le « tessere » della vera identità di Francesco, in qualche modo confuse da quella specie di « sisma spirituale » che è l’odierno relativismo. A dire il vero, un analogo pericolo corre anche la figura di Cristo, per cui «i cristiani del nostro tempo» devono «fronteggiare la tendenza ad accettare un Cristo diminuito, ammirato nella sua umanità straordinaria, ma respinto nel mistero profondo della sua divinità». Così «lo stesso Francesco – avverte il Papa – subisce una sorta di mutilazione», quando se ne fa semplicemente un ambientalista, un pacifista o l’uomo del dialogo interreligioso e si dimentica che era soprattutto un «innamorato di Cristo».
La visita del Papa, dunque, si svolge soprattutto sulle orme di « questo » Francesco. Visita caratterizzata dall’accoglienza calorosa della gente e scandita dalla sosta in preghiera su tutti i principali luoghi francescani, nei quali Bendetto XVI è sempre accompagnato dal vescovo, monsignor Domenico Sorrentino. Si comincia dal Santuario del Sacro Tugurio, luogo dell’incontro del Santo con i lebbrosi, da San Damiano, dove il Crocifisso gli parlò, e da Santa Chiara; si prosegue quindi, dopo la Messa mattutina, sulla Tomba nella cripta della Basilica Inferiore, dove il Pontefice si inginocchia a lungo in preghiera. E si conclude toccando la Cattedrale e, naturalmente, la Porziuncola. A ogni gruppo incontrato il Papa affida l’autentico Francesco. Ai sacerdoti e ai religiosi dice: «Ad Assisi, c’è bisogno più che mai di una linea pastorale di alto profilo», una «proposta spirituale robusta, che aiuti anche ad affrontare le tante seduzioni del relativismo che caratterizza la cultura del nostro tempo». Ai francescani, incontrati nel Sacro Convento, e all’intera diocesi ricorda che il « Motu Proprio » in virtù del quale le grandi basiliche assisane sono entrate «nella giurisdizione del Vescovo»: era necessario «per diverse ragioni», ad esempio per il «bisogno di un’azione pastorale più coordinata ed efficace».
Ma è soprattutto ai giovani che Papa Ratzinger afferma esplicitamente di voler «riconsegnare il messaggio, la vita e la testimonianza» del Santo. L’incontro con gli oltre diecimila ragazzi giunti da tutte le diocesi umbre avviene nell’ampio sagrato di Santa Maria degli Angeli «quasi come culmine della giornata», dice il Pontefice. E all’entusiasmo, ai canti, alle coreografie studiate appositamente per lui dai giovani rimasti per ore ad attenderlo sotto il sole, il Papa risponde con un discorso tutto incentrato sulla vita di Francesco prima della conversione. Egli era «il re delle feste», ricorda il Papa. E «anche oggi le iniziative di svago durante i « weekend » raccolgono tanti ragazzi». Inoltre «si può girovagare anche virtualmente navigando in Internet» o perdendosi «nei paradisi artificiali della droga». La gioia vera, però, è un’altra e Francesco la trovò in Cristo. Allo stesso modo, lui che era vanitoso («oggi si suol parlare di cura dell’immagine», annota il Papa) imparò che «centrare la vita su se stessi è una trappola mortale». Infine, Benedetto XVI fa notare che la grande ambizione del giovane di Assisi fu mutata da Dio in «una ambizione santa, proiettata sull’infinito». Così, prendendo spunto dai difetti di questo venticinquenne (tale era l’età di Francesco all’epoca della conversione) di otto secoli fa, simili ai problemi dei giovani di oggi, il Papa mostra che anche nel terzo millennio convertirsi è possibile. Il suo invito conclusivo è quello di Giovanni Paolo II. «Aprite le porte a Cristo. Apritele come fece Francesco, senza paura, senza calcoli, senza misura». E proprio come fu per Francesco l’amore per la pace, per la natura, il rispetto per le altre religioni verranno di conseguenza.

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« UN SILENZIOSO MA ANCHE POTENTE SEGNO E MEZZO DI EVANGELIZZAZIONE »

http://www.zenit.org/article-32292?l=italian

« UN SILENZIOSO MA ANCHE POTENTE SEGNO E MEZZO DI EVANGELIZZAZIONE »

Intervista con monsignor Athanasius Schneider, vescovo ausiliare della diocesi di Karaganda (Kazakistan)

di Paul De Maeyer

ROMA, mercoledì, 29 agosto 2012 (ZENIT.org).- Domenica 9 settembre 2012, verrà consacrata la Cattedrale della Diocesi di Karaganda in Kazakistan, in una solenne concelebrazione presieduta dal card. Angelo Sodano, Decano del Collegio Cardinalizio e Legato Pontificio per la consacrazione.
Il programma delle celebrazioni prevede:
- Sabato 8 settembre:
15.00 Santa Messa del Cardinale Legato Angelo Sodano con i pellegrini nella vecchia cattedrale.
18.00 concerto del Requiem di Mozart in onore delle vittime del Karlag (“Karaganda-Lager” o Campo di Concentramento di Karaganda).
- Domenica 9 settembre:
11.00 Santa della dedicazione della nuova Cattedrale, celebrata dal Cardinale Legato Angelo Sodano.
18.00 Concerto di musica d’organo nella Nuova Cattedrale.
- Lunedi 10 settembre: visita del Karlag.
La cattedrale è stata pensata e voluta dall’allora arcivescovo-vescovo di Karagangda, mons. Jan Pawel Lenga, e dal vescovo ausiliare, mons. Athanasius Schneider, il quale ha commissionato all’artista prof. Rodolfo Papa un ciclo pittorico di 14 tele dedicate alla Eucaristia, per la cripta. Mons. Schneider ha dedicato alla Eucaristia il libro Dominus est. Riflessioni di un vescovo dell’Asia centrale sulla Sacra Comunione, Libreria Editrice Vaticana 2008 (con prefazione di mons. Malcolm Ranjith).
Nell’intervista che segue, mons. Schneider spiega le ragioni storiche e spirituali sottese alla costruzione della Cattedrale ed alla commissione del ciclo pittorico.
Quale è il significato storico e spirituale della costruzione di questa cattedrale a Karaganda?
Mons. Schneider: La prima ragione era questa: avere una cattedrale in un luogo più degno e visibile. Poiché la diocesi di Karaganda usava finora un edificio costruito ancora durante il tempo della persecuzione, e questo edificio si trova nella periferia della città ed è esteriormente non riconoscibile come chiesa.
Una cattedrale in un posto più centrale, costruita in uno stile di tradizione inconfondibilmente cattolica, cioè nello stile neogotico, sarà un silenzioso ma anche potente segno e mezzo di evangelizzazione in un mondo dove i cattolici sono circa 1% o 2% della popolazione, dove la maggioranza degli abitanti sono musulmani e dove c’è una forte minoranza degli ortodossi. Inoltre, una considerevole parte della popolazione non appartiene a nessuna religione, sono persone che cercano Dio.
L’architettura della cattedrale e anche gli oggetti nell’interno sono stati fatti con la cura più grande possibile, perché rappresentino una vera bellezza artistica e allo stesso tempo la sacralità e il senso del soprannaturale. Tutto questo è adatto sia per incitare il senso religioso e il senso della fede nei fedeli e nei visitatori, sia per esprimere l’atto di adorazione della Santissima Trinità. Tutto ciò è quindi adatto per facilitare l’esecuzione del primo comandamento e l’ultima finalità di tutta la creazione: l’adorazione e la glorificazione di Dio.
Il significato storico e spirituale ha anche questa dimensione: la nuova Cattedrale è un luogo sacro per la memoria delle innumerevoli vittime del regime comunista, giacché intorno a Karaganda c’era uno dei più grandi e terribili campi di concentramento -detti Gulag-, nel quale hanno sofferto persone appartenenti a più di 100 diverse etnie. Nello stesso tempo la nuova Cattedrale sarà anche un santuario per la preghiera d’espiazione per i crimini del regime ateista e comunista.
La bellezza architettonica, le opere d’arte, l’organo nella nuova cattedrale sono anche un mezzo di promozione della cultura.
Come è stata accolta questa iniziativa cattolica dalle autorità politiche e dalla comunità islamica?
Mons. Schneider: È stata accolta con senso di rispetto verso la chiesa cattolica. Le autorità civili e la popolazione si sentono onorati di poter aver nella loro città un tale edificio di straordinaria bellezza architettonica e di alto significato culturale. Le autorità civili considerano la nuova Cattedrale come un gesto da parte della Chiesa cattolica per la promozione della cultura.
Una piccola comunità cattolica è in grado di costruire una cattedrale in terra di missione, potremmo dire che questo sia un modello in grado di spronare la rinascita della fede nella vecchia Europa?
Mons. Schneider: La piccola comunità cattolica era in grado di dare soprattutto un contributo spirituale per la costruzione. Però, il maggior contributo materiale è provenuto dai nostri fratelli e sorelle dalla vecchia Europa. E questo è bello, poiché manifesta la solidarietà fraterna, manifesta un fraterno scambio di doni, simile ai primi tempi della Chiesa, quando le comunità più ricche aiutavano le comunità più bisognose.
La fede rinascerà anche nella vecchia Europa quando si darà sempre più il primo posto in tutte le cose a Gesù, quando la vita della fede tornerà sempre più concreta, visibile e più “incarnata”.
Quali sono i problemi che quotidianamente la comunità cattolica affronta in Kazakistan?
Mons. Schneider: I problemi quotidiani sono l’insufficienza dei sacerdoti, le distanze enormi tra le comunità parrocchiali, gli insufficienti mezzi materiali per le opere di costruzione delle chiese e per le opere sociali ed educative, l’emigrazione dei giovani per l’estero, alcuni impedimenti di carattere burocratico.
Quali i rapporti con le altre confessioni cristiane?
Mons. Schneider: I rapporti con le altre confessioni cristiani sono buoni. Ci sono alle volte incontri con vescovi e sacerdoti della Chiesa russa-ortodossa e con rappresentanti delle comunità protestanti. Abbiamo, per così dire, un ecumenismo di vita, dove i rapporti umani sono più importanti delle discussioni teoriche o dottrinali. Abbiamo opere comuni con i fratelli ortodossi e protestanti nell’ambito della difesa della vita.
Quali sono gli sviluppi e le prospettive?
Mons. Schneider: Vogliamo conservare i rapporti di rispetto reciproco, di rapporti personali di amicizia e continuare a fare opere comuni per la difesa della vita e dei valori morali.
L’arte è sicuramente uno strumento di evangelizzazione efficace, come il Magistero ci ricorda, ed il Santo Padre ci sprona ed incoraggia ad utilizzarla. Può raccontare la sua esperienza di committente, che ha voluto tanta arte e tanta bellezza nella sua diocesi, come segno della testimonianza della fede cattolica?
Mons. Schneider: La costruzione di una nuova cattedrale con una vera estetica sacrale e opere d’arte è anche una proclamazione del primo dovere della Chiesa: dare a Dio, a Dio Incarnato, il primo posto, un posto visibile, poiché Dio si è fatto visibile nell’Incarnazione e nell’Eucaristia; dare a Dio il primo posto anche nel senso di offrire a Suo onore una bellezza artistica, poiché Dio è l’autore di tutta la bellezza e merita di ricevere in Suo onore dalla parte dei credenti opere veramente belle.
Inoltre, una tale cattedrale può essere una concreta manifestazione dell’amore tenero della comunità credente, la sposa di Cristo, verso il Corpo di Cristo, offrendo in onore di questo Corpo di Cristo in un certo senso la santa prodigalità della donna peccatrice, la quale ha offerto in onore di Cristo il vaso di profumo prezioso di prezzo straordinariamente grande (“più che trecento denari”, cf. Mc 14, 4). Per ungere il corpo di Cristo, la donna peccatrice ha speso una somma con la quale si poteva sostenere una famiglia per un anno intero. Le persone presenti si sono sdegnate per un tale spreco. Gesù però ha lodato questa santo spreco dicendo: “Ha compiuto verso di Me un’opera buona” (Mc 14, 6). Si deve fare ancora il “santo spreco” per Gesù.
Molte persone già hanno visitato la nuova Cattedrale. La maggioranza sono state persone non cattoliche, e persino non cristiane. Queste sono state attratte dalla bellezza. Hanno espresso visibilmente la loro ammirazione. Alcune donne non cristiane hanno persino pianto di commozione in mia presenza. Una volta durante una mezz’ora ho mostrato e spiegato ad una giovane coppia non cristiana la Cattedrale con tutti i dettagli dell’arte e delle cose sacre. Quando ho finito e siamo usciti dalla Cattedrale, la donna non cristiana mi ha detto: “In questa mezz’ora ho purificato la mia anima. Posso venire ancora una volta da sola? poiché voglio nel silenzio ammirare queste belle cose”. Ho risposto: “Certamente, può venire tante volte quante vuole”. In quella mezz’ora ho fatto, per mezzo della spiegazione di una arte sacra e bella, una lezione sulle verità della fede cattolica. La reazione di quasi tutte le persone che hanno finora visitato la Cattedrale, specialmente persone non cristiane, è stata così spontanea: ammirazione, silenzio, apertura per il soprannaturale. Ho costatato in questi casi la verità che l’anima umana è naturalmente cristiana, come ha detto Tertulliano, cioè nell’anima umana Dio ha iscritto la capacità di conoscerLo, di venerarLo. Il dovere dei cattolici è di condurre queste anime aperte verso la fede e l’adorazione soprannaturale, alla fede ed all’adorazione di Cristo, della Santissima Trinità, di condurre le anime al cielo. Nelle grandi porte di bronzo all’entrata della cattedrale ci sono scritte queste parole della Sacra Scrittura: “Qui è la casa di Dio, qui è la porta del cielo” (Domus Dei – porta caeli). Perciò, queste parole sacre sono un motto molto adatto per questa Cattedrale, cioè per questa visibile opera dell’evangelizzazione, come anche per tutta l’opera dell’evangelizzazione.
Potrebbe indicarci il significato spirituale e teologico dei dipinti che ha fatto realizzare per la Cripta?
Mons. Schneider: Volevo esprime nella cattedrale in modo più profondo il mistero della Santissima Eucaristia, poiché l’Eucaristia costruisce spiritualmente la Chiesa, l’Eucaristia fa vivere la Chiesa continuamente fino alla fine dei tempi. Il vero fondamento della Chiesa è l’Eucaristia. Perciò ho posto nella cripta, quasi nelle fondamenta della Cattedrale, un ciclo di 14 immagini sull’Eucaristia, in analogia con le 14 stazioni della via Crucis nella navata principale. Tutta la Sacra Scrittura ci annuncia Cristo fatto carne, fatto uomo. Ma Cristo si è fatto Eucaristia, ci ha lasciato Sua carne realmente, veramente e sostanzialmente presente nel mistero eucaristico. In un certo senso possiamo dire: tutta la Sacra Scrittura ci annuncia Cristo nel mistero dell’Eucaristia. Ho scelto le immagini eucaristiche più conosciute della Sacra Scrittura ossia la simbologia eucaristica più conosciuta: il sacrificio di Abele, il sacrificio di Melchisedec, il sacrificio di Abramo, l’agnello pasquale, la manna nel deserto, il cibo del profeta Elia nel cammino verso il monte di Dio, il tempio di Gerusalemme, Betlemme come “casa del pane”, il miracolo delle nozze di Cana, la moltiplicazione dei pani, il discorso eucaristico nel vangelo di Giovanni, l’Ultima Cena, Emmaus, l’Agnello nella Gerusalemme Celeste.
I rapporti tra un vescovo ed un artista sono forse il segreto della riuscita di una opera così importante. Potrebbe raccontarci della sua esperienza di committente che ha commissionato queste 14 tele all’artista e teorico dell’arte Rodolfo Papa? Come è nata la vostra collaborazione e come si è sviluppato il rapporto di fiducia necessario perché nascano dei capolavori?
Mons. Schneider: Il “ciclo eucaristico” è stato l’ultimo mio sogno per la cattedrale. Sapevo che qualcosa sarebbe mancato senza il “ciclo eucaristico”. Ho pregato il Signore che mi mandasse un artista anzitutto profondamente credente, un artista che ami l’Eucaristia, un artista che sappia dipingere in modo veramente sacro ed edificante per i fedeli. Tramite un signore conosciuto, ho incontrato il prof. Rodolfo Papa. Quando ho visto alcune delle sue opere religiose, e parlato con lui sulla fede e sull’Eucaristia, ho capito che questo artista è quello che il Signore mi ha mandato. La mia convinzione si è ancora consolidata quando ho letto il suo libro sulla teologia dell’arte sacra Discorsi sull’arte sacra (con introduzione del card. Cañizares, Cantagalli, Siena 2012).

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