Archive pour le 23 août, 2012

Saint Barthélemy

Saint Barthélemy dans immagini sacre Willmann_Flaying_Saint_Bartholomew

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24 agosto: San Bartolomeo, Apostolo

http://liturgia.silvestrini.org/santo/134.html

24 agosto: San Bartolomeo, Apostolo

BIOGRAFIA
Nato a Cana di Galilea, fu condotto a Gesù dall’apostolo Filippo. Dopo l’Ascensione del Signore, è tradizione che egli abbia predicato il Vangelo nell’India, dove fu coronato dal martirio.Il “Martirologio romano” di lui scrive: “predicò nell’India il Vangelo di Cristo; recatosi nell’Armenia maggiore, avendo convertito moltissimi alla fede, fu dai barbari scorticato vivo, e, per ordine del re Astiàge, colla decapitazione compì il martirio. Il suo corpo è adorato a Roma sulla Isola Tibertina”.

MARTIROLOGIO
Festa di san Bartolomeo Apostolo, comunemente identificato con Natanaele. Nato a Cana di Galilea, fu condotto da Filippo a Cristo Gesù presso il Giordano e il Signore lo chiamò poi a seguirlo, aggregandolo ai Dodici. Dopo l’Ascensione del Signore si tramanda che abbia predicato il Vangelo del Signore in India, dove sarebbe stato coronato dal martirio.

DAGLI SCRITTI…
Dalle “Omelie sulla prima lettera ai Corinti” di san Giovanni Crisostomo, vescovo
La croce ha esercitato la sua forza di attrazione su tutta la terra e lo ha fatto non servendosi di mezzi umanamente imponenti, ma dell’apporto di uomini poco dotati. Il discorso della croce non è fatto di parole vuote, ma di Dio, della vera religione, dell’ideale evangelico nella sua genuinità, del giudizio futuro. Fu questa dottrina che cambiò gli illetterati in dotti. Dai mezzi usati da Dio si vede come la stoltezza di Dio sia più saggia della sapienza degli uomini, e come la sua debolezza sia più forte della fortezza umana. In che senso più forte? Nel senso che la croce, nonostante gli uomini, si è affermata su tutto l’universo e ha attirato a sé tutti gli uomini. Molti hanno tentato di sopprimere il nome del Crocifisso, ma hanno ottenuto l’effetto contrario. Questo nome fiorì sempre di più e si sviluppò con progresso crescente. I nemici invece sono periti e caduti in rovina. Erano i vivi che facevano guerra a un morto, e ciononostante non l’hanno potuto vincere. Perciò quando un pagano dice a un cristiano che è fuori della vita, c’è una stoltezza. Quando mi dice che sono stolto per la mia fede, mi rende persuaso che sono mille volte più saggio di lui che si ritiene sapiente. E quando mi pensa debole non si accorge che il debole è lui. I filosofi, i re e, per così dire, tutto il mondo, che si perde in mille faccende, non possono nemmeno immaginare ciò che dei pubblicani e dei pescatori poterono fare con la grazia di Dio. Pensando a questo fatto, Paolo esclamava: “ Ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini “ (1 Cor 1, 25). Questa frase è chiaramente divina. Infatti come poteva venire in mente a dodici poveri uomini, e per di più ignoranti, che avevano passato la loro vita sui laghi e sui fiumi, di intraprendere una simile opera? Essi forse mai erano entrati in una città o in una piazza. E allora come potevano pensare di affrontare tutta la terra? Che fossero paurosi e pusillanimi l’afferma chiaramente chi scrisse la loro vita senza dissimulare nulla e senza nascondere i loro difetti. Ciò costituisce la miglior garanzia di veridicità di quanto asserisce.

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Ebraismo e Cristianesimo : Interpretazione dell’ «Oggi»

http://www.nostreradici.it/oggi.htm

Ebraismo e Cristianesimo

Interpretazione dell’ «Oggi»

Maria Guarini

L’attesa della venuta o del ritorno del Messia orienta e dà significato alla storia umana, sottratta così all’abisso del « non senso », sul cui orlo ci appare vacillare una gran parte del pensiero dei nostri giorni

Mosè riceve le Tavole della legge (Gerusalemme, Jewish National and University Library)
Se io oggi credo e vivo nel Signore è perché egli si è rivelato in molti modi: nei tempi antichi per mezzo dei profeti e, in quella che per i cristiani è la pienezza dei tempi, per mezzo del Figlio, il Signore Gesù: «Dio, nessuno lo ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato» [1]
La mia fede e quindi la mia vita hanno la loro Sorgente ed il loro perenne nutrimento in Cristo, nel quale trovano compimento sia la Legge che i Profeti [2]
La mia storia di salvezza, che è personale, ma non separata da quella dell’intera Umanità, ha le sue tappe i suoi momenti fondanti ed il suo dispiegarsi nel tempo – che è contemporaneamente un rivelarsi ed un costruirsi – nella Storia della Salvezza che io conosco e sperimento in quanto vissuta e narrata da Israele, il Popolo dell’Alleanza, che non potrà mai essere revocata perché il Signore è fedele e quindi la sua Alleanza è eterna come la sua misericordia.
Oggi, come in ogni epoca, sono presenti nella percezione delle tappe del cammino spirituale tutte le fasi della scansione dell’Esodo: l’uscita dall’Egitto, la traversata del deserto, la tensione verso… e il raggiungimento della Terra Promessa – che tuttavia non è l’unico orizzonte, perché si intreccia e si confonde con l’era messianica – sulla cui attesa o compimento-attesa ulteriore si situa il discrimine tra ebraismo e cristianesimo.
«Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la Verità vennero per mezzo di Gesù Cristo» [3]
Colui che ha richiamato alla vita il suo amico Lazzaro, figura della Risurrezione definitiva, chiama anche noi a Vita nuova ogni giorno, nella nuova ed eterna Alleanza perché, dopo essere nato e morto per noi e per la nostra salvezza, è Risorto ed è il Vivente e ci ha promesso: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine dei tempi» [4]
«…Né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre…Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in Spirito e Verità» [5]

La risurrezione di Lazzaro da un antico Codice
È per questo che possiamo dire ogni momento al Padre: «Eccomi, io vengo, per fare la tua volontà»
Questo rapporto così personale, quest’intreccio così indissolubile tra vita e Vita, tra la mia vita e la mia storia, che è la mia storia-con-Dio, con il Signore della Storia, che si fa presente così come vuol farsi presente, perché questo è il Suo Nome…
Conoscere l’ebraismo significa diventare consapevoli della nostra vera eredità spirituale. Il dialogo con l’universo giudaico ricolloca quello cristiano nella storia dalla quale è scaturito. Possiamo qui ricordare la famosa frase di Pio XI, con largo anticipo su tutte le prese di coscienza ed i documenti della nostra storia più recente: «Noi siamo spiritualmente dei semiti» (6 settembre 1938), e la sua enciclica Mit brennender Sorge (1937), con la quale condannava quel razzismo che tanti lutti e distruzioni, specialmente nei riguardi degli ebrei, avrebbe causato nei cinque anni successivi.

In principio era il Tempo
Ebraismo: «religione del tempo, che mira alla santificazione del tempo» [6]
Essa per la preghiera stabilisce dei tempi, più che dei luoghi, sua vera cattedrale è Il Sabato, che è sospensione del tempo e nello stesso tempo finestra che dall’eternità si apre sul tempo.
Parliamo del tempo biblico, quello che non è ‘da sempre’ – diverso quindi dal tempo ciclico della cultura greca, le cui categorie hanno influenzato la nostra ‘visione del mondo’ – ma ha un inizio, in una linearità aperta all’irruzione dell’Eterno, con orizzonte l’infinito e l’oltre-la-morte ed ha una fine che è un fine, una meta.
È in questo orizzonte, pieno di speranza e di attesa, di promesse di Dio e di risposta dell’uomo, che si dipana la storia umana, che ospita nella sua finitezza la traccia di trascendenza del « Tempo biblico » (Pentateuco) ed è così che il passato vive e si fa presente nella riattualizzazione del racconto e nella potenza salvifica della Legge.
Una radice ed un’ispirazione bibliche che anche il cristianesimo riconosce e valorizza, con la differenza che l’Ebraismo vede la Redenzione fuori della storia con l’irruzione dell’Eterno, nell’avvenire promesso, mentre il Cristianesimo si fonda sulla continuità di una Presenza durante tutto il corso del divenire storico: il Cristo presente nella Sua Chiesa, che trasforma la quotidianità in tempo sacro, nel quale l’incontro tra Dio e l’uomo già avviene. È il « primo giorno dopo il sabato », come dice l’Apostolo Giovanni: ci rinvia al primo giorno della Creazione, è il primo giorno della Creazione nuova.
Non ci sarebbe il Tempo senza la Parola di Dio. Parola, che nella sua connotazione ebraica acquista anche il senso, denso di concretezza, di « cosa, fatto ». Essa comunque non ha esaurito la sua funzione una volta per tutte, « in principio » – anche se si tratta di un principio fondante – perché è una Parola che continua ad essere pronunciata e quindi continua a dispiegare i suoi effetti nella creazione attraverso il concreto « fare » la volontà del Padre, mediante l’osservanza della Sua Legge scritta nel cuore dei suoi figli nel Figlio, Verbo fatto carne. «Tutta la creazione, che attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio, geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto» [7]
Ce lo dice il fatto che, tra le mirabili invocazioni del Padre nostro, Gesù ci ha lasciato l’eloquente sia « fatta la tua volontà »: non solo detta, proclamata, insegnata; ma soprattutto « fatta », concretizzata, incarnata trasformando in vita, attraverso le opere che nascono dalla fede, una Legge non rivestita come un abito ma diventata carne perché iscritta nel cuore del credente, un cuore cui è partecipata la Risurrezione del Signore Risorto, presente nel mondo e nella Storia.

In principio era il Verbo (Gv Prologo 1, 1-18)
Il Verbo dà origine e senso al Tempo e alla Storia. È una Storia che non ha ancora raggiunto il suo compimento: «…Ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano di Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno: perché quelli che da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché Egli sia il primogenito tra molti fratelli » [8]
«In Dio la Parola è il senso, la chiarezza, la struttura, la forma, l’espressione dell’essere divino. Mediante la Parola Dio esprime se stesso, in essa diventa afferrabile. Nella Parola avviene quindi anche la rivelazione divina… Il rapporto tra Dio e la creatura è dato con l’essenza del discorso: esso è domanda riflessione e risposta.» [9]
È nella Parola che Dio si dona ed è in essa che noi esprimiamo il nostro sì a Lui. Il presente è così decifrato a partire dalla Parola e dal passato; esso nella tradizione ebraica è garantito dal passato e dalla promessa del futuro; per i cristiani diventa già oggi, in ogni « oggi » della storia – nella decisione dell’uomo che si apre all’azione della Parola – riscatto e ricapitolazione del passato, tappa di costruzione del Regno, determinante per il futuro.
Il rapporto del tempo della storia con l’eternità, che è poi il rapporto dell’uomo e – attraverso l’uomo – del mondo con Dio, per il cristianesimo avviene nella presenza di un oggi già redento, per l’ebraismo nel possibile e atteso e desiderato avvento della Redenzione in ciascun istante della storia.
In entrambe le fedi coincidono le originarie modalità di rapporto tra Dio – mondo – uomo: Creazione, Rivelazione e Redenzione; in esse è presente la stessa tensione tra tempo ed eternità, nell’ascolto e nell’apertura alla Verità eterna. Il Cristianesimo ne testimonia la presenza, l’ebraismo l’avvento futuro.
Nell’attingere alle nostre Radici ebraiche, mi colpisce e mi sembra molto rivelatrice e quindi determinante per la nostra ‘conoscenza’, in tutta la pregnanza del senso biblico del termine, una semplice riflessione sul diverso modo di intendere l’insegnamento.
Nella lingua ebraica per « insegnare » viene usato anche il verbo = shanà (che ha anche il significato di ripetere, « ripetizione », che diventa « moltiplicazione » della realtà trasmessa (senso pieno della tradizione) col ripetersi del racconto biblico ad ogni generazione.
Il nostro insegnare invece veicola il concetto di lasciare-il-segno-in, cioè quello di incidere la realtà trasmessa nella interiorità del soggetto. Sostanzialmente si produce lo stesso effetto, ma è importante notare come la ‘visione del mondo’ ebraica rivelata dal linguaggio centra l’attenzione sul « contenuto » trasmesso, mentre quella occidentale sul « soggetto » che lo riceve.
Essere più « centrati » sul contenuto secondo me non è irrilevante, perché non può esservi disgiunto quel senso di « timore », che è rispetto, cura, considerazione, attenzione amorosa, non a caso indicato come il primo dei sette « Doni dello Spirito Santo » che vivificano la vita del credente. Penso che per noi sia molto importante recuperare questo ‘sentire’, laddove non sia già presente per dono di Dio.
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[1] (Gv 1,18)
[2] (Mt 17, 1-8)
[3] (Gv 1,17)
[4] (Mt 28, 20)
[5] (Gv 4, 21 -23)
[6] (A.J.Heschel, Il Sabato. Il suo significato per l’uomo moderno. Rusconi, Milano 1972)
[7] (Paolo ai Romani 8,19-22).
[8] (Paolo ai Romani 8, 19-23)
[9] (Adrienne Von Speyr, Il Verbo si fa carne, Jaca Book, Milano 1982)

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