Archive pour le 17 août, 2012

Gesù: Il vero cibo e la vera bevanda della vita

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Omelia per la XX domenica del T.O. : La sapienza che si fa pane

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Omelia per la XX domenica del T.O.

padre Gian Franco Scarpitta

La sapienza che si fa pane

Anche nella liturgia odierna si insiste sul concetto di Gesù pane di vita, ma questa volta il discorso assume connotati molto più consistenti. Osserviamo in primo luogo come il libro dei Proverbi (I Lettura) si incentri sulla Sapienza che, intraprendente e dinamica, ?si è costruita la casa? ha ucciso gli animali, ha preparato il vino e ha imbandito la tavola.? Poi invita: ?Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che ho preparato.? E ammannisce una tavola di ricche vivande alla quale sono invitati tutti gli uomini di tutti i tempi, che vivono la profondità del convito divino che raduna, riunisce nella comunione, libera e salva.
La Sapienza nell?Antico Testamento era innanzitutto prerogativa umana come capacità di agire cercando sempre Dio e salvaguardando se medesimi dal male; era caratteristica dell?uomo saggio che sapeva guardare il mondo e la vita sotto l?aspetto della volontà del Signore, mettendo in atto ogni cosa nella consapevolezza di realizzare la chiamata divina. Successivamente, dopo attenta riflessione, essa viene identificata anche come una qualità del Dio vivente, un dono o una prerogativa che scaturisce dallo stesso Signore e che Questi elargisce agli uomini a piene mani (Sir 1 ? 3): essa è la presenza di Dio nell?anima dell?uomo, il dispiegarsi delle opere divine nel mondo soprattutto nel processo della creazione e l?intervento pronto e mirato di Dio a favore del singolo e della collettività; essa viene descritta come organizzatrice di un banchetto di sontuose vivande i cui elementi irrinunciabili, di spicco, sono il pane e il vino. In questi due alimenti la sapienza mostra di voler offrire il meglio delle vivande agli uomini e se è vero che nella Bibbia il banchetto è sinonimo di salvezza e di comunione gioiosa con il Signore, nel pane e nel vino tale assunto di festosità piena ha la sua massima configurazione: mangiando il pane e il vino della Sapienza, si vive la piena comunione con Dio e si realizza l?adempimento dei propri desideri e il raggiungimento delle promesse. La Sapienza di Dio è apportatrice della gioia e della salvezza perenne simboleggiata da un pasto di vivande consistenti che tuttavia non sarebbe lauto se mancassero pane e vino. Sempre la Sapienza invita l?uomo alla partecipazione attiva a questo atto di comunione commensale soprattutto nell?esortazione ad evitare la Follia, il male e la deprezzabile dispersione morale dell?uomo.
Il Nuovo Testamento identifica la Sapienza con Cristo: secondo Paolo egli infatti è per noi ?sapienza, giustificazione e redenzione? (1Cor 1, 30) nonché sapienza che non appartiene a questo mondo (1 Cor 2, 6); Cristo è per l?apostolo ?potenza di Dio e sapienza di Dio? (1 Cor 1, 23 ? 24), ma è soprattutto Giovanni che accomuna le caratteristiche della Sapienza dell?Antico Testamento con il Verbo fatto uomo poiché il Padre manifestandoci il Figlio Parola fatta carne ci rivela la sua bontà, magnanimità e la sua sapienza. Cristo è la Sapienza del Padre, che non soltanto si è costruita una casa, ma che ha voluto abitare e interagire con gli uomini ?ponendo la sua tenda ? in mezzo a tutti noi.
Sempre Cristo invita ancora una volta tutti quanti al banchetto della gioia e invita ciascuno a mangiare il pane e bere il vino, identificando questa volta egli medesimo con questi due elementi: ?io sono il pane vivo disceso dal ciel? chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell?ultimo giorno. Nella mentalità dell?Antico Testamento era aberrante che si potesse pensare alla consumazione del sangue durante un pasto e il ?mangiare la carne e bere il sangue? poteva avere sentore di antropofagia; ed è per questo che un simile modo di rivolgersi da parte di Gesù desta subito scalpore e disorientamento. Eppure Gesù si mostra molto esplicito e risolutivo quando associa la sua carne con il ?pane? e il suo sangue (sia pure in un secondo momento) con il vino: Egli vuole dire innanzitutto che il nostro ?nutrimento? di lui deve consistere nell?immedesimazione e nell?accoglienza piena del suo mistero, nella nostra configurazione a lui e nell?assunzione che di lui facciamo in tutti gli ambiti della vita, ma nell?espressione ?mangiare la mia carne e bere il mio sangue? si riscontra anche l?invito diretto e perentorio alla consumazione del suo corpo sotto le specie del pane materiale e quindi si fa riferimento immediato all?Eucarestia. Con questo sacramento, nel quale Gesù presenzia inqualificabilmente sotto le apparenze del pane e del vino ripresentando la tragicità dei momenti del suo sacrificio sulla croce, noi siamo invitati al banchetto lauto e cospicuo della vita nell?assunzione del pane e del vino che allietano e risollevano per sempre e siamo avvinti dalla forte presenza coinvolgente di Cristo Sapienza eterna del Padre.
In questi versetti giovannei si completa il senso delle affermazioni quanto a Gesù Cristo pane vivo disceso dal cielo e si rende esplicito il nostro atteggiamento nei suoi confronti che è quello della fiducia e dell?accoglienza, dell?apertura e della libera assimilazione senza riserve, della coscienza piena nell?assimilazione spontanea di Gesù che va preso come centro totalizzante prioritario della nostra vita; ma anche quello della nutrizione materiale del Sacramento, che garantisce le possibilità suddette.

« DIO FORTIFICA OGNI BATTEZZATO, CATTOLICO O ORTODOSSO »

http://www.zenit.org/article-32133?l=italian

« DIO FORTIFICA OGNI BATTEZZATO, CATTOLICO O ORTODOSSO »

Il discorso dell’Arcivescovo Józef Michalik, Presidente della Conferenza Episcopale Polacca, al primo incontro con Kirill I, Patriarca di Mosca e di tutta la Russia

di Don Mariusz Frukacz

VARSAVIA, venerdì, 17 agosto 2012 (ZENIT.org) – “Le Chiese e le nazioni hanno bisogno di ‘insegnanti’ che predichino e vivano secondo la verità libera dalla colorazione ideologica. Hanno bisogno della verità del Vangelo predicata in amore. Il primo Insegnante della Chiesa è Gesù Cristo, che non ha evitato di porre alcuni quesiti difficili. I tempi odierni richiedono coraggiosi testimoni e profeti che vedono le minaccie e portano al mondo la potenza di Dio, mostrando la salvezza nella conversione in Cristo unico Salvatore dell’uomo”.
È stato questo il cuore del discorso dell’Arcivescovo Jozef Michalik, Presidente della Conferenza Episcopale Polacca, rivolto al Patriarca di Mosca e di tutta la Russia, Kirill I, durante la riunione delle gerarchie della Chiesa Cattolica in Polonia e della Chiesa Ortodossa, svoltosi ieri, giovedì 16 agosto, presso la Sede del Segretariato dell’Episcopato Polacco in Varsavia.
“Se oggi il Patriarca della Chiesa Ortodossa Russa – ha aggiunto l’Arcivescovo – la grande Chiesa di oltre mille anni di storia, dei grandi santi e dei martiri, vuole insieme con la Chiesa cattolica in Polonia, indirizzare un messaggio pastorale ai fedeli di entrambe le Chiese e a tutte le persone di buona volontà, questo passaggio diventa una grande testimonianza della fede” .
Esso, ha proseguito, “non è solo un gesto, ma una preoccupazione comune per il mondo in cui viviamo, per confermare la fedeltà al Vangelo e all’etica, cioè alla vita di fede secondo la legge di Cristo”.
Il Presidente della Conferenza Episcopale Polacca ha rimarcato che la Chiesa Ortodossa in Russia è “fedele alla sua predicazione del Vangelo di Cristo, ama il suo popolo e lo difende coraggiosamente dal pericolo della modernità mal intesa, dal progresso liberale” e da tutte quelle situazioni “dove manca la sensibilità della presenza di Dio”.
Monsignor Michalik ha voluto ricordare, inoltre, che “i vescovi della Chiesa Cattolica in Polonia stanno cercando onestamente di discernere i segni dei tempi, e con tutta la devozione si sforzano di soddisfare le raccomandazioni del Magistero pontificio, che si riflettono nella preoccupazione corrente per la nuova evangelizzazione.”
Ha poi affermato: “Amando la nostra Chiesa, amiamo il rapporto esistenziale con la nazione, la Patria e l’Europa. E nello spirito di responsabilità per l’anima di una nazione, diamo vita ad una nuova era che offre la possibilità di trovare, oggi, nuove motivazioni per riaffermare le nostre radici cristiane e conferma che la fonte della nostra dignità e del nostro potere sono nella potenza di Dio, che ci ha dato il Suo Figlio e Salvatore, e fortifica tutti i battezzati, cattolici e ortodossi, con il dono dello Spirito Santo”.
“Che gioia – ha esclamato in conclusione il presule – che oggi possiamo pregare insieme Gesù Cristo, che ci assicura la Sua presenza, dove due o tre sono riuniti nel suo nome » (cfr Mt 18, 20). Quindi l’augurio finale: “Che possiamo svogere questa preghiera per tutta l’umanità insieme con Maria Madre di Dio, e che questa unione con Cristo nella preghiera sia una fonte di speranza per completare i nostri compiti”.

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PAPA BENEDETTO, OMELIA PER L’ASSUNTA: MARIA È LA «VISITA» DI DIO CHE CREA GIOIA

http://www.zenit.org/article-32119?l=italian

MARIA È LA «VISITA» DI DIO CHE CREA GIOIA

L’omelia di Benedetto XVI durante la Santa Messa nella Solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria

CASTEL GANDOLFO, giovedì, 16 agosto 2012 (ZENIT.org) – Alle ore 8.00 di ieri, mercoledì 15 agosto, Solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria, il Santo Padre Benedetto XVI ha celebrato la Santa Messa nella parrocchia pontificia « San Tommaso da Villanova » in Castel Gandolfo.
Nel corso della Celebrazione Eucaristica, il Papa ha pronunciato l’omelia che riportiamo di seguito:
***
Cari fratelli e sorelle,
il 1° novembre 1950, il Venerabile Papa Pio XII proclamava come dogma che la Vergine Maria «terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo». Questa verità di fede era conosciuta dalla Tradizione, affermata dai Padri della Chiesa, ed era soprattutto un aspetto rilevante del culto reso alla Madre di Cristo.
Proprio l’elemento cultuale costituì, per così dire, la forza motrice che determinò la formulazione di questo dogma: il dogma appare un atto di lode e di esaltazione nei confronti della Vergine Santa. Questo emerge anche dal testo stesso della Costituzione apostolica, dove si afferma che il dogma è proclamato «ad onore del Figlio, a glorificazione della Madre ed a gioia di tutta la Chiesa».
Venne espresso così nella forma dogmatica ciò che era stato già celebrato nel culto e nella devozione del Popolo di Dio come la più alta e stabile glorificazione di Maria: l’atto di proclamazione dell’Assunta si presentò quasi come una liturgia della fede. E nel Vangelo che abbiamo ascoltato ora, Maria stessa pronuncia profeticamente alcune parole che orientano in questa prospettiva. Dice: «D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata» (Lc 1,48).
E’ una profezia per tutta la storia della Chiesa. Questa espressione del Magnificat, riferita da san Luca, indica che la lode alla Vergine Santa, Madre di Dio, intimamente unita a Cristo suo figlio, riguarda la Chiesa di tutti i tempi e di tutti i luoghi. E l’annotazione di queste parole da parte dell’Evangelista presuppone che la glorificazione di Maria fosse già presente al periodo di san Luca ed egli la ritenesse un dovere e un impegno della comunità cristiana per tutte le generazioni. Le parole di Maria dicono che è un dovere della Chiesa ricordare la grandezza della Madonna per la fede. Questa solennità è un invito quindi a lodare Dio, e a guardare alla grandezza della Madonna, perché chi è Dio lo conosciamo nel volto dei suoi.
Ma perché Maria viene glorificata con l’assunzione al Cielo? San Luca, come abbiamo ascoltato, vede la radice dell’esaltazione e della lode a Maria nell’espressione di Elisabetta: «Beata colei che ha creduto» (Lc 1,45). E il Magnificat, questo canto al Dio vivo e operante nella storia è un inno di fede e di amore, che sgorga dal cuore della Vergine.
Ella ha vissuto con fedeltà esemplare e ha custodito nel più intimo del suo cuore le parole di Dio al suo popolo, le promesse fatte ad Abramo, Isacco e Giacobbe, facendone il contenuto della sua preghiera: la Parola di Dio era nel Magnificat diventata la parola di Maria, lampada del suo cammino, così da renderla disponibile ad accogliere anche nel suo grembo il Verbo di Dio fatto carne.
L’odierna pagina evangelica richiama questa presenza di Dio nella storia e nello stesso svolgersi degli eventi; in particolare vi è un riferimento al Secondo libro di Samuele nel capitolo sesto (6,1-15), in cui Davide trasporta l’Arca Santa dell’Alleanza. Il parallelo che fa l’Evangelista è chiaro: Maria in attesa della nascita del Figlio Gesù è l’Arca Santa che porta in sé la presenza di Dio, una presenza che è fonte di consolazione, di gioia piena. Giovanni, infatti, danza nel grembo di Elisabetta, esattamente come Davide danzava davanti all’Arca.
Maria è la «visita»di Dio che crea gioia. Zaccaria, nel suo canto di lode lo dirà esplicitamente: «Benedetto il Signore, Dio di Israele, perché ha visitato e redento il suo popolo» (Lc 1,68). La casa di Zaccaria ha sperimentato la visitadi Dio con la nascita inattesa di Giovanni Battista, ma soprattutto con la presenzadi Maria, che porta nel suo grembo il Figlio di Dio.
Ma adesso ci domandiamo: che cosa dona al nostro cammino, alla nostra vita, l’Assunzione di Maria? La prima risposta è: nell’Assunzione vediamo che in Dio c’è spazio per l’uomo, Dio stesso è la casa dai tanti appartamenti della quale parla Gesù (cfr Gv 14,2); Dio è la casa dell’uomo, in Dio c’è spazio di Dio. E Maria, unendosi, unita a Dio, non si allontana da noi, non va su una galassia sconosciuta, ma chi va a Dio si avvicina, perché Dio è vicino a tutti noi, e Maria, unita a Dio, partecipa della presenza di Dio, è vicinissima a noi, ad ognuno di noi.
C’è una bella parola di San Gregorio Magno su San Benedetto che possiamo applicare ancora anche a Maria: San Gregorio Magno dice che il cuore di San Benedetto è divenuto così grande che tutto il creato poteva entrare in questo cuore. Questo vale ancora più per Maria: Maria, unita totalmente a Dio, ha un cuore così grande che tutta la creazione può entrare in questo cuore, e gli ex-voto in tutte le parti della terra lo dimostrano. Maria è vicina, può ascoltare, può aiutare, è vicina a tutti noi. In Dio c’è spazio per l’uomo, e Dio è vicino, e Maria, unita a Dio, è vicinissima, ha il cuore largo come il cuore di Dio.
Ma c’è anche l’altro aspetto: non solo in Dio c’è spazio per l’uomo; nell’uomo c’è spazio per Dio. Anche questo vediamo in Maria, l’Arca Santa che porta la presenza di Dio. In noi c’è spazio per Dio e questa presenza di Dio in noi, così importante per illuminare il mondo nella sua tristezza, nei suoi problemi, questa presenza si realizza nella fede: nella fede apriamo le porte del nostro essere così che Dio entri in noi, così che Dio può essere la forza che dà vita e cammino al nostro essere. In noi c’è spazio, apriamoci come Maria si è aperta, dicendo: «Sia realizzata la Tua volontà, io sono serva del Signore». Aprendoci a Dio, non perdiamo niente. Al contrario: la nostra vita diventa ricca e grande.
E così, fede e speranza e amore si combinano. Ci sono oggi molte parole su un mondo migliore da aspettarsi: sarebbe la nostra speranza. Se e quando questo mondo migliore viene, non sappiamo, non so. Sicuro è che un mondo che si allontana da Dio non diventa migliore, ma peggiore. Solo la presenza di Dio può garantire anche un mondo buono. Ma lasciamo questo.
Una cosa, una speranza è sicura: Dio ci aspetta, ci attende, non andiamo nel vuoto, siamo aspettati. Dio ci aspetta e troviamo, andando all’altro mondo, la bontà della Madre, troviamo i nostri, troviamo l’Amore eterno. Dio ci aspetta: questa è la nostra grande gioia e la grande speranza che nasce proprio da questa festa. Maria ci visita, ed è la gioia della nostra vita e la gioia è speranza.
Cosa dire quindi? Cuore grande, presenza di Dio nel mondo, spazio di Dio in noi e spazio di Dio per noi, speranza, essere aspettati: questa è la sinfonia di questa festa, l’indicazione che la meditazione di questa Solennità ci dona. Maria è aurora e splendore della Chiesa trionfante; lei è la consolazione e la speranza per il popolo ancora in cammino, dice il Prefazio di oggi.
Affidiamoci alla sua materna intercessione, affinché ci ottenga dal Signore di rafforzare la nostra fede nella vita eterna; ci aiuti a vivere bene il tempo che Dio ci offre con speranza. Una speranza cristiana, che non è soltanto nostalgia del Cielo, ma vivo e operoso desiderio di Dio qui nel mondo, desiderio di Dio che ci rende pellegrini infaticabili, alimentando in noi il coraggio e la forza della fede, che nello stesso tempo è coraggio e forza dell’amore. Amen.

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