Archive pour le 10 août, 2012

Santa Chiara

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Publié dans:immagini sacre |on 10 août, 2012 |Pas de commentaires »

Omelia seconda lettura : Un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce.

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Omelia seconda lettura

Eremo San Biagio

Un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce.

Come vivere questa Parola?
« Ora siete luce nel Signore ». Un’espressione fortemente evocativa nella sua incisività: una sintesi di tutta la storia della salvezza, segnata dal progressivo liberarsi della luce dalla morsa delle tenebre. Da quel lontano inizio che ha visto la luce di Dio trionfare sul caos primordiale a questa trasfigurazione dell’uomo in luce, grazie all’opera redentiva di Gesù che ci raggiunge in forza del battesimo.
Noi non siamo semplicemente degli ‘illuminati’, avvolti, immersi nella luce. Siamo « figli della luce » increata che è Dio, e per questo, secondo la parola di Gesù, siamo « luce del mondo ». Una realtà che ci segna nell’essere e che, di conseguenza, informa il nostro comportamento. « Vivere da figli della luce » è rivelare ciò che siamo, è liberare il nostro io più vero, realizzandoci in pienezza. Le opere delle tenebre, cioè il peccato, in quanto tendono a soffocare la luce che noi siamo, rappresentano, al contrario, la più avvilente delle schiavitù e avviano un processo di deterioramento interiore: quella morte da cui il comando di Dio metteva in guardia i nostri progenitori. Con il peccato, noi non aggrediamo Dio, ma noi stessi.
E poiché la luce che siamo è per collaborare con Dio a svincolare definitivamente il mondo dalle tenebre che ancora lo attanagliano, il lasciarla spegnere non è questione solo personale. Sono responsabile del male che dilaga nella società nella misura in cui abdico alla mia dignità di « figlio della luce », perché « se la luce che è in me è tenebra », quanto grandi saranno le tenebre di coloro che sono chiamato a illuminare!

Oggi, nella mia pausa contemplativa, mi lascerò interpellare dal male del mondo, in particolare da quello che riscontro nell’ambiente in cui vivo. È un appello alla luce che non posso tacitare con sterili denunce e condanne. Mi chiederò piuttosto: quanta luce effondo in esso per diradare le tenebre?

Signore Gesù, tu mi hai detto che sono la luce del mondo. Devo riconoscere di non aver sempre preso sul serio questa tua impegnativa affermazione. Perdonami e aiutami a rimuovere la patina di opacità di una vita che si accontenta del minimo necessario, perché i fratelli possano tornare a vedere la via della Vita.

La voce di una santa del XX secolo
Perché una lampada continui a bruciare bisogna metterci dell’olio.
Madre Teresa di Calcutta

Omelia 12 agosto 2012: XIX del T.O. : Il grande dono di Dio poco compreso

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/15903.html

Omelia 12 agosto 2012: XIX del T.O.

mons. Antonio Riboldi

Il grande dono di Dio poco compreso

Giustamente la Chiesa ci propone, oggi, il grande dono di Gesù – un dono allora e sempre, per tutti – l’Eucarestia.
Per un cristiano vero, l’Eucarestia, in cui si fa comunione con il Corpo e il Sangue di Gesù, è il grande segreto della vita interiore, ma è anche il concreto farsi vicino o, se vogliamo, farsi uno di noi del Signore.
Sembra impossibile, frutto della nostra ignoranza, passare oltre questo grande mistero, come interessasse poco per la vita. E facciamo male… ci facciamo male!
Ma cosa intendiamo per Eucaristia?
Lo descrive ben il S. Padre nella sua enciclica intitolata ‘Sacramento dell’amore’:
« Il nuovo culto cristiano ? scrive ? abbraccia questo aspetto dell’esistenza trasfigurandola: ‘Sia dunque che mangiate o che beviate, sta che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio.’
In ogni atto della vita il cristiano è chiamato ad esprimere il vero culto a Dio. Da qui prende forma la natura intrinsecamente ‘eucaristica’ della vita cristiana. In quanto coinvolge la realtà umana del credente nella sua concretezza quotidiana.
Il Signore Gesù, fattosi per noi cibo dí verità e di amore, parlando del dono della sua vita, ci assicura che ‘chi mangia di questo pane vivrà in eterno. Colui che mangia di me, vivrà per me.’
Vale anche qui quanto S. Agostino, nelle sue Confessioni dice del Logos eterno, cibo dell’anima; mettendo in rilievo il carattere paradossale di questo cibo, il Santo Dottore immagina di sentirsi dire: ‘Sono il cibo dei grandi: cresci e mi mangerai. Non Io sarò assimilato a te, come cibo della tua carne, ma tu sarai assimilato a Me.’ Infatti non è l’alimento eucaristico che si trasforma in noi, ma siamo noi che veniamo da esso misteriosamente cambiati. Cristo ci nutre unendoci a Sé, e ci attira dentro di Sé. » (S.C. 70-71)
Possono apparire parole difficili o troppo misteriose, per la sola ragione che appartengono alla sublimità dell’amore di un Dio che non si limita ad amare superficialmente, ma fa del suo amore cibo. Come l’aria per la nostra vita fisica.
Fossimo capaci di farci affascinare oda questo Mistero di Amore, credo che faremmo della Messa e della Comunione il vero centro della vita, come Io è per tutti i santi.
Può sembrare difficile, per tanti, anche solo accostarci a questo Dio che ci ama, ma chi ha fede lo sa che è davvero toccare il Cielo,
Quando Gesù, come narra il Vangelo di oggi, continuando il discorso della settimana scorsa, tentò di farlo capire ai suoi ascoltatori, suscitò addirittura mormorazione.
Si rimane davvero perplessi davanti all’atteggiamento di chi aveva la fortuna rarissima di vederLo e ascoltarLe e, anziché accogliere e gioire per quello che rivelava ? ed era tutto amore, solo amore ? non solo non comprende, ma mormora.
Così racconta l’evangelista Giovanni:
« In quel tempo i Giudei mormoravano di Lui perché aveva detto: ‘Io sono il pane disceso dal Cielo.’ E dicevano: ‘Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui conosciamo il padre e la madre. Come può dunque dire: Io sono disceso dal Cielo?’
Gesù rispose: ‘Non mormorate tra di voi. Nessuno può venire a Me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Sta scritto nei Profeti. ‘E tutti saranno ammaestrati da Dio. Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da Lui, viene a me. Io sono il pane della vita. I vostri Padri hanno mangiato la manna del deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita eterna.’ » (Gv. 6, 41-53)
Quanti stavano ad ascoltare Gesù certamente si attendevano altre parole, che interessassero il benessere sulla terra. Erano forse poveri, come tanti di noi a volte.
Forse non pensavano che la più grande povertà nostra non è quella materiale, ma quella ‘dentrò, là dove davvero tante volte siamo ‘affamati e assetati’ di ben altro, che non esiste sulla terra, non è frutto di opera umana, ma ha un’altra origine, viene dal Cielo: quel Cielo che troppe volte non entra nelle nostre aspirazioni o vedute.
Diciamocelo con franchezza: la nostra fiducia è posta in quello che ci offre la terra ed il mondo e, non è solo fiducia, ma spesso ricerca affannosa, con tutte le nostre forze. Lì è il nostro terribile credo. Ma la nostra origine è dal Cielo e non possiamo quindi ignorare che, se siamo sinceri, abbiamo proprio bisogno di ‘quel pane disceso dal Cielo.’
In questa scelta si misura la serenità di tanti, che si affidano al pane del Cielo, e la tristezza di chi si affida al pane della terra.
Quanta gioia si prova quando si riceve Gesù che si fa nostra carne e così comunica la sua Pace. Ma quanti, tra noi cristiani, ne fanno davvero esperienza, se ne accorgono?
Torna alla mia mente il detto dei martiri di Abilene, quando dissero al giudice, che esigeva rinnegassero l’Eucarestia, per avere salva la vita: ‘Senza domenica non possiamo vivere’, che è quanto dicono tanti fratelli e sorelle: ‘Senza Comunione non possiamo vivere.’
Forse è un dono da meritare con la fede, quello di sapere entrare nello spirito della fiducia totale in Gesù. Sappiamo dal Vangelo che di fronte all’affermazione di Gesù: ‘Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna’ ? incomprensibile allora e forse anche oggi ? ‘Quanti lo seguivano si allontanarono e non tornarono più.’
Gesù, amareggiato da quella incomprensione, si rivolse ai Dodici, che lo seguivano, e chiese: ‘Volete andarvene anche voi?’. Quanta amarezza in queste parole!
Ed è la stessa amarezza che, credo, provi nel vedere tanti cristiani ‘snobbare’ l’Eucarestia oggi. Cristiani che davanti alla Messa e alla Comunione… se ne vanno e non tornano più.
Ci siamo anche noi, a volte, tra costoro?
Toccherà a Pietro dire le parole che toccarono il cuore di Gesù e vorremmo fossero le nostre: ‘Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna.’
Sono le parole di tanti cristiani pronti a rinunciare a tante cose del mondo, soprattutto la domenica, ma mai e poi mai a perdere il dono dell’Eucarestia.
Scriveva il nostro Paolo VI:
« Ora un’osservazione pare evidente su l’impiego raffinato ed intenso dell’intelligenza nel mondo moderno, che esso è governato da scopi pratici. Non esistono più studiosi contemplativi, non più oranti, non più profeti. Tutta l’attività spirituale dell’uomo è rivolta o a scopi utilitari o a scopi edonistici. Il che significa che l’escursione del pensiero umano è una grande parabola che ricade sulle cose esteriori inferiori, e si attarda in soddisfazioni soggettive, inclinate verso esperienze animali. È la parabola della morte. È la ricerca del cibo che perisce. È la conquista del pane che sazia i pellegrini morituri: manna sì, discesa dal cielo dello spirito, ma priva di immortalità.
L’Eucarestia a questo punto è come un paradosso inatteso, si preannuncia con l’annuncio dell’immortalità: cibo di vita eterna….I1 fedele, nutrito del pane celeste, prova un’esperienza nuova e originale, avente in sé ogni delizia. E Sant’Ambrogio dirà di quel pane: ‘In te c’è una spirituale allegrezza celeste.’ »
Ma a volte manca questa spirituale allegrezza, che confessa la nostra mancanza di ‘cibo celeste’, e ci fa sentire quanto è duro vivere, come avvenne ad Elia:
« Elia si inoltrò nel deserto una giornata di cammino e andò a sedersi sotto un ginepro. Desideroso di morire, disse: ‘Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri.’ Si coricò e si addormentò sotto il ginepro.
Allora ecco un angelo lo toccò e gli disse: ‘Alzati e mangia!’
Egli guardò e vide vicino alla sua testa una focaccia cotta su pietre roventi e un orcio di acqua. Mangiò e bevve, quindi tornò a coricarsi.
Venne di nuovo l’angelo del Signore, lo toccò e gli disse: ‘Su mangia, perché è troppo lungo per te il cammino.’ Si alzò, mangiò e bevve. Con la forza datagli da quel cibo, camminò per quaranta giorni e quaranta notti, fino al monte di Dio, l’Oreb. » (I Re 19, 4-8)
È davvero toccante questo episodio e si addice a tante situazioni, in cui a volte ci veniamo a trovare: situazioni così difficili che viene la voglia di dire ‘bastà a tutto e a tutti.
Chi non ha conosciuto questi momenti, in cui si è manifestata, non solo tutta la nostra debolezza, ma anche la voglia di ‘gettare la spugna’, che risolve nulla.
Ad Elia, perseguitato, viene incontro l’angelo e porta pane e acqua.
Facile accostare questo esempio, di ritrovata volontà di continuare a lottare e vivere, nel dono del ‘pane eucaristicò, ossia l’Eucarestia.
Quante persone conosco, che sanno ricorrere a questo dono, per avere la forza di continuare a vivere, con fedeltà e serenità, nonostante le fatiche e i dolori!
Quanti malati hanno trovato il sorriso della speranza nutrendosi del ‘pane del Cielo’!
Con Madre Teresa preghiamo:
« Signore, Tu sei la Vita che voglio vivere,
la Luce che voglio riflettere,
il Cammino che conduce al Padre,
l’Amore che voglio amare,
la Gioia che voglio condividere e seminare attorno a me.
Gesù, Tu sei Tutto per me, senza di Te non posso fare nulla.
Tu sei il Pane di vita, che la Chiesa mi dà.
È per Te, in Te, con Te, che posso vivere ».

11 agosto: Santa Chiara d’Assisi: Prima Lettera alla Beata Agnese di Praga

http://www.fraticappuccini.it/santachiara/scritti_di_chiaracompl.htm

11 agosto: Santa Chiara d’Assisi

Prima Lettera alla Beata Agnese di Praga

(Prima dell’11 giugno 1234)
(1) Alla venerabile e santissima vergine, donna Agnese, figlia dell’eccellentissimo e illustrissimo re di Boemia, (2) Chiara, serva indegna di Gesù Cristo e inutile ancella delle donne incluse del monastero di San Damiano, sua suddita in tutto e ancella , ogni raccomandazione di sé, con riverenza speciale, per ottenere la gloria dell’eterna felicità.
(3) Udendo l’onestissima fama della vostra santa conversazione e della vostra santa vita, che non solo fino a me è giunta, ma è stata splendidamente divulgata in quasi tutta la terra, godo molto nel Signore ed esulto; (4) di questo, non solo io personalmente, posso esultare, ma tutti coloro che fanno e desiderano di fare il servizio di Gesù Cristo.
(5) Di qui viene che, mentre avreste potuto godere, più degli altri, delle pompe, degli onori e della dignità del secolo, potendo con gloria eccellente sposare legittimamente l’illustre imperatore, come sarebbe stato conveniente alla vostre e alla sua eccellenza, (6) rigettando tutto ciò, avete scelto, con tutta l’anima e con tutto lo slancio del cuore, piuttosto la santissima povertà e la penuria del corpo, (7) prendendo uno sposo di più nobile origine, il Signore Gesù Cristo, che custodirà la vostra verginità sempre immacolata e intatta.
(8) Amandolo, siete casta, toccandolo, diventerete più monda, accogliendolo in voi, siete vergine; (9) la sua potenza è più forte, la generosità più elevata, il suo aspetto più bello, l’amore più soave e ogni grazia più fine.
(10) Già siete stretta dagli amplessi di lui, che il vostro petto ha ornato di pietre preziose e alle vostre orecchie ha messo perle inestimabili, (11) e vi ha tutta avvolta di primaverili e corrusche gemme e vi ha incoronata con una corona d’oro espressa con il segno della santità.
(12) Quindi, sorella carissima, o piuttosto signora straordinariamente degna di ogni venerazione, perché siete sposa e madre e sorella del mio Signore Gesù Cristo, (13) splendidissimamente insignita del vessillo dell’inviolabile verginità e della santissima povertà, siate corroborata nel santo servizio, incominciato con ardente desiderio, del povero Crocifisso, (14) che per noi tutti sopportò la passione della croce, strappandoci al potere del principe delle tenebre, nel quale per la trasgressione del primo parente eravamo tenuti legati, e riconciliandoci con Dio Padre Onnipotente.
(15) O beata povertà, a quelle che l’amano e l’abbracciano le ricchezze eterne!
(16) O santa povertà, a loro che l’hanno e la desiderano è promesso da Dio il regno dei cieli e l’eterna gloria e la vita beata senza alcun dubbio è concessa!
(17) O pia povertà, che il Signore Gesù Cristo, il quale reggeva e regge il cielo e la terra, e disse anche e le cose furono fatte, si è degnato al di sopra di tutto abbracciare!
(18) Le volpi infatti hanno tane, ha detto, e gli uccelli del cielo nidi, ma il Figlio dell’uomo, cioè Cristo, non ha dove posare il capo, ma piegato il capo rese lo spirito.
(19) Se dunque un tanto e tale Signore venendo in un utero verginale, volle apparire nel mondo disprezzato, indigente e povero, (20) affinché gli uomini, che erano poverissimi e indigenti, soffrendo l’estrema indigenza di nutrimento celeste, in lui diventassero ricchi possedendo i regni celesti, (21) esultate molto e rallegratevi, ripiena d’immensa gioia e di letizia spirituale, (22) poiché, essendovi piaciuto di più il disprezzo del mondo che gli onori, la povertà più che le ricchezze temporali e nascondere tesori piuttosto in cielo che in terra, (23) là dove né la ruggine li consuma né la tignola li distrugge e i ladri né saccheggiano né rubano, la vostra ricompensa è copiosissima nei cieli, (24) e quasi degnamente avete meritato di essere chiamata sorella, sposa e madre del Figlio del Padre Altissimo e della gloriosa Vergine.
(25) Credo infatti fermamente che abbiate appreso che il regno dei cieli non è promesso e donato dal Signore che ai poveri, perché, quando si ama una cosa temporale, si perde il frutto della carità; (26) ché non si può servire a Dio e a mammona, perché o si ama l’uno o si odia l’altro e o si serve l’uno e si disprezza l’altro; (27) e uno vestito non può lottare con uno nudo, perché chi ha donde essere tenuto cade a terra più presto; (28) e rimanere glorioso nel secolo e regnarvi con Cristo, giacché un cammello potrà passare per la cruna di un ago, prima che un ricco ascenda ai regni celesti. (29) Perciò gettaste le vesti, cioè le ricchezze temporali, per essere in grado assolutamente di non soccombere di fronte al lottatore, per poter entrare per la via stretta e la porta angusta nei regni celesti.
(30) Quale grande e lodevole scambio: abbandonare le cose temporali per le eterne, meritare i beni celesti per i terrestri, ricevere il centuplo per uno e possedere la vita beata.
(31) Perciò ho pensato che bisognava supplicare la eccellenza e la santità vostra con umili preghiere, nelle viscere di Cristo, per quanto posso, in modo tale che vi lasciate fortificare nel suo santo servizio, (32) crescendo di bene in meglio, di virtù in virtù, affinché colui che servite con tutto il desiderio del vostro spirito, si degni di elargire i premi desiderati.
(33) Vi scongiuro anche nel Signore, come posso, di volere, nelle vostre sante preghiere, raccomandare me, vostra serva, anche se inutile, e le altre sorelle a voi devote, dimoranti con me in monastero. Con l’aiuto di esse e (preghiere), possiamo meritare la misericordia di Gesù Cristo, affinché meritiamo di godere insieme con voi l’eterna visione.
(34) State bene nel Signore e pregate per me.

Introduzione storica
Quando Chiara le scrisse questa lettera, Agnese era nel momento di svolta radicale della sua vita: erano falliti i diversi progetti matrimoniali, per le alterne vicende della politica europea, ed era morto il padre nel 1230.
In questi anni Agnese non era rimasta strumento passivo nelle mani del padre e del fratello Venceslao, ma aveva mostrato doti e determinazione non comuni, al punto da riuscire a realizzare il suo ideale di vita religiosa, sull’esempio di S. Chiara.
Di tutti gli episodi, che portarono Agnese a iniziare la sua vita in monastero, ci sono ampi riferimenti in questa prima lettera, che deve essere stata scritta o nel 1234, appena saputo della sua vestizione, o nel 1235, quando già era stata eletta abbadessa.
È un primo contatto: Chiara, infatti, usa il « voi », mentre nelle lettere successive userà un più familiare « tu ». É una lettera molto rispettosa, come si conviene a una missiva indirizzata ad una donna, che, seppur più giovane, appartiene a un rango sociale tanto elevato, ma è anche molto esplicita nel presentare l’ideale di povertà, proprio delle comunità di Damianite.
Chiara, tra l’altro, mette in mostra una buona sensibilità letteraria: probabilmente dettava, perciò uno o due copisti parteciparono alla redazione definitiva, ma i contenuti sono tipicamente clariani. Sono pagine di una scrittrice mistica, che con semplicità, profondità e partecipazione, comunica la sua stupenda esperienza dell’amore divino e del più elevato amore umano.
I tre livelli di comprensione della fede, con i quali si può dividere la lettera (sponsale, cristologico, escatologico), lo dimostrano.

Contenuto
L’attrattiva di una vita povera per il credente
La lettura più superficiale della 1LAg mette ben in chiaro che il tema della povertà struttura lo scritto. Rendiamoci conto che la 1LAg viene scritta nel 1235, un anno dopo che Agnese e le sue giovani amiche avevano deciso di tuffarsi nell’avventura evangelica. E’, dunque, uno scritto che si rivolge di primo impeto alla vertiginosa attrattiva del Vangelo intuito in tutta la sua forza. Vuole essere il coraggio che non si nasconde dietro le difficoltà, di fronte alla bella offerta dell’orizzonte cristiano.
Andando più a fondo, scopriamo nella 1LAg tre interessanti livelli di comprensione della fede dal punto di vista della povertà:
a) Livello sponsale (3-15: 2860-2863): La vita povera rende possibile l’amare-toccare-stare unita a Gesù in una forma di fruizione di enorme bellezza: Gesù è il pretendente che cattura totalmente nella spirale dell’amore, è colui che adorna la persona con l’ornamento che porta dritto all’amore pieno. Un modo d’intendere la povertà partendo dal calore dell’affetto. Vedersi amata è per Chiara la ragione che sostiene la sua opzione di povera.
b) Livello cristologico (15-24: 2864-2866): Tutto quello che si è detto sarebbe una pericolosa effusione di falso misticismo se non si comprendesse che la ragione della vita povera si radica nella realtà stessa di Gesù. Se egli non fosse entrato in questo cammino della povertà, l’avventura di questa vita sarebbe un rischio suicida. Al contrario, rendendosi conto del contenuto cristologico della povertà cristiana, le si dà la più fedele e sicura delle garanzie.
c) Livello escatologico (25-30: 2867-2878): Il cammino di una vita sempre più aderente al modo di vivere povero di Gesù svela i valori di un altro modo di vivere in pienezza che è quello dell’orizzonte della fede. Precisamente l’inserire l’opzione nel cuore di Gesù e in un modo di vita estremo ma gioioso, fanno sì che il desiderio di pienezza non sia un sogno falso. ma un impulso per la vita, un desiderio che nasce dalla più concreta e dura esperienza dell’oggi. Crediamo che la mistica di una opzione di vita povera che qui si studia sia lontana dalle false alienazioni o dalle distorsioni della realtà. È entrando in queste profondità che una opzione di vita evangelica nell’alveo della povertà può giungere a dare senso assoluto all’opzione cristiana.
Tutte le lettere di Chiara si risolvono, in ultima analisi, in questo guardare a fondo la realtà di Gesù. Per questo, quando Chiara ha compreso che nella povertà si assume lo stesso destino del Crocifisso, si è tuffata a fondo in essa, non come se volesse fare della vita povera un duro campo di battaglia ascetico o istituzionale, ma come il maggior dono e la maggiore possibilità che le si offriva nella sua vita. Non c’è da meravigliarsi che Chiara abbia avvolto tutto ciò in un evidente tono di affetto, poiché comprende l’opzione di vita nella linea della povertà come il segno affettuoso e caldo di Colui che le si offre in totale apertura e amore. Misteri delicati e intensi della vita di fronte al Regno.

Publié dans:Santi, santi scritti |on 10 août, 2012 |Pas de commentaires »

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