Archive pour le 8 août, 2012

Mount Tabor, the church, the birth of Jesus

 Mount Tabor, the church, the birth of Jesus dans immagini sacre



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Publié dans:immagini sacre |on 8 août, 2012 |2 Commentaires »

LA FEDE SI NUTRE DI LUCE E BELLEZZA (Il Fondatore dei Francescani dell’Immacolata spiega la Trafigurazione di Gesù al Tabor)

http://www.zenit.org/article-31931?l=italian

LA FEDE SI NUTRE DI LUCE E BELLEZZA

Il Fondatore dei Francescani dell’Immacolata spiega la Trafigurazione di Gesù al Tabor

di padre Stefano M. Manelli F.I.

ROMA, lunedì, 30 giugno 2012 (ZENIT.org) – Il quarto “mistero della luce” è realmente un mistero di grande luce che svela il contenuto luminoso della nostra fede in Cristo e nella vita eterna, che rende visibile e luminoso ciò che nella fede non appare e non si vede.
Gli Apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni, prima dell’esperienza del Tabor, vedevano Gesù-uomo, sapevano che Egli era il «Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16), ma vedevano soltanto l’uomo Gesù, e nulla vedevano del suo essere Dio, celato nella sua umanità.
Sul Tabor, invece, avviene, per essi, la rivelazione visiva di Gesù Dio e uomo: i tre apostoli vedono, sul Tabor, lo splendore abbagliante della divinità di Gesù, rapiti in un’estasi indicibile. Da allora essi potevano rendersi conto che la fede in Gesù si basava, saldamente, sull’ineffabile realtà della sua Divinità, che pur appariva così poco afferrabile all’esterno.
Nei riguardi di Maria Santissima, poi, gli apostoli ancora di più non vedevano nulla che manifestasse qualcosa di straordinario, almeno un qualcosa che fosse rivelatore della grandezza quasi infinita della Maternità divina. Soltanto la fede potrà far capire, lentamente, la realtà e il valore di questa creatura così mite e umile, e nello stesso tempo così alta da essere «sublimis inter sidera» (sublime fra le stelle), come canta la Liturgia.
Anche chi recita la preghiera del Rosario si trova di fronte alla Madonna, si rivolge a Lei e parla con Lei «“Ave, o Maria, piena di grazia … Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori…”» ma non vede nulla di nulla. Soltanto la fede assicura, a chi recita il Rosario, che la Madonna ascolta ogni nostra parola, che Ella è presente e vicina come la Madre tutta celeste e tutta splendore, tutta amore e tesoriera materna di tutte le grazie. La fede ci dona questa certezza.
Qui vale l’esperienza di quel giovane soldato che perse la vista durante le battaglie in trincea, ma non volle dare notizia alla mamma della disgrazia della cecità.
Quando tornò a casa, tuttavia, la mamma si accorse subito che il figlio era cieco, e con strazio gli disse: “Figlio mio, tu non mi vedi!”; e il figlio, di rimando immediato: “Sì. Mamma, non ti vedo, ma ti sento!”.
La fede non fa vedere, ma fa sperimentare, fa comprendere e fa possedere i tesori di verità e di bene che porta con sé. Non è forse questa, ad esempio, l’esperienza
quotidiana di fede nell’Eucaristia, che si presenta a noi come un’ostia di farina, ma che porta in sé il tesoro infinito del Corpo, Sangue, Anima e Divinità di Gesù Cristo? È il “mistero della Fede”! Tocca a noi, però, avere gli occhi dell’anima trasfigurati dalla fede durante la recita del Rosario, perché i quadri dei misteri del Rosario diventino quadri di luce immensa e radiosa, di luce amorosa e operosa per la santificazione della nostra vita, come Dio vuole: «Questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione» (1 Ts 4,3).
Certo, non si può pretendere di arrivare alla trasfigurazione dell’anima e di sperimentarla nella recita del Rosario se lo spirito non viene custodito dalle distrazioni dei sensi interni ed esterni che disturbano e finiscono col dissolvere ogni interesse per «le cose di lassù» (Col 3,1).
Le immagini e i rumori del mondo, non respinti, colpiscono il nostro spirito occupandolo e dominandolo fino a schiavizzarlo. Di qui la noia e il fastidio, se non il disgusto e il rigetto della preghiera. E anche quando si cerca ugualmente di pregare, l’anima si trova comunque vuota e arida, chiusa ad ogni anelito superiore, oppressa dalle voglie carnali e terrene. Quale perdita è mai questa!
San Giuseppe Cafasso, chiamato «il prete della forca», perché preparava a morire cristianamente i condannati alla forca, parlando della vita cristiana fedele alla preghiera e pura dai peccati, la paragonava al fiume che se ne sta nel suo letto scorrendo tranquillamente con le sue acque limpide. La vita cristiana dissipata e mondana, invece, la paragonava al fiume che straripa per la campagna, rendendo fangose e torbide le sue acque che trascinano con sé immondizie di ogni genere.
Attenti, quindi! L’Imitazione di Cristo ci ammonisce salutarmente dicendo che «pochi si danno alla contemplazione perché pochi sanno separarsi pienamente da ciò ch’è creato e caduco».
Un’altra illuminazione che il mistero della Trasfigurazione porta all’anima è quella di un richiamo vivo all’aldilà, sperimentato dai tre Apostoli prediletti di Gesù. Come insegna san Paolo, la nostra mente non può neppure immaginare la realtà trascendente dell’aldilà, «ciò che Dio ha riservato agli eletti».
Sul monte Tabor i tre Apostoli ebbero soltanto un saggio dell’indicibile bellezza del divino. E san Giovanni Evangelista, nel descrivere la Trasfigurazione, per darcene una pallida idea, si serve delle immagini del sole e della luce. Ma la realtà del Paradiso, della visione di Dio e della sublimità di Maria Santissima, in effetti, non può che essere indicibile e ineffabile, rispetto ad ogni realtà materiale o spirituale da noi conosciuta.
Santa Teresa d’Avila, ad esempio, la grande estatica, nella sua Autobiografia racconta che una volta le fu concessa la visione del Paradiso “per la durata di un’Ave Maria”. Tale visione così breve bastò a generare in lei un disprezzo assoluto di tutte le gioie e le
glorie di questo povero mondo. «È impossibile – scrive la Santa – che lo spirito umano riesca a formarsi un’idea, anche lontana, della gloria celeste: la luce del sole è tenebra di fronte allo splendore dei Beati in Paradiso».
Un giorno, a San Giovanni Rotondo, mentre san Pio da Pietrelcina stava sulla veranda, un gruppo di fedeli, nel campo sottostante, cantava l’inno mariano:
«Bella tu sei qual sole, bianca più della luna, e le stelle, le più belle, non son belle al par di Te». All’udire queste parole, Padre Pio disse: «Se la Madonna fosse bella soltanto come il sole, la luna e le stelle, rinuncerei ad andare in Paradiso». Uno dei frati presenti, meravigliato di quelle parole, disse: «Ma allora, Padre, come è bella la Madonna in Paradiso?…». Padre Pio lo guardò e gli disse in un soffio: «Hai voglia, figlio mio!».
Se le creature terrene più belle, come il sole, la luna e le stelle, sono brutte rispetto alle realtà celesti, che cosa deve essere l’incanto sublime del volto di Gesù e di Maria nel Paradiso? Ciò che conta, però, è che, con la recita attenta e amorosa del Rosario, noi ci leghiamo alla Madonna per essere da Lei condotti nel Regno dei cieli.
Virtù da praticare: Contemplazione del volto di Gesù e di Maria
Per ogni approfondimento: Padre Stefano Maria Manelli, “O Rosario benedetto di Maria!” (Casa Mariana Editrice)

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PAPA BENEDETTO: LA PREGHIERA, UNICA FORZA PER VIVERE INTENSAMENTE OGNI AVVENIMENTOPAPA

http://www.zenit.org/article-32043?l=italian

LA PREGHIERA: UNICA FORZA PER VIVERE INTENSAMENTE OGNI AVVENIMENTO

Benedetto XVI dedica l’Udienza generale del mercoledì alla vita spirituale di san Domenico Guzman per rimarcare l’importanza della preghiera anche nei suoi aspetti esteriori

di Salvatore Cernuzio

CASTEL GANDOLFO, mercoledì, 8 agosto 2012 (ZENIT.org) – All’origine della testimonianza di fede che ogni cristiano deve dare in famiglia, nel lavoro, nell’impegno sociale e nei momenti di distensione, c’è la preghiera, contatto personale con Dio.
È questo l’insegnamento di san Domenico di Guzman, di cui oggi ricorre la memoria liturgica, sul quale Benedetto XVI ha incentrato la sua catechesi durante l’Udienza Generale di questa mattina, nella Piazza della Libertà antistante il Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo.
In particolare, il Santo Padre ha posto in luce la vita spirituale del santo Sacerdote e Fondatore dell’Ordine dei Predicatori, “uomo di preghiera, innamorato di Dio, imitatore di Cristo”.
San Domenico “incarnò radicalmente i tre consigli evangelici unendo alla proclamazione della Parola una testimonianza di una vita povera” ha detto il Papa, e progredì “sulla via della perfezione cristiana”, grazie alla forza della preghiera che “rese sempre più feconde le sue opere apostoliche”.
Soprattutto, caratteristica del Santo era l’incessante orazione notturna: “Il giorno lo dedicava al prossimo, ma la notte la dava a Dio” scriveva, infatti, il Beato Giordano di Sassonia, suo successore alla guida dell’Ordine.
“Egli parlava sempre con Dio o di Dio” ha osservato il Pontefice ricordando le testimonianze delle persone a lui più vicine, e tutto ciò “indica la sua comunione profonda con il Signore e, allo stesso tempo, il costante impegno di condurre gli altri ad essa”.
A tal proposito, Papa Benedetto si è soffermato a lungo su Le nove maniere di pregare di San Domenico, libro scritto da un frate domenicano tra il 1260 e il 1288, che “ci aiuta a capire qualcosa della vita interiore del Santo” e soprattutto “a imparare qualcosa su come pregare”.
Secondo san Domenico, infatti, sono nove le maniere di pregare e ciascuna di queste “esprime un atteggiamento corporale e uno spirituale che, intimamente compenetrati, favoriscono il raccoglimento e il fervore”.
“I primi sette modi – ha evidenziato il Papa – seguono una linea ascendente, come passi di un cammino, verso la comunione con Dio, con la Trinità”. San Domenico “prega in piedi inchinato per esprimere l’umiltà, steso a terra per chiedere perdono dei propri peccati, in ginocchio facendo penitenza per partecipare alle sofferenze del Signore, con le braccia aperte fissando il Crocifisso per contemplare il Sommo Amore, con lo sguardo verso il cielo sentendosi attirato nel mondo di Dio”.
Gli ultimi due modi, invece, ha spiegato Papa Benedetto, “corrispondono a due pratiche di pietà abitualmente vissute dal Santo”: la meditazione personale e la preghiera durante i viaggi.
Nella meditazione personale “la preghiera acquista una dimensione ancora più intima, fervorosa e rasserenante”. San Domenico, infatti, al termine della recita della Liturgia delle Ore, e dopo la celebrazione della Messa, prolungava questo colloquio intimo con Dio, “senza porsi limiti di tempo, seduto tranquillamente, raccolto in se stesso in atteggiamento di ascolto, leggendo un libro o fissando il Crocifisso”.
La comunione con Dio in questi momenti era così intensa, che “anche esteriormente si potevano cogliere le sue reazioni di gioia o di pianto”. A volte, raccontano dei testimoni, “entrava in una sorta di estasi con il volto trasfigurato, ma subito dopo riprendeva umilmente le sue attività quotidiane ricaricato dalla forza che viene dall’Alto”.
La seconda forma di preghiera il Santo la praticava durante i viaggi tra un convento e l’altro. In quei momenti, egli “recitava le Lodi, l’Ora Media, il Vespro con i compagni”, e, attraversando le valli o le colline, “contemplava la bellezza della creazione. Allora, dal suo cuore sgorgava un canto di lode e di ringraziamento a Dio per tanti doni, soprattutto per la più grande meraviglia: la redenzione operata da Cristo”.
Una grande testimonianza di fede e di amore al Signore quella di San Domenico, dunque, che “ci ricorda che solo questo rapporto reale con Dio ci dà la forza per vivere intensamente ogni avvenimento, specie i momenti più sofferti”.
Non solo: “questo Santo ci ricorda l’importanza degli atteggiamenti esteriori nella nostra preghiera” ha rimarcato Benedetto XVI. Inginocchiarsi, stare in piedi davanti al Signore, fissare lo sguardo sul Crocifisso, fermarsi e raccogliersi in silenzio, sono tutti aspetti che sembrano secondari, ma che in realtà “ci aiutano a porci interiormente, con tutta la persona, in relazione con Dio”.
Alla luce di tutto questo, l’esortazione del Papa è “di trovare quotidianamente momenti per pregare con tranquillità”, specialmente nei periodi di vacanze. “Sarà un modo – ha concluso – per aiutare chi ci sta vicino ad entrare nel raggio luminoso della presenza di Dio, che porta la pace e l’amore di cui abbiamo tutti bisogno”.
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