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San Domenico di Guzman

 San Domenico di Guzman dans immagini sacre

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Papa Benedetto: San Domenico di Guzman (8 agosto, m)

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2010/documents/hf_ben-xvi_aud_20100203_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 3 febbraio 2010

San Domenico di Guzman

Cari fratelli e sorelle,

la settimana scorsa ho presentato la luminosa figura di Francesco d’Assisi, quest’oggi vorrei parlarvi di un altro santo che, nella stessa epoca, ha dato un contributo fondamentale al rinnovamento della Chiesa del suo tempo. Si tratta di san Domenico, il fondatore dell’Ordine dei Predicatori, noti anche come Frati Domenicani.
Il suo successore nella guida dell’Ordine, il beato Giordano di Sassonia, offre un ritratto completo di san Domenico nel testo di una famosa preghiera: “Infiammato dello zelo di Dio e di ardore soprannaturale, per la tua carità senza confini e il fervore dello spirito veemente ti sei consacrato tutt’intero col voto della povertà perpetua all’osservanza apostolica e alla predicazione evangelica”. E’ proprio questo tratto fondamentale della testimonianza di Domenico che viene sottolineato: parlava sempre con Dio e di Dio. Nella vita dei santi, l’amore per il Signore e per il prossimo, la ricerca della gloria di Dio e della salvezza delle anime camminano sempre insieme.
Domenico nacque in Spagna, a Caleruega, intorno al 1170. Apparteneva a una nobile famiglia della Vecchia Castiglia e, sostenuto da uno zio sacerdote, si formò in una celebre scuola di Palencia. Si distinse subito per l’interesse nello studio della Sacra Scrittura e per l’amore verso i poveri, al punto da vendere i libri, che ai suoi tempi costituivano un bene di grande valore, per soccorrere, con il ricavato, le vittime di una carestia.
Ordinato sacerdote, fu eletto canonico del capitolo della Cattedrale nella sua diocesi di origine, Osma. Anche se questa nomina poteva rappresentare per lui qualche motivo di prestigio nella Chiesa e nella società, egli non la interpretò come un privilegio personale, né come l’inizio di una brillante carriera ecclesiastica, ma come un servizio da rendere con dedizione e umiltà. Non è forse una tentazione quella della carriera, del potere, una tentazione da cui non sono immuni neppure coloro che hanno un ruolo di animazione e di governo nella Chiesa? Lo ricordavo qualche mese fa, durante la consacrazione di alcuni Vescovi: “Non cerchiamo potere, prestigio, stima per noi stessi. Sappiamo come le cose nella società civile, e, non di rado nella Chiesa, soffrono per il fatto che molti di coloro ai quali è stata conferita una responsabilità, lavorano per se stessi e non per la comunità” (Omelia. Cappella Papale per l’Ordinazione episcopale di cinque Ecc.mi Presuli, 12 Settembre 2009).
Il Vescovo di Osma, che si chiamava Diego, un vero e zelante pastore, notò ben presto le qualità spirituali di Domenico, e volle avvalersi della sua collaborazione. Insieme si recarono nell’Europa del Nord, per compiere missioni diplomatiche affidate loro dal re di Castiglia. Viaggiando, Domenico si rese conto di due enormi sfide per la Chiesa del suo tempo: l’esistenza di popoli non ancora evangelizzati, ai confini settentrionali del continente europeo, e la lacerazione religiosa che indeboliva la vita cristiana nel Sud della Francia, dove l’azione di alcuni gruppi eretici creava disturbo e l’allontanamento dalla verità della fede. L’azione missionaria verso chi non conosce la luce del Vangelo e l’opera di rievangelizzazione delle comunità cristiane divennero così le mète apostoliche che Domenico si propose di perseguire. Fu il Papa, presso il quale il Vescovo Diego e Domenico si recarono per chiedere consiglio, che domandò a quest’ultimo di dedicarsi alla predicazione agli Albigesi, un gruppo eretico che sosteneva una concezione dualistica della realtà, cioè con due principi creatori ugualmente potenti, il Bene e il Male. Questo gruppo, di conseguenza, disprezzava la materia come proveniente dal principio del male, rifiutando anche il matrimonio, fino a negare l’incarnazione di Cristo, i sacramenti nei quali il Signore ci “tocca” tramite la materia, e la risurrezione dei corpi. Gli Albigesi stimavano la vita povera e austera – in questo senso erano anche esemplari – e criticavano la ricchezza del Clero di quel tempo. Domenico accettò con entusiasmo questa missione, che realizzò proprio con l’esempio della sua esistenza povera e austera, con la predicazione del Vangelo e con dibattiti pubblici. A questa missione di predicare la Buona Novella egli dedicò il resto della sua vita. I suoi figli avrebbero realizzato anche gli altri sogni di san Domenico: la missione ad gentes, cioè a coloro che ancora non conoscevano Gesù, e la missione a coloro che vivevano nelle città, soprattutto quelle universitarie, dove le nuove tendenze intellettuali erano una sfida per la fede dei colti.
Questo grande santo ci rammenta che nel cuore della Chiesa deve sempre bruciare un fuoco missionario, il quale spinge incessantemente a portare il primo annuncio del Vangelo e, dove necessario, ad una nuova evangelizzazione: è Cristo, infatti, il bene più prezioso che gli uomini e le donne di ogni tempo e di ogni luogo hanno il diritto di conoscere e di amare! Ed è consolante vedere come anche nella Chiesa di oggi sono tanti – pastori e fedeli laici, membri di antichi ordini religiosi e di nuovi movimenti ecclesiali – che con gioia spendono la loro vita per questo ideale supremo: annunciare e testimoniare il Vangelo!
A Domenico di Guzman si associarono poi altri uomini, attratti dalla stessa aspirazione. In tal modo, progressivamente, dalla prima fondazione di Tolosa, ebbe origine l’Ordine dei Predicatori. Domenico, infatti, in piena obbedienza alle direttive dei Papi del suo tempo, Innocenzo III e Onorio III, adottò l’antica Regola di sant’Agostino, adattandola alle esigenze di vita apostolica, che portavano lui e i suoi compagni a predicare spostandosi da un posto all’altro, ma tornando, poi, ai propri conventi, luoghi di studio, preghiera e vita comunitaria. In particolar modo, Domenico volle dare rilievo a due valori ritenuti indispensabili per il successo della missione evangelizzatrice: la vita comunitaria nella povertà e lo studio.
Anzitutto, Domenico e i Frati Predicatori si presentavano come mendicanti, cioè senza vaste proprietà di terreni da amministrare. Questo elemento li rendeva più disponibili allo studio e alla predicazione itinerante e costituiva una testimonianza concreta per la gente. Il governo interno dei conventi e delle provincie domenicane si strutturò sul sistema di capitoli, che eleggevano i propri Superiori, confermati poi dai Superiori maggiori; un’organizzazione, quindi, che stimolava la vita fraterna e la responsabilità di tutti i membri della comunità, esigendo forti convinzioni personali. La scelta di questo sistema nasceva proprio dal fatto che i Domenicani, come predicatori della verità di Dio, dovevano essere coerenti con ciò che annunciavano. La verità studiata e condivisa nella carità con i fratelli è il fondamento più profondo della gioia. Il beato Giordano di Sassonia dice di san Domenico: “Egli accoglieva ogni uomo nel grande seno della carità e, poiché amava tutti, tutti lo amavano. Si era fatto una legge personale di rallegrarsi con le persone felici e di piangere con coloro che piangevano” (Libellus de principiis Ordinis Praedicatorum autore Iordano de Saxonia, ed. H.C. Scheeben, [Monumenta Historica Sancti Patris Nostri Dominici, Romae, 1935]).
In secondo luogo, Domenico, con un gesto coraggioso, volle che i suoi seguaci acquisissero una solida formazione teologica, e non esitò a inviarli nelle Università del tempo, anche se non pochi ecclesiastici guardavano con diffidenza queste istituzioni culturali. Le Costituzioni dell’Ordine dei Predicatori danno molta importanza allo studio come preparazione all’apostolato. Domenico volle che i suoi Frati vi si dedicassero senza risparmio, con diligenza e pietà; uno studio fondato sull’anima di ogni sapere teologico, cioè sulla Sacra Scrittura, e rispettoso delle domande poste dalla ragione. Lo sviluppo della cultura impone a coloro che svolgono il ministero della Parola, ai vari livelli, di essere ben preparati. Esorto dunque tutti, pastori e laici, a coltivare questa “dimensione culturale” della fede, affinché la bellezza della verità cristiana possa essere meglio compresa e la fede possa essere veramente nutrita, rafforzata e anche difesa. In quest’Anno Sacerdotale, invito i seminaristi e i sacerdoti a stimare il valore spirituale dello studio. La qualità del ministero sacerdotale dipende anche dalla generosità con cui ci si applica allo studio delle verità rivelate.
Domenico, che volle fondare un Ordine religioso di predicatori-teologi, ci rammenta che la teologia ha una dimensione spirituale e pastorale, che arricchisce l’animo e la vita. I sacerdoti, i consacrati e anche tutti i fedeli possono trovare una profonda “gioia interiore” nel contemplare la bellezza della verità che viene da Dio, verità sempre attuale e sempre viva. Il motto dei Frati Predicatori – contemplata aliis tradere – ci aiuta a scoprire, poi, un anelito pastorale nello studio contemplativo di tale verità, per l’esigenza di comunicare agli altri il frutto della propria contemplazione.
Quando Domenico morì nel 1221, a Bologna, la città che lo ha dichiarato patrono, la sua opera aveva già avuto grande successo. L’Ordine dei Predicatori, con l’appoggio della Santa Sede, si era diffuso in molti Paesi dell’Europa a beneficio della Chiesa intera. Domenico fu canonizzato nel 1234, ed è lui stesso che, con la sua santità, ci indica due mezzi indispensabili affinché l’azione apostolica sia incisiva. Anzitutto, la devozione mariana, che egli coltivò con tenerezza e che lasciò come eredità preziosa ai suoi figli spirituali, i quali nella storia della Chiesa hanno avuto il grande merito di diffondere la preghiera del santo Rosario, così cara al popolo cristiano e così ricca di valori evangelici, una vera scuola di fede e di pietà. In secondo luogo, Domenico, che si prese cura di alcuni monasteri femminili in Francia e a Roma, credette fino in fondo al valore della preghiera di intercessione per il successo del lavoro apostolico. Solo in Paradiso comprenderemo quanto la preghiera delle claustrali accompagni efficacemente l’azione apostolica! A ciascuna di esse rivolgo il mio pensiero grato e affettuoso.
Cari fratelli e sorelle, la vita di Domenico di Guzman sproni noi tutti ad essere ferventi nella preghiera, coraggiosi a vivere la fede, profondamente innamorati di Gesù Cristo. Per sua intercessione, chiediamo a Dio di arricchire sempre la Chiesa di autentici predicatori del Vangelo.

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LA PRIMA VOLTA DI UN PONTEFICE IN AFRICA (…all’incontro internazionale « Paolo VI e la Chiesa in Africa »

http://www.zenit.org/article-32032?l=italian

LA PRIMA VOLTA DI UN PONTEFICE IN AFRICA

L’intervento del cardinale Francis Arinze, prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, all’incontro internazionale « Paolo VI e la Chiesa in Africa »

ROMA, martedì, 7 luglio 2012 (ZENIT.org) – «Paolo VI e la Chiesa in Africa» è stato il tema dell’incontro organizzato dall’Istituto Paolo VI di Brescia, il Centro internazionale di studi e documentazione sulla vita e il magistero del Pontefice, insieme alla University of Eastern Africa di Nairobi in Kenya che ha ospitato l’iniziativa svoltasi l’1 e il 2 agosto.
Paolo VI, recatosi in Uganda dal 31 luglio al 2 agosto 1969, è stato il primo Papa a visitare la Chiesa in Africa, impegnandosi per la sua crescita e invitando tutti i suoi componenti a partecipare a una nuova “inculturazione” della fede cristiana. Tra i presenti al convegno i cardinali Re, Turkson, Njue, Pengo, Pasinya.
Di seguito riportiamo alcuni estratti dell’intervento del cardinale prefetto emerito della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, pubblicati da L’Osservatore Romano dell’8 agosto 2012.
***
Papa Paolo VI era molto attento all’episcopato africano. La sua stessa visita a Kampala, Uganda, nel 1969, può essere considerata una pietra miliare fondamentale nei suoi rapporti con l’episcopato africano. Il giorno stesso del suo arrivo a Kampala inaugurò il Simposio delle Conferenze episcopali di Africa e Madagascar (Secam) e fece il suo discorso memorabile ai vescovi dell’Africa, nel quale, tra le altre cose, dichiarò: «Voi Africani siete oramai i missionari di voi stessi. La Chiesa di Cristo è davvero piantata in questa terra benedetta».
Continuò col dire che, riguardo all’adattamento del Vangelo e della Chiesa alla cultura africana, una volta che la fede è genuinamente cattolica e immutata, «voi potete e dovete avere un cristianesimo africano». Io ho avuto la gioia di essere presente a quell’evento.
Si percepiva una potenza divina pentecostale ed elettrizzante nella cattedrale di Kampala quando il Papa fece la sua allocuzione. Il giorno seguente, il Santo Padre ordinò dodici vescovi per vari Paesi africani. Diede loro e a tutti i vescovi dell’Africa un grande incoraggiamento per andare avanti vigorosamente con la missione di evangelizzazione: «Andate avanti con metodo e coraggio nella consapevolezza del vostro grande compito: quello di costruire la Chiesa».
Durante la visita il Papa consacrò l’altare al Santuario dei ventidue martiri ugandesi, incontrò i vescovi anglicani ugandesi, indirizzò un discorso di grande forza al presidente del Paese, visitò presidenti e notabili, nonché i malati in ospedale, e parlò a sacerdoti, religiosi e fedeli laici. Nel complesso, la visita papale in Uganda fu per i vescovi dell’Africa un messaggio, una pietra miliare e un segno di amore, che Paolo VI coltivò per l’Africa.
A parte alcune zone dell’Angola e dell’attuale Repubblica Democratica del Congo, la maggior parte dei Paesi nell’Africa al sud del Sahara non avevano ancora celebrato cento anni di evangelizzazione nel 1963, quando il cardinale Giovanni Battista Montini divenne Papa Paolo VI.
Consapevole del ruolo chiave del ministero dei vescovi nella Chiesa, e del bisogno di vescovi autoctoni per la costruzione di chiese o diocesi particolari in Paesi di recente evangelizzazione, il Papa, attraverso la Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, prestò speciale attenzione alla nomina dei vescovi nelle diocesi africane. Un buon numero di essi furono nominati durante il suo pontificato.
Papa Paolo VI dimostrò anche la sua fiducia nei vescovi africani nominando sette di loro cardinali e chiamando l’arcivescovo (più tardi cardinale) Bernardin Gantin a lavorare presso la Curia Romana. L’incontro inaugurale del Secam si tenne dal 28 al 31 luglio 1969, nell’Istituto Pastorale dell’Africa Orientale, a Gaba. Il Pontefice incoraggiò, lodò e sollecitò il Secam a fare sempre di più per l’evangelizzazione in Africa.
Il suo discorso storico, il giorno dell’inaugurazione, servì da tabella di marcia e da luce guida da quel giorno in poi. Paolo VI spiegò in modo chiaro e privo di ambiguità il ministero del vescovo in Africa.
Nel rivolgersi ai vescovi dell’Africa nel suo messaggio del 1967, Africae Terrarum, comincia citando il concilio Vaticano: «A voi è affidato il servizio della comunità, presiedendo in luogo di Dio al gregge, di cui siete pastori, quali maestri di dottrina, sacerdoti del sacro culto, ministri del governo della Chiesa» (Lumen Gentium, 20).
«A voi, pertanto, spetta rendere vivo ed efficace l’incontro del Cristianesimo con l’antica tradizione africana» (Africae Terrarum, 23). «Bisogna sempre dare la priorità a iniziative volte a portare Cristo a chi ancora non lo conosce» (cfr. Africae Terrarum, 25).
In occasione dell’ordinazione di dodici vescovi a Kampala, il 1° agosto 1969, ricordò ai vescovi che essi erano apostoli, veicoli e strumenti dell’amore di Cristo per la gente. Il loro lavoro pastorale avrebbe dovuto promuovere le comunità caritatevoli che operano tra la gente e contribuire a costruire la società civile, rimanendo allo stesso tempo liberi da impegni politici e interessi temporali.
Ricevendo i membri del Secam il 26 settembre 1975, il Santo Padre ricordò il dovere del vescovo di evangelizzare. La fede è la priorità in tutto ciò che fa il vescovo. Gli attuali vescovi africani sono, in grande parte, la prima generazione di pastori a emergere dalle popolazioni dell’Africa.
I loro compiti sono di offrire alle popolazioni di Africa e Madagascar la Parola di Dio, l’insegnamento della Chiesa, le richieste della fede. Devono cercare di trovare nuove modalità, e un migliore adattamento, per integrare e perfezionare i valori culturali tradizionali delle persone, con prudenza e saggezza. Non devono avere paura.
Il fatto che la fede radicata nei rispettivi Paesi abbia in pochi decenni fatto sorgere vescovi locali, abbia nutrito molte vocazioni sacerdotali e religiose, comunità di fedeli ferventi e generosi, catechisti impegnati e perfino la testimonianza di martiri: non è tutto questo un segno di autentica cristianità?
Nella sua prima udienza generale del mercoledì, al suo ritorno in Vaticano da Kampala, il Papa, a Castel Gandolfo, il 6 agosto 1969, comunicò alla gente le sue impressioni sulla visita in Uganda e sottolineò tre punti: la Chiesa è missionaria, universale e un modello di umanità nella sua attenzione a tutta la persona umana e alla sua dignità. Per il ruolo di guida proprio di un vescovo, queste osservazioni sono preziose.
In molte occasioni, Paolo VI sottolineò ai vescovi dell’Africa l’importanza della gratitudine nei confronti dei missionari che portavano la fede ai loro popoli. I missionari vennero in Africa per «partecipare agli Africani il messaggio di pace e di redenzione affidato alla Chiesa dal suo Divino Fondatore. Per amore di Lui, essi lasciarono la patria e la famiglia e moltissimi sacrificarono la vita al bene dell’Africa” (Africae Terrarum, 24).
Il Papa incoraggiò l’unione e la comunione tra il vescovo e gli operatori apostolici nella sua diocesi, specialmente i sacerdoti, i religiosi e i capi dei fedeli laici. Parlando ai sacerdoti, ai religiosi e ai catechisti nella cattedrale di Kampala il 2 agosto 1969, esortò: «Il vescovo! Il vostro vescovo! Siategli sempre vicini, comprendete i suoi desideri e i suoi bisogni, date forma e azione alla nuova organizzazione della comunità ecclesiale, fate in modo che la sua obbedienza sia amorevole e semplice, e vedete nel vescovo il vostro pastore; anzi, vedete in lui Gesù Cristo stesso (Lumen Gentium, 21).
Il Santo Padre esortò anche alla collaborazione per la missione della Chiesa in Africa tra più diocesi più antiche in altre parti del mondo, sacerdoti fidei donum, istituti missionari e religiosi, e ausiliari laici, tutti operanti di comune accordo con il vescovo diocesano (cfr. Africae Terrarum, 26-28).
Nel suo storico discorso al Secam alla sua inaugurazione a Kampala il 31 luglio 1969, Paolo VI, nell’incoraggiare l’azione per un autentico cristianesimo africano, menzionò alcuni primi requisiti preparatori: «Occorrerà un’incubazione del “mistero” cristiano nel genio del vostro popolo, perché poi la sua voce nativa, più limpida e più franca, si innalzi armoniosa nel coro delle altre voci della Chiesa universale. Dobbiamo noi ricordarvi, a questo proposito, quanto utile sarà per la Chiesa africana avere centri di vita contemplativa e monastica, centri di studi religiosi, centri di addestramento pastorale?».
Fornì altri dettagli nel suo discorso ai rappresentanti del Secam quando li ricevette in udienza nella Città del Vaticano il 26 settembre 1975. Per progredire è necessario che la ricerca rispetti la fede autentica e tradizionale della Chiesa.
Una volta che ciò sia garantito, è necessario promuovere gli studi sulle tradizioni culturali dei vari popoli africani e le relative impalcature filosofiche, per poter discernere elementi non in contraddizione con la religione cristiana e tutto ciò che possa arricchire la riflessione teologica. La ricerca teologica deve sempre essere fatta all’interno della comunione ecclesiale.
L’11 febbraio 1976, il Santo Padre scrisse all’arcivescovo (poi cardinale) Bernard Yago, arcivescovo di Abidjan, un messaggio di buona volontà e incoraggiamento in occasione della costituzione dell’Institut de Sciences Religieuses d’Abidjan. Era l’inizio di quella che sarebbe diventata un’università.
Durante il Sinodo dei vescovi, il 28 ottobre 1977, meno di un anno prima che lasciasse questo mondo, il Papa ricevette in udienza cinque cardinali e trentaquattro vescovi, tutti membri africani del Sinodo, che vennero a ringraziarlo nel decimo anniversario del messaggio papale, Africae Terrarum.
Nel suo discorso, il Santo Padre ripercorse l’incoraggiante crescita della Chiesa in Africa e ritornò sull’importanza dell’acculturazione: «Che cosa è in gioco in questo compito immenso? Come abbiamo scritto dieci anni fa nel nostro Messaggio all’Africa: è, dunque, vostra preoccupazione rendere vivo ed efficace l’incontro tra il cristianesimo e l’antica tradizione dell’Africa. In questo modo possiamo parlare del vero radicamento della Chiesa: è una questione di fondare o di rendere più profonda una nuova civiltà, una civiltà che sia al contempo africana e cristiana.
E affermiamo qui a voi che questo programma può essere realizzato, attraverso la grazia di Dio: che il cristianesimo può e deve essere del tutto “a casa” nelle culture africane, e che l’anima africana è destinata e preparata a ricevere la salvezza di Cristo» (Insegnamenti di Paolo VI, XV, 1977, p. 977). Perché tutto questo possa funzionare bene, il Papa ha dettato quattro condizioni: la fede deve vivificare da dentro le tradizioni e la civiltà che queste tradizioni comportano; la formazione di sacerdoti e religiosi è molto importante; la fede dovrebbe trasformare le relazioni umane, comprese quelle tra razze diverse; e i fedeli laici devono partecipare attivamente alla missione della Chiesa.
Ecco un esempio di come Paolo VI diede agli africani un buon esempio di come la Chiesa condivida «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi» (Gaudium et Spes, 1). La Federazione nigeriana condusse una guerra feroce contro la sua parte orientale che si autoproclamò Repubblica del Biafra.
La guerra ha imperversato dal luglio 1967 al gennaio 1970 e ha portato alla morte di almeno un milione di persone in Biafra a causa della fame e di migliaia di persone sui fronti di guerra. Il Santo Padre fece molti appelli. La Chiesa cattolica, sotto la guida della Caritas Internationalis, organizzò un’imponente azione di sostegno. Così fecero altri cristiani. Ma ciò che merita una menzione speciale qui è l’iniziativa di Papa Paolo VI che coinvolse direttamente i vescovi di Nigeria.
Nel 1969 il Santo Padre invitò i tre arcivescovi del Paese, di Kaduna, Lagos e Onitsha, e un altro vescovo di ognuna delle loro province ecclesiastiche, a venire in Vaticano. Ciò che vi era di notevole in questo evento è che sotto la guida del Vicario di Cristo, vescovi di due fazioni in guerra si incontrarono, meditarono insieme, pregarono insieme e, senza prendere una posizione politica, fecero appello a entrambi gli schieramenti del conflitto perché deponessero le armi, si prendessero cura del popolo sofferente e si impegnassero in una riconciliazione. È stato un privilegio e una scuola di evangelizzazione per me essere stato uno di quei sei vescovi ed essere vicino al grande Pontefice che fu Papa Paolo VI.

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