Archive pour le 3 août, 2012

San Giovanni Maria Vianney

San Giovanni Maria Vianney dans immagini sacre SaintJohnVianneycover

 

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Publié dans:immagini sacre |on 3 août, 2012 |Pas de commentaires »

4 agosto: Santo Curato d’Ars (scritti scelti, stralcio)

http://www.unavox.it/Strumenti/Meditazioni/meditaz008.htm

Santo Curato d’Ars

(San Giovanni Maria Vianney, scritti scelti)

Dio contempla con amore un’anima pura, le concede tutto quello che essa chiede. E come potrebbe resistere ad un’anima che vive soltanto per Lui, per mezzo di Lui e in Lui? Essa lo cerca e Dio si mostra a lei; Lo chiama e Dio viene; è tutt’uno con Lui. Essa incatena la sua volontà.
Non si può capire il potere che un’anima pura ha sul buon Dio. Non è lei che fa la volontà di Dio, è Dio che fa la sua.
Un’anima pura ? come una bella perla. Finché è nascosta in una conchiglia in fondo al mare, nessuno pensa ad ammirarla, ma se la mostrate al sole, essa risplende e attira gli sguardi: cosí è dell’anima pura, nascosta adesso agli occhi del mondo, risplenderà un giorno dinanzi agli angeli, nel sole dell’eternità.

Quanto piú i giusti sono nell’innocenza, tanto piú riconoscono la loro povera miseria e praticano l’umiltà senza la quale non si può andare in cielo.
L’umiltà è come la catena del rosario; se la catena si rompe, i granelli se ne vanno; se cessa l’umiltà, tutte le virtú spariscono.
L’umiltà è come una bilancia: quanto piú ci si abbassa da un lato, tanto piú si è innalzati dall’altro.
Fu chiesto ad un santo qual era la prima virtú: «È l’umiltà», rispose – E la seconda? – «L’umiltà» – E la terza? – «L’umiltà».
L’umiltà disarma la giustizia di Dio.

Un’anima pura súscita l’ammirazione delle tre Persone della Santissima Trinità. Il Padre contempla la sua opera: «Ecco dunque la mia creatura…». Il Figlio, il prezzo del suo Sangue: si conosce la bellezza di un oggetto dal prezzo che è costato … Lo Spirito Santo vi abita come in un tempio.
Quanto piú ci si rende poveri per l’amore di Dio, tanto piú si è ricchi in realtà!

Non tutti coloro che si avvicinano [ai Sacramenti] sono santi, però i santi saranno sempre scelti tra coloro che li ricevono spesso.
I santi sono come tanti piccoli specchi nei quali Gesú Cristo si contempla.
Nei suoi apostoli [Gesú] contempla il suo zelo e il suo amore per la salvezza delle anime; nei martiri, contempla la sua pazienza, le sue sofferenze e la sua morte dolorosa; nei solitari, egli vede la sua vita oscura e nascosta; nelle vergini, ammira la sua purezza senza macchia, e in tutti i santi, la sua carità senza limiti, di modo che, ammirando le virtú dei santi, non facciamo altro che ammirare le virtú di Gesú Cristo.
Sí, con una preghiera fatta bene, possiamo comandare al cielo e alla terra; tutto ci obbedirà.
Se siete nell’impossibilità di pregare, nascondetevi dietro al vostro angelo, e incaricatelo di pregare al posto vostro.
Non dovremmo perdere la presenza di Dio, piú di quanto non perdiamo la respirazione.
La preghiera è per la nostra anima ciò che la pioggia è per la terra. Concimate una terra quanto volete, se manca la pioggia, tutto quello che farete non servirà a nulla.
Non c’è bisogno di pregare tanto per pregare bene. Si sa che il buon Dio è lí, nel santo Tabernacolo; gli si apre il cuore, ci si compiace della sua presenza. Questa è la migliore preghiera.
Quando prego, mi figuro Gesú mentre prega il Padre suo.
Il buon Dio ama essere importunato.
Bisogna pregare molto semplicemente e dire: Mio Dio, ecco un’anima ben povera che non ha niente, che non può nulla, fammi la grazia di amarti, di servirti e di conoscere che non so nulla.
Il buon Dio non ha bisogno di noi: se ci comanda di pregare, è perché Egli vuole la nostra felicità, e perché la nostra felicità può trovarsi soltanto là.
Quando siamo dinanzi al Santo Sacramento, invece di guardare attorno a noi, chiudiamo i nostri occhi e la nostra bocca, apriamo il nostro cuore, il buon Dio aprirà il suo, andremo a Lui, Egli verrà a noi, l’uno per chiedere e l’altro per ricevere; sarà come un soffio dall’uno all’altro.

Venite alla comunione, venite a Gesú, venite a vivere di Lui, al fine di vivere per Lui.
Tutti gli esseri della creazione hanno bisogno di nutrirsi per vivere; per questo il buon Dio ha fatto crescere gli alberi e le piante; è una bella tavola ben servita dove tutti gli animali vengono a prendere ognuno il cibo che gli conviene. Ma anche l’anima deve nutrirsi… Quando Dio volle dare un nutrimento alla nostra anima, per sostenerla nel pellegrinaggio della vita, Egli pose il suo sguardo sulla creazione e non trovò nulla che fosse degna di lei. Allora si ripiegò su sé stesso e decise di dare sé stesso… O anima mia, quanto sei grande, dal momento che soltanto Dio può appagarti.
«Tutto quello che chiederete al Padre nel nome mio, Egli ve lo concederà». Mai avremmo pensato di chiedere a Dio il suo proprio Figlio. Ma ciò che l’uomo non può dire o concepire, e che non avrebbe mai osato desiderare, Dio, nel suo amore, l’ha detto, l’ha concepito e l’ha adempiuto.

La Manna (biblica)

http://www.paoline.it/Conoscere-la-Bibbia/SIMBOLI-BIBLICI/articoloRubrica_arb81.aspx

La Manna

[FILIPPA CASTRONOVO]

Nella Bibbia, al libro dell’Esodo, si parla della manna, quale cibo di Dio che nutre il popolo d’Israele nel deserto. Nel Nuovo Testamento la manna che mantiene in vita è Cristo stesso.Nella Bibbia, Antico e Nuovo Testamento, la manna è quel dono inatteso di Dio al popolo, che lo rivela fedele alla sua parola, Signore che ama e protegge la vita.
Il termine manna in ebraico più che un nome è una domanda piena di stupore, e significa: “Che cosa è questo?”. Dio, infatti, aveva fatto scendere sul terreno un cibo fino al quel momento sconosciuto. Questo cibo era simile al seme del coriandolo, ma di colore bianco e dal gusto di focaccia di miele (Es 16,3). Egli concede questo nutrimento agli israeliti durante il loro cammino nel deserto, dove non vi era nulla da mangiare e la vita era in pericolo.
La manna scendeva tutti i giorni, eccetto il sabato. E ogni israelita, la mattina, ne raccoglieva la misura necessaria per nutrirsi nel corso della giornata. Se qualcuno ne raccoglieva di più essa marciva. Solo il venerdì era consentito una doppia misura perché doveva servire per il sabato, giorno di riposo dalle fatiche e di lode al Signore.
La manna, cibo di Dio che mantiene in vita, ed il sabato che indica il tempo, sono i due grandi doni di Dio. Essi ricordano che solo Dio è il Signore cui appartiene il tempo e la vita che in esso si svolge e consuma.
Il dono della manna mostra la fedeltà di Dio alla sua Parola rivolta al popolo. Gli israeliti, infatti, la mangiarono per tutta la durata del cammino nel deserto, quarant’anni.
Mosè considera il dono della manna così importante che comanda al fratello Aronne di raccoglierne una misura ‘omer’ per collocarla nell’arca dell’alleanza, come testimonianza della generosità di Dio per le future generazioni.
La manna è paragonata alla parola di Dio che fa vivere: “Il Signore ti ha nutrito con la manna… per farti comprendere che l’uomo non vive solo di pane ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Dt 8,2-3). Anche nella storia della fede ebraica e poi di quella cristiana, la manna assunse sempre di più un significato teologico e spirituale profondo.Il libro della Sapienza, scritto circa un secolo prima della venuta di Gesù, rileggendo in preghiera la storia passata, dice a Dio, in atteggiamento riconoscente: “Invece sfamasti il tuo popolo con un cibo degli angeli, dal cielo offristi loro un pane già pronto senza fatica, capace di procurare ogni delizia e soddisfare ogni gusto” (16,20).
In particolare l’espressione ‘pane degli angeli’ (Sal 78,25) o ‘pane del cieli’: “Un pane dal cielo diede loro da mangiare” (Sal 78,24), ha favorito nei farisei e sadducei, al tempo di Gesù, la convinzione che essa dovesse essere il segno per riconoscere il Messia. Il capitolo sesto del vangelo di Giovanni è costruito su questo confronto tra Mosè e Gesù. Secondo gli interlocutori di Gesù, Mosè ha dato la manna. E Gesù, il Messia, venuto al mondo dal cielo, è in persona la manna, ossia il cibo, che fa vivere per sempre.
Con san Giovanni anche San Paolo interpreta la manna come cibo spirituale (1Cor 10,3), il dono eucaristico di Cristo, cibo che nutre per la vita eterna, pane dei forti, pane degli angeli.

Da sapere che
La tradizione ebraica ha sviluppato una ricca interpretazione del dono della manna. I maestri ebrei dicono che essa è uno dei 10 oggetti creati da Dio nel crepuscolo della vigilia del sabato della creazione. Fu piantata dagli angeli nei cieli e qui viene preparata per il futuro uso delle persone pie.
Gesù, agli apostoli che desiderano imparare a pregare, insegna loro la preghiera del Padre nostro dove al Padre si dice: “Dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano”.

Omelia 5 agosto 2012: Il discepolo: un uomo mai sazio, un uomo libero

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/15803.html

Omelia 5 agosto 2012

don Maurizio Prandi

Il discepolo: un uomo mai sazio, un uomo libero

Le letture di questa diciottesima domenica del T.O., ascoltate nell’ottica del cammino che stiamo percorrendo, ci dicono, rispetto al volto che stiamo cercando di tracciare, che il discepolo è un uomo mai sazio, un uomo libero.

Un uomo mai sazio. Credo che il brano di vangelo che abbiamo ascoltato voglia, attraverso le parole di Gesù, metterci in guardia proprio dalla ricerca della sazietà. Il sazio ha finito di cercare, oramai si sente a posto, ma l’invito di Gesù è ad andare oltre, oltre quel pane che ha placato la tua fame, oltre le cose che riempiono la tua vita, oltre il meccanismo che ti spinge ad accontentarti di quello che hai raggiunto.
La folla giovannea pur vedendo i prodigi non comprende e pensa di utilizzare Dio per i suoi scopi. Possiamo dire che è l’equivoco di sempre: l’uomo è alla ricerca di Dio perché in fondo pensa che sia una facile assicurazione sulla vita. Però la nostra fede è legata a dei segni, non è legata alla sazietà. Un popolo sazio rischia di diventare anche un popolo idolatra, tanto è vero che si può avere con Gesù un rapporto da idolatri. Ricordate il vangelo di domenica scorsa che diceva: « Gesù, saputo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna tutto solo ». Qui Gesù viene fatto coincidere con la « pancia piena ». C’è un modo di accostarsi a Gesù che è un modo idolatra. Gesù ci invita a vedere in lui « il segno ». Gesù adotta il segno del pane per dire che lui è la presenza del Padre. E anche quando la folla dice a Gesù: dacci sempre di questo pane che dà la vita per sempre (così come la donna samaritana aveva chiesto a Gesù di darle sempre di quell’acqua che disseta per la vita eterna) Gesù non ci sta e rimanda a Dio, alla fonte, alla sorgente, all?origine della vita. Davanti a un’offerta vantaggiosa ci si precipita a chiedere quanto sembra risolvere d?un colpo tutti i problemi. Ma Gesù non può accettare. Se prima aveva sollecitato a procurarsi il cibo eterno, ora rimarca che la sua promessa di un pane che sazia ogni fame è diretta a chi si muove per andare verso di lui. Gesù ci dice chiaramente che Egli è per loro e per noi la nostra sazietà (don Daniele Simonazzi). L’andare a lui è l’essere sazi e il credere in lui è il dissetarsi. L’andare a lui è la nostra sazietà. La fede allora è il nostro nutrimento, è il nutrirci di lui. Ma non ci si può nutrire se non da affamati. Non ci si può rivolgere a lui se non nella condizione di chi ha fame. Così come non si può credere in lui se non da assetati. C’è questo incontro: « chi viene a me non avrà più fame ». La nostra fede in lui mette se stesso nella condizione di sfamarci. La fede è questa reciprocità con Dio in un abbandono reciproco, non meno per Dio che per noi. La fede ha un costo, che è quello di andare a lui, ma non più di quanto lui non sia venuto a noi. A lui non costa meno di quanto non costi a noi. Noi ci dissetiamo dall’acqua viva che sgorga dal costato di Cristo morto sulla croce. La fede è la condizione che ci fa vivere cosa significa per Dio dissetarci.
Un uomo libero. Il libro dell’Esodo, che sappiamo essere percorso da due temi principali (la liberazione dall’Egitto e l’alleanza al Sinai) racconta proprio di questo cammino di libertà legato al deserto. Proprio per questo la parola libertà non è una parola scontata. Si fa riferimento qui alla vicenda della manna nell’esodo, segno di ogni nutrimento e sostegno che ci permette di camminare. In questo testo si alza la mormorazione contro Mosè e contro il Signore. Ecco il deserto più spaventoso: ci si sente dimenticati da Dio (don Daniele Simonazzi) e in balia di un destino cieco e assurdo. La vera tentazione del deserto allora è quella di far apparire tutto nell’ottica dell’assurdità delle cose. Non c’è e non si intravede la possibilità di un senso al cammino che si sta percorrendo. Il testo termina con un’affermazione di fede: « Ecco il pane che il Signore vi ha dato in cibo ». Il pane c’è, sappiamo che il Signore è presente e ci accompagna, ma ci sono momenti in cui abbiamo la sensazione che la nostra fame sia tale da sembrare insaziabile. A volte ci sentiamo morire di fame, ci sembra cioè che il Signore non ci dia ciò che ci fa vivere o che, secondo noi, è necessario per vivere. Nel deserto ti è data la possibilità di conoscere un Dio che ti accompagna, che non ti lascia solo. Il deserto allora è una sorta di scuola di libertà. Vivere il deserto è vivere l’essenzialità, la semplicità, la giusta misura. Nel deserto, l’uomo in ascolto di Dio si scopre libero dall’accaparrare, dall’ammucchiare, dal fare una scorta (ricordate domenica scorsa? A Dio si offrono le primizie, non ciò che è sicuro perché lo hai gia messo in abbondanza in cascina): oggi ci è stato raccontato che nel deserto ogni israelita non poteva raccogliere se non la razione di un giorno di manna. Liberi dal fare scorte allora, perché fiduciosi in Dio, liberi dall’ammucchiare perché desiderosi ogni giorno di volgere il proprio sguardo al cielo, per attendere il dono che viene dall?alto, per risvegliare ogni giorno la consapevolezza della propria non-autosufficienza e quindi della propria dipendenza da Dio: dacci oggi il pane quotidiano.

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