Archive pour le 2 août, 2012

la dormizione e l’Assunzione della Beata Vergine Maria

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Giovanni Paolo II: Maria nel Protovangelo

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Maria nel Protovangelo

Giovanni Paolo II nell’Udienza Generale del 16 gennaio 1996

1. « I libri dell’Antico Testamento descrivono la storia della salvezza, nella quale lentamente viene preparandosi la venuta di Cristo nel mondo. E questi primi documenti, come sono letti nella Chiesa e sono capiti alla luce dell’ulteriore e piena rivelazione, passo passo mettono sempre più chiaramente in luce la figura di una donna: la madre del Redentore » (Lumen Gentium, 55).
Con queste affermazioni il Concilio Vaticano II ci ricorda come la figura di Maria si sia venuta delineando fin dagli inizi della storia della salvezza. Essa si intravede già nei testi dell’Antico Testamento, ma si comprende pienamente solo quando questi « sono letti nella Chiesa » e capiti alla luce del Nuovo Testamento.
Lo Spirito Santo, infatti, ispirando i diversi autori umani, ha orientato la Rivelazione anticotestamentaria verso Cristo, che sarebbe venuto al mondo dal grembo della Vergine Maria.
2. Fra le parole bibliche che hanno preannunziato la Madre del Redentore, il Concilio cita anzitutto quelle con le quali Dio, dopo la caduta di Adamo ed Eva, rivela il suo piano di salvezza. Il Signore dice al serpente, figura dello spirito del male: « Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe; questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno » (Gen 3,15).
Tali espressioni, denominate dalla tradizione cristiana, fin dal secolo XVI, « Protovangelo », cioè prima Buona Novella, lasciano intuire la volontà salvifica di Dio sin dalle origini dell’umanità. Infatti, di fronte al peccato, secondo la narrazione dell’autore sacro, la prima reazione del Signore non è quella di castigare i colpevoli, ma di aprire loro una prospettiva di salvezza e di coinvolgerli attivamente nell’opera redentrice, mostrando la sua grande generosità anche verso chi lo aveva offeso.
Le parole del Protovangelo rivelano, inoltre, il singolare destino della donna che, pur avendo preceduto l’uomo nel cedere alla tentazione del serpente, diventa poi, in virtù del piano divino, la prima alleata di Dio. Eva era stata l’alleata del serpente per trascinare l’uomo nel peccato. Dio annuncia che, capovolgendo questa situazione, Egli farà della donna la nemica del serpente.
3. Gli esegeti sono ormai concordi nel riconoscere che il testo della Genesi, secondo l’originale ebraico, attribuisce l’azione contro il serpente non direttamente alla donna, ma alla stirpe di lei. Il testo dà comunque un grande risalto al ruolo che ella svolgerà nella lotta contro il tentatore: il vincitore del serpente sarà, infatti, sua progenie.
Chi è questa donna? Il testo biblico non riferisce il suo nome personale, ma lascia intravedere una donna nuova, voluta da Dio per riparare la caduta di Eva: ella è chiamata, infatti, a restaurare il ruolo e la dignità della donna e a contribuire al cambiamento del destino dell’umanità, collaborando mediante la sua missione materna alla vittoria divina su satana.
4. Alla luce del Nuovo Testamento e della tradizione della Chiesa, sappiamo che la donna nuova annunciata dal Protovangelo è Maria, e riconosciamo nella « sua stirpe » (Gen 3,15), il figlio, Gesù, trionfatore nel mistero della Pasqua sul potere di satana.
Osserviamo altresì che l’inimicizia, posta da Dio fra il serpente e la donna, si realizza in Maria in duplice modo. Alleata perfetta di Dio e nemica del diavolo, ella fu sottratta completamente al dominio di satana nell’immacolato concepimento, quando fu plasmata nella grazia dallo Spirito Santo e preservata da ogni macchia di peccato. Inoltre, associata all’ opera salvifica del Figlio, Maria è stata pienamente coinvolta nella lotta contro lo spirito del male.
Così, i titoli di Immacolata Concezione e di Cooperatrice del Redentore, attribuiti dalla fede della Chiesa a Maria per proclamare la sua bellezza spirituale e la sua intima partecipazione all’opera mirabile della redenzione, manifestano l’opposizione irriducibile fra il serpente e la nuova Eva.
5. Esegeti e teologi ritengono che la luce della nuova Eva, Maria, dalle pagine della Genesi si proietti su tutta l’economia della salvezza, e vedono già in quel testo il legame tra Maria e la Chiesa. Noi qui rileviamo con gioia che il termine « donna », usato in forma generica dal testo della Genesi, spinge ad associare alla Vergine di Nazaret e al suo compito nell’opera della salvezza specialmente le donne, chiamate, secondo il disegno divino, ad impegnarsi nella lotta contro lo spirito del male.
Le donne che, come Eva, potrebbero cedere alla seduzione di satana, dalla solidarietà con Maria ricevono una forza superiore per combattere il nemico, diventando le prime alleate di Dio sulla via della salvezza.
Questa alleanza misteriosa di Dio con la donna si manifesta in forme molteplici anche ai nostri giorni: nell’assiduità delle donne alla preghiera personale e al culto liturgico, nel servizio della catechesi e nella testimonianza della carità, nelle numerose vocazioni femminili alla vita consacrata, nell’educazione religiosa in famiglia…
Tutti questi segni costituiscono una attuazione molto concreta dell’oracolo del Protovangelo. Esso, infatti, suggerendo un’estensione universale del vocabolo « donna », entro e oltre i confini visibili della Chiesa, mostra che la vocazione unica di Maria è inseparabile dalla vocazione dell’umanità e, in particolare, da quella di ogni donna, che s’illumina alla missione di Maria, proclamata prima alleata di Dio contro satana e il male.

Giovanni Paolo II: Salmo 41: Desiderio del Signore e del suo tempio

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/audiences/2002/documents/hf_jp-ii_aud_20020116_it.html

GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

Mercoledì 16 gennaio 2002

Salmo 41: Desiderio del Signore e del suo tempio

Lodi Lunedì 2a Settimana (Lettura: Sal 41, 2-3.11-12)

1. Una cerva assetata, con la gola riarsa, lancia il suo lamento davanti al deserto arido, anelando alle fresche acque di un ruscello. Questa celebre immagine apre il Salmo 41, che è stato poc’anzi cantato. Vi possiamo vedere quasi il simbolo della profonda spiritualità di questa composizione, vero gioiello di fede e di poesia. In realtà, secondo gli studiosi del Salterio, il nostro Salmo è da unire strettamente al successivo, il 42, dal quale fu diviso quando i Salmi furono messi in ordine per formare il libro di preghiera del Popolo di Dio. Infatti entrambi i Salmi – oltre ad essere uniti per tema e per sviluppo – sono scanditi dalla stessa antifona: « Perché ti rattristi, anima mia, perché su di me gemi? Spera in Dio: ancora potrò lodarlo, lui, salvezza del mio volto e mio Dio » (Sal 41, 6.12; 42, 5). Questo appello, ripetuto due volte nel nostro Salmo, e una terza volta nel Salmo successivo, è un invito rivolto dall’orante a se stesso in vista di respingere la malinconia per mezzo della fiducia in Dio, che certamente si manifesterà di nuovo come Salvatore.
2. Ma ritorniamo all’immagine di partenza del Salmo, che piacerebbe meditare col sottofondo musicale del canto gregoriano o di quel capolavoro polifonico che è il Sicut cervus di Pierluigi da Palestrina. La cerva assetata è, infatti, il simbolo dell’orante che tende con tutto se stesso, corpo e spirito, verso il Signore sentito come lontano e insieme necessario: « La mia anima ha sete di Dio, del Dio vivente »(Sal 41, 3). In ebraico una sola parola, nefesh, indica contemporaneamente l’ »anima » e la « gola ». Quindi possiamo dire che anima e corpo dell’orante sono coinvolti nel desiderio primario, spontaneo, sostanziale di Dio (cfr Sal 62, 2). Non per nulla, c’è una lunga tradizione che descrive la preghiera come « respiro »: essa è originaria, necessaria, fondamentale come l’alito vitale.
Origene, grande autore cristiano del terzo secolo, mostrava che la ricerca di Dio da parte dell’uomo è un’impresa mai terminata, perché nuovi progressi sono sempre possibili e necessari. In una delle sue Omelie sui Numeri egli scrive: « Coloro che percorrono la strada della ricerca della sapienza di Dio non costruiscono case stabili, ma tende mobili, perché vivono di viaggi continui progredendo sempre in avanti, e quanto più progrediscono, tanto più si apre il cammino davanti a loro, prospettando un orizzonte che si perde nell’immensità » (Omelia XVII, In Numeros, GCS VII, 159-160).
3. Cerchiamo ora di intuire la trama di questa supplica, che potremmo immaginare affidata a tre atti, due dei quali sono all’interno del nostro Salmo, mentre l’ultimo si aprirà nel Salmo successivo, il 42, che in seguito considereremo. La prima scena (cfr Sal 41, 2-6) esprime la profonda nostalgia suscitata dal ricordo di un passato reso felice da belle celebrazioni liturgiche ormai inaccessibili: « Questo io ricordo, e il mio cuore si strugge: attraverso la folla avanzavo tra i primi fino alla casa di Dio, in mezzo ai canti di gioia di una moltitudine in festa » (v. 5).
« La casa di Dio » con la sua liturgia è quel tempio di Gerusalemme che il fedele un tempo frequentava, ma è anche la sede dell’intimità con Dio, « sorgente d’acqua viva », come canta Geremia (2, 13). Ora l’unica acqua che affiora alle sue pupille è quella delle lacrime (Sal 41, 4) per la lontananza dalla fonte della vita. La preghiera festosa di allora, elevata al Signore durante il culto nel tempio, è sostituita adesso dal pianto, dal lamento, dall’implorazione.
4. Purtroppo, un presente triste si oppone a quel passato gioioso e sereno. Il Salmista si trova ora lontano da Sion: l’orizzonte che lo circonda è quello della Galilea, la regione settentrionale della Terra Santa, come suggerisce la menzione delle sorgenti del Giordano, della vetta dell’Ermon da cui sgorga questo fiume, e di un’altra montagna a noi ignota, il Mizar (cfr v. 7). Siamo, quindi, più o meno nell’area in cui si trovano le cateratte del Giordano, le cascatelle con le quali si avvia il percorso di questo fiume che attraversa tutta la Terra promessa. Queste acque, però, non sono dissetanti come quelle di Sion. Agli occhi del Salmista sono piuttosto simili alle acque caotiche del diluvio che tutto distruggono. Egli le sente piombare addosso come un torrente impetuoso che annienta la vita: « Tutti i tuoi flutti e le tue onde sopra di me sono passati » (v. 8). Nella Bibbia, infatti, il caos e il male o lo stesso giudizio divino sono raffigurati come un diluvio che genera distruzione e morte (Gen 6, 5-8; Sal 68, 2-3).
5. Questa irruzione è definita successivamente nella sua valenza simbolica: sono i perversi, gli avversari dell’orante, forse anche i pagani che abitano in questa regione remota dove il fedele è relegato. Essi disprezzano il giusto e deridono la sua fede chiedendogli ironicamente: « Dov’è il tuo Dio? » (v. 11; cfr v. 4). Ed egli lancia a Dio la sua angosciosa domanda: « Perché mi hai dimenticato? » (v. 10). Il « perché? » rivolto al Signore, che sembra assente nel giorno della prova, è tipico delle suppliche bibliche.
Di fronte a queste labbra secche che urlano, di fronte a quest’anima tormentata, a questo volto che sta per essere sommerso da un mare di fango, Dio potrà restare muto? Certamente no! L’orante si anima quindi di nuovo alla speranza (cfr vv. 6.12). Il Terzo atto, racchiuso nel Salmo successivo, il 42, sarà una fiduciosa invocazione rivolta a Dio (Sal 42, 1.2a.3a.4b) e userà espressioni liete e riconoscenti: « Verrò all’altare di Dio, al Dio della mia gioia, del mio giubilo ».

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