Archive pour juillet, 2012

Sant’Ignazio di Loyola

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1 agosto: Sant’ Alfonso Maria de’ Liguori

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Sant’ Alfonso Maria de’ Liguori – Vescovo e dottore della Chiesa

1 agosto

Napoli, 1696 – Nocera de’ Pagani, Salerno, 1 agosto 1787

Nasce a Napoli il 27 settembre 1696 da genitori appartenenti alla nobiltà cittadina. Studia filosofia e diritto. Dopo alcuni anni di avvocatura, decide di dedicarsi interamente al Signore. Ordinato prete nel 1726, Alfonso Maria dedica quasi tutto il suo tempo e e il suo ministero agli abitanti dei quartieri più poveri della Napoli settecentesca. Mentre si prepara per un futuro impegno missionario in Oriente, prosegue l’attività di predicatore e confessore e, due o tre volte all’anno, prende parte alle missioni nei paesi all’interno del regno. Nel maggio del 1730, in un momento di forzato riposo, incontra i pastori delle montagne di Amalfi e, constatando il loro profondo abbandono umano e religioso, sente la necessità di rimediare ad una situazione che lo scandalizza sia come pastore che come uomo colto del secolo dei lumi. Lascia Napoli e con alcuni compagni, sotto la guida del vescovo di Castellammare di Stabia, fonda la Congregazione del SS. Salvatore. Intorno al 1760 viene nominato vescovo di Sant’Agata, e governa la sua diocesi con dedizione, fino alla morte, avvenuta il 1 agosto del 1787. (Avvenire)

Patronato: Napoli, Teologi, Moralisti, Confessori
Etimologia: Alfonso = valoroso e nobile, dal gotico

Emblema: Bastone pastorale

Martirologio Romano: Memoria di sant’Alfonso Maria de’ Liguori, vescovo e dottore della Chiesa, che rifulse per la sua premura per le anime, i suoi scritti, la sua parola e il suo esempio. Al fine di promuovere la vita cristiana nel popolo, si impegnò nella predicazione e scrisse libri, specialmente di morale, disciplina in cui è ritenuto un maestro, e, sia pure tra molti ostacoli, istituì la Congregazione del Santissimo Redentore per l’evangelizzazione dei semplici. Eletto vescovo di Sant’Agata dei Goti, si impegnò oltremodo in questo ministero, che dovette lasciare quindici anni più tardi per il sopraggiungere di gravi malattie. Passò, quindi, il resto della sua vita a Nocera dei Pagani in Campania, tra grandi sacrifici e difficoltà.
Tracciare un profilo breve di un santo, grande e longevo quale fu il napoletano Alfonso Maria de’ Liguori, è quasi un’impresa. Qui lo si ricorda soprattutto per la sua tutela dei moralisti, come dal nuovo titolo conferitegli da papa Pio XII nel 1950. Il significato del suo nome, Alfonso, rispecchia sinteticamente la sua personalità: valoroso e nobile.
L’attualità del santo di Napoli sta nel fatto che, pur contrastando nella sostanza il relativismo morale e riconoscendo la Chiesa cattolica come suprema maestra, diede spazio alle “voci interiori della coscienza” e mantenne una posizione di equilibrio e di pratica prudenza tra i due estremi del rigorismo e del lassismo. Tale posizione affiora in quasi tutte le sue numerosissime opere di meditazione e di ascetica, ma soprattutto è sempre presente nell’ancora oggi studiata Theologia moralis. È questo in effetti il vero capolavoro di colui che, canonizzato nel 1839, venne decretato da papa Pio IX Dottore della Chiesa nel marzo 1871.
Alfonso Maria de’ Liguori nacque il 27 settembre 1696 a Marinella, nei pressi di Napoli, nel palazzo di villeggiatura della nobile famiglia: il padre Giuseppe era ufficiale di marina e la madre, Anna Cavalieri, apparteneva al casato dei marchesi d’Avenia. Egli fu il primo dei loro otto figli e crebbe all’insegna di una robusta educazione religiosa, addolcita però sempre da sentimenti di compassione nei riguardi dell’infelicità altrui. Si suole suddividere la sua vita in cinque distinti periodi, in ognuno dei quali la personalità si arricchiva o si modulava con tanta fede in Gesù e con grande devozione a Maria e alle sue “glorie”.
Fino a ventisette anni prevalsero gli studi privati nel campo della musica, delle scienze, delle lingue e del diritto, seguiti da una iniziale brillante carriera forense. Questa si interruppe improvvisamente per una delusione provata in un processo giudiziario tormentato di falsità. Tra il 1723 e il 1732 si colloca il periodo ecclesiastico con l’ordinazione sacerdotale nel 1726 e l’esercizio ad ampio raggio del ministero. Quando nel 1730 fu mandato a Scala, sopra Amalfi, esplose la sua spiritualità con la fondazione due anni dopo e poi la diffusione della Congregazione del SS. Salvatore, successivamente approvata dal papa Benedetto XIV come Congregazione del SS. Redentore.
L’intento era quello di imitare Cristo, cominciando dai redentoristi stessi, i quali andavano via via operando per la redenzione di tante anime con missioni, esercizi spirituali e varie forme di apostolato straordinario. Mantenendo la carica di Rettore Maggiore della Congregazione, Alfonso Maria de’ Liguori fu poi, dal 1762 al 1775, vescovo di S. Agata dei Goti, centro oggi in provincia di Benevento e allora sede episcopale di un’area montagnosa, povera e bisognosa di ogni forma di aiuto, al quale il santo rispose con generosità.
Ammalato di artropatia deformante e quasi cieco, dopo dodici anni di direzione diocesana, Alfonso Maria si dimise e si ritirò nella casa dei suoi fratelli a Nocera de’ Pagani, in provincia di Salerno, tra preghiere e meditazioni. Là morirà il 1° agosto 1787, non senza avere prima subito la dura tribolazione di uno sdoppiamento dei suoi confratelli, ciò che si ricompose soltanto sei anni dopo la sua morte. La Chiesa universale lo ricorda solennemente ogni anno in occasione del dies natalis.

Autore: Mario Benatti

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31 luglio: Sant’ Ignazio di Loyola Sacerdote

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Sant’ Ignazio di Loyola Sacerdote

31 luglio

Azpeitia, Spagna, c. 1491 – Roma, 31 luglio 1556

Il grande protagonista della Riforma cattolica nel XVI secolo, nacque ad Azpeitia, un paese basco, nel 1491. Era avviato alla vita del cavaliere, la conversione avvenne durante una convalescenza, quando si trovò a leggere dei libri cristiani. All’abbazia benedettina di Monserrat fece una confessione generale, si spogliò degli abiti cavallereschi e fece voto di castità perpetua. Nella cittadina di Manresa per più di un anno condusse vita di preghiera e di penitenza; fu qui che vivendo presso il fiume Cardoner decise di fondare una Compagnia di consacrati. Da solo in una grotta prese a scrivere una serie di meditazioni e di norme, che successivamente rielaborate formarono i celebri Esercizi Spirituali. L’attività dei Preti pellegrini, quelli che in seguito saranno i Gesuiti, si sviluppa un po’in tutto il mondo. Il 27 settembre 1540 papa Paolo III approvò la Compagnia di Gesù. Il 31 luglio 1556 Ignazio di Loyola morì. Fu proclamato santo il 12 marzo 1622 da papa Gregorio XV. (Avvenire)

Etimologia: Ignazio = di fuoco, igneo, dal latino

Emblema: IHS (monogramma di Cristo)
Martirologio Romano: Memoria di sant’Ignazio di Loyola, sacerdote, che, nato nella Guascogna in Spagna, visse alla corte del re e nell’esercito, finché, gravemente ferito, si convertì a Dio; compiuti gli studi teologici a Parigi, unì a sé i primi compagni, che poi costituì nella Compagnia di Gesù a Roma, dove svolse un fruttuoso ministero, dedicandosi alla stesura di opere e alla formazione dei discepoli, a maggior gloria di Dio.
Il primo scritto che racconta la vita, la vocazione e la missione di s. Ignazio, è stato redatto proprio da lui, in Italia è conosciuto come “Autobiografia”, ed egli racconta la sua chiamata e la sua missione, presentandosi in terza persona, per lo più designato con il nome di “pellegrino”; apparentemente è la descrizione di lunghi viaggi o di esperienze curiose e aneddotiche, ma in realtà è la descrizione di un pellegrinaggio spirituale ed interiore.
Il grande protagonista della Riforma cattolica nel XVI secolo, nacque ad Azpeitia un paese basco, nell’estate del 1491, il suo nome era Iñigo Lopez de Loyola, settimo ed ultimo figlio maschio di Beltran Ibañez de Oñaz e di Marina Sanchez de Licona, genitori appartenenti al casato dei Loyola, uno dei più potenti della provincia di Guipúzcoa, che possedevano una fortezza padronale con vasti campi, prati e ferriere.
Iñigo perse la madre subito dopo la nascita, ed era destinato alla carriera sacerdotale secondo il modo di pensare dell’epoca, nell’infanzia ricevé per questo anche la tonsura.
Ma egli ben presto dimostrò di preferire la vita del cavaliere come già per due suoi fratelli; il padre prima di morire, nel 1506 lo mandò ad Arévalo in Castiglia, da don Juan Velázquez de Cuellar, ministro dei Beni del re Ferdinando il Cattolico, affinché ricevesse un’educazione adeguata; accompagnò don Juan come paggio, nelle cittadine dove si trasferiva la corte allora itinerante, acquisendo buone maniere che tanto influiranno sulla sua futura opera.
Nel 1515 Iñigo venne accusato di eccessi d’esuberanza e di misfatti accaduti durante il carnevale ad Azpeitia e insieme al fratello don Piero, subì un processo che non sfociò in sentenza, forse per l’intervento di alti personaggi; questo per comprendere che era di temperamento focoso, corteggiava le dame, si divertiva come i cavalieri dell’epoca.
Morto nel 1517 don Velázquez, il giovane Iñigo si trasferì presso don Antonio Manrique, duca di Najera e viceré di Navarra, al cui servizio si trovò a combattere varie volte, fra cui nell’assedio del castello di Pamplona ad opera dei francesi; era il 20 maggio 1521, quando una palla di cannone degli assedianti lo ferì ad una gamba.
Trasportato nella sua casa di Loyola, subì due dolorose operazioni alla gamba, che comunque rimase più corta dell’altra, costringendolo a zoppicare per tutta la vita.
Ma il Signore stava operando nel plasmare l’anima di quell’irrequieto giovane; durante la lunga convalescenza, non trovando in casa libri cavallereschi e poemi a lui graditi, prese a leggere, prima svogliatamente e poi con attenzione, due libri ingialliti fornitagli dalla cognata.
Si trattava della “Vita di Cristo” di Lodolfo Cartusiano e la “Leggenda Aurea” (vita di santi) di Jacopo da Varagine (1230-1298), dalla meditazione di queste letture, si convinse che l’unico vero Signore al quale si poteva dedicare la fedeltà di cavaliere era Gesù stesso.
Per iniziare questa sua conversione di vita, decise appena ristabilito, di andare pellegrino a Gerusalemme dove era certo, sarebbe stato illuminato sul suo futuro; partì nel febbraio 1522 da Loyola diretto a Barcellona, fermandosi all’abbazia benedettina di Monserrat dove fece una confessione generale, si spogliò degli abiti cavallereschi vestendo quelli di un povero e fece il primo passo verso una vita religiosa con il voto di castità perpetua.
Un’epidemia di peste, cosa ricorrente in quei tempi, gl’impedì di raggiungere Barcellona che ne era colpita, per cui si fermò nella cittadina di Manresa e per più di un anno condusse vita di preghiera e di penitenza; fu qui che vivendo poveramente presso il fiume Cardoner “ricevé una grande illuminazione”, sulla possibilità di fondare una Compagnia di consacrati e che lo trasformò completamente.
In una grotta dei dintorni, in piena solitudine prese a scrivere una serie di meditazioni e di norme, che successivamente rielaborate formarono i celebri “Esercizi Spirituali”, i quali costituiscono ancora oggi, la vera fonte di energia dei Gesuiti e dei loro allievi.
Arrivato nel 1523 a Barcellona, Iñigo di Loyola, invece di imbarcarsi per Gerusalemme s’imbarcò per Gaeta e da qui arrivò a Roma la Domenica delle Palme, fu ricevuto e benedetto dall’olandese Adriano VI, ultimo papa non italiano fino a Giovanni Paolo II.
Imbarcatosi a Venezia arrivò in Terrasanta visitando tutti i luoghi santificati dalla presenza di Gesù; avrebbe voluto rimanere lì ma il Superiore dei Francescani, responsabile apostolico dei Luoghi Santi, glielo proibì e quindi ritornò nel 1524 in Spagna.
Intuì che per svolgere adeguatamente l’apostolato, occorreva approfondire le sue scarse conoscenze teologiche, cominciando dalla base e a 33 anni prese a studiare grammatica latina a Barcellona e poi gli studi universitari ad Alcalà e a Salamanca.
Per delle incomprensioni ed equivoci, non poté completare gli studi in Spagna, per cui nel 1528 si trasferì a Parigi rimanendovi fino al 1535, ottenendo il dottorato in filosofia.
Ma già nel 1534 con i primi compagni, i giovani maestri Pietro Favre, Francesco Xavier, Lainez, Salmerón, Rodrigues, Bobadilla, fecero voto nella Cappella di Montmartre di vivere in povertà e castità, era il 15 agosto, inoltre promisero di recarsi a Gerusalemme e se ciò non fosse stato possibile, si sarebbero messi a disposizione del papa, che avrebbe deciso il loro genere di vita apostolica e il luogo dove esercitarla; nel contempo Iñigo latinizzò il suo nome in Ignazio, ricordando il santo vescovo martire s. Ignazio d’Antiochia.
A causa della guerra fra Venezia e i Turchi, il viaggio in Terrasanta sfumò, per cui si presentarono dal papa Paolo III (1534-1549), il quale disse: “Perché desiderate tanto andare a Gerusalemme? Per portare frutto nella Chiesa di Dio l’Italia è una buona Gerusalemme”; e tre anni dopo si cominciò ad inviare in tutta Europa e poi in Asia e altri Continenti, quelli che inizialmente furono chiamati “Preti Pellegrini” o “Preti Riformati” in seguito chiamati Gesuiti.
Ignazio di Loyola nel 1537 si trasferì in Italia prima a Bologna e poi a Venezia, dove fu ordinato sacerdote; insieme a due compagni si avvicinò a Roma e a 14 km a nord della città, in località ‘La Storta’ ebbe una visione che lo confermò nell’idea di fondare una “Compagnia” che portasse il nome di Gesù.
Il 27 settembre 1540 papa Polo III approvò la Compagnia di Gesù con la bolla “Regimini militantis Ecclesiae”.
L’8 aprile 1541 Ignazio fu eletto all’unanimità Preposito Generale e il 22 aprile fece con i suoi sei compagni, la professione nella Basilica di S. Paolo; nel 1544 padre Ignazio, divenuto l’apostolo di Roma, prese a redigere le “Costituzioni” del suo Ordine, completate nel 1550, mentre i suoi figli si sparpagliavano per il mondo.
Rimasto a Roma per volere del papa, coordinava l’attività dell’Ordine, nonostante soffrisse dolori lancinanti allo stomaco, dovuti ad una calcolosi biliare e a una cirrosi epatica mal curate, limitava a quattro ore il sonno per adempiere a tutti i suoi impegni e per dedicarsi alla preghiera e alla celebrazione della Messa.
Il male fu progressivo limitandolo man mano nelle attività, finché il 31 luglio 1556, il soldato di Cristo, morì in una modestissima camera della Casa situata vicina alla Cappella di Santa Maria della Strada a Roma.
Fu proclamato beato il 27 luglio 1609 da papa Paolo V e proclamato santo il 12 marzo 1622 da papa Gregorio XV.
Si completa la scheda sul Santo Fondatore, colonna della Chiesa e iniziatore di quella riforma coronata dal Concilio di Trento, con una panoramica di notizie sul suo Ordine, la “Compagnia di Gesù”.

Le “Costituzioni” redatte da s. Ignazio fissano lo spirito della Compagnia, essa è un Ordine di “chierici regolari” analogo a quelli sorti nello stesso periodo, ma accentuante anche nella denominazione scelta dal suo Fondatore, l’aspetto dell’azione militante al servizio della Chiesa.
La Compagnia adattò lo spirito del monachesimo, al necessario dinamismo di un apostolato da svolgersi in un mondo in rapida trasformazione spirituale e sociale, com’era quello del XVI secolo; alla stabilità della vita monastica sostituì una grande mobilità dei suoi membri, legati però a particolari obblighi di obbedienza ai superiori e al papa; alle preghiere del coro sostituì l’orazione mentale.
Considerò inoltre essenziale la preparazione e l’aggiornamento culturale dei suoi membri. È governata da un “Preposito generale”.
I gradi della formazione dei sacerdoti gesuiti, comprendono due anni di noviziato, gli aspiranti sono detti ‘scolastici’, gli studi approfonditi sono inframezzati dall’ordinazione sacerdotale (solitamente dopo il terzo anno di filosofia), il giovane gesuita verso i 30 anni diventa professo ed emette i tre voti solenni di povertà, castità e obbedienza, più in quarto voto di obbedienza speciale al papa; accanto ai ‘professi’ vi sono i “coadiutori spirituali” che emettono soltanto i tre voti semplici.
Non c’è un ramo femminile né un Terz’Ordine. La spiritualità della Compagnia si basa sugli ‘Esercizi Spirituali’ di s. Ignazio e si contraddistingue per l’abbandono alla volontà di Dio espresso nell’assoluta obbedienza ai superiori; in una profonda vita interiore alimentata da costanti pratiche spirituali, nella mortificazione dell’egoismo e dell’orgoglio; nello zelo apostolico; nella totale fedeltà alla Santa Sede.
I Gesuiti non possono possedere personalmente rendite fisse, consentite solo ai Collegi e alle Case di formazione; i professi fanno anche il voto speciale di non aspirare a cariche e dignità ecclesiastiche.
Come attività, in origine la Compagnia si presentava come un gruppo missionario a disposizione del pontefice e pronto a svolgere qualsiasi compito questi volesse affidargli per la “maggior gloria di Dio”.
Quindi svolsero attività prevalentemente itinerante, facendo fronte alle più urgenti necessità di predicazione, di catechesi, di cura di anime, di missioni speciali, di riforma del clero, operante nella Controriforma e nell’evangelizzazione dei nuovi Paesi (Oriente, Africa, America).
Nel 1547, s. Ignazio affidò alla sua Compagnia, un ministero inizialmente non previsto, quello dell’insegnamento, che diventò una delle attività principali dell’Ordine e uno dei principali strumenti della sua diffusione e della sua forza, lo testimoniano i prestigiosi Collegi sparsi per il mondo.
Alla morte di s. Ignazio, avvenuta come già detto nel 1556, la Compagnia contava già mille membri e nel 1615, con la guida dei vari Generali succedutisi era a 13.000 membri, diffondendosi in tutta Europa, subendo anche i primi martiri (Campion, Ogilvie, in Inghilterra).
Ma soprattutto ebbe un’attività missionaria di rilievo iniziata nel 1541 con s. Francesco Xavier, inviato in India e nel Giappone, dove i successivi gesuiti subirono come gli altri missionari, sanguinose persecuzioni.
Più duratura fu la loro opera in Cina con padre Matteo Ricci (1552-1610) e in America Meridionale, specie in Brasile, con le famose ‘riduzioni’. Più sfortunata fu l’opera dei Gesuiti in America Settentrionale, in cui furono martiri i santi Giovanni de Brebeuf, Isacco Jogues, Carlo Garnier e altri cinque missionari.
Col passare del tempo, nei secoli XVII e XVIII i Gesuiti con la loro accresciuta potenza furono al centro di dispute dottrinarie e di violenti conflitti politico-ecclesiatici, troppo lunghi e numerosi da descrivere in questa sede; che alimentarono l’odio di tanti movimenti antireligiosi e l’astio dei Domenicani, dei sovrani dell’epoca e dei parlamentari e governi di vari Stati.
Si arrivò così allo scioglimento prima negli Stati di Portogallo, Spagna, Napoli, Parma e Piacenza e infine sotto la pressione dei sovrani europei, anche allo scioglimento totale della Compagnia di Gesù nel 1773, da parte di papa Clemente XIV.
I Gesuiti però sopravvissero in Russia sotto la protezione dell’imperatrice Caterina II; nel 1814 papa Pio VII diede il via alla restaurazione della Compagnia.
Da allora i suoi membri sono stati sempre presenti nelle dispute morali, dottrinarie, filosofiche, teologiche e ideologiche, che hanno interessato la vita morale e istituzionale della società non solo cattolica.
Nel 1850 sorse la prestigiosa e diffusa rivista “La Civiltà Cattolica”, voce autorevole del pensiero della Compagnia; altre espulsioni si ebbero nel 1880 e 1901 interessanti molti Stati europei e sud americani.
Nell’annuario del 1966 i Gesuiti erano 36.000, divisi in 79 province nel mondo e 77 territori di missione. In una statistica aggiornata al 2002, la Compagnia di Gesù annovera tra i suoi figli 49 Santi di cui 34 martiri e 147 Beati di cui 139 martiri; a loro si aggiungono centinaia di Servi di Dio e Venerabili, avviati sulla strada di un riconoscimento ufficiale della loro santità o del loro martirio.
L’alto numero di martiri, testimonia la vocazione missionaria dei Gesuiti, votati all’affermazione della ‘maggior gloria di Dio’, nonostante i pericoli e le persecuzioni a cui sono andati incontro, sin dalla loro fondazione.

Autore: Antonio Borrelli

Publié dans:Santi |on 31 juillet, 2012 |Pas de commentaires »

Feeding_Multitude_Multiplication_Pains

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Publié dans:immagini sacre |on 27 juillet, 2012 |Pas de commentaires »

Brevi note sulla festa dei Santi Gioacchino e Anna

http://www.zenit.org/article-31885?l=italian

CUSTODIA DELLA VITA, TRA ATTUALITÀ E TRADIZIONE

Brevi note sulla festa dei Santi Gioacchino e Anna

di P. Mario Piatti icms,

direttore del mensile “Maria di Fatima”

Roma, giovedì, 26 luglio 2012 (ZENIT.org).- In mezzo alla quotidiana selva di notizie, quasi mai rassicuranti, che la cronaca purtroppo ci elargisce generosamente e con scrupolosa dovizia di particolari, la liturgia sa ricondurci, con soprannaturale sapienza, alla verità più profonda dell’Uomo, aiutandoci a riflettere su ciò che realmente vale, al di  là dei fatti e dei misfatti del giorno corrente.
Una ulteriore preziosa occasione ci è provvidenzialmente offerta dalla “memoria” dei Santi Gioacchino e Anna, genitori della Vergine Maria. Conosciamo, della loro vita, quanto ci hanno tramandato i Vangeli apocrifi, in particolare il Protovangelo di Giacomo (sec. II), che ci informa anche sui loro nomi, ormai entrati a pieno diritto nei nostri Calendari liturgici. Anzitutto, occorre segnalare il crescente interesse per quei testi della primitiva letteratura cristiana: pur non essendo “canonici” –anzi, a volte puramente fantasiosi- tuttavia forniscono notizie sempre degne di attenzione, trasmettendoci anche significative indicazioni, relative in special modo agli ultimi “dogmi mariani”, alla cui solenne promulgazione hanno –direttamente o indirettamente- contribuito.
La odierna Liturgia ci permette, inoltre, di riconsiderare la attualità e la consistenza –umana e spirituale- di personaggi che sembrano a volte sepolti nel passato, giudicati degni al massimo di qualche indagine filologica, destinata ai soli esperti: la santità, invece, è una parola sempre vera e contemporanea ad ogni epoca, capace di favorire ancora l’adesione del cuore e della volontà al Signore. È il valore inesauribile di una Tradizione, non soltanto affidata a codici e a pergamene, ma consegnata alla Chiesa –e a ciascuno di noi- di generazione in generazione, attraverso la vita concreta, le scelte, il sacrificio e la Fede di chi ci ha preceduti.
Nella devozione popolare Gioacchino e Anna sono stati accolti, con crescente affetto e con sincera “simpatia”, dal cuore dei fedeli, che hanno loro attribuito il “patronato” su un ampio ventaglio di iniziative e di attività umane. Sant’Anna, tra le tante altre prerogative, è stata in particolare associata alle madri di famiglia, alle mamme in attesa, alle partorienti, alle vedove, ed è invocata nel caso di parti difficili e contro la sterilità.
Il valore della maternità, dono infinito di amore e rinnovata conferma della fedeltà di Dio ai suoi impegni con l’Uomo, non può mai rappresentare una minaccia, quasi un ostacolo posto alla nostra libertà, ai nostri progetti e alle nostre aspettative; né, d’altra parte, può ritenersi una legittima pretesa, da ottenere a qualunque costo e a qualunque prezzo, addirittura sacrificando tante altre vite umane, come accade invece con la fecondazione artificiale, omologa o eterologa che sia.
La venerazione verso Sant’Anna –congiunta allo sposo Gioacchino- ci conduce inevitabilmente a rimettere al centro il miracolo della Vita, originata dall’Amore eterno di Dio e affidata alla custodia premurosa del nostro cuore. A Sant’Anna, da secoli, ricorrono appunto le madri “in attesa”, le coppie che chiedono la grazia di un figlio, le mamme avanzate in età, ma ancora preoccupate per il bene e per la salute –fisica e spirituale- dei loro figli.
Uno degli antidoti più efficaci, contro la devastante e distruttiva mentalità del nostro tempo, è indubbiamente la conoscenza. Chi conosce, ama, perché intuisce e rispetta la bellezza e la indicibile preziosità celata dietro la visibilità delle cose; chi conosce, libero da pregiudizi, sa interrogarsi sulle segrete dinamiche nascoste nel mistero della realtà che ci circonda e, in particolare, sul miracolo stesso della Vita. Fin dai primi istanti, la nuova creatura intesse un complesso e articolato colloquio vitale con la madre: i primi giorni, successivi alla fecondazione, sono in questo senso determinanti per lo sviluppo, equilibrato e corretto, del figlio: questo lo riconosce e lo insegna la Scienza, quando non è inquinata dai tanti preconcetti ideologici, che offuscano e ottenebrano l’intelligenza.
In questo iniziale dialogo, serrato e dolcissimo, tra la madre e il figlio, che vive nel seno materno il suo primo decisivo ingresso nel mondo, è posta in luce tutta la forza e la fragranza di quell’originario affidamento, che implica il bene di due persone, legandole nel sacro vincolo dell’Amore.
Nella mai sufficientemente meditata Mulieris Dignitatem (n. 30) il beato Giovanni Paolo II scriveva: “La forza morale della donna, la sua forza spirituale si unisce con la consapevolezza che Dio le affida in un modo speciale l’uomo, l’essere umano. Naturalmente, Dio affida ogni uomo a tutti e a ciascuno. Tuttavia, questo affidamento riguarda in modo speciale la donna – proprio a motivo della sua femminilità – ed esso decide in particolare della sua vocazione”.
Sant’Anna ha chiesto, con il suo sposo, la grazia di essere madre: Dio l’ha concessa, al di là di ogni suo desiderio, affidandole addirittura l’Immacolata, la Theotokos, e disponendo la loro famiglia ad accogliere suo Figlio, l’eterno Verbo, la Sapienza increata.
Proteggano ancora, i santi genitori della Vergine, le madri in attesa e le aiutino nella loro insostituibile vocazione; benedicano le coppie sterili, perché ritrovino nella volontà di Dio non solo conforto e rassegnazione, ma anche una ragione positiva della loro condizione, mai di inferiorità, ma di autentica ed efficace missione, nella Chiesa e nel mondo.
Affidiamo a Gioacchino e Anna anche le mamme che hanno sbagliato, non accogliendo -forse per paura, per ignoranza o per puro e semplice egoismo- il dono che stava fiorendo nel loro grembo. Solo Dio conosce e giudica i cuori: a noi spetta il compito di servire sempre la Verità e di intercedere -pur con i nostri limiti e con le nostre fragilità- per chi ha peccato, anche gravemente, sostenendo i nostri fratelli con la preghiera, con l’esempio e con la carità.

Publié dans:Santi, Santi : Anna e San Gioacchino |on 27 juillet, 2012 |Pas de commentaires »

SALMO 144

http://www.perfettaletizia.it/bibbia/salmi/salmo144.htm

SALMO 144

Lode. Di Davide

Alef O Dio, mio re, voglio esaltarti
e benedire il tuo nome in eterno e per sempre.   
Bet 
Ti voglio benedire ogni giorno,
lodare il tuo nome in eterno e per sempre.   
Ghimel 
Grande è il Signore e degno di ogni lode;
senza fine è la sua grandezza.   
Dalet 
Una generazione narra all’altra le tue opere,
annuncia le tue imprese.   
He 
Il glorioso splendore della tua maestà
e le tue meraviglie voglio meditare.   
Vau 
Parlino della tua terribile potenza:
anch’io voglio raccontare la tua grandezza.
    Zain 
Diffondano il ricordo della tua bontà immensa,
acclamino la tua giustizia.   
Het 
Misericordioso e pietoso è il Signore,
lento all’ira e grande nell’amore.   
Tet 
Buono è il Signore verso tutti,
la sua tenerezza si espande su tutte le creature.   
Iod 
Ti lodino, Signore, tutte le tue opere
e ti benedicano i tuoi fedeli.   
Caf 
Dicano la gloria del tuo regno
e parlino della tua potenza,   
Lamed 
per far conoscere agli uomini le tue imprese
e la splendida gloria del tuo regno.   
Mem 
Il tuo regno è un regno eterno,
il tuo dominio si estende per tutte le generazioni.   
Nun 
Fedele è il Signore in tutte le sue parole
e buono in tutte le sue opere.   
Samec 
Il Signore sostiene quelli che vacillano
e rialza chiunque è caduto.   
Ain 
Gli occhi di tutti a te sono rivolti in attesa
e tu dai loro il cibo a tempo opportuno.   
Pe 
Tu apri la tua mano
e sazi il desiderio di ogni vivente.   
Sade 
Giusto è il Signore in tutte le sue vie
e buono in tutte le sue opere.   
Kof 
 Il Signore è vicino a chiunque lo invoca,
a quanti lo invocano con sincerità.   
Res 
Appaga il desiderio di quelli che lo temono,
ascolta il loro grido e li salva.   
Sin 
Il Signore custodisce tutti quelli che lo amano,
ma distrugge tutti i malvagi.   
Tau 
Canti la mia bocca la lode del Signore
e benedica ogni vivente il suo santo nome,
in eterno e per sempre.

Commento

Molti sono i frammenti di altri salmi che entrano nella composizione di questa composizione, che tuttavia risulta bellissima nella sua forma alfabetica e ricca di stimoli alla fede, alla speranza, alla pietà, alla lode.
Il salmo è uno dei più recenti del salterio, databile nel III o II secolo a.C.
Esso inizia rivolgendosi a Dio quale re: “O Dio, mio re, voglio esaltarti (…) in eterno e per sempre”. “In eterno e per sempre”, indica in modo incessante e continuativo nel tempo.
Segue uno sguardo su come la trasmissione, di generazione in generazione, delle opere di Dio non sia sentita solo come fatto prescritto (Cf. Es 13,14), ma come gioia di comunicazione, poiché le opere di Dio sono affascinanti: “Il glorioso splendore della tua maestà e le tue meraviglie voglio meditare. Parlino della tua terribile potenza: anch’io voglio raccontare la tua grandezza. Diffondano il ricordo della tua bontà immensa, acclamino la tua giustizia ». Il salmista fa un attimo di riflessione sulla misericordia di Dio, riconoscendo la sua pazienza verso il suo popolo. E’ il momento dell’umiltà. La lode non può essere disgiunta dall’umile consapevolezza di essere peccatori: “Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore. Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature“. “Su tutte le creature”, cioè su tutti gli uomini, e pure sugli animali (Cf. Ps 35,7; 103,21).
Il salmista desidera che tutte le opere di Dio diventino lode a Dio sul labbro dei fedeli: “Ti lodino, Signore, tutte le tue opere e ti benedicano i tuoi fedeli. Dicano la gloria del tuo regno…”. “Tutte le tue opere”, anche quelle inanimate (Cf. Ps 148). Il significato profondo di questo invito cosmico sta nel fatto che, il salmista vede le creature come bloccate da una cappa buia posta dalle divinizzazioni pagane. Il salmista desidera che esse siano libere da quella cappa, che nega loro la glorificazione del Creatore.
La lode a Dio sul labbro dei fedeli diventa annuncio a tutti gli uomini: “Per far conoscere agli uomini le tue imprese e la splendida gloria del tuo regno”. “Il regno” (malkut) è Israele e le “imprese” sono quelle della liberazione dall’Egitto, ecc. Terminata la successione monarchica dopo la deportazione a Babilonia, Israele, pur senza scartare minimamente la tensione verso il futuro re, il Messia, si collegò alla tradizione premonarchica dove il re era unicamente Dio. Nel libro dell’Esodo si parla di Israele come regno (19,6): “Un regno di sacerdoti e una nazione santa”. Israele come regno di Dio si manifesta in modo evidente mediante l’osservanza della legge data sul Sinai; ma Israele non è solo suddito di Dio, ma anche figlio (Cf. Es 4,22).
Il salmista continua a celebrare la bontà di Dio verso gli uomini: “Giusto è il Signore in tutte le sue vie (…). Il Signore custodisce tutti quelli che lo amano, ma distrugge tutti i malvagi”.
Il salmista termina la sua composizione esortandosi alla lode a Dio e invitando, in una visione universale, “ogni vivente” a benedirlo: “Canti la mia bocca la lode del Signore e benedica ogni vivente il suo santo nome, in eterno e per sempre”. “Ogni vivente”; anche gli animali, le piante – ovviamente a loro modo – celebrano la gloria di Dio (Cf. Ps 148,9-10).
Il cristiano nella potenza dello Spirito Santo annuncia le grandi opere del Signore (At 2,11), che sono quelle relative a Cristo: la salvezza, la liberazione dal peccato, ben più alta e profonda di quella dall’Egitto; il regno di Dio posto nel cuore dell’uomo e tra gli uomini in Cristo, nel dono dello Spirito Santo; i cieli aperti, il dono dei sacramenti, massimamente l’Eucaristia.

Omelia XVII domenica del T.O. : Apri la tua mano, Signore, e sazia ogni vivente (257)

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/7635.html

Omelia XVII domenica del T.O.

don Remigio Menegatti

Apri la tua mano, Signore, e sazia ogni vivente (257)

Per comprendere la Parola di Dio alcune sottolineature
La prima lettura (2 Re 4, 42-44) è come una anticipazione del miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci di cui parla il vangelo. Il profeta Eliseo invita un devoto a mettere a disposizione di un centinaio di persone i venti pani d’orzo che intendeva offrire al Signore. L »amore verso il Signore si verifica anche nell’amore del prossimo. Ciò che conta è la generosità nel’offrire: per arrivare a sfamare tutti ci pensa il Signore. Solo lui « moltiplica » il pane per nutrire i suoi figli.
Il vangelo (Gv 6, 1-15) narra del miracolo della moltiplicazione dei pani: una grande folla segue Gesù, attratta dai suoi gesti e dalle sue parole. Il Signore coinvolge in questo miracolo anche i suoi discepoli e soprattutto valorizza il dono generoso di un ragazzo che mette a disposizione il suo pasto. Il poco donato con generosità e fiducia diventa, nelle mani di Cristo, un tesoro prezioso: non solo sfama tanta gente, ma valorizza il bene che ogni persona può fare e rivela la potenza del suo Figlio. Gesù, da parte sua, non vuole lasciarsi imbrigliare dall’entusiasmo della gente. Il suo obiettivo non è diventare re, quanto invece mostrare il vero volto di Dio e annunciare il suo amore senza confini.

Salmo 144
Ti lodino, Signore, tutte le tue opere
e ti benedicano i tuoi fedeli.
Dicano la gloria del tuo regno
e parlino della tua potenza.

Gli occhi di tutti sono rivolti a te in attesa
e tu provvedi loro il cibo a suo tempo.
Tu apri la tua mano
e sazi la fame di ogni vivente.

Giusto è il Signore in tutte le sue vie,
santo in tutte le sue opere.
Il Signore è vicino a quanti lo invocano,
a quanti lo cercano con cuore sincero.

Il salmo assomiglia ad un ritratto di Dio in cui al centro spicca la mano del Signore. Una mano aperta per donare ai suoi figli quanto necessitano per la loro vita.
Questo gesto della « provvidenza di Dio » mostra le caratteristiche del Signore:
* giusto in tutte le sue vie,
* santo in tutte le sue opere
* vicino a quanti lo invocano e lo cercano con cuore sincero.
Dio non si presenta attraverso una formula teorica da imparare. I fatti della vita, aiutano a scoprire le « orme » che lui lascia sulle strade dell’uomo in modo che tutti lo possano cercare e trovare.
Il dono di quanto serve alla vita dell’uomo non esaurisce l’amore di Dio e il bisogno di lui. È saggio l’uomo che parte dal dono di Dio per cercalo e quindi lo invoca con animo retto ? il cuore sincero – per entrare in piena sintonia con il Creatore che non smette di provvedere alle sue creature.

Un commento per ragazzi
Se il nostro interesse per i genitori si fermasse a quello che chiediamo loro e che ci sanno dare con disponibilità e generosità…mancherebbe certo l’amore, per far regnare l’interesse. Se il papà e la mamma valgono solo in relazione a quanto ci forniscono in cibo, vestiti, giochi, mance…diventano per noi come delle banche, a cui far riferimento dopo aver accuratamente valutato le condizioni per cercare quelle più favorevoli.
I genitori che sanno vivere bene il loro ruolo sono attenti a non lasciarsi strumentalizzare, a non cadere nella possibile trappola di venir riconosciuti e apprezzati solo se danno affetto sotto forma di prodotti di alta tecnologia o affini.
Un rischio di questo genere lo riconosce anche Gesù: sa che la gente può limitarsi a chiedere cibo, salute, e non sempre vuole andare oltre. Le tentazioni, che noi collochiamo nel deserto, lo accompagnano nella sua missione: il dubbio che sia sufficiente fare miracoli per assicurarsi la risposta della gente è un compagno della sua vita. Gesù sa dare la sua risposta chiara e decisa: si ritira in un luogo isolato a pregare. Solo il « pane » della Parola di Dio è veramente necessario per i suoi figli.
Non dobbiamo però pensare neppure a un Messia estraneo alla gente, tutto chiuso nelle sue preghiere e riflessioni; quasi fosse sempre in estasi, lontano dalle persone e dai loro bisogni. Anzi lui stesso coinvolge Filippo chiedendogli di provvedere alla gente che lo segue.
La cosa ancora più simpatica è il fatto che non vuole fare tutto da solo: oltre all’aiuto degli apostoli, favorisce anche quello di un ragazzo.
Un ragazzo che sa fidarsi di Gesù e dei suoi amici, mettendo nelle loro mani il pane e il pesce che si era portato come pasto. Un ragazzo che non ha paura di donare, perché sa a chi dona, e perché ha scoperto che solo facendo un primo passo nel bene si può ottenere qualcosa di importante per tutti. Un ragazzo che è diventato « famoso » per un piccolo gesto e che Giovanni ci presenta come modello per piccoli e grandi. In fondo nessuno è così povero da non avere qualcosa da donare agli altri; se poi incrocia l’amore di Gesù il suo dono diventa enorme. A fianco di Gesù cinque pani e due pesci possono sfamare circa cinquemila uomini. Provare per credere!

È chiaro che non si tratta solo di pani e di pesci; ciò che conta è donare. Donare con fiducia e simpatia, magari con un sorriso che nasce dal cuore prima ancora di fiorire sulle labbra. Un sorriso che dice, a te stesso prima ancora che agli altri, che non ti senti costretto ma libero; che non dai il superfluo di cui non sai cosa fartene, bensì ciò che consideri un tesoro prezioso e vuoi che tutti possano godere di questo tesoro.
L’amore è un dono che pure noi possediamo solo perché qualcuno ce lo ha regalato. Possiamo donarlo senza restarne privi. Colui che ha moltiplicato pani e pesci sa trasformare in qualcosa di grande ciò che noi sappiamo dare a tutti attraverso di lui.
Quindi non preoccupiamoci se non abbiamo pani e pesci: nel nostro cuore ci sono sentimenti molto più grandi e che non diventano mai vecchi e indurire o marcire perché il tempo e la costanza non li impoverisci: li matura!

Un suggerimento per la preghiera
Signore, siamo pronti a vivere la « pasqua domenicale », l’incontro in cui tu ci « chiami a condividere il pane vivo disceso dal cielo ». Insegnaci a non fermarci a questo tuo dono perché vogliamo imparare a « spezzare nella carità di Cristo anche il pane terreno » che riassume tutte le qualità e doti di cui siamo ricchi e che possiamo sfruttare come un tesoro enorme per far ricchi anche gli altri che sono attorno a noi.

Saint Panteleiemon

Saint Panteleiemon dans immagini sacre

http://www.santiebeati.it/immagini/?mode=view&album=64575&pic=64575.JPG&dispsize=Original&start=0

Publié dans:immagini sacre |on 26 juillet, 2012 |Pas de commentaires »

27 luglio, Santi delle Chiese Orientali: Pantaleone di Nicomedia

http://it.wikipedia.org/wiki/Pantaleone_di_Nicomedia

27 luglio, Santi delle Chiese Orientali: Pantaleone di Nicomedia

Il Martirologio Romano fissa per la memoria di san Pantaleone la data del 27 luglio

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

San Pantaleone, Martire

Nascita III secolo
Morte 305
Venerato da Tutte le Chiese che ammettono il culto dei santi
Ricorrenza 27 luglio
Patrono di ostetriche e medici


Pantaleone, o anche Pantaleo (in greco: Παντελεήμων, Panteleimon; Nicomedia, … – Nicomedia, 27 luglio 305), secondo la Passio era un cristiano, medico personale del cesare Galerio, che subì il martirio durante le persecuzioni di Diocleziano: patrono dei medici (insieme ai santi Cosma e Damiano) e delle ostetriche, è venerato come santo da numerose Chiese cristiane ed è considerato uno dei quattordici santi ausiliatori[1] (viene invocato contro le infermità di consunzione). Secondo la tradizione agiografica, era figlio del pagano Eustorgio, uomo molto ricco di Nicomedia, e di Eubula, che lo educò al Cristianesimo: successivamente, si era allontanato dalla religione ed aveva studiato medicina, arrivando a diventare medico di Galerio. Ritornò al Cristianesimo grazie al prete Ermolao e, alla morte di suo padre, entrò in possesso di una grande fortuna: spinti dall’invidia, alcuni colleghi lo denunciarono all’imperatore durante la persecuzione di Diocleziano. L’imperatore avrebbe voluto risparmiarlo e cercò di persuaderlo ad abiurare. Pantaleone, però, confessò apertamente la sua fede e, per mostrare di essere nel giusto, risanò un paralitico: ciò nonostante, egli fu dapprima condannato al rogo, ma le fiamme si spensero, poi ad essere immerso nel piombo fuso, ma il piombo si raffreddò miracolosamente; a questo punto Pantaleone fu gettato in mare con una pietra legata al collo, ma il masso prese a galleggiare; venne condannato ad feras, ma le belve che avrebbero dovuto sbranarlo si misero a fargli le feste; fu poi legato ad una ruota, ma le corde si spezzarono e la ruota andò in frantumi. Si tentò anche di decapitarlo, ma la spada si piegò e gli aguzzini si convertirono. Pantaleone pregò Dio di perdonarli, motivo per il quale egli ricevette pure il nome di Panteleemon (in lingua greca, colui che di tutti ha compassione). Infine, quando egli diede il suo consenso, gli fu tagliata la testa.
Culto
Benché le notizie sulla sua vita siano palesemente favolose e ricavate da scritti molto tardi, la storicità di Pantaleone sembra essere dimostrata dalla diffusione e dall’antichità della sua venerazione, già attestata, tra gli altri, da Teodoreto di Ciro (Graecarum affectionum curatio, Sermo VIII, De martyribus), Procopio di Cesarea (De aedificiis Justiniani I, IX; V, IX) e dal Martirologio Geronimiano (Acta Sanctorum, November, II, 1, 97). Il Martirologio Romano fissa per la memoria di san Pantaleone la data del 27 luglio. Pantaleone è oggetto di venerazione in Oriente, dove viene chiamato il grande martire ed è invocato come taumaturgo. Nella Repubblica del Monte Athos, Grecia, il monastero della comunità russa, uno dei venti ancora oggi esistenti sulla Santa Montagna, è a lui dedicato (monastero di San Panteleimon).

Publié dans:Ortodossia, Santi, santi: biografia |on 26 juillet, 2012 |Pas de commentaires »

IL VELO DELLA NOIA – GIANFRANCO RAVASI

http://www.novena.it/mattutino/mattutino68.htm

GIANFRANCO RAVASI – IL MATTUTINO, MARZO 2011

IL VELO DELLA NOIA

La noia, come il ragno al centro di una tela, avvolge la realtà e le vicende umane di un velo grigio e diafano di indifferenza. Era nato in Francia da una famiglia di ebrei russi emigrati e il suo nome rivela questa origine: sto parlando del filosofo Vladimir Jankélévitch (1903-1985), autore di un famoso Trattato delle virtù a cui ho attinto per questa suggestiva raffigurazione della noia. Se la luce del sole attraversa una ragnatela, rimaniamo stupiti di tanta armonia di ricamo, ma basta un tocco per infrangere quella trama e imprigionare l’insetto in un viluppo mortale di fili. La noia è purtroppo uno dei vessilli di tante persone del nostro tempo, un «velo grigio e diafano» fatto di monotonia e indifferenza.

Un altro filosofo, il tedesco Martin Heidegger, la comparava a una «nebbia silenziosa che si raccoglie negli abissi dell’esistere», rendendoci apatici e insoddisfatti, ma incapaci di reagire. O meglio: talora la reazione alla noia c’è, ma è il puro e semplice squarcio di quella rete. Pensiamo a quei ragazzi annoiati che, per spezzare il loro vuoto, compiono atti assurdi e vandalici, devastando le loro scuole, scagliando sassi dai cavalcavia, danneggiando monumenti e giungendo persino al baratro della crudeltà, appiccando fuoco a un barbone.

È il vuoto che si trasforma in aggressione, la demotivazione che degenera in stupidità, l’inerzia che si muta in frenesia insensata. Anche se non arriveremo mai a questa soglia, impediamo alla noia di insediarsi in noi anche solo in un angolino dell’anima perché – come scriveva Leopardi nel suo Zibaldone – essa «è figlia del nulla e madre del nulla e rende sterile tutto ciò a cui si avvicina».

Publié dans:CAR. GIANFRANCO RAVASI |on 26 juillet, 2012 |Pas de commentaires »
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