UFFICIO DELLE CELEBRAZIONI LITURGICHE DEL SOMMO PONTEFICE – CELEBRARE IL CORPUS DOMINI

http://www.vatican.va/news_services/liturgy/2011/documents/ns_lit_doc_20110621_corpus-domini_it.html

UFFICIO DELLE CELEBRAZIONI LITURGICHE DEL SOMMO PONTEFICE

CELEBRARE IL CORPUS DOMINI

(Mons. Guido Marini, Maestro delle Celebrazioni Liturgiche Pontificie)

Primo incontro internazionale sull’adorazione eucaristica

Roma, martedì 21 giugno 2011

Quando mi è stato indicato il titolo di questo intervento, il mio ricordo è ritornato immediatamente a una celebre omelia, tenuta da Benedetto XVI, nel 2008, proprio in occasione della celebrazione della solennità del Corpus Domini a Roma.
Mi soffermerò a considerare tre grandi verità legate alla celebrazione del Corpus Domini, cercando al contempo di trarne alcune importanti conseguenze che coinvolgono soprattutto la nostra vita liturgica.

Stare davanti al Signore

Nella Chiesa antica lo “stare davanti al Signore” era espresso con il termine “statio”. Cerchiamo di capire qualche cosa di più del significato pregnante di questo termine.
Quando il cristianesimo si diffuse al di là dei confini del mondo giudaico, gli apostoli e i loro immediati successori ebbero una prioritaria preoccupazione: che in ogni città vi fosse un solo vescovo e un solo altare. Perché una tale preoccupazione? L’unicità del vescovo e dell’altare doveva dare espressione all’unità della Chiesa, al di là delle molteplici differenze, presenti in coloro che ne diventavano membri in virtù del Battesimo.
Nell’unità così espressa troviamo il senso più profondo dell’Eucaristia: ricevendo l’unico pane diventiamo un organismo vivente, l’unico corpo del Signore. Ecco perché l’apostolo Paolo poteva esclamare: “Qui non vi è Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro, Scita, schiavo, libero, ma Cristo è tutto in tutti” (Col 3, 11).
La partecipazione all’Eucaristia implicava, pertanto, che si ritrovassero insieme persone provenienti da condizioni molto diverse: l’uomo e la donna, il ricco e il povero, il nobile e lo schiavo, l’intellettuale e l’ignorante, l’asceta e il peccatore convertito da una vita dissoluta. L’accesso alla celebrazione eucaristica diventava, anche visibilmente, l’ingresso nell’unico corpo del Signore, la Chiesa.
Quando, più tardi, il numero dei cristiani iniziò a crescere non fu più possibile conservare questa forma esterna, espressiva dell’unità. A Roma vennero erette le chiese titolari; nel tempo sarebbero sorte le parrocchie. In un tale contesto rinnovato era necessario dare nuova forma espressiva all’unità visibile di un tempo. E questo avvenne con l’istituzione della “statio”. Il Papa, in qualità di vescovo di Roma, soprattutto durante il tempo quaresimale, celebrava il culto divino nelle diverse chiese titolari, dove si radunavano tutti i cristiani della città. Così, se pure in modo nuovo, si rinnovava l’esperienza di un tempo: tutti coloro che erano accomunati dalla stessa fede si ritrovavano insieme, nello stesso luogo, davanti al Signore.
Le festa del “Corpus Domini” recupera questo intendimento originario. Essa si propone, infatti, come “statio urbis”. Si “aprono le porte” delle chiese, delle parrocchie, dei gruppi nelle nostre diocesi e tutti si ritrovano insieme presso il Signore per essere una cosa sola a partire da Lui. Perché è proprio Lui, il Signore presente nella SS. Eucaristia, che ci fa un corpo solo e rende possibile che la molteplicità converga nell’unità della Chiesa.

Entrare nel noi della Chiesa
La celebrazione del “Corpus Domini”, allora, ci educa ogni volta a entrare nel “noi” della Chiesa che prega. Questo “noi” ci parla di una realtà, la Chiesa appunto, che va al di là dei singoli, delle comunità e dei gruppi. Questo “noi” ci ricorda che la Chiesa, anche quando si rende presente in una dimensione locale o particolare, è sempre universale: raggiunge tutti i tempi, tutti i luoghi e varca la soglia del tempo per lasciarsi raggiungere dall’eternità; custodisce e trasmette il mistero di Cristo, risposta ultima e definitiva alla domanda di senso presente nel cuore di ogni uomo.
Ne consegue che, celebrando il “Corpus Domini”, siamo richiamati ad alcune dimensioni tipiche e irrinunciabili della liturgia. Mi riferisco, anzitutto, alla dimensione della cattolicità, che è costitutiva della Chiesa fin dall’inizio. In quella cattolicità unità e varietà si compongono in armonia così da formare una realtà sostanzialmente unitaria, pur nella legittima diversità delle forme. E poi la dimensione della continuità storica, in virtù della quale l’auspicabile sviluppo appare quello di un organismo vivo che non rinnega il proprio passato, attraversando il presente e orientandosi al futuro. E, ancora, la dimensione della partecipazione alla liturgia del cielo, per il quale è quanto mai appropriato parlare della liturgia della Chiesa come dello spazio umano e spirituale nel quale il cielo si affaccia sulla terra. Si pensi, solo a titolo esemplificativo, al passaggio della Preghiera eucaristica I, nella quale chiediamo: “…fa’ che questa offerta, per le mani del tuo angelo santo, sia portata sull’altare del cielo…”.
E, infine, la dimensione della non arbitrarietà, che evita di consegnare alla soggettività del singolo o del gruppo ciò che invece appartiene a tutti come tesoro ricevuto, da custodire e trasmettere. La liturgia non è una sorta di intrattenimento, dove ciascuno può sentirsi in diritto di togliere e aggiungere secondo il proprio gusto e la propria più o meno felice capacità inventiva. La liturgia non è una festa nella quale si deve sempre trovare qualche cosa di nuovo per destare l’interesse dei partecipanti. La liturgia è la celebrazione del mistero di Cristo, consegnato alla Chiesa, nel quale siamo chiamati a entrare con sempre maggiore intensità, anche in virtù della provvidenziale ripetitività sempre nuova del rito.
Entrare nel “noi” della Chiesa a partire dall’Eucaristia significa anche lasciarsi trasformare nella logica di quella cattolicità che è carità, ovvero apertura del cuore, secondo la misura del Cuore di Cristo: abbraccia tutti, piega il proprio egoismo alle esigenze dell’amore vero, si dispone a dare la vita senza riserve. L’Eucaristia è la sorgente vera della carità della Chiesa e nel cuore di ognuno. Dall’Eucaristia prende forma quella quotidianità nella carità che è lo stile evangelico a cui siamo tutti chiamati.

Il canto e la lingua
Di recente il Santo Padre, nella Lettera scritta in occasione del 100° anniversario della fondazione del Pontificio Istituto di Musica Sacra, è ritornato sul tema dell’universalità del linguaggio, per ciò che attiene alla musica sacra.
La celebrazione del “Corpus Domini”, nel suo essere radice ed espressione di cattolicità, ci richiama alla universalità del canto proprio della liturgia e alla necessità di educarci ed educare in tal senso.
Così scrive Benedetto XVI: «A volte, infatti, tali elementi, che si ritrovano nella Sacrosanctum Concilium, quali, appunto, il valore del grande patrimonio ecclesiale della musica sacra o l’universalità che è caratteristica del canto gregoriano, sono stati ritenuti espressione di una concezione rispondente ad un passato da superare e da trascurare, perché limitativo della libertà e della creatività del singolo e delle comunità. Ma dobbiamo sempre chiederci nuovamente: chi è l’autentico soggetto della Liturgia? La risposta è semplice: la Chiesa. Non è il singolo o il gruppo che celebra la Liturgia, ma essa è primariamente azione di Dio attraverso la Chiesa, che ha la sua storia, la sua ricca tradizione e la sua creatività. La Liturgia, e di conseguenza la musica sacra, « vive di un corretto e costante rapporto tra sana traditio e legitima progressio », tenendo sempre ben presente che questi due concetti – che i Padri conciliari chiaramente sottolineavano – si integrano a vicenda».
L’universalità, che è tipica del canto gregoriano, è costantemente richiamata dal magistero della Chiesa, tra le note caratterizzanti l’espressione musicale che voglia a buon diritto dirsi sacra e liturgica. In questa universalità ci è dato di cogliere il rapporto vitale tra canto liturgico e mistero celebrato. Di quel mistero, che è universale perché destinato a tutti, il canto non può che essere fedele interprete ed esegesi. La musica o il canto che fossero solo espressione della soggettività, dell’emozione superficiale e passeggera, o della moda corrente sarebbero troppo poveri per avere cittadinanza nella liturgia. Nella liturgia, infatti, tutti devono rimanere in ascolto e farsi partecipi di un linguaggio universale e, di conseguenza, di una musica e un canto che aprano il cuore al mistero del Signore.
La musica e il canto, in liturgia, devono conservare un riferimento privilegiato alla Parola di Dio e a quella parola che la grande tradizione spirituale ci ha consegnato, come eco e interpretazione del mistero di Cristo. Solo così musica e canto rimangono fedeli alla loro nativa vocazione di essere vie di accesso all’avvenimento cristiano che salva la vita.
La celebrazione del “Corpus Domini”, la “statio urbis” segno dell’universalità della Chiesa raccolta attorno al mistero eucaristico, è richiamo anche a non dimenticare l’elemento di cattolicità che sempre deve farsi presente nella musica liturgica.

Camminare verso il Signore e con il Signore
Lo stare insieme davanti al Signore ha generato, fin da subito, il camminare verso il Signore e con il Signore.
Questo “camminare verso”, questo procedere diventato processione lo possiamo capire meglio se ritorniamo con la memoria all’esperienza fatta da Israele, al tempo della lunga peregrinazione attraverso il deserto. L’antico popolo di Dio ha potuto trovare una terra ed è riuscito a sopravvivere anche alla perdita della terra, perché non viveva di solo pane, ma si nutriva della parola del Signore. Quella parola era la forza che sosteneva il cammino arduo e faticoso, che rinfrancava nella desolazione e nella prova, che infondeva coraggio quando pareva venire meno ogni appiglio umano alla speranza.
L’esperienza dell’antico Israele è un segno e un riferimento permanente per la vita della Chiesa e di tutti noi. Se possiamo sostenere il peso del pellegrinaggio attraverso il tempo della storia e le sue contraddizioni, questo lo dobbiamo al fatto che camminiamo verso il Signore e che, nel cammino, Egli è con noi.
In tal modo celebrare il “Corpus Domini” significa camminare verso il Signore e con il Signore e, di conseguenza, celebrare il senso autentico della vita: questa non è un vagare senza meta nella solitudine di spazi sconfinati. La vita dell’uomo ha una direzione ben precisa. La direzione è Cristo, il Signore del tempo e della storia, il Salvatore di tutti; e mentre procediamo in quella direzione, Egli, che è la meta, è anche compagno di strada fedele, sostegno del nostro cammino. “Bone pastor, panis vere, / Iesu, nostri miserere: / tu nos pasce, nos tuere: /tu nos bona fac videre / in terra viventium”, canta la Sequenza della solennità liturgica (Buon pastore, vero pane, o Gesù, pietà di noi: nutrici e difendici, portaci ai beni eterni nella terra dei viventi).
Ciò che la comunità cristiana vive celebrando il “Corpus Domini” non lo vive solo per sé. Lo vive anche per tutti, per coloro che rimangono al di fuori della Chiesa, che la Chiesa l’hanno abbandonata o neppure l’hanno conosciuta. Il procedere pubblico dei cristiani per le vie della città dell’uomo verso il Signore e con il Signore è la testimonianza visibile di un modo nuovo di intendere la vita e la storia; un modo nuovo che ci è stato donato per grazia e che a tutti deve essere trasmesso. E’ il modo nuovo della speranza che scaturisce dalla fede in Gesù Cristo, il Dio incarnato, fattosi Eucaristia, che ci indica la strada da percorrere, accompagnando i passi del nostro andare.

L’orientamento a Cristo del cosmo e della storia
La celebrazione del “Corpus Domini” ci aiuta, pertanto, a ritrovare l’orientamento a Cristo di tutto, perché tutto è stato pensato e fatto “per mezzo di Lui e in vista di Lui” (Col 1, 16).
Le nostre personali conoscenze artistiche, insieme a recenti studi molto seri, ci ricordano che una delle caratteristiche tipiche della liturgia cristiana, fin dagli inizi, fu quella della celebrazione orientata.
Già nel termine “orientata” c’è tutto il significato del volgersi a oriente che caratterizzava la preghiera dei cristiani radunati per la celebrazione dei divini misteri. Le chiese erano rivolte a est, perché da lì sorge il sole, simbolo cosmico della venuta del Salvatore, richiamo quanto mai espressivo al vero Sole della vita, il Risorto. I cristiani, pregando, volgevano lo sguardo al sole nascente e, in tal modo, orientavano il cuore al Signore della storia, principio e fine della creazione.
Quando, nel corso del tempo, non fu più possibile, per diverse ragioni, continuare a costruire le chiese orientate a est, si supplì una tale impossibilità con il grande crocifisso dell’altare o l’abside riccamente decorata raffigurante l’immagine del Salvatore. Così, nonostante l’assenza del richiamo all’oriente mediante la struttura delle chiese, rimase ben chiaro l’orientamento della preghiera, a cui l’assemblea radunata era invitata durante la celebrazione liturgica.
Purtroppo, ai nostri tempi, corriamo il rischio di perdere l’orientamento della preghiera, con il conseguente rischio di perdere anche l’orientamento della vita e della storia. Il recupero della centralità della croce, così come il Santo Padre Benedetto XVI ci invita a fare con l’esempio della liturgia da lui presieduta, non è, dunque, un dettaglio marginale. Si tratta, in verità, di un elemento essenziale dell’atto liturgico, di un segno che riconduce lo sguardo degli occhi e del cuore al Signore, quale centro della nostra preghiera, che ripresenta davanti al cammino della nostra storia la meta vera verso la quale siamo incamminati.
Ecco il pensiero del Papa. “L’idea che sacerdote e popolo nella preghiera dovrebbero guardarsi reciprocamente è nata solo nella cristianità moderna ed è completamente estranea in quella antica. Sacerdote e popolo certamente non pregano l’uno verso l’altro, ma verso l’unico Signore. Quindi guardano nella preghiera nella stessa direzione: o verso Oriente come simbolo cosmico per il Signore che viene, o, dove questo non è possibile, verso un’immagine di Cristo nell’abside, verso una croce, o semplicemente verso il cielo, come il Signore ha fatto nella preghiera sacerdotale la sera prima della Passione (Gv 17, 1). Intanto si sta facendo strada sempre di più, fortunatamente, la proposta da me fatta alla fine del capitolo in questione della mia opera [Introduzione allo spirito della liturgia, pp.70-80]: non procedere a nuove trasformazioni, ma porre semplicemente la croce al centro dell’altare, verso la quale possano guardare insieme sacerdote e fedeli, per lasciarsi guidare in tal modo verso il Signore, che tutti insieme preghiamo” (Teologia della liturgia, pp. 7-8).
La liturgia cristiana – ed è questa una delle sue verità fondamentali – esprime, nei segni che le sono propri, il legame inscindibile tra creazione e alleanza, ordine cosmico e ordine storico di rivelazione. Così deve essere sempre.
Ecco come si è espresso, in proposito, il Santo Padre nell’omelia della Veglia pasquale di quest’anno: «Ora, ci si può chiedere: ma è veramente importante nella Veglia Pasquale parlare anche della creazione? Non si potrebbe cominciare con gli avvenimenti in cui Dio chiama l’uomo, si forma un popolo e crea la sua storia con gli uomini sulla terra? La risposta deve essere: no. Omettere la creazione significherebbe fraintendere la stessa storia di Dio con gli uomini, sminuirla, non vedere più il suo vero ordine di grandezza. Il raggio della storia che Dio ha fondato giunge fino alle origini, fino alla creazione. La nostra professione di fede inizia con le parole: “Credo in Dio, Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra”. Se omettiamo questo primo articolo del Credo, l’intera storia della salvezza diventa troppo ristretta e troppo piccola».
Portando in sé tutta la novità della salvezza in Cristo, il rito della Chiesa conserva e raccoglie ogni espressione di quella liturgia cosmica che ha caratterizzato la vita dei popoli alla ricerca di Dio per il tramite della creazione. Nell’Eucaristia trovano approdo di salvezza tutte le espressioni cultuali antiche. E’ quanto mai significativa, anche da questo punto di vista, la Preghiera eucaristica I o Canone romano, là dove ci si riferisce ai “doni di Abele, il giusto, il sacrificio di Abramo, nostro padre nella fede, e l’oblazione pura e santa di Melchisedech, tuo sommo sacerdote”.
In questo passaggio dell’antica preghiera della Chiesa ritroviamo un riferimento ai sacrifici antichi, al culto cosmico e legato alla creazione che ora, nella liturgia cristiana, non solo non è rinnegato, ma anzi è assunto nel nuovo ed eterno sacrificio di Cristo Salvatore.
D’altra parte, in questa stessa prospettiva, non si può che guardare ai molteplici segni e simboli cosmici dei quali la liturgia della Chiesa, insieme ai segni e ai simboli tipici dell’alleanza, fa uso al fine di dare forma al nuovo culto cristiano. Si pensi alla luce e alla notte, al vento e al fuoco, all’acqua e alla terra, all’albero e ai frutti. Si tratta di quell’universo materiale nel quale l’uomo è chiamato a rilevare le tracce di Dio. E si pensi ugualmente ai segni e ai simboli della vita sociale: lavare e ungere, spezzare il pane e condividere il calice.
Tutto, dunque, nel rito liturgico, trova il suo orientamento autentico, la sua direzione giusta, la sua verità più intima.
Come è bello, pertanto, guardare al Signore e a quei segni visibili che rendono più facile il volgersi a lui dello sguardo del cuore! Non deve destare meraviglia il fatto che una croce possa togliere una qualche visibilità nel rapporto tra celebrante e assemblea. Non è quella visibilità che primariamente conta nella preghiera. Ci si dovrebbe piuttosto meravigliare dell’assenza di segni eloquenti che garantiscano e favoriscano un tale volgersi a Cristo. Considerando che solo nel rivolgersi a Cristo è dato di aprire gli occhi sulla strada che dobbiamo percorrere e sulla verità della sua destinazione.
Così deve essere per noi, ogniqualvolta partecipiamo alla celebrazione dei divini misteri. Orientati a Cristo nella preghiera, ritroviamo la direzione della nostra esistenza, diventiamo capaci di interpretare il cosmo e la storia nella luce del Risorto, rientriamo nella quotidianità pronti a testimoniare la nuova speranza che ci è stata donata. E la solennità del “Corpus Domini” ci aiuta a ricordare esattamente questo, riportandoci alla verità essenziale della liturgia cristiana e della vita.

Inginocchiarsi alla presenza del Signore
Dal momento che il Signore stesso è presente nell’Eucaristia, che l’Eucaristia è il Signore, questa ha sempre implicato anche l’adorazione.
Sappiamo che nella sua forma solenne essa si è sviluppata nel corso del Medio Evo. Tuttavia non si trattò di un cambiamento immotivato o di un decadimento. Emerse in modo più evidente, in quel periodo storico, una verità che già era presente fin dall’antichità cristiana. Ovvero, se il Signore si dona a noi nel suo Corpo e nel suo Sangue, accoglierlo non può che significare anche inginocchiarsi, adorarlo, glorificarlo.
Si pensi, nei racconti evangelici, al gesto di Stefano (At 7, 60), Pietro (At 9, 40) e Paolo (At 20, 36) che hanno pregato in ginocchio. E vale la pena ricordare l’inno cristologico della Lettera ai Filippesi (2, 6-11) che presenta la liturgia del cosmo come un inginocchiarsi di fronte al nome di Gesù (2, 10) e vede in ciò adempiuta la profezia di Isaia (Is 45, 23) circa la signoria sul mondo del Dio d’Israele. Piegando le ginocchia davanti al Signore, la Chiesa compie la verità, rendendo omaggio a Colui che è vincitore perché ha donato se stesso fino alla morte e alla morte di croce.
Se la celebrazione del “Corpus Domini” si realizza nello stare davanti al Signore e nel camminare verso di Lui alla sua presenza, questa stessa celebrazione trova espressione quanto mai ricca di significato anche nell’atto dell’adorazione.
In tal modo la Chiesa afferma la verità delle cose e, insieme, la sua suprema libertà. Solo chi piega le ginocchia e il cuore davanti a Dio può vantare la libertà vera, quella dalle potenze del mondo, dalle schiavitù antiche e nuove del secolo presente.
Rifiutare l’adorazione al Signore si rivolge contro l’uomo, che diviene capace di ogni degradante sottomissione. Dove scompare Dio l’uomo rimane irretito nella schiavitù delle idolatrie. Adorare Gesù Cristo, vero Dio e vero Uomo, presente nell’Eucaristia, significa celebrare la vera libertà umana e, dunque, affermare la sua grande dignità. La dignità di figlio, figlio di un Dio che lo ha creato e che lo ha amato e lo ama fino al totale dono di sé.
D’altra parte l’atto dell’adorare comporta anche l’atto dell’aderire. La vera adorazione, infatti, è donare se stessi a Dio e agli uomini. L’adorazione autentica è l’amore, la conformità all’Amato, che ridona verità alla nostra vita e ricrea il nostro cuore. Non c’è vera adorazione senza generosa adesione. La Chiesa che piega le ginocchia davanti al suo Signore, piega anche il cuore alla sua volontà. E in lei tutti noi viviamo una tale esperienza spirituale: ci inginocchiamo con il corpo perché anche i nostri pensieri, sentimenti, affetti, comportamenti siano piegati al progetto di Dio. Così nell’atto dell’adorazione è presente già la figura del mondo nuovo, quello rinnovato dalla potenza dell’amore di Dio in Cristo, divenuto storia anche per il tramite della Chiesa, di tutti noi.

Il linguaggio dell’adorazione
La celebrazione del “Corpus Domini” ci introduce, pertanto, nel linguaggio orante dell’adorazione. La festa del Corpo e del Sangue del Signore ci aiuta a conservare con cura un tale linguaggio, nel contesto della celebrazione liturgica.
Mi piace, in questo contesto, ricordare un elemento fondamentale di questo linguaggio. Mi riferisco al silenzio sacro.
La liturgia, quando è ben celebrata, deve prevedere una felice alternanza di silenzio e parola, dove il silenzio anima la parola, permette alla voce di risuonare in sintonia con il cuore, mantiene ogni espressione vocale e gestuale nel giusto clima del raccoglimento.
Laddove vi fosse un predominio unilaterale della parola, non risuonerebbe l’autentico linguaggio della liturgia. Urge, pertanto, il coraggio di educare all’interiorizzazione, la disponibilità a imparare nuovamente l’arte del silenzio, di quel silenzio in cui apprendiamo l’unica Parola che può salvare dall’accumularsi delle parole vane e dei gesti vuoti e teatrali.
Il silenzio liturgico è sacro. Non è infatti una pausa tra un momento celebrativo e quello successivo. E’ piuttosto un vero momento rituale, in relazione di vitale reciprocità con la parola, la preghiera vocale, il canto, il gesto, attraverso il quale viviamo la celebrazione del mistero di Cristo.
I momenti di silenzio, che la liturgia prevede e che è necessario salvaguardare con attenzione, sono importanti in se stessi, ma aiutano anche a vivere l’intera celebrazione liturgica in un clima di raccoglimento e di preghiera, recuperando il silenzio quale elemento integrante dell’atto liturgico. Così è possibile approdare alla liturgia del silenzio, vera espressione di una preghiera adorante.
Da questo punto di vista, ci è dato di capire meglio il motivo per cui durante la preghiera eucaristica e, in specie, il canone, il popolo di Dio orante segue nel silenzio la preghiera del sacerdote celebrante. Quel silenzio non significa inoperosità o mancanza di partecipazione. Quel silenzio tende a far sì che tutti entrino nel significato di quel momento rituale che ripropone, nella realtà del sacramento, l’atto di amore con il quale Gesù si offre al Padre sulla croce per la salvezza del mondo. Quel silenzio, davvero sacro, è lo spazio liturgico nel quale dire sì, con tutta la forza del nostro essere, all’agire di Cristo, così che diventi anche il nostro agire nella quotidianità della vita.
Il silenzio liturgico, allora, è sacro perché è il luogo spirituale nel quale realizzare l’adesione di tutta la nostra vita alla vita del Signore, è lo spazio dell’“amen” prolungato del cuore che si arrende all’amore di Dio e lo abbraccia come nuovo criterio del proprio vivere. E’ proprio questo il significato stupendo dell’“amen” conclusivo della dossologia al termine della preghiera eucaristica, nella quale tutti diciamo con la voce quanto a lungo abbiamo ripetuto nel silenzio del cuore orante.

Il rapporto tra celebrazione e adorazione
La solennità del “Corpus Domini”, con la compresenza di celebrazione e adorazione, ha anche la capacità di farci vivere in sana armonia il rapporto vitale tra questi due momenti eucaristici. Nel contesto di un Convegno come questo vale forse la pena attardarsi ancora un momento sul valore dell’adorazione in rapporto alla celebrazione.
In verità, come sempre ci ricorda il magistero della Chiesa anche recente, l’atto dell’adorazione eucaristica segue la celebrazione, della quale è come un prolungamento. E, d’altra parte, l’adorazione ha la capacità di aiutare a conservare nel cuore il frutto della celebrazione, radicandolo nel cuore dell’orante.
Il mistero della salvezza, di Cristo morto e risorto per noi, che nella celebrazione eucaristica si rende sempre di nuovo attuale, nell’adorazione viene contemplato e, per così dire, assimilato, in modo che poco alla volta diventa sempre più vita della vita.
Da questo punto di vista, l’adorazione porta a compimento quanto è già implicato nella celebrazione. In effetti, ciò che ancora risulta decisivo per la liturgia è che coloro che vi partecipano preghino per condividere lo stesso sacrificio del Signore, il suo atto di adorazione, diventando una solo cosa con Lui, vero corpo di Cristo che è la Chiesa. In altre parole, ciò che è essenziale è che alla fine venga superata la differenza tra l’agire di Cristo e il nostro agire, che vi sia una progressiva armonizzazione tra la sua vita e la nostra vita, tra il suo sacrificio adorante e il nostro, così che vi sia una sola azione, ad un tempo sua e nostra. Quanto affermato da san Paolo non può che essere l’indicazione di ciò che è necessario conseguire in virtù della celebrazione liturgica: “Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me” (Gal 2, 19-20). E questo è ciò verso cui dirige la stessa adorazione eucaristica.
A ulteriore conferma di quanto affermato, ascoltiamo il Santo Padre in un passaggio dell’Esortazione Apostolica Sacramentum caritatis: “Già Agostino aveva detto: «Nessuno mangia questa carne senza prima adorarla; peccheremmo se non la adorassimo». Nell’Eucaristia, infatti, il Figlio di Dio ci viene incontro e desidera unirsi a noi; l’adorazione eucaristica non è che l’ovvio sviluppo della celebrazione eucaristica, la quale è in se stessa il più grande atto d’adorazione della Chiesa. Ricevere l’Eucaristia significa porsi in atteggiamento di adorazione verso Colui che riceviamo. Proprio così e soltanto così diventiamo una cosa sola con Lui e pregustiamo in anticipo, in qualche modo, la bellezza della liturgia celeste”. L’atto di adorazione al di fuori della santa Messa prolunga ed intensifica quanto s’è fatto nella Celebrazione liturgica stessa. Infatti, «soltanto nell’adorazione può maturare un’accoglienza profonda e vera. E proprio in questo atto personale di incontro col Signore matura poi anche la missione sociale che nell’Eucaristia è racchiusa e che vuole rompere le barriere non solo tra il Signore e noi, ma anche e soprattutto le barriere che ci separano gli uni dagli altri»” (n. 66).
__________

Stare, camminare, adorare. E’ in questi tre verbi, e in ciò che essi significano, la verità della celebrazione del “Corpus Domini” alla quale dobbiamo sempre tornare. Ricordando che tornare a una tale verità comporta ogni volta la riscoperta stupita e gioiosa del cuore, del centro, del tesoro della Chiesa e della sua liturgia. Per questo nella sequenza della solennità cantiamo: “Sit laus plena, sit sonora, / sit iucunda, sit decora / mentis iubilatio” (Lode piena e risonante, gioia nobile e serena sgorghi oggi dallo spirito).

Publié dans : feste, liturgia |le 8 juin, 2012 |Pas de Commentaires »

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