Archive pour mai, 2012

Jesus is the vine, are we fruit on his branches?

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Publié dans:immagini sacre |on 4 mai, 2012 |Pas de commentaires »

OMELIA SULLA SECONDA LETTURA : 1Gv 3,1-3

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/10872.html

Omelia (01-11-2007)

Eremo San Biagio

Commento su 1Gv 3,1-3

Dalla Parola del giorno
Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Ma sappiamo però che quando Egli si sarà manifestato, noi saremo simili a Lui, perché lo vedremo così come Egli è. Chiunque ha questa speranza in Lui purifica se stesso come Egli è puro.

Come vivere questa Parola?
È certo che siamo già fin d’ora « figli di Dio » e non solo sue creature. Ma di quello che saremo nella vita eterna ci è detto qualcosa di molto grande: « Saremo simili a Lui ». E quel LUI è riferito certamente a Cristo, il risorto dai morti, il Dio incarnato e glorificato. La ragione di questa stretta somiglianza sta nel fatto che « lo vedremo come Egli è ». Nel nostro poterlo contemplare, avverrà dunque una specie di assimilazione, una trasformazione un po’ come dice S. Paolo: 2Noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito Santo. »
La gioia di essere già figli dunque ci appartiene ma non è ancora in pienezza. Si tratta di vivere questa gioia, questa appartenenza che è dono assolutamente gratuito di Dio ma è anche chiamata a collaborare perché venga costruito, giorno dopo giorno, con l’adesione a ciò che Dio vuole ed ha espresso prima in comandamento e poi negli insegnamenti dati da Gesù nel Suo Vangelo.
Ecco perché chi ha questa speranza ? dice il testo ? purifica se stesso. Non si tratta di abluzioni rituali, ma di una purificazione della coscienza, delle profondità del cuore. E il motivo che lo esige è Gesù stesso: « come Egli è puro. »

Oggi, in quiete contemplativa, me ne sto in compagnia dei miei fratelli e sorelle santi. La loro festosa assemblea mi dice che anche io sono chiamato a realizzare questa trasfigurazione di me aderendo con gioia all’iniziativa di Dio.

Signore Gesù, ti prego, conforma il mio cuore al Tuo. Purificami e assimilami al Tuo essere Amore.

La voce di un grande poeta dei nostri giorni
Non so quando spunterà l’alba / non so quando potrò / camminare per le vie del tuo paradiso /
non so quando i sensi / finiranno di gemere / e il cuore sopporterà la luce.
E la mente (oh, la mente!) / già ubriaca, sarà / finalmente calma / e lucida:
e potrò vederti in volto / senza arrossire.
David Maria Turoldo

Omelia (06-05-2012): Chi rimane in me porta molto frutto

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/25367.html

Omelia (06-05-2012)

mons. Gianfranco Poma

Chi rimane in me porta molto frutto

Uno stesso tema riunisce i due testi di Giovanni (1 Giov.3,18-24; Giov.15,1-8) che la liturgia della domenica quinta di Pasqua ci presenta: occorre « rimanere » in Cristo per portare i frutti dell’ Amore. Se con tanta forza è sottolineata l’urgenza per i discepoli di Gesù di portare frutti, che sono i frutti dell’Amore (« agape »), con altrettanta fermezza è dichiarato che questo è possibile solo « rimanendo » in Lui.
« Io sono il Pastore buono? », « Io sono la vite vera »: continua così la Liturgia pasquale a farci rivivere il nostro incontro con Cristo risorto, vivo della vita di Dio, l’ « Io sono », che può dare alla nostra vita il senso a cui aspiriamo dal profondo del nostro cuore.
L’allegoria della vite è familiare ai profeti di Israele: Osea, Isaia, Ezechiele, paragonano il popolo d’Israele alla vite piantata da Dio. Il testo più espressivo è il canto della vigna di Isaia 5,1-7: « Voglio cantare per il mio diletto il mio cantico d’amore per la sua vigna?Che cosa dovevo fare ancora per la mia vigna che io non abbia fatto?… » Ma il canto d’amore diventa di amara delusione: « Aspettò che producesse uva e invece produsse acini acerbi? »
Gesù riprende l’allegoria ma in modo radicalmente nuovo: all’opposto della vigna che non ha prodotto frutto, Gesù si presenta come Colui nel quale si realizza il progetto di Dio. Il Padre è il vignaiolo che ha piantato la vite e ad essa ha comunicato tutto il suo amore; Lui, Gesù, è la vite « vera »: vera perché Lui porta il frutto atteso dal vignaiolo, Lui realizza il sogno per il quale aveva piantato la vigna. Gesù è il ceppo autentico, la vite autentica, e tutti i discepoli sono i tralci: la comunione di Gesù con i discepoli, una comunione intensa, ricca di vita, è la realizzazione del progetto del Padre. Ma questa realizzazione avviene perché il Padre stesso ha comunicato tutto se stesso al Figlio e il Figlio lo ha accolto, ha risposto con il dono totale di sé al Padre: senza questa relazione tra il Padre e il Figlio non ci sarebbe la fonte della linfa vitale di cui vive la Vite vera, che dal ceppo passa ai tralci perché essi portino frutti abbondanti. Tutto è Amore, tutto è comunione, tutto è vita: tutto è dono, donato, accolto, condiviso, e il cuore di tutto questo è Lui, Gesù con il suo abbandono totale nel Padre che fa di Lui la fonte dalla quale sgorga la vita per il mondo intero.
Certo, quando Gesù parla dei « frutti », fa riferimento al racconto della creazione: quando Dio crea l’erba e gli alberi dona loro la possibilità di produrre frutti e semi; gli animali e gli uomini sono chiamati a moltiplicarsi (Gen.1,11-12). Tutto ciò che è creato ha la possibilità a sua volta di portare la vita: la creazione è « buona », e questa vita che produce frutti è una benedizione di Dio. Ai suoi discepoli Gesù rivela che la vita vera che produce frutti maturi passa attraverso la sua unione con il Padre e dei discepoli con Lui.
Tutto è grazia, benedizione, meraviglia, splendore di vita: l’unica condizione è « rimanere in Lui ». « Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me, non potete fare nulla? » La parola di Gesù, stupenda, rivelazione della gratuità del dono della vita offerta a chi « rimane » in Lui, come sempre nel Vangelo di Giovanni, è pure preoccupata, esigente, pedagogica. « Senza di me non potete fare nulla »: il rischio fondamentale, legato alla dimensione umana come tale, è l’autosufficienza, il voler fare da sé, l’aver paura di Dio, di Cristo, quasi che il rapporto con Dio condizionasse la realizzazione dell’uomo. Cristo è l’offerta d’amore del Padre, perché chi « rimane in Lui » sperimenti la libertà e la pienezza della vita. Gesù certamente denuncia ogni attivismo puramente umano e l’ illusione che l’autosufficienza possa condurre alla realizzazione della vita umana.
Quando Giovanni scrive, è cosciente dei rischi che la sua comunità sta correndo e vede all’opera il vignaiolo, il Padre, che « taglia » e « purifica », non per distruggere la vite, ma per permetterle l’abbondanza della vita.
Probabilmente Giovanni allude anzitutto, al rischio che la comunità dia per scontato il suo « rimanere in Lui » e diventi autoreferenziale, preoccupata più di quello che ritiene la propria testimonianza nel mondo che non di lasciare che Lui operi in lei. Sono in vista le persecuzioni: il pericolo è allora quello di scoraggiarsi, di dubitare dell’amore di Dio. Si tratta invece di « rimanere in Lui », nella logica della Croce: la comunità ne esce allora purificata e realizza la vite vera.
L’ altro pericolo è il settarismo all’interno della comunità: l’evangelista ha senza dubbio in mente i membri della comunità che si sono separati (1 Giov.2,19), che hanno privilegiato prospettive, idee, modi di intendere propri, piuttosto che « rimanere in Lui », nell’unità della comunione fraterna. Non è il vigore di un tralcio che si separa dalla vite che dà la vita, ma è la vite che dà la vita atttraverso i tralci pur fragili: « senza di me non potete fare nulla ».
« Rimanere in Lui », nell’unità per la quale Gesù ha pregato è dunque il valore fondamentale (Giov.17). Non per nulla il verbo « rimanere », caro al Vangelo di Giovanni, ritorna incessantemente in questo brano: dodici volte in pochi versetti. « Rimanere » non è soltanto essere « accanto » o « con » ma essere « nell’altro » e non significa un semplice « restare » statico oppure sentire l’obbligo di non abbandonare un luogo: esprime l’unione intima, l’inabitazione di Gesù nei suoi discepoli e dei discepoli in Lui, in una dimensione dinamica di relazione, di ascolto, di trasformazione interiore che genera poi la trasformazione di tutta la vita.
« Chi rimane in me e io in lui, porta molto frutto »: il frutto atteso dal vignaiolo, che la vite vera produce, che realizza pienamente il suo sogno, dunque, è l’amore, la comunione, che fa dell’umanità un popolo unito, una comunità di fratelli.
« Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi »: il rischio è di sottolineare soltanto la prima parte della frase riducendo l’invito di Gesù ad un impegno soltanto umano, psicologico. L’originalità del pensiero di Giovanni si esprime nella parola « come »: non si tratta soltanto di imitare il Maestro che ha lavato i piedi dei discepoli, ma di agire come risposta all’amore che Lui ci dona per primo, con l’energia che Lui stesso dona ai tralci della vite.
Nel brano che la Liturgia ci fa leggere come seconda lettura (1Giov.3,18-24), Giovanni ci ricorda che l’amore non si limita a buoni sentimenti o a buone parole: « Figlioli, non amiamo a parole o con la lingua, ma con i fatti e nella verità ». Immediatamente prima ha ricordato che la verifica della autenticità della mistica è il servizio dei fratelli.
Ascoltando la sua Parola e rivivendo nell’Eucaristia l’esperienza del « nostro » rimanere in Lui come Lui è in noi, sapendo che il nostro amore rimane sempre inadeguato al suo, gustiamo pure l’altra stupenda parola della seconda lettura, che ci illumina sulla dinamica fondamentale della nostra vita nella comunità credente: « Qualunque cosa il nostro cuore ci rimproveri, Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa ».

Papa: per rispettare l’uomo, la scienza non può fare a meno della fede

http://www.asianews.it/notizie-it/Papa:-per-rispettare-l’uomo,-la-scienza-non-pu%C3%B2-fare-a-meno-della-fede-24654.html

03/05/2012

VATICANO

Papa: per rispettare l’uomo, la scienza non può fare a meno della fede

Ricerca scientifica e domanda di senso « zampillano da un’unica sorgente, quel Logos che presiede all’opera della creazione e guida l’intelligenza della storia ». La perdita di questa unità genera una crisi di pensiero. « Un rischioso squilibrio tra ciò che è possibile tecnicamente e ciò che è moralmente buono, con imprevedibili conseguenze ».
Roma (AsiaNews) – Restituire alla ricerca entrambe le « ali » di scienza e fede, per superare la situazione nella quale « ricco di mezzi, ma non altrettanto di fini, l’uomo del nostro tempo vive spesso condizionato da riduzionismo e relativismo, che conducono a smarrire il significato delle cose; quasi abbagliato dall’efficacia tecnica, dimentica l’orizzonte fondamentale della domanda di senso » e, si lega a una mentalità che genera « un rischioso squilibrio tra ciò che è possibile tecnicamente e ciò che è moralmente buono, con imprevedibili conseguenze ».
Benedetto XVI torna oggi a riaffermare l’idea che ricerca scientifica e domanda di senso, pur nella loro specifica fisionomia « zampillano da un’unica sorgente, quel Logos che presiede all’opera della creazione e guida l’intelligenza della storia ». Lo fa nel corso della visita compiuta alla sede romana dell’Università cattolica del Sacro Cuore, in occasione del 50mo anniversario dell’istituzione della Facoltà di medicina e chirurgia, che porta il nome del fondatore Agostino Gemelli.
« Il nostro – rileva il Papa – è un tempo in cui le scienze sperimentali hanno trasformato la visione del mondo e la stessa auto comprensione dell’uomo. Le molteplici scoperte, le tecnologie innovative che si susseguono a ritmo incalzante, sono ragione di motivato orgoglio, ma spesso non sono prive di inquietanti risvolti. Sullo sfondo, infatti, del diffuso ottimismo del sapere scientifico si protende l’ombra di una crisi del pensiero. Ricco di mezzi, ma non altrettanto di fini, l’uomo del nostro tempo vive spesso condizionato da riduzionismo e relativismo, che conducono a smarrire il significato delle cose; quasi abbagliato dall’efficacia tecnica, dimentica l’orizzonte fondamentale della domanda di senso, relegando così all’irrilevanza la dimensione trascendente. Su questo sfondo, il pensiero diventa debole e acquista terreno anche un impoverimento etico, che annebbia i riferimenti normativi di valore ».
« Sembra dimenticata » quella che è stata la feconda radice europea di cultura e di progresso: « in essa, la ricerca dell’assoluto – il quaerere Deum – comprendeva l’esigenza di approfondire le scienze profane, l’intero mondo del sapere », in quanto tutto ha origine dalla stessa fonte.
Anche oggi « è importante allora che la cultura riscopra il vigore del significato e il dinamismo della trascendenza, in una parola, apra con decisione l’orizzonte del quaerere Deum ».  « Si può dire che lo stesso impulso alla ricerca scientifica scaturisce dalla nostalgia di Dio che abita il cuore umano: in fondo, l’uomo di scienza tende, spesso inconsciamente, a raggiungere quella verità che può dare senso alla vita. Ma per quanto sia appassionata e tenace la ricerca umana, essa non è capace con le proprie forze di approdo sicuro, perché «l’uomo non è in grado di chiarire completamente la strana penombra che grava sulla questione delle realtà eterne… Dio deve prendere l’iniziativa di venire incontro e di rivolgerSi all’uomo» (J. Ratzinger, L’Europa di Benedetto nella crisi delle culture, Cantagalli, Roma 2005, 124). Per restituire alla ragione la sua nativa, integrale dimensione bisogna allora riscoprire il luogo sorgivo che la ricerca scientifica condivide con la ricerca di fede, fides quaerens intellectum ». « Scienza e fede hanno una reciprocità feconda, quasi una complementare esigenza dell’intelligenza del reale. Ma, paradossalmente, proprio la cultura positivista, escludendo la domanda su Dio dal dibattito scientifico, determina il declino del pensiero e l’indebolimento della capacità di intelligenza del reale ».
« Ma il quaerere Deum dell’uomo si perderebbe in un groviglio di strade se non gli venisse incontro una via di illuminazione e di sicuro orientamento, che è quella di Dio stesso che si fa vicino all’uomo con immenso amore ».
  »Religione del Logos, il Cristianesimo non relega la fede nell’ambito dell’irrazionale, ma attribuisce l’origine e il senso della realtà alla Ragione creatrice, che nel Dio crocifisso si è manifestata come amore e che invita a percorrere la strada del quaerere Deum: ‘Io sono la via, la verità, la vita’ ».
« Vissuta nella sua integralità, la ricerca è illuminata da scienza e fede, e da queste due «ali» trae impulso e slancio, senza mai perdere la giusta umiltà, il senso del proprio limite. In tal modo la ricerca di Dio diventa feconda per l’intelligenza, fermento di cultura, promotrice di vero umanesimo, ricerca che non si arresta alla superficie ».

Publié dans:Papa Benedetto XVI |on 4 mai, 2012 |Pas de commentaires »

« Madre di Dio delle Spighe (di George Gharib)

http://www.stpauls.it/madre06/0605md/0605md11.htm

di GEORGE GHARIB

« Madre di Dio delle Spighe »  

La celebrazione della festa cade il 15 Maggio, in prossimità della stagione della mietitura del grano: la Vergine è invocata per la protezione dei raccolti.

Quella della « Madre di Dio delle Spighe » è la seconda delle feste mariane di origine agricola che le Chiese di lingua sira festeggiano con grande solennità nel corso dell’anno liturgico. Per la liturgia della Chiesa Siro-Occidentale che qui ci interessa, è di prima classe fra le numerose feste mariane. La sua celebrazione cade il 15 Maggio, in prossimità della stagione della mietitura del grano; infatti, è per la protezione dei raccolti che la Madre di Dio viene invocata in tale giorno.
I Copti d’Egitto fanno anche loro una Commemorazione mariana in questo stesso giorno, mentre la Liturgia melkita aveva una festa simile, chiamata « festa delle Spighe », in cui i fedeli portavano in Chiesa covoni di grano sui quali venivano recitate preghiere, chiedendo a Dio di benedirli.
Come si vede, questa festa rimanda e completa quella del 15 Gennaio, che onora la « Madre di Dio dei Semi, o della Semina ». L’Ufficiatura sira è quella delle grandi occasioni, comprende solenni Vespri, Ufficio Notturno e Mattutino, con Lezioni bibliche, Inni e Preghiere bellissime di cui diamo qui di seguito alcuni esempi, traendoli dai Vespri che si celebrano la Vigilia della festa stessa.
Cristo Crocifisso-Risorto portato in processione al Monte Athos,
durante il Lunedì di Pasqua, perché benedica persone, case e raccolti.

Preghiera d’introduzione
La « Preghiera d’introduzione », recitata dal Sacerdote, così suona:
« Donaci, o Signore, di poter festeggiare e celebrare con spirito illuminato, pensieri puri, corpo e anima santificati, questa festa benedetta di Maria Vergine, la tua Madre santa, affinché i nostri campi e la terra dei nostri cuori siano benedetti; e fa’ che possiamo accogliere il seme benedetto e santo dei tuoi comandamenti spirituali; e noi offriremo gloria e riconoscenza a te, al tuo Padre e al tuo Santo Spirito, ora e sempre, e nei secoli dei secoli. Amen ».
I temi sviluppati dai testi sono più o meno identici a quelli della festa di Gennaio, ma si soffermano su un aspetto particolare, quello dell’Eucaristia. Maria difatti è spesso paragonata ad un campo fertile, il cui grembo ha portato Gesù, la Spiga celeste, la Spiga della felicità e della vita, il Pane della vita di cui furono saziati i mortali affamati.
Alla recita del Salmo 46, si cantano le seguenti strofe di supplica:
« Vergine Maria, che sei la Madre di Dio, supplica il Figlio unico da te apparso, e chiedigli di concedere misericordia e compassione, lui che è il Signore e Dio dei padri nostri.
Cristo Re, pane di vita sorto dalla figlia di Davide come da campo santo e benedetto, tu copri il suo capo di onore in ogni luogo, tu che sei il Signore e Dio dei padri nostri ».
Segue la recita del Salmo 140, dove si aggiunge, tra l’altro:
« O Signore, eccoci giunti nella tua casa e ci apprestiamo a presentare la nostra supplica al tramonto del sole […].
O Figlio dell’Altissimo e Verbo eterno del Padre, o Sublime, che hai fatto di noi i figli del Padre celeste, affinché la nostra razza non dimori nelle tenebre dell’errore. Tu che sei Dio, magnifica ora la memoria di Colei che ti ha messo al mondo [...].
Nella memoria di tua Madre la Chiesa si rallegra, e per mezzo di lei i suoi figli cantano gloria. Cristo Dio, che hai esaltato la sua memoria, abbi pietà di noi.
Le Nazioni si rallegrano nel giorno della tua memoria, o Maria Vergine e Madre di Dio; per mezzo di tuo Figlio esse sono state liberate dall’errore del paganesimo ».
Si desume da tali testi che questa Spiga non fu mietuta con una falce, ma tramite un legno, quello della Croce, innalzato sul Golgota; i suoi mietitori però non poterono gustarne, perché era riservato ai popoli che ne mangiarono il pane nella « stanza alta », ossia nel Cenacolo. Gesù è il vero Pane celeste che discese dall’alto per ridurre la fame degli uomini. Egli è il frumento spirituale che crebbe nel grembo verginale per vivificare i mortali.

I bellissimi e ricchi testi della « Preghiera sacerdotale »
Dai numerosi e bellissimi testi dell’Ufficiatura, presentiamo ai nostri Lettori questo lungo Sedro che è, come sanno già, una Preghiera sacerdotale, composta da tre parti distinte.
1] La prima è chiamata « Proemio », contiene una accurata invocazione al Cristo Signore, chiamato « saggio coltivatore che seminò se stesso nel campo verginale »:
« Lode, riconoscenza, gloria, onore ed esaltazione, incessantemente, senza pausa, in ogni luogo e in ogni tempo, siamo degni di offrire a Cristo nostro Dio, il saggio coltivatore che seminò se stesso nel campo verginale, spuntò come spiga prospera, divenne cibo del mondo, saziandone spiritualmente la fame, crebbe in mezzo alla soffocante zizzania senza subire danno, dette ordine di sradicarla, di raccoglierla e di bruciarla nel fuoco; fece poi raccogliere il grano buono nei granai della vita. È lui che noi lodiamo e ringraziamo, ora e sempre, e nei secoli dei secoli. Amen ».
2] La seconda parte, quella più estesa, è costituita dallo stesso « Sedro », il cui testo, per la sua lunghezza, permette di svolgere il tema della preghiera, riuscendo a dare un’idea grandiosa del mistero cristiano, ricorrendo al tema di Cristo spiga disceso nel grembo della vergine Maria, che lo accolse come una rugiada celeste. Ecco il bellissimo testo del Sedro:
« Lode a te, o Cristo, luce impareggiabile e inavvicinabile, pane celeste, spiga delle delizie che non appassisce, amore vero che non si raffredda e speranza perfetta che non delude. Alla vista del mondo che aveva fame e sete del pane della vita, cibo spirituale dell’anima, tu ti sei affrettato ad andargli incontro con la tua grazia, senza che egli ti abbia chiamato; tu sei disceso come rugiada e pioggia fine sulla terra maledetta e ti sei scelto una terra buona, il seno di Maria, la pura fanciulla di Davide.
Questa ti accolse come rugiada celeste e così il mondo ebbe la spiga benedetta; essa ti portò in grembo con mirabile dolcezza e ti mise al mondo quale un covone di frumento, ti nutrì col suo latte a mo’ di acqua che feconda e fa crescere, ti offrì al mondo come grappolo della vita, ti portò tra le braccia come il vello, o tu che sei la rugiada celeste e per te il mondo ricevette l’acqua della vita; lei ti concepì senza coltivazione e tu sei cresciuto in lei mirabilmente e senza irrigazione umana. Per questo noi offriamo a lei le nostre congratulazioni, dicendo:
‘Beata sei, o nave spirituale tramite la quale il ricco commerciante ricevette i tesori celesti!
Beata sei, o Vergine Madre di Dio, vello benedetto che accolse la rugiada dall’alto!
Tu sei il campo benedetto e la terra assetata sulla quale scese dall’alto la rugiada e fece crescere la spiga delle delizie!
Tu hai dato come vita ai figli degli uomini il tuo Figlio che ha salvato la nostra razza fatta di polvere e le ha donato la vita eterna.
Per il frumento fecondo cresciuto da te, tu hai portato la consolazione al mondo intero, e per la pianta cresciuta in te, tu hai saziato tutte le Nazioni […].
Ed ora noi chiediamo a te, o Cristo Dio nostro, liberamente incarnato in questa Vergine benedetta: spargi le tue benedizioni sui campi e sulle messi, benedici gli alberi, le vigne ed i giardini preservandoli da ogni flagello; preserva anche le nostre anime da ogni passione del corpo e dalle suggestioni diaboliche, e noi ti loderemo durante la nostra vita e dopo la nostra morte, assieme al tuo Padre e al tuo Santo Spirito, nei secoli dei secoli. Amen’ « .
3] Il Sedro si conclude con la terza parte chiamata « Preghiera dell’incenso », perché recitata ed accompagnata da una lunga incensazione del Santuario e di tutti i fedeli presenti. Si tratta di una supplica indirizzata alla stessa Madre di Dio, che è l’oggetto primario della celebrazione:

« O Madre di Dio Maria, campo benedetto nel quale è cresciuta la spiga che nutre i mondi e le creature e dona il pane della vita a tutti i suoi abitanti, supplica per noi il Figlio di Dio in te incarnato, perché sazi la nostra fame con il suo pane divino e curi i nostri mali con l’unguento del suo soccorso, e noi gli indirizzeremo gloria e riconoscenza, nei secoli dei secoli. Amen ».

Inni e Preghiere finali rivolte a Cristo e a sua Madre
Il lungo Sedro, che abbiamo tenuto trascrivere quasi per intero, è seguito da altri Inni e Preghiere, come il canto seguente rivolto a Cristo e insieme alla sua santa Madre:
1] « Tu, o Cristo, sei la spiga della vita che crebbe nel campo verginale e tu hai dato la vita ad Adamo, il capostipite della nostra razza. Egli aveva trovato la morte per aver trasgredito il comandamento mangiando il frutto dell’Eden, ed era stato cacciato dal Paradiso. Tu sei allora venuto, tu il frutto celeste, per dare la vita ai mortali; tu sei cresciuto nella terra benedetta e hai richiamato Adamo nel suo retaggio.
In te sono benedetti i popoli, le razze e le Nazioni, o frutto della vita che ti sei abbassato, sei disceso nel seno della Vergine prendendo da lei carne in tutta santità. Per suo mezzo, ti sei manifestato al creato, crescendo come una spiga senza radice in un campo non coltivato. Tu sazi le Nazioni affamate e le diletti delle tue beatitudini.
O Maria Vergine, figlia di Davide, il frutto germogliato in te come in un campo benedetto e cresciuto con ogni santità, dona la vita ad Adamo condannato alla morte dopo aver mangiato il frutto nell’Eden, lo libera e lo riporta nel Cielo, nel regno da dove era stato cacciato. Per questo egli canta la sua gloria, felicita te e ti esalta […]. Chiedi a Dio di usarci misericordia, di mettere fine all’ardore della sua collera e di far regnare la pace nella sua Chiesa […]« .
2] Ci piace terminare questa rassegna con un’ultima breve invocazione, detta « Preghiera di chiusura », che culmina con la triplice invocazione del Kyrie eleison:
« Cristo Dio nostro, nato dalla Vergine Maria per la nostra salvezza, donaci di celebrare questa sua festa in purità e santità, col canto dei figli della Chiesa dispersi in tutte le scuole di perfezione. Per le preghiere di tua Madre, o Cristo nostro Dio, noi esclamiamo per tre volte: ‘Kyrie eleison, Kyrie eleison, Kyrie eleison!’ « .
Dai testi che abbiamo citato risulta chiaramente che l’oggetto della festa della Chiesa Sira, è da molti secoli quello di una festa mariana di ispirazione e sapore eucaristico.

George Gharib

Publié dans:Maria Vergine |on 3 mai, 2012 |Pas de commentaires »

LA PREGHIERA SECONDO L’ESEMPIO DI SANTO STEFANO

http://www.zenit.org/article-30480?l=italian

LA PREGHIERA SECONDO L’ESEMPIO DI SANTO STEFANO

Durante l’Udienza Generale di oggi, Benedetto XVI menziona il primo martire

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 2 maggio 2012 (ZENIT.org) – Riportiamo di seguito il testo integrale dell’Udienza Generale, tenutasi stamattina in piazza San Pietro da papa Benedetto XVI.
***
Cari fratelli e sorelle,
nelle ultime Catechesi abbiamo visto come, nella preghiera personale e comunitaria, la lettura e la meditazione della Sacra Scrittura aprano all’ascolto di Dio che ci parla e infondano luce per capire il presente. Oggi vorrei parlare della testimonianza e della preghiera del primo martire della Chiesa, santo Stefano, uno dei sette scelti per il servizio della carità verso i bisognosi. Nel momento del suo martirio, narrato dagli Atti degli Apostoli, si manifesta, ancora una volta, il fecondo rapporto tra la Parola di Dio e la preghiera.
Stefano viene condotto in tribunale, davanti al Sinedrio, dove viene accusato di avere dichiarato che «Gesù… distruggerà questo luogo, [il tempio], e sovvertirà le usanze che Mosè ci ha tramandato» (At 6,14). Durante la sua vita pubblica, Gesù aveva effettivamente preannunciato la distruzione del tempio di Gerusalemme: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere» (Gv 2,19). Tuttavia, come annota l’evangelista Giovanni, «egli parlava del tempio del suo corpo. Quando, poi, fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù» (Gv 2,21-22).
Il discorso di Stefano davanti al tribunale, il più lungo degli Atti degli Apostoli, si sviluppa proprio su questa profezia di Gesù, il quale è il nuovo tempio, inaugura il nuovo culto, e sostituisce, con l’offerta che fa di se stesso sulla croce, i sacrifici antichi. Stefano vuole dimostrare come sia infondata l’accusa che gli viene rivolta di sovvertire la legge di Mosè e illustra la sua visione della storia della salvezza, dell’alleanza tra Dio e l’uomo. Egli rilegge così tutta la narrazione biblica, itinerario contenuto nella Sacra Scrittura, per mostrare che esso conduce al «luogo» della presenza definitiva di Dio, che è Gesù Cristo, in particolare la sua Passione, Morte e Risurrezione. In questa prospettiva Stefano legge anche il suo essere discepolo di Gesù, seguendolo fino al martirio. La meditazione sulla Sacra Scrittura gli permette così di comprendere la sua missione, la sua vita, il suo presente. In questo egli è guidato dalla luce dello Spirito Santo, dal suo rapporto intimo con il Signore, tanto che i membri del Sinedrio videro il suo volto «come quello di un angelo» (At 6,15). Tale segno di assistenza divina, richiama il volto raggiante di Mosè disceso dal Monte Sinai dopo aver incontrato Dio (cfr Es 34,29-35; 2Cor 3,7-8).
Nel suo discorso, Stefano parte dalla chiamata di Abramo, pellegrino verso la terra indicata da Dio e che ebbe in possesso solo a livello di promessa; passa poi a Giuseppe, venduto dai fratelli, ma assistito e liberato da Dio, per giungere a Mosè, che diventa strumento di Dio per liberare il suo popolo, ma incontra anche e più volte il rifiuto della sua stessa gente. In questi eventi narrati dalla Sacra Scrittura, della quale Stefano mostra di essere in religioso ascolto, emerge sempre Dio, che non si stanca di andare incontro all’uomo nonostante trovi spesso un’ostinata opposizione. E questo nel passato, nel presente e nel futuro. Quindi in tutto l’Antico Testamento egli vede la prefigurazione della vicenda di Gesù stesso, il Figlio di Dio fattosi carne, che – come gli antichi Padri – incontra ostacoli, rifiuto, morte. Stefano si riferisce quindi a Giosuè, a Davide e a Salomone, messi in rapporto con la costruzione del tempio di Gerusalemme, e conclude con le parole del profeta Isaia (66,1-2): «Il cielo è il mio trono e la terra sgabello dei miei piedi. Quale casa potrete costruirmi, dice il Signore, e quale sarà il luogo del mio riposo? Non è forse la mia mano che ha creato tutte queste cose?» (At 7,49-50). Nella sua meditazione sull’agire di Dio nella storia della salvezza, evidenziando la perenne tentazione di rifiutare Dio e la sua azione, egli afferma che Gesù è il Giusto annunciato dai profeti; in Lui Dio stesso si è reso presente in modo unico e definitivo: Gesù è il «luogo» del vero culto. Stefano non nega l’importanza del tempio per un certo tempo, ma sottolinea che «Dio non abita in costruzioni fatte da mano d’uomo» (At 7,48). Il nuovo vero tempio in cui Dio abita è il suo Figlio, che ha assunto la carne umana, è l’umanità di Cristo, il Risorto che raccoglie i popoli e li unisce nel Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue. L’espressione circa il tempio «non costruito da mani d’uomo», si trova anche nella teologia di san Paolo e della Lettera agli Ebrei: il corpo di Gesù, che Egli ha assunto per offrire se stesso come vittima sacrificale per espiare i peccati, è il nuovo tempio di Dio, il luogo della presenza del Dio vivente; in Lui Dio e uomo, Dio e il mondo sono realmente in contatto: Gesù prende su di sé tutto il peccato dell’umanità per portarlo nell’amore di Dio e per «bruciarlo» in questo amore. Accostarsi alla Croce, entrare in comunione con Cristo, vuol dire entrare in questa trasformazione. E questo è entrare in contatto con Dio, entrare nel vero tempio.
La vita e il discorso di Stefano improvvisamente si interrompono con la lapidazione, ma proprio il suo martirio è il compimento della sua vita e del suo messaggio: egli diventa una cosa sola con Cristo. Così la sua meditazione sull’agire di Dio nella storia, sulla Parola divina che in Gesù ha trovato il suo pieno compimento, diventa una partecipazione alla stessa preghiera della Croce. Prima di morire, infatti esclama: «Signore Gesù, accogli il mio spirito» (At 7,59), appropriandosi delle parole del Salmo 31 v. 6) e ricalcando l’ultima espressione di Gesù sul Calvario: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23,46); e, infine, come Gesù, grida a gran voce davanti a coloro che lo stavano lapidando: «Signore, non imputare loro questo peccato» (At 7,60). Notiamo che, se da un lato la preghiera di Stefano riprende quella di Gesù, diverso è il destinatario, perché l’invocazione è rivolta allo stesso Signore, cioè a Gesù che egli contempla glorificato alla destra del Padre: «Ecco, contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio» (v. 55).
Cari fratelli e sorelle, la testimonianza di santo Stefano ci offre alcune indicazioni per la nostra preghiera e la nostra vita. Ci possiamo chiedere: da dove questo primo martire cristiano ha tratto la forza per affrontare i suoi persecutori e giungere fino al dono di se stesso? La risposta è semplice: dal suo rapporto con Dio, dalla sua comunione con Cristo, dalla meditazione sulla storia della salvezza, dal vedere l’agire di Dio, che in Gesù Cristo è giunto al vertice. Anche la nostra preghiera dev’essere nutrita dall’ascolto della Parola di Dio, nella comunione con Gesù e la sua Chiesa.
Un secondo elemento: santo Stefano vede preannunciata, nella storia del rapporto di amore tra Dio e l’uomo, la figura e la missione di Gesù. Egli – il Figlio di Dio – è il tempio «non fatto da mano d’uomo» in cui la presenza di Dio Padre si è fatta così vicina da entrare nella nostra carne umana per portarci a Dio, per aprirci le porte del Cielo. La nostra preghiera, allora, deve essere contemplazione di Gesù alla destra di Dio, di Gesù come Signore della nostra, della mia esistenza quotidiana. In Lui, sotto la guida dello Spirito Santo, possiamo anche noi rivolgerci a Dio, prendere contatto reale con Dio con la fiducia e l’abbandono dei figli che si rivolgono ad un Padre che li ama in modo infinito. Grazie.
[Il Santo Padre ha proseguito con la sintesi della catechesi e i saluti in varie lingue. In italiano ha poi detto:]
Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. Saluto le scolaresche e i gruppi parrocchiali, in particolare i fedeli di Oliveto Citra venuti per la benedizione del busto d’argento del Santo Patrono; saluto i partecipanti al Convegno del Pontificio Consiglio degli Operatori Sanitari sulle persone non vedenti e i seminaristi di Reggio Calabria e San Marco Argentano-Scalea, ai quali auguro di proseguire nel loro itinerario formativo rinvigorendo l’amore a Cristo e il sensus Ecclesiæ.
Un pensiero infine per i giovani, gli ammalati e gli sposi novelli. La gioia della Pasqua continui ad allietare la nostra vita: cari giovani, non spegnete l’aspirazione alla felicità della vostra età, sapendo trovare la gioia vera, che solo il Risorto può donare; cari ammalati, affrontate coraggiosamente la prova della vostra sofferenza sapendo che la vita va sempre vissuta come dono di Dio; e voi, cari sposi novelli, sappiate trarre dagli insegnamenti del Vangelo quanto è necessario per costruire un’autentica comunità di amore.

Saints Philip and James, Apostles

Saints Philip and James, Apostles dans immagini sacre jphilip+and+james+0503

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Publié dans:immagini sacre |on 2 mai, 2012 |Pas de commentaires »

3 Maggio: San Filippo e Giacomo Apostoli

http://liturgia.silvestrini.org/santi/2012-05-03.html

3 Maggio: San Filippo e Giacomo Apostoli

BIOGRAFIA
San Filippo, nativo di Bethsaida, era un uomo giusto e godette certamente di una certa intimità con Gesù. Infatti a lui il Signore si rivolge all’atto della moltiplicazione dei pani, e a lui si indirizzano i gentili che vogliono parlare con il Salvatore. Portò il vangelo nella Scizia ove fondò una comunità di ferventi cristiani. Il seguito della sua vita è avvolto nell’oscurità, come pure la sua morte. La tradizione più comune afferma che Filippo morì crocifisso a Gerapoli, all’età di 87 anni. Le sue reliquie sarebbero state trasportate a Roma e composte insieme a quelle di S. Giacomo nella chiesa dei Ss. apostoli. Questo sarebbe il motivo per cui la Chiesa latina festeggia unitamente i due apostoli.
San Giacomo, che l’evangelista Marco chiama il Minore per distinguerlo dall’omonimo fratello di Giovanni, era di Cana di Galilea. Cugino di Gesù, entra in scena come vescovo di Gerusalemme. Qui fondò una comunità di cristiani, operando sempre numerose conversioni. Sulla sua morte possediamo notizie di antica data. Si dice che morì martire nel 62 e lasciò a monumento sempiterno la Lettera Cattolica, nella quale è celebre il suo detto: “la fede senza le opere è morta”.

MARTIROLOGIO
Festa dei santi Filippo e Giacomo, Apostoli. Filippo, nato a Betsaida come Pietro e Andrea e divenuto discepolo di Giovanni Battista, fu chiamato dal Signore perché lo seguisse; Giacomo, figlio di Alfeo, detto il Giusto, ritenuto dai Latini fratello del Signore, resse per primo la Chiesa di Gerusalemme e, durante la controversia sulla circoncisione, aderì alla proposta di Pietro di non imporre quell’antico giogo ai discepoli convertiti dal paganesimo, coronando, infine, il suo apostolato con il martirio.

DAGLI SCRITTI…
Dalle “Omelie sui Vangeli” di San Gregorio Magno, papa
Vi vorrei esortare a lasciar tutto, ma non oso. Se dunque non potete lasciare tutte le cose del mondo, usate le cose di questo mondo in modo da non essere trattenuti nel mondo; in modo da possedere le cose terrene, non da esserne posseduti; in modo che quello che possedete rimanga sotto il dominio del vostro spirito e non diventi esso stesso schiavo delle sue cose, e non si faccia avvincere dall’amore delle realtà terrestri. Dunque i beni temporali siano in nostro uso, i beni eterni siano nel nostro desiderio; i beni temporali servano per il viaggio, quelli eterni siano bramati per il giorno dell’arrivo. Tutto quello che si fa in questo mondo sia considerato come marginale. Gli occhi dello spirito siano rivolti in avanti, mentre fissano con tutto interesse le cose che raggiungeremo. Siano estirpati fin dalle radici i vizi, non solo dalle nostre azioni, ma anche dai pensieri del cuore. Non ci trattengano dalla cena del Signore né i piaceri della carne, né le brame della cupidigia, né la fiamma dell’ambizione. Le stesse cose oneste che trattiamo nel mondo, tocchiamole appena, quasi di sfuggita, perché le cose terrene che ci attirano servano al nostro corpo in modo da non ostacolare assolutamente il cuore. Non osiamo perciò, fratelli, dirvi di lasciare tutto; tuttavia, se volete, anche ritenendole tutte, le lascerete se tratterete le cose temporali in modo da tendere con tutta l’anima alle eterne. Usa infatti del mondo, ma è come se non ne usasse, colui che indirizza al servizio della sua vita anche le cose necessarie e tuttavia non permette che esse dominino il suo spirito, in modo che siano sottomesse al suo servizio e mai infrangano l’ardore dell’anima rivolta al cielo. Tutti coloro che si comportano così, hanno a disposizione ogni cosa terrena non per la cupidigia, ma per l’uso. Non vi sia niente dunque che alteri il desiderio del vostro spirito, nessun diletto di nessuna cosa vi tenga avvinti a questo mondo.
Se si ama il bene, la mente trovi gioia nei beni più alti, quelli celesti. Se si teme il male, si abbiano davanti allo spirito i mali eterni, perché mentre il cuore vede che là si trova ciò che più si deve amare e più si deve temere, non si attacchi assolutamente a quanto si trova di qui. Per far questo abbiamo come nostro aiuto il mediatore di Dio e degli uomini, per mezzo del quale otterremo prontamente ogni cosa, se ardiamo di vero amore per lui, che con il Padre e lo Spirito Santo vive e regna Dio per tutti i secoli dei secoli. Amen.(Lib. 2, 36. 11-13; PL 76, 1272-1274)

Publié dans:SANTI APOSTOLI |on 2 mai, 2012 |Pas de commentaires »

2 maggio: Sant’ Atanasio Vescovo e dottore della Chiesa

http://www.santiebeati.it/dettaglio/23100

Sant’ Atanasio Vescovo e dottore della Chiesa

2 maggio

295-373

Vescovo di Alessandria d’Egitto, fu l’indomito assertore della fede nella divinità di Cristo, negata dagli Ariani e proclamata dal Concilio di Nicea (325). Per questo soffrì persecuzioni ed esili. Narrò la vita di Sant’Antonio abate e divulgò anche in Occidente l’ideale monastico. (Mess. Rom.)

Etimologia: Atanasio = immortale, dal greco

Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: Memoria di sant’Atanasio, vescovo e dottore della Chiesa, di insigne santità e dottrina, che ad Alessandria d’Egitto dai tempi di Costantino fino a quelli dell’imperatore Valente combattè strenuamente per la retta fede e, subite molte congiure da parte degli ariani, fu più volte mandato in esilio; tornato infine alla Chiesa a lui affidata, dopo aver lottato e sofferto molto con eroica pazienza, nel quarantaseiesimo anno del suo sacerdozio riposò nella pace di Cristo.
Questo Padre e Dottore della Chiesa è il più celebre dei vescovi alessandrini e il più intrepido difensore della fede nicena contro l’eresia di Ario. Costui, siccome faceva del Verbo un essere di una sostanza diversa da quella del Padre e un semplice intermediario tra Dio e il mondo, praticamente negava il mistero della SS. Trinità.
S. Atanasio nacque verso il 295 ad Alessandria d’Egitto da genitori cristiani i quali gli fecero impartire un’educazione classica. Discepolo di S. Antonio abate nella gioventù, si consacrò per tempo al servizio della Chiesa, Nel 325 accompagnò come diacono e segretario il suo vescovo Alessandro al Concilio di Nicea radunato dall’imperatore Costantino, nel quale fu solennemente definita la consostanzialità del Figlio con il Padre. S. Atanasio nel 328 fu acclamato dagli alessandrini loro pastore. Di lui dicevano: « E un uomo probo, virtuoso, buon cristiano, un asceta, un vero vescovo ».
La chiesa di Alessandria si trovava divisa dallo scisma non solo di Ario, ma anche di Melezio di Licopoli. Durante la persecuzione di Diocleziano (305-306), costui, approfittando dell’assenza del vescovo Pietro di Alessandria, si era arrogato il diritto di ordinare e scomunicare secondo il suo arbitrio. Nonostante fosse stato deposto da un sinodo, buona parte del clero lo aveva seguito nello scisma. In mezzo a tante divisioni il compito del giovane Atanasio si presentava quanto mai difficile.
Ben presto cominciarono difatti gli intrighi contro di lui dei vescovi di corte ariani, capeggiati da Eusebio di Cesarea, per indurlo a ricevere nella sua comunione i vescovi amici di Ario. Atanasio vi si oppose energicamente. I meleziani a loro volta l’accusarono presso Costantino di aver imposto agli egiziani un tributo di pezze di lino e di aver fatto rompere il calice di un loro vescovo. Citato al tribunale dell’imperatore a Nicomedia, non fu difficile al santo discolparsi. Accusato ancora di aver fatto assassinare Arsente, vescovo meleziano di Ipsele, non fu difficile al medesimo accrescere lo scorno dei suoi nemici facendoglielo comparire davanti vivo.
L’accusato fu di nuovo riabilitato, ma gli ariani non si diedero per vinti. Essi persuasero Ario a sottoscrivere una formula di fede equivoca. Costantino se ne accontentò e intimò a tutti i vescovi di riceverlo nella loro comunione. Essendosi Atanasio ancora una volta rifiutato, fu deposto dal concilio di Tiro (335) e relegato a Treviri, nelle Gallie, dove rimase fino alla morte dell’imperatore (337). Gli eusebiani non potendo per allora sperare nulla dal potere civile, portarono davanti al papa Giulio I l’affare di Atanasio. Furono citate le due parti ad un concilio plenario, ma gli ariani, sicuri dell’appoggio di Costanzo II, imperatore d’Oriente, invece di presentarsi, posero sulla sede di Alessandria Gregorio di Cappadocia. Il secondo esilio di Atanasio durò sei anni. A Roma (341) e a Sardica (343) fu riconosciuta la sua innocenza. Durante il soggiorno romano egli viaggiò molto, e iniziò la chiesa latina alla vita monastica quale si praticava in Egitto. Nella Pasqua del 345 si recò ad Aquileia presso Costante, imperatore d’occidente, che gli ottenne dal fratello Costanzo il permesso di tornare alla sua sede dopo la morte del vescovo intruso (345).
Seguirono per il santo dieci anni di pace relativa, di cui approfittò non solo per comporre opere dogmatiche, o di apologia personale, ma per proseguire una politica di vigile controllo e di prudente conciliazione, i cui effetti furono disastrosi per il partito ariano. Difatti, due o tre anni dopo, egli era in comunione con più di 400 vescovi, e seguito dalla massa dei fedeli. In questo periodo egli consacrò vescovo di Etiopia S. Frumenzio, vero fondatore della chiesa cristiana in quel paese.
Alla morte del suo protettore Costante (350) e del papa Giulio I (352), i nemici di Atanasio tanto brigarono da riuscire a sollevargli contro anche l’episcopato d’Occidente nel Concilio di Arles (354) e in quello di Milano (355).
L’intrepido vescovo, ripieno di amarezza, fuggì allora nel deserto, dove i monaci per otto anni lo sottrassero con cura a tutte le ricerche. Dalla solitudine egli continuò a governare la sua chiesa e scrisse i Discorsi contro gli Ariani e le 4 Lettere a Serapione che formano la sua gloria come dottore della SS. Trinità. Poté ritornare in sede nel 362 dopo la morte di Costanzo, il massacro del vescovo intruso Giorgio dì Cappadocia e la salita al trono di Giuliano, il cui primo atto fu di richiamare i vescovi esiliati dal suo predecessore.
Fu cura di Atanasio ristabilire l’ortodossia nicena e combattere l’arianesimo ufficiale che aveva trionfato nei concili di Seleucia e di Rimini (359). Riunito un concilio, prese decisioni improntate a misericordia verso coloro che si erano dati all’eresia per ignoranza, e anche sul terreno dogmatico fu largo e tollerante per quello che potevano sembrare quisquiglie o pura terminologia. Tanta attività diretta a consolidare l’unità cattolica non tornò gradita a Giuliano, intento solo a ristabilire il paganesimo. Nel 363 S. Atanasio per la quarta volta lasciò la sua sede, ma solo per pochi mesi perché, morto l’imperatore nella spedizione contro i persiani, gli successe il cristiano Gioviano, che lo richiamò. Nel 365 il Santo dovette eclissarsi alla periferia della città per la sesta volta, perseguitato dall’imperatore d’Oriente, Valente, amico degli ariani. Dopo soli quattro mesi però fu richiamato perché gli egiziani minacciavano rivolte. Non lasciò più la sua fede fino alla morte avvenuta il 2-5-373 dopo 45 anni di governo forte e alle volte anche duro contro i suoi avversari.
Egli meritò a buon diritto il titolo di « grande » per l’indomabile fermezza di carattere dimostrata contro gli ariani e la potenza imperiale, sovente ad essi eccessivamente ligia. A ragione fu detto che in lui, « padre dell’ortodossia », combatteva tutta la Chiesa.
Finché visse sostenne ovunque con un’attività traboccante i propugnatori della vera fede. Così impedì che i vescovi dell’Africa latina sostituissero il simbolo compilato a Nicea con quello di Rimini; spinse papa Damaso ad agire contro Ausenzio, vescovo ariano di Milano, e incoraggiò S. Basilio, che cercava un appoggio per la pacificazione religiosa dell’oriente.
Della produzione letteraria di Atanasio non esiste ancora un’edizione critica. Nelle sue opere si nota limpidezza e acutezza di pensiero, ma la materia trattata manca di ordine ed è resa pesante dalle frequenti ripetizioni e dalla prolissità.

Autore: Guido Pettinati

Publié dans:Santi |on 2 mai, 2012 |Pas de commentaires »

UN MEETING DOVE I BAMBINI CONOSCONO E DIALOGANO CON GESÙ

http://www.zenit.org/article-30462?l=italian

UN MEETING DOVE I BAMBINI CONOSCONO E DIALOGANO CON GESÙ

Novecento tra bambini e pre adolescenti giocano, cantano e pregano alla Convocazione nazionale del Rinnovamento nello Spirito

di Antonio Gaspari
RIMINI, lunedì, 30 aprile 2012 (ZENIT.org).- “Non ne posso più è proprio l’ora di chiamare Gesù”, questa la frase scritta su un muro della Fiera di Rimini, in un padiglione dove 900 giovani divisi in tre gruppi dai tre ai cinque anni (baby) , dai sei ai dieci anni (bambini) e dagli undici ai quattordici anni di età (ragazzi), giocano, cantano, pregano, e crescono in amicizia e fraternità, come comunità cristiana.
E’ un iniziativa nata all’interno del Rinnovamento nello Spirito (RnS) nel 1999 come risposta alle necessità delle famiglie dei gruppi e delle comunità del RnS, che da 35 anni si ritrovano annualmente a Rimini.
“All’inizio era un servizio di baby sitter e di intrattenimento dei bimbi e dei ragazzi, poi però ci siamo resi conti di aver iniziato un progetto che è stato provvidenziale”, ha raccontato a ZENIT , Cinzia Torre Paiella- tra le iniziatrici e ideatrice del Meeting (baby, bambini e ragazzi).
Ottanta volontari divisi per gruppi di età, hanno accolto i bambini, le bambine, i ragazzi e le ragazze, e insieme hanno condiviso e portato avanti un percorso di giochi, canti, preghiere e conoscenza del Vangelo.
Si inizia dai piccoli, (3-5 anni) a cui si raccontano storie ispirate e adattate dalla parabole del Vangelo. I bambini ascoltano le storie, le animano, giocano, cantano, ballano e pregano con grande naturalezza e gioia.
Si abituano a vivere tra loro e con gli adulti, percependo che c’è qualcun altro, un Dio buono che gli vuole bene e che li protegge. Il loro rapporto con il trascendente è naturale e condiviso.
Per i bambini e le bambine che frequentano le elementari, le storie, i giochi, i canti e le preghiere sono più animate. C’è un eroe a forma di goccia che si chiama “carismino” di cui si raccontano le storie, anche q ueste ispirate al Vangelo. I canti, studiati ad arte, sono semplici e coinvolgenti. I bambini si muovono e eseguono gesti che danno seguito alle parole. Cominciano ad avere coscienza dell’amicizia, della fratellanza, della comunità che manifesta la gioia.
Pregano e si confessano, scoprendo l’effetto salvifico della comunione. I bambini scrivono con il nastro adesivo sulla proprie maglie, di aver disubbidito, di aver detto bugie, di non aver aiutato chi aveva bisogno, … incontrano il sacerdote che li confessa, il quale li libera dai peccati, togliendogli e buttando via il pezzo di adesivo dove era scritta la mancanza.
“Così – ha spiegato Cinzia – i bambini capiscono bene di essere amati per quello che sono e non per quello che dovrebbero diventare”.
I ragazzi tra gli 11 ed i 14 anni, hanno lavorato per dipingere su un muro le immagini e le scritte che invitano a sviluppare i talenti e cercare Gesù.
I preadolescenti fanno giochi più impegnativi, gare di corsa, canti più sofisticati, preghiere più impegnative, praticano l’adorazione Eucaristica e si aprono alla conversione del cuore raccontando la loro esperienza di vita.
Nell’edizione di questo anno sono circa novecento i partecipanti, 200 i piccoli, 450 quelli tra i sei ed i dieci anni, e 250 i preadolescenti. Cinzia ha detto che la crisi economica ha limitato la partecipazione delle famiglie più numerose, ma l’iniziativa è in crescita continua, con tanti bambini che chiedono di partecipare e famiglie che chiedono di moltiplicare gli incontri a livello locale.
Ottanta sono gli animatori, alcuni con esperienza decennale. Il “Meeting dei baby, bambini e ragazzi” si svolge nelle diverse regioni dove sono presenti gruppi del RnS, con una edizione annuale che si svolge a Rimini.
Le storie, per i diversi gruppi. I testi, le musiche e l’animazione delle canzoni. I giochi con i diversi personaggi. Le preghiere e la pratica dei sacramenti. Tutto viene ideato, studiato e realizzato dal gruppo promotore del RnS.
Alla domanda di ZENIT sul perché non scrivere un manuale con testi, musiche e immagini da utilizzare non solo per i partecipanti al Meeting dei giovani, ma anche nelle parrocchie, Cinzia ha risposto che lo chiedono in tanti e forse il prossimo anno si farà.
“Quella che è iniziata come una risposta ad un esigenza – ha sottolineato Cinzia- è invece diventata una profezia”.
Riflette infatti l’impegno che la Conferenza Episcopale Italiana ha chiesto per far fronte alla “emergenza educativa” ricominciando a diffondere la fede e la conoscenza fin dai primi anni di vita.

Publié dans:BAMBINI |on 2 mai, 2012 |Pas de commentaires »
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