Archive pour mai, 2012

« NON PREGHIAMO IL ROSARIO MECCANICAMENTE, MA CON IL CUORE »

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« NON PREGHIAMO IL ROSARIO MECCANICAMENTE, MA CON IL CUORE »

Intervista al cardinale Prosper Grech dopo la Messa per la Madonna di Fatima celebrata in Santa Maria delle Grazie alle Fornaci

di Salvatore Cernuzio
ROMA, giovedì, 17 maggio 2012 (ZENIT.org) – “Avete presente le fontane a piazza San Pietro? Quelle a due piani, dove dalla fonte principale sgorga l’acqua che bagna il primo livello e, da quello, scende al secondo? Ecco, questa è la grazia di Maria: una grazia che sovrabbonda che riempe Lei e poi arriva a tutti noi”.
È questo uno dei tanti significativi esempi utilizzati dal cardinale maltese Prosper Grech, nella Messa vespertina di ieri, presso la chiesa di Santa Maria delle Grazie alle Fornaci, dove l’immagine della Vergine di Fatima sarà ospitata fino al 20 maggio, insieme alle reliquie dei Beati Francesco e Giacinta.
Ieri è stata la giornata dedicata ai malati e ai sofferenti. Al termine della sua omelia, tutta incentrata sulla preghiera dell’Ave Maria, il porporato ha infatti distribuito il sacro olio per l’unzione degli infermi a numerosi fedeli malati giunti in Chiesa per salutare la Madonna pellegrina.
“Maria è salute degli infermi”, ha ricordato nella sua meditazione, “Lei dà la forza di sopportare la sofferenza e i mali”. Ricordando l’importanza della preghiera e invitando i fedeli a “non abbandonarla in questo mese mariano”, il cardinal Grech ha sottolineato poi che la Madonna “è via sicura che porta a Cristo, rifugio certo verso la salvezza”.
Intervistato da ZENIT, il cardinale ha spiegato che “dipende dalla nostra fede” credere nel potere d’intercessione di Maria e, dunque, nell’efficacia della preghiera.
“Si può anche pregare Maria senza fede – ha affermato – e Lei, nella sua misericordia, può anche ascoltare”. Ma solo attraverso “una relazione personale con Cristo e poi con Sua Madre”, si può giungere ad “una preghiera che esce dal cuore e che risponde con il cuore di Maria”.
“Quante Ave Maria abbiamo pregato nella nostra vita? Migliaia e migliaia, io credo”, ha proseguito il porporato, “e cosa preghiamo noi? Prega per noi peccatori adesso e nell’ora della nostra morte”. 
“Maria in quell’ultimo momento – ha spiegato – ci tiene la mano, non soltanto per confortarci, ma per darci la fede per fare quel salto nelle braccia di Cristo, in modo che Lei ci presenti a Gesù e Gesù al Padre”.
“La penitenza, il digiuno e la preghiera, sono vie concrete di salvezza indicate da Maria”, aveva affermato il cardinale nell’omelia.
Anche durante l’intervista ha ribadito questo concetto, dicendo: “Gesù ha predicato in tutto il suo Vangelo la penitenza per i nostri peccati per entrare nel Regno di Dio. E sua Madre lo ripete in ogni apparizione: la confessione, atto di vera e sincera contrizione, e la preghiera”.
La preghiera, in particolare, è un atto fondamentale per la vita del cristiano, soprattutto quella rivolta alla Madonna: “Ciò che noi non osiamo chiedere al Padre o per paura o per mancanza di fede – ha detto – lo rimettiamo nelle mani della Mamma”.
E Lei, ha aggiunto il porporato, più volte “ha indicato nel Rosario uno strumento forte nelle mani del cristiano al quale bisogna tornare. Una via non solo di preghiera, ma di meditazione”.
Una forma di orazione che sembra ormai passata o che, come ha osservato il cardinale, viene recitata meccanicamente.
“Nel terzo mistero glorioso, ad esempio, diciamo: lo Spirito Santo è disceso sugli apostoli… Padre Nostro che sei nei cieli… Ave Maria e via dicendo. Ma che significato ha questo per noi? Davvero stiamo riflettendo sul fatto che lo Spirito Santo è sceso sugli apostoli, sulla Chiesa e quindi su di me? Bisogna entrare pienamente nel significato di queste parole”, ha asserito.
Alla domanda di quale sia il senso di questo mese mariano, tempo di grazia in cui fioriscono tante iniziative che fanno volgere il cuore a Maria, il cardinal Grech ha risposto che esso è “un tempo ricco di opportunità per noi, perché si riscopre la devozione per la Madre di Dio che nella Chiesa cattolica è cominciata dall’inizio e continuerà sempre in quanto intimamente unita al Signore”.
Un ultimo pensiero il cardinale l’ha rivolto ai malati e ai sofferenti, nella giornata di ieri, a loro dedicata: “Sul mio stemma ho “In te Domine speravi” e naturalmente “non confundar in aeternum”, cioè in Te Signore ho sperato, a Te mi affido perché non sia perduto per sempre. Questa dovrebbe essere la nostra preghiera continua. Affidiamola a Maria, la Madre, affinché la offra a Gesù”.

Publié dans:preghiera (sulla) |on 17 mai, 2012 |Pas de commentaires »

Creazione dell’uomo

Creazione dell'uomo dans immagini sacre

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Publié dans:immagini sacre |on 16 mai, 2012 |Pas de commentaires »

LA PROVA DI ADAMO (Soren Kierkegaard)

http://www.atma-o-jibon.org/italiano6/letture_patristiche_i.htm#LA PROVA DI ADAMO

LA PROVA DI ADAMO

Soren Kierkegaard *

Kierkegaard (1813-1855) nato a Copenaghen, fu educato con austerità nel luteranesimo. Da studente, si immerse con una specie di frenesia nella filosofia e nella teologia. Dal 1843 al 1850 pubblicò le sue opere più importanti, non prive di vigore. Secondo le sue stesse affermazioni, nei suoi libri, anche se di carattere letterario e filosofico, si prefigge uno scopo religioso, mettendo la sua abilità di scrittore a servizio della rivelazione di cui sottolinea tutte le esigenze. La sua ricerca appassionata si allontana a volte dalle grandi certezze cristiane, ma pur nella sua angoscia Kierkegaard ha potuto lasciarci una testimonianza commovente, prova questa che egli era già sensibilizzato alla angoscia dell’anima moderna. La sua influenza del resto, è sentita ancora nel nostro tempo.

Leggiamo nella Scrittura: E Dio mise alla prova Abramo e gli disse: Abramo, Abramo dove sei? Ed egli rispose Eccomi, sono qui (Gen. 22,1). Ora dimmi: tu, a cui io mi rivolgo, tu avresti fatto lo stesso? Nel veder venire da lontano verso di te la tremenda prova -imposta dalla provvidenza, non avresti forse detto alle montagne «copritemi» e alle colline «cadetemi addosso»? Oppure, avendo più coraggio, non avresti rallentato il tuo passo lungo la strada, pensando con nostalgia ai sentieri di una volta? E al sentire la chiamata, saresti rimasto zitto, oppure avresti risposto forse piano piano, quasi in un bisbiglio? Ma non fu tale la risposta di Abramo; pieno di coraggio, di gioiosa fiducia, egli rispose ad alta voce: Eccomi!
Leggiamo in seguito: Abramo si alzò di buon mattino (Gen. 22,3). Si affrettò, quasi andasse a una festa e di buon mattino si trovò nel luogo indicatogli, sul monte Moria. Non disse niente a Sara, niente a Eleazaro: chi poteva capirlo? E la prova, per la sua stessa natura, non gli aveva forse imposto l’impegno del silenzio?
Tagliò la legna, legò Isacco, accese il fuoco, afferrò il coltello (Gen. 22,9-10). Lo sappiamo: sono stati tanti i padri che, con la morte del loro figlio, hanno sentito di perdere quanto avevano di più caro al mondo; hanno visto crollare tutte le speranze riposte nell’avvenire: pure non c’è mai stato certamente un figlio della promessa nel senso in cui Isacco lo era per Abramo. Ci sono stati tanti padri che hanno perduto un figlio, ma era la mano di Dio che lo toglieva loro, era la volontà immutabile e imperscrutabile dell’Onnipotente. Non fu così per Abramo. A lui era riservata una prova molto più dura e la sorte di Isacco era sospesa al coltello che il patriarca aveva in mano. E lui stava li, uomo solo davanti alla sua unica speranza! Ma non esitò, non si mise a guardare intorno ansiosamente, non scongiurò il cielo con la preghiera. Sapeva che era Dio onnipotente a metterlo alla prova e che quello era il più grande sacrificio che potesse essergli ,chiesto. Ma sapeva anche che nessun sacrificio è troppo grande quando chi lo chiede è Dio: e afferrò il coltello…
O venerabile padre Abramo! Quando sei tornato a casa dal monte Moria, tu non hai avuto bisogno di parole che ti consolassero di una perdita. Non avevi forse ottenuto tutto, mentre Isacco rimaneva con te? E da allora il Signore non te lo prese più, anzi hai potuto sedere felice a tavola con lui nella tua tenda, così come farai in cielo per tutta l’eternità. O venerabile padre Abramo! Da quel giorno migliaia d’anni sono passati, ma tu non hai affatto bisogno che un tardo ammiratore strappi all’oblio la tua memoria: in ogni lingua si parla di te fra gli uomini, e tuttavia tu ricompensi più splendidamente di chiunque altro quelli che ti ammirano. Infatti in cielo, nel tuo seno, essi conoscono la felicità: e sul<la terra tu affascini. il loro cuore e i loro occhi con la luce della tua azione straordinaria.

* Fear and Trembling – Oxford University Press, Londra 1946 pp. 19-22.

L’unità dei cristiani abita nella preghiera – Intervista con il cardinale Kurt Koch (2011)

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L’unità dei cristiani abita nella preghiera

Intervista con il cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per l’Unità dei cristiani

di Giovanni Cubeddu

Creato cardinale da papa Benedetto XVI nel concistoro del 20 novembre 2010, Kurt Koch è stato dal 1995 vescovo di Basilea e per tre anni, dal 2007 sino al 2010, presidente della Conferenza episcopale svizzera. Lo scorso primo luglio il Papa lo nominò presidente del Pontificio Consiglio per l’Unità dei cristiani. E in tale carica il cardinale Koch ha già fatto visita al patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I e al patriarca di Mosca e di tutte le Russie Kirill. Non per questo, come lui ci dirà, viene meno però il suo interesse precipuo per le Chiese nate dalla Riforma. 

KURT KOCH: Gli impegni non mancano, e bisogna dosarli tra la sezione orientale e quella occidentale del nostro Pontificio Consiglio.
Comincerei dalla prima, ricordando l’incontro con tutte le Chiese ortodosse, a Vienna nel settembre 2010, nell’ambito della Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa, occasione in cui abbiamo compiuto un passo importante: abbiamo cioè definito la necessità per la Chiesa di avere un protos, cioè un vertice a livello locale, regionale e universale, e di approfondire anche gli studi storici sulla modalità con cui il primato del vescovo di Roma esisteva nel primo millennio della Chiesa indivisa. Sono gli stessi argomenti del precedente nostro incontro a Cipro nel 2009. Gli ortodossi hanno però deciso successivamente di non continuare con questo studio storico, ritenendolo oggettivamente complesso e non consono alla Commissione. È iniziato invece l’approfondimento teologico e sistematico della relazione tra primato e sinodalità, che sarà oggetto dell’incontro del prossimo anno.
Con gli ortodossi orientali avete tenuto un convegno a gennaio, durante la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani.
Ci siamo concentrati in primo luogo sulle questioni cristologiche, dato che alcune Chiese ortodosse orientali non hanno accettato il Concilio di Calcedonia del 451 e che da qui era necessario ripartire. Siamo usciti da questo incontro riconoscendo che le differenze tra noi non concernono la fede ma certe modalità di espressione. Nel 1984 il Papa e il Patriarca siro ortodosso di Antiochia avevano sottoscritto una comune professione di fede circa l’incarnazione di nostro Signore Gesù Cristo e l’ospitalità reciproca nei sacramenti della riconciliazione, dell’eucaristia e dell’unzione degli infermi, laddove vi fossero casi urgenti. Oggi vogliamo invece approfondire le questioni ecclesiologiche e il primato petrino.
La sezione occidentale?
Siamo spettatori del fatto che nelle Chiese nate dalla Riforma è in atto una grande frammentazione.
La prima necessità è allora discutere con i riformati della natura della Chiesa, perché la dichiarazione della Congregazione per la Dottrina della fede Dominus Iesus ha affermato che nel mondo protestante non vi sono Chiese in senso proprio ma comunità ecclesiali. E nel libro-intervista Luce del mondo, papa Benedetto dice che ci troviamo qui di fronte a un altro tipo di Chiesa. Infatti è così, e non spetta a noi definire il concetto ecclesiale delle Chiese della Riforma, bensì a loro stesse. Ecco perché ci compete dialogare sulla natura della Chiesa: ciascuna denominazione infatti ha la propria concezione di cosa sia l’unità al proprio interno. Il movimento ecumenico ha tra i suoi fini quello di riscoprire tale molteplicità, visto che sul tema dell’unità esistono e competono le diverse idee confessionali.
Un secondo aspetto è il grande cambiamento che si va radicando nel pensiero delle comunità riformate: esse non vedono più come approdo del movimento ecumenico l’unità visibile nella fede, nei sacramenti e nel ministero, ma reclamano la permanenza di una pluralità di Chiese che si riconoscano le une con le altre, la cui totalità produrrebbe infine la Chiesa di Cristo. Un po’ come delle case-famiglia, da cui ogni tanto parte un invito ai vicini per qualche festività. Ai cattolici e agli ortodossi tale posizione non piace. Non è questo l’unico e indiviso corpo di Cristo, ciò non corrisponde alla preghiera di Gesù che tutti i discepoli siano uniti, come lo sono il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. 
Qual è la risposta adeguata?
Nessun cammino comune potrà essere realizzato al di fuori della spiritualità ecumenica cioè senza la preghiera.
Il movimento ecumenico nacque col proporre nel mese di gennaio la Settimana di preghiera per l’unità. L’idea venne da un anglicano convertito al cattolicesimo, Paul Wattson, e da un episcopaliano americano, Spencer Jones, e fu appoggiata via via dai pontefici nei tempi recenti, e approfondita da Paul Couturier, un protagonista della spiritualità ecumenica. Essa sta a ricordarci che noi uomini non possiamo realizzare questa unità, possiamo magari porre qualche transitoria condizione storica, che poi lo Spirito Santo utilizza.
Questo è il fondamento dell’ecumenismo, e questo vorrei approfondire durante il mio mandato.
Lei prima ha affermato che nel dialogo tra i cristiani, unità non ha un’accezione condivisa. Che cosa propone?
L’unità nella stessa fede, nella celebrazione dei sacramenti e nel riconoscimento dei ministeri nella Chiesa non significa un’omologazione, perché le differenze tra le Chiese esistono e non è necessario eliminarle. Dobbiamo far scomparire solo quelle che hanno comportato la rottura tra noi e necessitano di una guarigione. Le altre… restino pure. Papa Benedetto lo ha ripetuto agli anglicani che chiedono di entrare nella Chiesa cattolica: potete conservare le vostre tradizioni. Ecco l’unità nella diversità e la diversità nell’unità: altrimenti c’è soltanto un’unificazione omologante, estranea alla sostanza stessa del cattolicesimo. L’insieme degli ordini religiosi e delle forme di vita ecclesiale compongono anche nella storia della Chiesa un giardino con molti fiori e noi non vogliamo rimpiazzarlo con una monocoltura, la Chiesa non lo è. Lo stesso valga nel campo dell’ecumenismo.
Con la costituzione apostolica Anglicanorum coetibus il cammino comune compiuto con gli anglicani è avanzato.
La Chiesa d’Inghilterra è nata perché il Papa non accettò le seconde nozze del re, e questo ha un po’ garantito che gli anglicani si mantenessero, in fondo, più cattolici di altri. Nella Curia romana abbiamo una separazione chiara delle competenze. La Congregazione per la Dottrina della fede ha la responsabilità per Anglicanorum coetibus; il Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei cristiani continua con il dialogo ecumenico.
Ritorniamo alle diverse concezioni di unità.
Esistono, dicevamo, due stili dell’ecumenismo. L’uno cerca l’unità visibile, lavora e prega per questa. L’altro lascia sussistere la pluralità odierna, la codifica, e chiede il riconoscimento ultimo di tutte le Chiese come quote-parti della Chiesa di Cristo. I vescovi cattolici, ortodossi e luterani che sostengono la prima via sono felici che la Santa Sede proponga l’unità e la pluralità; gli altri lo sono di meno. Nell’omelia per i Vespri della festa della Conversione di san Paolo, a conclusione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, papa Benedetto ha detto che non possiamo rinunciare al fine dell’ecumenismo, cioè all’unità visibile nella fede, nei sacramenti e nel ministero.
Nel testo del Direttorio ecumenico si ricorda in più passi che esistono mezzi di salvezza al di fuori dei confini visibili della Chiesa cattolica.
La Chiesa di Gesù Cristo non è un’idea astratta, che non esiste ancora, ma è nella Chiesa cattolica, intesa come soggetto storico. E ciò non implica affatto che i cattolici siano cristiani migliori degli altri, ma solo che nella Chiesa cattolica esistono i mezzi della salvezza. È un fatto oggettivo. Allora, quando sento che ci sono dei fedeli protestanti che intendono farsi cattolici dico loro: «Non dovete lasciare nulla, ricevete qualcosa di più», cioè i mezzi di salvezza presenti nella Chiesa cattolica. Che non sono un merito della Chiesa, ma un regalo del Signore.
Con questo è già sottinteso che anche nella altre Comunità ecclesiali esistono mezzi di salvezza.

Un momento della celebrazione dei Vespri, presieduta da Benedetto XVI, nella festa della Conversione di san Paolo apostolo, a conclusione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, Basilica di San Paolo fuori le Mura, Roma, il 25 gennaio 2011 [© Osservatore Romano]
Quale è il punto nel dialogo con le Chiese della Riforma?
Con loro certamente non possiamo cominciare dal primato. Con la Riforma è nata un’altra Chiesa, e ciò non era quanto Lutero si attendeva, lui chiedeva il rinnovamento della Chiesa cattolica. L’ecumenista protestante Wolfhart Pannenberg ha detto che l’esistenza di nuove Chiese non è il successo ma l’insuccesso della Riforma. Questo giudizio mi aiuta molto in vista dell’anno 2017, cinquecentesimo anniversario della Riforma, perché mi interroga su come gli stessi protestanti vedano oggi la Riforma: un impegno per il rinnovamento della Chiesa o una rottura? A me personalmente interessa moltissimo che i riformati parlino non solo dei cinquecento anni trascorsi dopo la rottura, ma anche e soprattutto dei duemila anni della vita della Chiesa, di cui millecinquecento trascorsi insieme. Sono molto contento che il neopresidente della Comunità evangelica in Svizzera, il pastore Gottfried Locher, si sia definito non un protestante ma un cattolico riformato. Cioè cattolico con l’esperienza della Riforma, mantenendo altresì il fondamento della stessa fede apostolica, comune sino al 1517. È un mio auspicio che si guardino le cose in questo modo.
Pensa di poter lavorare anche per l’unità della Chiesa in Cina?
Sinora non ne abbiamo avuto modo. È soprattutto nelle competenze della Segreteria di Stato. Conosciamo la delicatezza di quella realtà e la delicatezza della lettera, piena di compassione, che papa Benedetto scrisse ai fedeli cinesi nel 2007. Se il nostro Consiglio può facilitare qualcosa in futuro, ben venga…
Come?
Questo dipenderà da ciò che potrebbero chiedere gli organismi competenti della Curia. Ma per la Cina, nella mia preghiera personale, già compio tutto quello che posso fare.
Nel dialogo con gli ebrei gli spunti non le sono mancati. Iniziamo dall’indicazione che viene dal libro-intervista del Papa, cioè un’adesione a quanto san Paolo confessava circa il rapporto tra cristiani ed ebrei.
Sono certo della bontà di quanto san Paolo ci ha trasmesso, lui ci aiuta ancora oggi. Come pure sono certo che il Papa abbia seguito san Paolo nel redigere la nuova versione della preghiera del Venerdì Santo. Papa Benedetto è molto sensibile al tema ebraico, a cominciare dal fatto che non chiama più gli ebrei i «fratelli maggiori», ben sapendo quanto sia problematica la definizione di «fratello maggiore» nell’Antico Testamento. A me piacerebbe approfondire un dialogo teologico.
Su quali temi?
I cristiani credono nell’universalità della salvezza in Gesù Cristo, d’altra parte però si dice che una missione verso gli ebrei è assolutamente impossibile. Come possono queste due affermazioni non essere incompatibili? Ecco anche perché la nuova preghiera del Venerdì Santo ha sollevato tante discussioni.
Vorrei comprendere meglio che cosa significhi per un ebreo la fede cristiana e la relazione tra ebrei e cristiani. Il dialogo di papa Benedetto con il rabbino Neusner, nel primo libro Gesù di Nazaret, è per me rilevante, è esattamente il dialogo teologico che immagino. E circa la missione sistematica verso gli ebrei… la Chiesa non la cerca. Ma noi cristiani confessiamo la fede in Gesù, e la deponiamo gratis di fronte alla libertà dell’altro. 
Esiste un Leitmotiv che l’accompagna dall’inizio del suo lavoro a Roma?
C’è chi dice che Benedetto XVI non sia interessato all’ecumenismo con le Chiese nate dalla Riforma, dato che le Chiese ortodosse sono più vicine a noi, e tale affermazione non corrisponde al vero. Quando il Papa mi chiese di assumere questo incarico, disse che era necessario avere una persona che conoscesse le comunità ecclesiali nate dalla Riforma non solo attraverso gli studi fatti ma grazie all’esperienza. Il Papa nutre una grande speranza nel movimento ecumenico. Infatti, abbiamo questo testo, il Direttorio ecumenico, che ci rammenta che ogni vescovo nella sua diocesi è il principale responsabile dell’ecumenismo. Sarà sempre utile a tutti rileggere e usare questo documento. In ogni diocesi esistono realtà ecumeniche particolari, e il vescovo locale ha la prima responsabilità riguardo ad esse. Il nostro Pontificio Consiglio vuole essere anche al servizio della Chiesa locale quando questo sia richiesto e desiderato.

Publié dans:ecumenismo |on 16 mai, 2012 |Pas de commentaires »

Il Cantico dei Cantici

Il Cantico dei Cantici dans immagini sacre 20%20RABAN%20I%20HAVE%20COMPARED%20THEE%20CT%2001
http://www.artbible.net/1T/Son0101_6songs_love/index_8.htm

Publié dans:immagini sacre |on 15 mai, 2012 |Pas de commentaires »

Su Abramo, I, 19-20 – di Sant’Ambrogio nel quarto secolo

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Su Abramo, I, 19-20

Abramo vide il mio giorno
di Sant’Ambrogio nel quarto secolo

         Consideriamo la ricompensa che Abramo chiede al Signore. Non domanda delle ricchezze, come un avaro, né una lunga vita, come qualcuno che  temesse la morte, né la potenza, ma domanda un degno erede del suo lavoro: “Che mi darai? Io me ne vado senza figli” (Gen 15,2)… Agar diede alla luce un figlio, Ismaele, ma Dio disse: “Non costui sarà il tuo erede, ma un’altro nato da te sarà il tuo erede” (Gen 15,4). Non si tratta di Ismaele bensì di sant’Isacco… Nel figlio legittimo Isacco, possiamo vedere il vero figlio legittimo, il Signore Gesù Cristo che, all’inizio del vangelo secondo Matteo, è chiamato figlio di Abramo (Mt 1,1). Si è mostrato vero figlio di Abramo facendo risplendere la discendenza del suo antenato; grazie a lui, Abramo, guardando verso il cielo, ha potuto vedere la sua discendenza risplendere come le stelle (Gen 15,5). L’apostolo Paolo disse: “Ogni stella differisce da un’altra nello splendore. Così anche la risurrezione dei morti” (1 Cor 15,41). Facendo partecipare alla sua risurrezione gli uomini che la morte teneva a terra, Cristo li ha resi partecipi del regno del cielo.
         La filiazione di Abramo si è propagata unicamente mediante l’eredità della fede, che ci prepara al cielo, ci rende vicini agli angeli, ci eleva fino alle stelle. “Dio disse: tale sarà la tua discendenza! Ed egli credette al Signore” (Gen 15,6). Credette che Cristo mediante la sua incarnazione sarebbe stato il suo erede. Per fartelo sapere, il Signore disse: “Abramo vide il mio giorno e se ne rallegrò”. Dio l’ha ritenuto giusto perché non ha domandato alcuna spiegazione, bensì ha creduto senza la minima esitazione. E’ buono che la fede preceda le spiegazioni, altrimenti, sembrerebbe che trattassimo con il Signore nostro Dio, come con un uomo. Che sconvenienza credere agli uomini quando testimoniano riguardo ad un’altro uomo, e non credere a Dio quando parla di sé stesso! Imitiamo dunque Abramo per ereditare il mondo per mezzo della giustificazione mediante la fede, che l’ha fatto ereditare la terra.

Salmo 72 (73) La giustizia finale

http://www.perfettaletizia.it/bibbia/salmi/Salmo72.htm

Salmo 72 (73)  La giustizia finale

Salmo. Di Asaf

Quanto è buono Dio con gli uomini retti,
Dio coni puri di cuore!

Ma io per poco non inciampavo,
quasi vacillavano i miei passi,

perché ho invidiato i prepotenti,
vedendo il successo dei malvagi.

Fino alla morte infatti non hanno sofferenze
e ben pasciuto è il loro ventre.

Non si trovano mai nell’affanno dei mortali
e non sono colpiti come gli altri uomini.

Dell’orgoglio si fanno una collana
e indossano come abito la violenza.

I loro occhi sporgono dal grasso,
dal loro cuore escono follie.

Scherniscono e parlano con malizia,
parlano dall’alto con prepotenza.

Aprono la loro bocca fino al cielo
e la loro lingua percorre la terra.

Perciò il loro popolo li segue
e beve la loro acqua in abbondanza.

E dicono: «Dio, come può saperlo?
L’Altissimo, come può conoscerlo?».

Ecco, così sono i malvagi:
sempre al sicuro, ammassano ricchezze.

Invano dunque ho conservato puro il mio cuore,
e ho lavato nell’innocenza le mie mani!

Perché sono colpito tutto il giorno
e fin dal mattino sono castigato?

Se avessi detto: «Parlerò come loro»,
avrei tradito la generazione dei tuoi figli.

Riflettevo per comprendere questo
ma fu una fatica ai miei occhi,

finché non entrai nel santuario di Dio
e compresi quale sarà la loro fine.

Ecco, li poni in luoghi scivolosi,
li fai cadere in rovina.

Sono distrutti in un istante!
Sono finiti, consumati dai terrori!

Come un sogno al risveglio, Signore,
così, quando sorgi, fai svanire la loro immagine.

Quando era amareggiato il mio cuore
e i miei reni trafitti dal dolore,

io ero insensato e non capivo,
stavo davanti a te come una bestia.

Ma io sono sempre con te:
tu mi hai preso per la mano destra.

Mi guiderai secondo i tuoi disegni
e poi mi accoglierai nella gloria.

Chi avrò per me nel cielo?
Con te non desidero nulla sulla terra.

Vengono meno la mia carne e il mio cuore;
ma Dio è roccia del mio cuore,
mia parte per sempre.

Ecco, si perderà chi da te si allontana;
tu distruggi chiunque ti è infedele.

Per me, il mio bene è stare vicino a Dio;
nel Signore Dio ho posto il mio rifugio,
per narrare tutte le tue opere.


Commento

Il salmista presenta come si sia trovato in difficoltà di fronte alla constatazione che i malvagi, i prepotenti, coloro che fanno soprusi e sono arroganti, siano nella prosperità: « Ben pasciuto è il loro ventre,… sempre al sicuro, ammassano ricchezze », mentre al giusto le cose non vanno altrettanto bene e spesso è colpito da sciagure. Il salmista non nasconde di aver provato invidia per loro, e stava per vacillare perché l’invidia tentava di aprirlo al dubbio circa la giustizia di Dio. Il salmista si dilunga nel presentare l’azione degli empi, la loro prosperità, proprio per dire quanto la cosa aveva occupato i suoi pensieri. Il salmista reagisce poggiandosi sulla fede, consapevole che se avesse « parlato come loro », cioè con falsità, arroganza, avrebbe tradito la fede d’Israele, chiamato nel salmo « la generazione dei tuoi figli ». Il salmista quindi non permette che nel suo cuore si collochi il dubbio circa la giustizia di Dio; non il dubbio, dunque, ma solo un problema da risolvere. Cercherà con le sue forze di arrivare alla risoluzione del problema, ma dovrà ammettere che davanti a Dio « stavo come una bestia », cioè senza intendimento. Solo quando entrò nel santuario per illuminazione divina comprese: « Ecco, li poni in luoghi scivolosi, li fai cadere in rovina ». Dio permettendo all’empio le sue azioni malvagie, poiché rispetta la sua libertà, non lo premia lasciando che goda delle sue ricchezze, poiché in realtà l’empio si viene a trovare « in luoghi scivolosi », che saranno per lui fatali: « Sono distrutti in un istante! Sono finiti, consumati dai terrori! ».
Il salmista vede cadere l’invidia che provava per la prosperità degli empi e afferma: « Con te non desidero nulla sulla terra ».
Il salmista ha compreso e dichiara: « Il mio bene è stare vicino a Dio »; « nel Signore Dio ho posto il mio rifugio, per narrare tutte le tue opere ». Il salmista si propone di annunciare le opere del Signore, cosicché la fede di tanti ne sia irrobustita. Difficile stabilire il momento storico della composizione di questo salmo, poiché la situazione che presenta si ripete nel tempo, ma considerando l’esistenza del tempio e della stessa Gerusalemme, si può pensare al tempo prima dell’esilio, quando già gli Assiri avevano un influsso pesante su Israele (2Re 18,13s). Gli empi sono quei giudei che si sono allontanati da Dio e che arrivano a dire, considerando che le loro infamie non appaiono punite da Dio: « Dio, come può saperlo ? L’Altissimo, come può conoscerlo’? ». Con queste parole essi giungono alla menzogna di dire che l’Altissimo si disinteressa degli uomini: è la perversione di un Israelita. Il salmo 93,v.7 presenta lo stesso pensiero degli empi: « Il Signore non vede, il Dio di Giacobbe non intende ».

Publié dans:BIBBIA. A.T. SALMI |on 15 mai, 2012 |Pas de commentaires »

San Mattia Apostolo

San Mattia Apostolo dans immagini sacre saint_matthias

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Publié dans:immagini sacre |on 14 mai, 2012 |Pas de commentaires »

14 Maggio: San Mattia Apostolo

http://www.santiebeati.it/dettaglio/21050

San Mattia Apostolo

14 maggio

sec. I

Di Mattia si parla nel primo capitolo degli Atti degli apostoli, quando viene chiamato a ricomporre il numero di dodici, sostituendo Giuda Iscariota. Viene scelto con un sorteggio, attraverso il quale la preferenze divina cade su di lui e non sull’altro candidato – tra quelli che erano stati discepoli di Cristo sin dal Battesimo sul Giordano -, Giuseppe, detto Barsabba. Dopo Pentecoste, Mattia inizia a predicare, ma non si hanno più notizie su di lui. La tradizione ha tramandato l’immagine di un uomo anziano con in mano un’alabarda, simbolo del suo martirio. Ma non c’è evidenza storica di morte violenta. Così come non è certo che sia morto a Gerusalemme e che le reliquie siano state poi portate da sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino, a Treviri, dove sono venerate. (Avvenire)

Etimologia: Mattia = uomo di Dio, dall’ebraico

Martirologio Romano: Festa di san Mattia, apostolo, che seguì il Signore Gesù dal battesimo di Giovanni fino al giorno in cui Cristo fu assunto in cielo; per questo, dopo l’Ascensione del Signore, fu chiamato dagli Apostoli al posto di Giuda il traditore, perché, associato fra i Dodici, divenisse anche lui testimone della resurrezione.
Mattia, abbreviazione del nome ebraico Mattatia, che significa dono di Jahvè, fu eletto al posto di Giuda, il traditore, per completare il numero simbolico dei dodici apostoli, raffigurante i dodici figli di Giacobbe e quindi le dodici tribù d’Israele. Secondo gli Atti apocrifi, egli sarebbe nato a Betlemme, da una illustre famiglia della tribù di Giuda. Una cosa è certa, perché affermata da S. Pietro (Atti, 1,21), che Mattia fu uno di quegli uomini che accompagnarono gli apostoli per tutti il tempo che Gesù Cristo visse con loro, a cominciare dal battesimo nel fiume Giordano fino all’Ascensione al cielo. Non è improbabile che facesse parte dei 72 discepoli designati dal Signore e da lui mandati, come agnelli fra i lupi, a due a due davanti a sé, in ogni città e luogo dov’egli stava per andare. S. Mattia conosceva certamente il più antipatico degli apostoli, Giuda, nativo di Kariot, quello che nella lista dei Dodici è sempre messo all’ultimo posto e designato con l’espressione « colui che tradì il Signore ». Durante le peregrinazioni apostoliche, Gesù e i discepoli ricevevano doni e offerte dalle folle entusiaste e riconoscenti per i malati che guarivano. S’impose perciò la necessità di affidare a qualcuno di loro l’incombenza di economo. Fu scelto Giuda, ma ci dice San Giovanni che non fu onesto nel suo ufficio.
Sei giorni prima della Pasqua, Gesù fu invitato a Betania, con gli apostoli e l’amico Lazzaro risuscitato dai morti, ad un banchetto in casa di Simone, il lebbroso. Mentre Marta serviva, Maria, sua sorella, prese una libbra d’unguento di nardo genuino, di molto valore, unse i piedi di Gesù e glieli asciugò con i suoi capelli.
Allora Giuda Iscariota protestò: « Perché quest’unguento non è stato venduto per più di 300 denari e non è stato dato ai poveri? ». Ma, commenta ironicamente S. Giovanni l’evangelista, « disse questo non perché si preoccupasse dei poveri, ma perché era ladro, e avendo la borsa portava via quello che vi si metteva » (Giov 12,1-11). Aveva paura di morire di fame? Temeva forse, avaro com’era, una vecchiaia triste e solitaria? Quando seppe che i capi del Sinedrio cercavano il modo di catturare Gesù per condannarlo a morte, ingordo di denaro, andò dai sommi sacerdoti e promise loro di tradirlo per trenta monete d’argento, il compenso fissato dalla legge per l’uccisione accidentale di uno schiavo (Es. 21,32).
Durante l’ultima cena, Gesù fece più volte allusione al suo traditore, anzi lo designò apertamente (Mt 26,25), Dopo la cena, quando il Signore si ritirò a pregare al di là del torrente Cedron, il perfido Giuda giunse a capo di sgherri armati di spade e bastoni e, secondo il segnale loro dato, glielo consegnò nelle mani baciandolo. Il rimorso però non tardò ad attanagliargli l’animo. L’apostolo, infedele alla sua missione, quando seppe che il sinedrio aveva condannato il suo Maestro, che lo aveva sempre trattato con bontà anche nell’ora buia del tradimento, riportò i trenta denari, che gli scottavano in mano, ai sommi sacerdoti e agli anziani, gemendo; « Ho peccato, tradendo sangue innocente! ». Ed egli, gettati i denari d’argento nel tempio, fuggì e, in preda alla disperazione alla quale non seppe reagire, andò ad impiccarsi (Mt 27,3-5).
Gesù nell’ultima cena, dopo lo smascheramento di chi lo tradiva, aveva esclamato: « Guai a quell’uomo per opera del quale il Figlio dell’uomo è tradito: era meglio per lui che non fosse mai nato! » (Mt 26,24). Dopo l’Ascensione di Gesù al cielo, gli apostoli ritornarono a Gerusalemme, nel cenacolo. Di comune accordo essi erano perseveranti nell’orazione con alcune donne, con Maria, la Madre di Gesù, e con i cugini di lui. Mentre attendevano « la promessa del Padre », cioè lo Spirito Santo, Pietro, alzatesi in mezzo ai fratelli (c’era una folla di circa 120 persone), prese a dire: « Era necessario che si adempisse la Scrittura che lo Spirito Santo, per bocca di David, aveva predetto nei riguardi di Giuda, il quale si fece guida a coloro che catturarono Gesù; poiché egli era annoverato tra noi ed ebbe la sorte di partecipare a questo ministero. Costui, inoltre, con la mercede del suo delitto, acquistò un campo; caduto a capofitto, gli scoppiò il ventre e si sparsero tutte le sue viscere. Il fatto divenne noto a tutti gli abitanti di Gerusalemme, tanto che quel campo, nel loro idioma, fu chiamato Aceldama, cioè campo del sangue. Infatti nel libro dei Salmi sta scritto: « Divenga deserta la sua dimora, e non vi sia chi l’abiti! ». E ancora: « Prenda un altro il suo ufficio ». E’ dunque necessario che uno degli uomini che ci furono compagni per tutto il tempo che il Signore Gesù trascorse tra noi, a partire dal battesimo di Giovanni fino al giorno in cui fu assunto di mezzo a noi, divenga, insieme con noi, testimone della sua risurrezione » (Atti 1, 16-22).
Ne presentarono due: Giuseppe, di cognome Barsabba, il quale era soprannominato Giusto, e Mattia. Poi pregarono dicendo: « O Signore, tu che conosci i cuori di tutti, indicaci quale di questi due hai scelto per assumere l’ufficio di questo ministero e di questo apostolato, dal quale Giuda perfidamente si partì per andarsene al proprio luogo ». Poi tirarono la sorte, e la sorte cadde su Mattia, e venne annoverato con gli undici apostoli.
Quando giunse il giorno della Pentecoste, stavano tutti insieme nello stesso luogo. A un tratto, ci fu dal ciclo un fragore, come di vento impetuoso, e pervase tutta la casa dove essi si trovavano. E videro delle lingue che sembravano come di fuoco, dividersi e posarsi sopra ciascuno di loro. Tutti furono ripieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, secondo il modo in cui lo Spirito concedeva loro di esprimersi. Ora in Gerusalemme dimoravano pii Giudei di ogni nazione che è sotto il cielo. Udito quel fragore, si radunò una gran folla che rimase sbalordita, perché ciascuno li sentiva parlare nella propria lingua » (Atti c. 1).
Allora Pietro, insieme con gli undici, si fece avanti, alzò la voce e spiegò che quell’evento era stato predetto dal profeta Gioele e che Gesù, risuscitato dai morti, era stato costituito da Dio « Signore e Messia ». Molti presenti, sentendosi il cuore compunto, chiesero a Pietro e agli altri apostoli: « Fratelli, che cosa dobbiamo fare? ». E Pietro disse loro; « Convertitevi e ognuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo per la remissione dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo ».
Quelli dunque che accettarono la sua esortazione si fecero battezzare, e, in quel luogo, circa tremila persone si associarono alla Chiesa. Ed erano sempre assidui alle istruzioni degli apostoli, alle riunioni comuni, allo spezzamento del pane e alle orazioni. Il timore si era impadronito di ogni anima, poiché per mezzo degli apostoli avvenivano molti segni e prodigi. E tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune. Anzi vendevano le proprietà e i beni, e ne distribuivano fra tutti il ricavato, in proporzione al bisogno di ciascuno. E frequentavano insieme e assiduamente il tempio ogni giorno; spezzavano il pane di casa in casa; mangiavano insieme con giocondità e semplicità di cuore, lodando Iddio e godendo il favore di tutto il popolo. Il Signore, poi, associava alla Chiesa quelli che di giorno in giorno venivano salvati. (Ivi, c. 2).
La moltitudine dei credenti era di un sol cuore e di un’anima sola. Infatti tra loro non c’era alcun indigente, poiché tutti i padroni di campi o di case, man mano che li vendevano, portavano il ricavato delle cose vendute e lo mettevano a disposizione degli apostoli: poi veniva distribuito a ciascuno secondo la necessità che uno ne aveva.
E gli apostoli, frattanto, con grande energia rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e, verso tutti loro, c’era una gran simpatia. Sicché la moltitudine di uomini e donne credenti nel Signore andava aumentando sempre più. (Ivi, cc. 4 e 5).
Si mosse allora il sommo sacerdote con tutti i suoi seguaci. Al colmo della gelosia afferrarono gli apostoli e li misero nella prigione popolare. Un angelo li mette in libertà? Essi li fanno arrestare dal prefetto del tempio, dove stanno imperterriti a istruire il popolo, intimano loro, dopo averli fatti fustigare, di non parlare affatto nel nome di Gesù. Essi se ne vanno via dal sinedrio giulivi per essere stati ritenuti degni di subire oltraggi a causa di quel nome. E ogni giorno, nel tempio e per le case, continuano a insegnare e ad annunziare senza posa la buona novella del Messia Gesù, (Ivi, cap. 5) fino a tanto che il martirio di S. Stefano prima, e l’imprigionamento di S. Pietro poi, li costringe provvidenzialmente a disperdersi per il mondo allora conosciuto per fare discepole del Martire del Golgota tutte le nazioni.
Le notizie posteriori riguardanti S. Mattia sono contraddittorie. Tutte però concordano nel dirlo martire. Le sue reliquie, vere o presunte, sono venerate a Roma nella basilica di S. Maria Maggiore.

Autore: Guido Pettinati

Publié dans:SANTI APOSTOLI |on 14 mai, 2012 |Pas de commentaires »

GLI ANGELI: CHI SONO E COSA FANNO?

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GLI ANGELI: CHI SONO E COSA FANNO?

Chi sono gli angeli?

“Gli angeli sono creature puramente spirituali, incorporee, invisibili e immortali, esseri personali dotati di intelligenza e di volontà. Essi, contemplando incessantemente Dio a faccia a faccia, Lo glorificano, Lo servono e sono i suoi messaggeri nel compimento della missione di salvezza per tutti gli uomini” (Compendio del CCC, 60).
“In tutto il loro essere, gli angeli sono servitori e messaggeri di Dio. Per il fatto che «vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli» (Mt 18, 10), essi sono «potenti esecutori dei suoi comandi, pronti alla voce della sua parola» (Sal 103, 20).
In quanto creature puramente spirituali, essi hanno intelligenza e volontà: sono creature personali e immortali. Superano in perfezione tutte le creature visibili. Lo testimonia il fulgore della loro gloria” (CCC, 329-330).
Sant’Agostino dice a loro riguardo: «“Angelus” officii nomen est, [...] non naturae. Quaeris nomen huius naturae, spiritus est; quaeris officium, angelus est: ex eo quod est, spiritus est, ex eo quod agit, angelus – La parola “angelo” designa l’ufficio, non la natura. Se si chiede il nome di questa natura, si risponde che è spirito; se si chiede l’ufficio, si risponde che è angelo: è spirito per quello che è, mentre per quello che compie è angelo» (Sant’Agostino, Enarratio in Psalmum 103, 1, 15: CCL 40, 1488).

L’esistenza degli angeli è una verità di Fede?
Certamente. “L’esistenza degli esseri spirituali, incorporei, che la Sacra Scrittura chiama abitualmente angeli, è una verità di Fede. La testimonianza della Scrittura è tanto chiara quanto l’unanimità della Tradizione” (CCC, 328).

Che cosa fanno gli angeli nell’Antico Testamento?
L’Antico testamento descrive vari interventi degli angeli nella vita del Popolo d’Israele:
Ad esempio:
la lotta con l’angelo di Giacobbe (Gn 32, 25-29);
la scala percorsa dagli angeli, sognata da Giacobbe (Gn 28, 12);
i tre angeli ospiti di Abramo (Gn 18);
l’intervento dell’angelo che ferma la mano di Abramo che sta per sacrificare Isacco;
l’angelo che porta il cibo al profeta Elia nel deserto;
Pressante è poi l’invito che leggiamo nel Salmo 148 (Lode cosmica): “Lodate il Signore dai cieli, lodatelo nell’alto dei cieli. Lodatelo, voi tutti suoi angeli, lodatelo, voi tutte sue schiere… Lodino tutti il nome del Signore, perché al suo comando ogni cosa è stata creata (Sal 148, 1-5).

E il Nuovo Testamento come parla degli angeli?
Anche il Nuovo Testamento parla frequentemente degli angeli. Si veda ad esempio:
l’annuncio, da parte degli angeli, ai pastori della nascita di Cristo;
l’angelo che compare in sogno a Giuseppe, suggerendogli di fuggire con Maria e il Bambino;
gli angeli che adorano e servono Gesù dopo le tentazioni nel deserto;
l’angelo che annunciò alla Maddalena e alle altre donne, la Risurrezione di Cristo;
la liberazione di S. Pietro, dal carcere e dalle catene a Roma;
l’Apocalisse.
In particolare è toccante l’affer-mazione di Gesù circa gli angeli, a difesa dei piccoli: “Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli” (Mt 18, 10).

Qual è la relazione fra Gesù Cristo e gli angeli?
“Cristo è il centro del mondo angelico. Essi sono i suoi angeli: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli [...]» (Mt 25, 31).
Sono suoi perché creati per mezzo di Lui e in vista di Lui: «Poiché per mezzo di Lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: troni, dominazioni, principati e potestà. Tutte le cose sono state create per mezzo di Lui e in vista di Lui» (Col 1, 16).
Sono suoi ancor più perché li ha fatti messaggeri del suo disegno di salvezza: «Non sono essi tutti spiriti incaricati di un ministero, inviati per servire coloro che devono ereditare la salvezza?» (Eb 1, 14).
Essi, fin dalla creazione e lungo tutta la storia della salvezza, annunciano da lontano o da vicino questa salvezza e servono la realizzazione del disegno salvifico di Dio (…).
Dall’incarnazione all’ascensione, la vita del Verbo incarnato è circondata dall’adorazione e dal servizio degli angeli. Quando Dio «introduce il Primogenito nel mondo, dice: lo adorino tutti gli angeli di Dio» (Eb 1, 6). Il loro canto di lode alla nascita di Cristo non ha cessato di risuonare nella lode della Chiesa: «Gloria a Dio…» (Lc 2, 14). Essi proteggono l’infanzia di Gesù, servono Gesù nel deserto, lo confortano durante l’agonia, quando Egli avrebbe potuto da loro essere salvato dalla mano dei nemici come un tempo Israele. Sono ancora gli angeli che evangelizzano la Buona Novella dell’incarnazione e della risurrezione di Cristo. Al ritorno di Cristo, che essi annunziano, saranno là, al servizio del suo giudizio” (CCC, 331-333).

Che cosa significa la frase evangelica: “Vedrete gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell’uomo” (Gv 1,51)?
Origene, antico sacerdote e teologo vissuto tra il 185 e il 253 d.C., così illustra tale frase:
“Gli angeli scendono perché Cristo era sceso per primo; essi temevano di scendere prima che l’avesse ordinato il Signore delle potenze celesti e di tutte le cose (Col 1, 16). Ma quando hanno visto il Principe delle schiere celesti dimorare sulla terra, allora, per questa via aperta, sono usciti dietro al loro Signore, obbedendo alla volontà di colui che li ha ripartiti come custodi di coloro che credono nel suo nome, (…).
Per questo, quando nacque Cristo, c’era «una moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio» (Lc 2, 18)” (Origene, Omelie su Ezechiele I, 7; SC 352, 71-73).

In che modo gli angeli sono presenti nella vita della Chiesa?
“Tutta la vita della Chiesa beneficia dell’aiuto misterioso e potente degli angeli. Nella liturgia, la Chiesa si unisce agli angeli per adorare il Dio tre volte santo; invoca la loro assistenza (così nell’In paradisum deducant te angeli… – In paradiso ti accompagnino gli angeli – nella liturgia dei defunti, o ancora nell’«Inno dei cherubini» della liturgia bizantina), e celebra la memoria di alcuni angeli in particolare (san Michele, san Gabriele, san Raffaele, gli angeli custodi). Dal suo inizio fino all’ora della morte la vita umana è circondata dalla loro protezione e dalla loro intercessione” (CCC, 334-336).
“La Chiesa si unisce agli angeli per adorare Dio, invoca la loro assistenza e di alcuni celebra liturgicamente la memoria” (Compendio del CCC , 61).

In che modo i fedeli, imitando gli angeli, possono adorare Dio?
Adorare significa rendere culto a Cristo Signore realmente presente con il Suo Corpo nel Tabernacolo. Tale culto di adorazione (o di latria) è riservato esclusivamente a Dio solo, come termine di onore, di riconoscimento della sua superiorità e della nostra sottomissione.
L’adorazione eucaristica scaturisce:
dalla celebrazione dell’Eucaristia: il sacrificio della S. Messa è veramente l’origine e il fine del culto che viene reso all’Eucaristia fuori della S. Messa, il quale è pertanto intimamente legato alla celebrazione eucaristica, è il suo naturale prolungamento ed è ad essa ordinato;
dalla fede nella presenza reale del Signore: essa porta naturalmente alla manifestazione esterna, pubblica e privata di questa stessa fede;
dalla certezza che il Signore è con noi sempre: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28, 20).
L’adorazione del Santissimo Sacramento può essere sia personale che comunitaria, nelle sue varie forme, compresa l’esposizione del Santissimo Sacramento, nell’ostensorio o nella pisside, in forma prolungata o breve. Essa, raccomandata dalla Chiesa a Pastori e fedeli, è altamente espressiva del legame esistente tra la celebrazione del Sacrificio del Signore (che in se stessa è il più grande atto d’adorazione della Chiesa) e la sua presenza permanente nell’Ostia consacrata.
Adorare Gesù Cristo presente nell’Eucaristia fuori della Messa, anche come riparazione, è una conseguenza della nostra fede nel mistero celebrato. L’adorazione pertanto va intesa come preparazione alla S. Messa, come l’attitudine celebrativa dei santi misteri e come ringraziamento per il dono dell’Eucaristia.

Ci sono altri modi per adorare il Signore?
Oltre alle forme di adorazione, di cui si è già parlato, occorre ricordare che il nostro amore all’Eucaristia si può esprimere in altre forme, con le quali adoriamo il Signore, quali:
l’adorazione perpetua, quella delle Quaranta Ore o in altre forme, che investono un’intera comunità parrocchiale o religiosa, o un’associazione eucaristica, e forniscono l’occasione per numerose espressioni di pietà eucaristica;
la semplice visita al Santissimo Sacramento riposto nel tabernacolo: breve incontro con Cristo suggerito dalla fede nella sua presenza e caratterizzato dall’orazione silenziosa;
la benedizione eucaristica, che ordinariamente conclude le processioni e adorazioni eucaristiche, quando c’è il sacerdote o il diacono. Poiché la benedizione con il Santissimo Sacramento non è una forma di pietà eucaristica a sé stante, deve essere preceduta da una breve esposizione, con un tempo conveniente di preghiera e silenzio. E’ pertanto vietata l’esposizione fatta unicamente per impartire la benedizione;
le processioni eucaristiche per le vie della città terrena: esse aiutano i fedeli a sentirsi popolo di Dio che cammina con il suo Signore, proclamando la fede nel Dio con noi e per noi. Ciò vale soprattutto per la processione eucaristica per eccellenza, quella del Corpus Domini. Nelle processioni tutto deve concorrere a far risaltare la dignità e la riverenza verso il Santissimo: il comportamento, l’addobbo delle vie, l’omaggio dei fiori, i canti e le preghiere devono essere una manifestazione di fede nel Signore e di lode a Lui;
i congressi eucaristici: essi, segno di fede e di carità, si possono considerare come una “statio” cioè una sosta d’impegno e di preghiera, a cui una comunità invita la Chiesa universale o una Chiesa locale invita le altre Chiese della medesima regione o della stessa nazione o del mondo intero, per approfondire insieme qualche aspetto del mistero eucaristico e prestare ad esso un omaggio di pubblica venerazione.

Chi sono gli Arcangeli?
Nella fede cristiana, fra gli angeli si identificano anche tre Arcangeli. Infatti nella Bibbia, e in particolare nel libro di Tobia, si legge che gli Arcangeli sono coloro che siedono alla presenza di Dio, ne contemplano la gloria e lo lodano incessantemente. La Chiesa cattolica riconosce tre arcangeli:
Michele: etimologicamente significa «Chi è come Dio?», “Grandezza di Dio”, “Il Grande Dio” o “Simile a Dio”. È l’Arcangelo della luce e del fuoco; è a capo delle schiere celesti. È lui che scaraventò Lucifero lontano dal Paradiso. Per questo, nell’iconografia cristiana viene raffigurato come un giovane forte, giovane e bello, con indosso un’armatura. Viene identificato come il protettore della Chiesa Cattolica Romana, nonché santo patrono della nazione ebraica. La liturgia dei defunti lo vuole accompagnatore delle anime.
Gabriele: il suo nome etimologicamente significa “Forza di Dio”, in quanto si suppone che abbia combattuto con Giacobbe rompendogli il femore (cfr. Gn cap. 32). Si presentò a Zaccaria come «colui che sta al cospetto di Dio» (Lc 1, 19). Apparve alla Vergine Maria, annunciandole la nascita di Gesù (Annunciazione). Per questo è considerato a capo degli ambasciatori, nonché l’Angelo della Rivelazione. Nell’iconografia cristiana viene raffigurato come un giovane elegante, maestoso, abbigliato di ricche vesti. Frequentemente viene anche ritratto in ginocchio di fronte alla Madonna con le braccia incrociate sul petto o con in mano una pergamena, uno scettro o un giglio.
Raffaele: il suo nome significa “Divino Guaritore”, o “Dio Guarisce”, “Salvezza di Dio”, è citato nel libro di Tobia, ed accompagnò Tobiolo nel viaggio in Mesopotamia per recuperare il denaro del padre, liberò Sara da un demonio e favorì il matrimonio di questa con Tobiolo. È spesso considerato come l’angelo custode per eccellenza, il capo degli Angeli custodi, l’Angelo della Provvidenza che vigila su tutta l’umanità. Viene spesso raffigurato, nell’iconografia cristiana, insieme al giovane Tobia e al suo cane, che l’accompagna fedelmente e costantemente. E’ identificato come il protettore dei pellegrini, di coloro cioè che compiono un pellegrinaggio verso un luogo religioso o meglio ancora sono in cammino verso Dio. Viene raffigurato per questo come un viandante che viaggia col bastone ed i sandali, la borraccia dell’acqua e la bisaccia a tracolla.
La Chiesa celebra la festa di questi tre Arcangeli il 29 settembre.

Che cosa fanno gli angeli custodi?
Nel libro dell’Esodo, così leggiamo: “Così dice il Signore: «Ecco, io mando un angelo davanti a te per custodirti sul cammino e per farti entrare nel luogo che ho preparato.
Abbi rispetto della sua presenza, ascolta la sua voce e non ribellarti a lui » (Es 23, 20-21).
«Ogni fedele ha al proprio fianco un angelo come protettore e pastore, per condurlo alla vita» (San Basilio Magno, Adversus Eunomium, 3, 1: SC 305, 148).
“Dal suo inizio fino all’ora della morte, la vita umana è circondata dalla loro protezione e dalla loro intercessione” (CCC, 336).
Leggiamo nel Libro dei Salmi: «Egli (Dio) darà ordine ai suoi angeli di custodirti in tutti i tuoi passi» (Sal 90, 11).
San Bernardo così commenta questa frase biblica: “Queste parole quanta riverenza devono suscitare in te, quanta devozione recarti, quanta fiducia infonderti! Riverenza per la presenza, devozione per la benevolenza, fiducia per la custodia. Sono presenti, dunque, e sono presenti a te, non solo con te, ma anche per te. Sono presenti per proteggerti, sono presenti per giovarti. (…) Amiamo affettuosamente gli angeli di Dio, come quelli che saranno un giorno i nostri coeredi, mentre nel frattempo sono nostre guide e tutori, costituiti e preposti a noi dal Padre. (…) Non possono essere sconfitti né sedotti e tanto meno sedurre, essi che ci custodiscono in tutte le nostre vie. Sono fedeli, sono prudenti, sono potenti. Perché trepidare? Soltanto seguiamoli, stiamo loro vicini e restiamo nella protezione del Dio del cielo” (San Bernardo, abate, Discorso 12 sul Salmo 9, opera omnia, ed. cisterc. 4 [1966] 458-462).
Il culto degli Angeli custodi compare dal sec. XVI come festa a sé presso molte Chiese. Nel calendario romano viene introdotto nel 1615.
Quali preghiere la Chiesa ci invita a rivolgere a Dio attraverso gli angeli custodi?
Nel giorno liturgico degli angeli custodi (2 ottobre), la Chiesa così prega nella Celebrazione Eucaristica:
“O Dio, che nella tua misteriosa provvidenza mandi dal cielo i tuoi Angeli a nostra custodia e protezione, fa’ che nel cammino della vita siamo sempre sorretti dal loro aiuto per essere uniti con loro nella gioia eterna.
Accogli, Signore, i doni che ti offriamo in onore dei santi Angeli; la loro protezione ci salvi da ogni pericolo e ci guidi felicemente alla patria del cielo.
O Padre, che in questo sacramento ci doni il pane per la vita eterna, guidaci, con l’assistenza degli Angeli, nella via della salvezza e della pace. Per Cristo nostro Signore”.
La tradizione popolare cristiana ci ha tramandato questa semplice, ma bella preghiera all’angelo custode:
 “Angelo di Dio, che sei il mio custode, illumina, custodisci, reggi e governa me, che ti fui affidato dalla pietà celeste. Amen”.

Il Primicerio
della Basilica dei Santi Ambrogio e Carlo in Roma
Monsignor Raffaello Martinelli
———————————–

NB: per approfondire l’argomento, ecco alcuni documenti pontifici:
Catechismo della Chiesa Cattolica, 326-336; 350-352; 391-393; 1023-1029.
Compendio del CCC, 59-61.

Publié dans:angeli |on 14 mai, 2012 |Pas de commentaires »
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