Archive pour mai, 2012

« OGGI IL GRANDE INDIFESO È DIO »

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« OGGI IL GRANDE INDIFESO È DIO »

L’intervento di Salvatore Martinez al Life Day

ROMA, lunedì, 21 maggio 2012 (ZENIT.org) – Riportiamo di seguito il messaggio di Salvatore Martinez, presidente nazionale del Rinnovamento nello Spirito Santo, al Life Day.
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Saluto con affetto il popolo della vita, che crede nella vita, che non rinunzia a vivere. Il Rinnovamento nello Spirito, da anni ormai, sente viva e necessaria questa collaborazione, perché se grande è la sfida che ci attende, ancor più grande sarà la nostra risposta se esperimenteremo il dono della comunione e dell’unità.
Le parole di un salmo ci permettono di dare alla tutela della vita un risvolto non sempre evidenziato: «Dono del Signore sono i figli, è sua grazia il frutto del grembo» (Sal 127, 3).
Dunque sentiamo il dovere irrinunciabile di tutelare e promuovere il diritto imperscrutabile di Dio Padre e conseguentemente – non a prescindere – i diritti nativi degli uomini suoi figli. Il grande indifeso, oggi, è Dio, il Creatore, sempre più eclissato dalla storia.
L’aborto, l’eutanasia, sono sfide aperte a Dio e in fondo all’uomo stesso. Una sfida aperta al genere umano che finisce con il combattere se stesso, il proprio destino di felicità nel tentativo di eliminare Dio dalla storia e quindi dal grembo delle madri, di eclissare il divino dal cuore dell’uomo.
Un credente professa «che lo Spirito Santo è Signore e dà la vita» (Credo niceno costantinopolitano): da Lui provengono il bene grande dell’amore sponsale e familiare, il potere di dare la vita, la compassione e la fraternità cristiane di cui abbisogna la nostra umanità.
È sempre lo Spirito che, come i primi cristiani, ci spinge a rendere testimonianza del «Verbo della vita» (1Gv 1, 1), perché sia illuminata ogni tenebra di menzogna e di morte che attenta al vero bene dell’uomo secondo i voleri di Dio Creatore.
Il tempo che viviamo è sempre più pervaso da siccità di valori spirituali. Stiamo supinamente accettando che il regno del soggettivismo esasperato continui a produrre e a giustificare il moltiplicarsi di crudeltà. Sì, perché l’egoismo, il giustificare l’aborto come scelta d’amore (per risparmiare a se stessi e ai propri figli la fatica di essere uomini tra le prove della vita) è scuola di crudeltà!
Già il Concilio profetizzava che «legittimamente si può pensare che il futuro dell’umanità è riposto nelle mani di chi saprà trasmettere alle nuove generazioni “ragioni di vita e di speranza”» (Gaudium et Spes, n. 31).
Dunque, occorre insegnare alle nuove generazioni “l’arte di vivere”. Come ha ricordato più volte Benedetto XVI, ciò significa primariamente, oggi, la parola “evangelizzare”: educare a vivere. A vivere una vita buona, piena, felice. Altrimenti diventa insopportabile, per se stessi e per gli altri.
Lorena aveva 16 anni quando si suicidò nella metropolitana di Roma. Nel biglietto lasciato accanto al suo corpo si leggeva: “grazie papa, mamma. Mi avete dato tutto, ma non mi avete insegnato ad amare”.
A vivere s’impara soffrendo, facendo spazio nel nostro cuore alla consolazione divina.  È lo Spirito Santo che ci insegna, dal di dentro, come un “Maestro interiore”, che cosa significa vivere per amore.
S. Pietro ne fece esperienza. Non era stato capace di difendere la Vita; si era arreso alla menzogna non riconoscendo di essere un seguace di Gesù dinanzi ad una serva, per paura di fare anch’egli la stessa fine del Maestro.
Ma nel giorno di Pentecoste tutto cambiò per lui. Con l’effusione dello Spirito, con una nuova capacità d’amore che agiva dentro di lui, Pietro non avrà più paura e affronterà il popolo d’Israele gridando: “Avete ucciso l’autore della vita” (At 3, 15). Ora anche lui era pronto a dare la vita per amore.
La vita la si trova donandola e non impossessandosene. “La vita è bella” ci ha raccontato con maestria, in un film, Roberto Benigni. E se fosse “brutta”? Allora la sopprimo? La vita è semplicemente “originale”; un’originalità che discende dall’amore, dall’amare e dal sentirsi amati.
Vivere è la cosa più rara al mondo. “Voglio vivere e non vivacchiare” diceva il beato Piergiorgio Frassati ai suoi coetanei. Purtroppo, spesso l’uomo impara a vivere quando è troppo tardi. Per Thomas Elliot, “quindici minuti prima di morire l’uomo si dà contezza della propria vita”.
Quando una creatura viene al mondo, la prendiamo e la portiamo a noi con due mani. Idealmente, vorrei che considerassimo le nostre due mani entrambe utili per reggere con una la vita umana, con l’altra la vita divina; con una il nostro destino di uomini; con l’altra il destino di Dio tra gli uomini.
Non ci arrendiamo, allora. La profezia obbedisce allo Spirito di verità e lo Spirito di verità forgia i testimoni della vita. Continuiamo il nostro cammino e seminiamo speranza creatrice.

Publié dans:VITA (DIFESA DELLA) |on 21 mai, 2012 |Pas de commentaires »

San Bernardino de Siena, El Greco (1541-1614), Óleo sobre lienzo

San Bernardino de Siena, El Greco (1541-1614), Óleo sobre lienzo dans immagini sacre gal_16M

http://museodelgreco.mcu.es/laColeccion/laSeleccionDelMuseo/noTePuedesPerder/pieza_16.html

Publié dans:immagini sacre |on 19 mai, 2012 |Pas de commentaires »

Ascensione del Signore: Dai « Discorsi » di Elredo di Rievaulx.

http://www.certosini.info/preghiera/lezion/b/tp_ascensione.htm

TEMPO DI PASQUA – ASCENSIONE DEL SIGNORE

Dai « Discorsi » di Elredo di Rievaulx.

Per qualche tempo abbiamo celebrato l’evento della risurrezione del Signore Gesù, secondo una durata pari a quella che egli trascorse in terra dopo essere risorto. Eccoci a commemorare il giorno in cui mostrò apertamente che tutto quello che aveva fatto e patito in questo mondo l’aveva compiuto per condurci dalla morte in cui eravamo caduti con Adamo, alla vera vita; da questo esilio alla patria, in vista di cui fummo creati; insomma per elevarci al cielo. « Cristo infatti è morto per i nostri peccati », cf Rm 4,25 è risuscitato per la nostra giustificazione, ed è salito al cielo per glorificarci. Grazie ai suoi meriti siamo stati perdonati dalle nostre colpe. A motivo delle nostre trasgressioni quello che noi non potevamo, lui l’ha compiuto. Mediante la fede nella sua risurrezione usciamo giustificati.
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La nostra fede sbocca nella giustificazione, in attesa di una ricompensa vertiginosa, perché noi crediamo quello che non potemmo vedere. Tanto che il Signore disse a Tommaso: « Perché mi hai veduto, hai creduto; beati quelli che pur non avendo visto crederanno! » Gv 20,29. La beatitudine, a cui aneliamo nella speranza, Cristo volle oggi mostrarla in sé stesso che ascende al cielo; volle così garantirci la certezza che noi, sue membra, saliremo là dove lui, il nostro Capo, è salito. Perciò, fratelli, celebriamo questo evento lasciandoci invadere dalla gioia: oggi si manifesta la glorificazione dell’uomo più grande in assoluto. La nostra natura era talmente degradata e corrotta che il profeta la dipinge con immagini ferine: « L’uomo nella prosperità non comprende, è come gli animali che periscono ». Sal 48,21. Questa natura umana in Cristo Gesù, nostro Signore, fu talmente esaltata che domina su tutto l’orizzonte creato. Persino i cori angelici convergono a renderle gloria.
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Ebbene, fratelli cari: ci preme contemplare con gli occhi dello spirito Gesù che sale al cielo? Ci urge dentro l’anelito di arrivare con lui e per lui nel paradiso? Allora usciamo da questa terra, dirigendo la mente verso un punto di visuale più alto; applichiamoci a rompere il guscio del basso sentire e a polarizzare il cuore sul volere divino. Non collochiamo il risultato nei bassifondi, ossia in soddisfazioni terra a terra, oppure sulle cime della superbia; altrimenti il Signore ci dirà: « In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. » Mt 6,2. Ma la nostra obbedienza a Dio deve fruttificare su un monte ubertoso, ossia sulle vette della carità, in modo che tutto quello che facciamo proceda portato dall’amore di Dio.
« Poi li condusse fuori verso Betania e, alzate le mani, li benedisse ». Lc 24,50. Ben fortunati quelli che avevano come compagno il Signore ed ebbero la sorte gratificante di venire benedetti dalle sue mani. Vedete, fratelli, che eredità ci ha lasciato il Signore, quando è passato al Padre? Essa non è legata né all’oro né all’argento né ad altre realtà provvisorie, ma è la sua benedizione.
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Per non sprofondare nella malinconia, visto che Gesù si è allontanato fisicamente, ascoltiamo un altro evangelista raccontare quello che Cristo disse in quel momento: « Ecco io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo ». Mt 28,20. Come sarà possibile visto che ci ha lasciati?
Certo ormai egli non starà con noi tramite una presenza corporea. Ma lo è secondo la divinità, perché la sua sollecita tenerezza ce lo rende sempre accanto. « Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo. Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Dio giustifica. Chi condannerò? Cristo Gesù che è morto, che è risuscitato, sta alla destra di Dio e intercede per noi? » Rm 8,31-33. Carissimi, un compito ci attende: dobbiamo intrecciare la lotta virile contro le potenze demoniache insieme con la pace fondata sulla fiducia in Gesù. Non possono cadere nel vuoto quelli che Cristo sostiene, in favore dei quali mostra al Padre le piaghe che ebbe a subire per noi. Niente e nessuno deve ribaltare la nostra speranza.

20 Maggio: San Bernardino da Siena Sacerdote (mf)

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San Bernardino da Siena Sacerdote

20 maggio – Memoria Facoltativa

Massa Marittima, Grosseto, 8 settembre – L’Aquila, 20 maggio 1444

Canonizzato nel 1450, cioè a soli sei anni dalla morte, era nato nel 1380 a Massa Marittima, dalla nobile famiglia senese degli Albizzeschi. Rimasto orfano dei genitori in giovane età fu allevato a Siena da due zie. Frequentò lo Studio senese fino a ventidue anni, quando vestì l’abito francescano. In seno all’ordine divenne uno dei principali propugnatori della riforma dei francescani osservanti. Banditore della devozione al santo nome di Gesù, ne faceva incidere il monogramma «YHS» su tavolette di legno, che dava a baciare al pubblico al termine delle prediche. Stenografati con un metodo di sua invenzione da un discepolo, i discorsi in volgare di Bernardino sono giunte fino a noi. Aveva parole durissime per quanti «rinnegano Iddio per un capo d’aglio» e per «le belve dalle zanne lunghe che rodono le ossa del povero». Anche dopo la sua morte, avvenuta alla città dell’Aquila, nel 1444, Bernardino continuò la sua opera di pacificazione. Era infatti giunto morente in questa città e non poté tenervi il corso di prediche che si era prefisso. Persistendo le lotte tra le opposte fazioni, il suo corpo dentro la bara cominciò a versare sangue e il flusso si arrestò soltanto quando i cittadini dell’Aquila si rappacificarono. (Avvenire)

Patronato: Pubblicitari, Preghiere
Etimologia: Bernardino = ardito come orso, dal tedesco

Emblema: IHS (monogramma di Cristo)
Martirologio Romano: San Bernardino da Siena, sacerdote dell’Ordine dei Minori, che per i paesi e le città d’Italia evangelizzò le folle con la parola e con l’esempio e diffuse la devozione al santissimo nome di Gesù, esercitando instancabilmente il ministero della predicazione con grande frutto per le anime fino alla morte avvenuta all’Aquila in Abruzzo.   
Per ascoltare le prediche efficacissime di questo frate francescano di fine Medioevo, si radunavano folle di fedeli nelle piazze delle città, non potendoli contenere le chiese; e mancando allora mezzi tecnici di amplificazione della voce, venivano issati i palchi da cui parlava, studiando con banderuole la direzione del vento, per poterli così posizionare in modo favorevole all’ascolto dalle folle attente e silenziose.

Origini e formazione
San Bernardino nacque l’8 settembre 1380 a Massa Marittima (Grosseto) da Albertollo degli Albizzeschi e da Raniera degli Avveduti; il padre nobile senese era governatore della città fortificata posta sulle colline della Maremma.
A sei anni divenne orfano dei genitori, per cui crebbe allevato da parenti, prima dalla zia materna che lo tenne con sé fino agli undici anni, poi a Siena a casa dello zio paterno, ma fino all’età adulta furono soprattutto le donne della famiglia ad educarlo, come la cugina Tobia terziaria francescana e la zia Bartolomea terziaria domenicana.
Ricevette un’ottima educazione cristiana ma senza bigottismo, crebbe sano, con un carattere schietto e deciso, amante della libertà ma altrettanto conscio della propria responsabilità.
Studiò grammatica, retorica e lettura di Dante, dal 1396 al 1399 si applicò allo studio della Giurisprudenza nella Università di Siena, dove conseguì il dottorato in filosofia e diritto; non era propenso alla vita religiosa, tanto che alle letture bibliche preferiva la poesia profana.
Verso i 18 anni, pur seguitando a vivere come i coetanei, entrò nella Confraternita dei Disciplinati di Santa Maria della Scala, una compagnia di giovani flagellanti, che teneva riunioni a mezzanotte nei sotterranei del grande ospedale posto di fronte al celebre Duomo di Siena.
Aveva 20 anni quando Siena nel 1400 fu colpita dalla peste; e anche molti medici e infermieri dell’Ospedale di Santa Maria della Scala, morirono contagiati, per cui il priore chiese pubblicamente aiuto.
Bernardino insieme ai compagni della Confraternita si offrì volontario, la sua opera nell’assistenza agli appestati durò per quattro mesi, fino all’inizio dell’inverno, quando la pestilenza cominciò a scemare.
Trascorsero poi altri quattro mesi, tra la vita e la morte, essendosi anch’egli contagiato; guarito assisté poi per un anno la zia Bartolomea diventata cieca e sorda.

La scelta Francescana
In quel periodo cominciò a pensare seriamente di scegliere per la sua vita un Ordine religioso, colpito anche dall’ispirata parola di s. Vincenzo Ferrer, domenicano, incontrato ad Alessandria.
Alla fine scelse di entrare nell’Ordine Francescano e liberatosi di quanto possedeva, l’8 settembre 1402 entrò come novizio nel Convento di San Francesco a Siena; per completare il noviziato, fu mandato sulle pendici meridionali del Monte Amiata, al convento sopra Seggiano, un villaggio di poche capanne intorno ad una chiesetta, detto il Colombaio.
Il convento apparteneva alla Regola dell’Osservanza, sorta in seno al francescanesimo 33 anni prima, osservando appunto assoluta povertà e austerità, prescritte dal fondatore san Francesco; e con la loro moderazione, che li distingueva dagli Spirituali più combattivi nei decenni precedenti, gli Osservanti si opponevano al rilassamento dei Conventuali, con discrezione e senza eccessi.
Frate Bernardino visse al Colombaio per tre anni, facendo la professione religiosa nel 1403 e diventando sacerdote nel 1404, celebrò la prima Messa e tenne la prima predica nella vicina Seggiano e come gli altri frati del piccolo convento, prese a girare scalzo per la questua nei dintorni. Nel 1405 fu nominato predicatore dal Vicario dell’Ordine e tornò a Siena.

La sua formazione, studi, prime predicazioni
Dopo un po’, da Siena andò con qualche compagno nel piccolo romitorio di Sant’Onofrio sul colle della Capriola di fronte alla città; da tempo questo conventino era abitato da frati dell’Osservanza, qui fra’ Bernardino volle costruire un nuovo convento più grande, esso apparteneva all’Ospedale della Scala ed egli riuscì ad ottenerlo in dono, ma giacché i Frati Minori non potevano accettare donazioni, si impegnò a versare in cambio una libbra di cera all’anno.
Aveva circa 25 anni e restò alla Capriola per 12 anni, dedicandosi allo studio dei grandi dottori e teologi specie francescani; raccogliendo e studiando materiale ascetico, mistico e teologico.
In quel periodo, fu a contatto col mondo contadino ed artigiano delle cittadine dei dintorni, imparando a predicare per farsi comprendere da loro, con espressioni, immagini vivaci e aneddoti che colpissero l’attenzione di quella gente semplice, a cui affibbiava soprannomi nelle loro attività e stile popolano di vivere, per farli divertire; così la massaia disordinata era “madama Arrufola” e la giovane che ‘balestrava’ con occhiate languide i giovani dalla sua finestra, era “monna Finestraiola”.
Per una malattia alle corde vocali che per qualche anno lo colpì, rendendo la sua voce molto fioca, Bernardino da Siena, stava per chiedere di essere esonerato dalla predicazione. Ma inaspettatamente un giorno la voce ritornò non soltanto limpida, ma anche musicale e penetrante, ricca di modulazioni.
Sul colle della Capriola tornava spesso dopo i suoi lunghi viaggi di predicatore, per ritrovare li spirito di meditazione e per scrivere i “Sermoni latini”; formò molti discepoli fra i quali san Giacomo della Marca, san Giovanni da Capestrano, i beati Matteo da Agrigento, Michele Cercano, Bernardino da Feltre e Bernardino da l’Aquila.

Il grande predicatore popolare
Nel 1417 padre Bernardino da Siena fu nominato Vicario della provincia di Toscana e si trasferì a Fiesole, dando un forte impulso alla riforma in atto nell’Ordine Francescano.
Contemporaneamente iniziò la sua straordinaria predicazione per le città italiane, dove si verificava un grande afflusso di fedeli che faceva riempire le piazze; tutta la cittadinanza partecipava con le autorità in testa, e i fedeli affluivano anche dai paesi vicini per ascoltarlo.
Dal 1417 iniziò a Genova la sua prodigiosa predicazione apostolica, allargandola dopo i primi strepitosi successi, a tutta l’Italia del Nord e del Centro.
A Milano espose per la prima volta alla venerazione dei fedeli, la tavoletta con il trigramma; da Venezia a Belluno, a Ferrara, girando sempre a piedi, e per tutta la sua Toscana, dove ritornava spesso, predicò incessantemente; nel 1427 tenne nella sua Siena un ciclo di sermoni che ci sono pervenuti grazie alla fedele trascrizione di un ascoltatore, che li annotava a modo suo con velocità, senza perdere nemmeno una parola.
Da queste trascrizioni, si conosce il motivo dello straordinario successo che otteneva Bernardino; sceglieva argomenti che potevano interessare i fedeli di una città ed evitava le formulazioni astruse o troppo elaborate, tipiche dei predicatori scolastici dell’epoca. Per lui il “dire chiaro e breve” non andava disgiunto dal “dire bello”, e per farsi comprendere usava racconti, parabole, aneddoti; canzonando superstizioni, mode, vizi.
Sapeva comprendere le debolezze umane, ma era intransigente con gli usurai, considerati da lui le creature più abbiette della terra. Le conversioni spesso clamorose, le riconciliazioni ai Sacramenti di peccatori incalliti, erano così numerosi, che spesso i sacerdoti erano insufficienti per le confessioni e per distribuire l’Eucaristia.
Quando le leggi che reggevano un Comune, una Signoria, una Repubblica, erano ingiuste e osservarle significava continuare l’ingiustizia, Bernardino da Siena, in questi casi dichiarava sciolti dal giuramento i pubblici ufficiali e invitava la città a darsi nuove leggi ispirate al vangelo; e le città facevano a gara per ascoltarlo e ne accettavano le direttive.

Il trigramma del Nome di Gesù
Affinché la sua predicazione non fosse dimenticata facilmente, Bernardino con profondo intuito psicologico, la riassumeva nella devozione al Nome di Gesù e per questo inventò un simbolo dai colori vivaci che veniva posto in tutti i locali pubblici e privati, sostituendo blasoni e stemmi delle famiglie e delle varie corporazioni spesso in lotta tra loro.
Il trigramma del nome di Gesù, divenne un emblema celebre e diffuso in ogni luogo, sulla facciata del Palazzo Pubblico di Siena campeggia enorme e solenne, opera dell’orafo senese Tuccio di Sano e di suo figlio Pietro, ma lo si ritrova in ogni posto dove Bernardino e i suoi discepoli abbiano predicato o soggiornato.
Qualche volta il trigramma figurava sugli stendardi che precedevano Bernardino, quando arrivava in una nuova città per predicare e sulle tavolette di legno che il santo francescano poggiava sull’altare, dove celebrava la Messa prima dell’attesa omelia, e con la tavoletta al termine benediceva i fedeli.
Il trigramma fu disegnato da Bernardino stesso, per questo è considerato patrono dei pubblicitari; il simbolo consiste in un sole raggiante in campo azzurro, sopra vi sono le lettere IHS che sono le prime tre del nome Gesù in greco (ma si sono date anche altre spiegazioni, come l’abbreviazione di “In Hoc Signo (vinces)”, il motto costantiniano, oppure di “Iesus Hominum Salvator”.
Ad ogni elemento del simbolo, Bernardino applicò un significato; il sole centrale è chiara allusione a Cristo che dà la vita come fa il sole, e suggerisce l’idea dell’irradiarsi della Carità.
Il calore del sole è diffuso dai raggi, ed ecco allora i dodici raggi serpeggianti cioè i dodici Apostoli e poi da otto raggi diretti che rappresentano le beatitudini; la fascia che circonda il sole rappresenta la felicità dei beati che non ha termine, il celeste dello sfondo è simbolo della fede; l’oro dell’amore.
Bernardino allungò anche l’asta sinistra dell’H, tagliandola in alto per farne una croce, in alcuni casi la croce è poggiata sulla linea mediana dell’H.
Il significato mistico dei raggi serpeggianti era espresso in una litania: 1° rifugio dei penitenti; 2° vessillo dei combattenti; 3° rimedio degli infermi; 4° conforto dei sofferenti; 5° onore dei credenti; 6° gioia dei predicanti; 7° merito degli operanti; 8° aiuto dei deficienti; 9° sospiro dei meditanti; 10° suffragio degli oranti; 11° gusto dei contemplanti; 12° gloria dei trionfanti.
Tutto il simbolo è circondato da una cerchia esterna con le parole in latino tratte dalla Lettera ai Filippesi di San Paolo: “Nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi, sia degli esseri celesti, che dei terrestri e degli inferi”.
Il trigramma bernardiniano ebbe un gran successo, diffondendosi in tutta Europa, anche s. Giovanna d’Arco volle ricamarlo sul suo stendardo e più tardi fu adottato anche dai Gesuiti.
Diceva s. Bernardino: “Questa è mia intenzione, di rinnovare e chiarificare il nome di Gesù, come fu nella primitiva Chiesa”, spiegando che, mentre la croce evocava la Passione di Cristo, il suo nome rammentava ogni aspetto della sua vita, la povertà del presepio, la modesta bottega di falegname, la penitenza nel deserto, i miracoli della carità divina, la sofferenza sul Calvario, il trionfo della Resurrezione e dell’Ascensione.
In effetti ribadiva la devozione già presente in san Paolo e durante il Medioevo in alcuni Dottori della Chiesa e in s. Francesco d’Assisi, inoltre tale devozione era praticata in tutto il Senese, pochi decenni prima dai Gesuati, congregazione religiosa fondata nel 1360 dal senese beato Giovanni Colombini, dedita all’assistenza degli infermi e così detti per il loro ripetere frequente del nome di Gesù.
Quindi la novità di s. Bernardino fu di offrire come oggetto di devozione le iniziali del nome di Gesù, attorniato da efficaci simbolismi, secondo il gusto dell’epoca, amante di stemmi, armi, simboli.
L’uso del trigramma, comunque gli procurò accuse di eresie e idolatria, specie dagli Agostiniani e Domenicani, e Bernardino da Siena subì ben tre processi, nel 1426, 1431, e 1438, dove il francescano poté dimostrare la sua limpida ortodossia, venendo ogni volta assolto con il favore speciale di papa Eugenio IV, che lo definì “il più illustre predicatore e il più irreprensibile maestro, fra tutti quelli che al presente evangelizzano i popoli in Italia e fuori”.

Riformatore dell’Ordine Francescano
Bernardino, che fin dal 1421 era Vicario dei Frati Osservanti di Toscana e Umbria, nel 1438 venne nominato dal Ministro Generale dell’Ordine Francescano, Vicario Generale di tutti i conventi dell’Osservanza in Italia.
Nella sua opera di riforma, portò il numero dei conventi da 20 a 200; proibì ai frati analfabeti o poco istruiti, di confessare e assolvere i penitenti; istituì nel convento di Monteripido presso Perugia, corsi di teologia scolastica e di diritto canonico; s’impegnò a fare rinascere lo spirito della Regola di s. Francesco, adattandola alle esigenze dei nuovi tempi.
Rifiutò per tre volte di essere vescovo di diocesi, che gli furono offerte.

Gli ultimi anni, la morte
Nel 1442, sentendosi oltremodo stanco, soffriva di renella, infiammazione ai reni, emorroidi e dissenteria, rassegnò le sue dimissioni dalla carica, che aveva accettato per spirito di servizio verso l’Ordine.
Nel fisico sembrava più vecchio dei suoi 62 anni, aveva perso tutti i denti, tranne uno e quindi le gote gli si erano incavate, ma quell’aspetto emaciato l’aveva già a 46 anni, quando posò per un quadro dal vivo, oggi conservato alla Pinacoteca di Siena.
Libero da responsabilità riprese a predicare, nonostante il cattivo stato di salute; i senesi gli chiesero di recarsi a Milano per rinsaldare l’alleanza con il duca Filippo Maria Visconti contro i fiorentini; da lì proseguì poi per il Veneto, predicando a Vicenza, Verona, Padova, Venezia, scendendo poi a Bologna e Firenze, nella natia Massa Marittima predicò nel 1444 per 40 giorni.
Ritornato a Siena si trattenne per poco tempo, perché voleva ancora compiere una missione di predicazione nel Regno di Napoli, dove non si era mai recato, con l’intenzione di predicare anche lungo il percorso; accompagnato da alcuni frati senesi, toccò il Trasimeno, Perugia, Assisi, Foligno, Spoleto, Rieti, ma già in prossimità de L’Aquila, il suo fisico cedette allo sforzo e il 20 maggio 1444 fu portato in lettiga al convento di San Francesco, dentro la città, dove morì quel giorno stesso a 64 anni, posto sulla nuda terra come s. Francesco, dietro sua richiesta.
Dopo morto, il suo corpo esposto alla venerazione degli aquilani, grondò di sangue prodigiosamente e a tale fenomeno i rissosi abitanti in lotta fra loro, ritrovarono la via della pace.
I frati che l’accompagnavano, volevano riportare la salma a Siena, ma gli aquilani, accorsi in massa lo impedirono, concedendo solo gli indumenti indossati dal frate, oggi conservati nel convento della Capriola a Siena.
Nelle città dov’era vissuto, furono costruiti celebri oratori, chiese, mausolei, come quello di S. Bernardino nella omonima chiesa dell’Aquila, dove riposa.
Sei anni dopo la morte, il 24 maggio 1450, festa di Pentecoste, papa Niccolò V lo proclamò santo nella Basilica di S. Pietro a Roma. San Bernardino è compatrono di Siena, della nativa Massa Marittima, di Perugia e dell’Aquila.
Una città in California porta il suo nome. È invocato contro le emorragie, la raucedine, le malattie polmonari. La sua festa si celebra il 20 maggio.

Autore: Antonio Borrelli

Publié dans:Santi, santi: biografia |on 19 mai, 2012 |Pas de commentaires »

Ascension of the Lord

Ascension of the Lord dans immagini sacre ascension

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Publié dans:immagini sacre |on 18 mai, 2012 |Pas de commentaires »

GIOVANNI PAOLO II: SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DELL’ASCENSIONE DI NOSTRO SIGNORE (1985)

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/homilies/1985/documents/hf_jp-ii_hom_19850516_ascensione_it.html

VISITA PASTORALE NEI PAESI BASSI

SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DELL’ASCENSIONE DI NOSTRO SIGNORE

OMELIA DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II

Lussemburgo – Giovedì, 16 maggio 1985

1. “Predicate il vangelo a ogni creatura” (Mc 16, 15).

Queste parole del Signore restano valide ogni giorno, da quasi duemila anni. Ma oggi assumono un significato affatto particolare, perché oggi la Chiesa celebra il giorno in cui furono pronunciate per la prima volta: il giorno dell’Ascensione di Cristo.
“Ascende il Signore; gioiscono i cieli” (cf. Sal 47, 6). È anche il giorno del suo congedo dalla terra. Gesù di Nazaret termina definitivamente la sua missione messianica in Israele, il popolo eletto del Vecchio Testamento. Con la sua croce e la sua risurrezione egli ha costituito la nuova ed eterna alleanza. Con la sua carne e il suo sangue ha istituito l’Eucaristia: vittima unica di questa nuova alleanza tra Dio e gli uomini. Ed ecco le sue ultime parole su questa terra. Le rivolge agli apostoli: “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo a ogni creatura” (Mc 16, 15).
2. Queste parole del Signore che se ne va sono state osservate dalla Chiesa nel corso della sua storia con coraggio e spirito di sacrificio, e ancora oggi diventano di nuovo realtà. Anche questa regione, dove si trova oggi il vostro Paese del Lussemburgo, era già dai tempi antichi meta dei missionari che annunziarono ai vostri antenati la lieta novella del Signore risorto e asceso. Già nel periodo tardo romano il Vangelo fu annunziato nella vostra regione da soldati e commercianti e da missionari itineranti isolati provenienti da Treviri e da Liegi.
Molti importanti monasteri e abbazie furono fondati qui e svolsero le loro opere benefiche. Voglio ricordare il monastero di Echternach dove viene venerata ancora oggi la tomba del suo fondatore San Willibrordo. Il vostro Paese, nella fedeltà alla fede cattolica dei vostri padri, resse bene alle bufere della Riforma e alle tendenze ostili alla fede e alla Chiesa al seguito della Rivoluzione francese. Frutto ben meritato di questa fede matura e convinta fu la fondazione della diocesi autonoma del Lussemburgo nel 1870. E così voi formate oggi una Chiesa locale pienamente sviluppata; quella Chiesa locale che si è riunita qui per una grande celebrazione di fede alla quale voglio partecipare anch’io come pellegrino e fratello, come Vescovo di Roma e successore di San Pietro.
Saluto con gioia il vostro vescovo monsignor Hengen, con tutti gli altri vescovi e sacerdoti e religiosi presenti. Saluto con deferenza la famiglia granducale e i rappresentanti del governo e della società. Il mio saluto va infine a tutti voi, all’intero popolo di Dio nel Lussemburgo e ai numerosi ospiti convenuti dalle nazioni confinanti. La mia visita è rivolta a voi tutti. A nome di Cristo voglio incoraggiare e rafforzare voi tutti che, insieme con noi, costruite la grande comunità di quella Chiesa, che sa essere solidale anche con quelli che si sono stancati della loro fede e si sono estraniati dalla vita ecclesiale. Anche a costoro, dovunque seguano la nostra celebrazione eucaristica nella festa dell’Ascensione, voglio estendere il nostro saluto e la nostra mano fraterna. Raccomandiamo loro, e noi tutti che siamo raccolti, davanti alla venerata immagine di Maria, in particolar modo all’intercessione alla “Consolatrice degli afflitti”, alla Madre della speranza e della consolazione per il popolo di Dio pellegrino.
3. Ascensione di Cristo significa ritorno al Padre: “Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo, e ritorno al Padre” (Gv 16, 28).
Dio stesso è entrato attraverso il suo Figlio nella storia del mondo e dell’umanità. In questo modo sostanza del Padre, si è fatto uomo. Per opera dello Spirito Santo è nato dalla Vergine Maria. Ha vissuto la sua vita terrena come vero uomo; ma quest’uomo cresciuto nel mezzo del popolo di Israele, chiamava Dio suo Padre. Poteva dire: “Io e il Padre siamo una cosa sola” (Gv 10, 30). E da questa profonda unione con il Padre insegnò anche a noi uomini a pregare: “Padre nostro . . .”. Questa preghiera contiene inoltre l’intero Vangelo, l’intera lieta novella. Questa lieta novella dice: tu, uomo, hai la tua origine in Dio, e in Dio si trova anche la tua meta finale. In lui trovi la vita eterna.
Questa è la verità che Cristo ci ha rivelato: ha annunziato questo una volta per tutte al suo popolo d’Israele e a tutti gli uomini del mondo. La sua missione messianica si rivela proprio nel fatto che egli è uscito dal Padre e ritorna a lui. Il suo cammino terreno passa così attraverso ogni “cuore umano inquieto”, che cerca e aspetta la salvezza.
Quanto profonde e significative sono le parole che Gesù rivolge al Padre alla fine dei suoi giorni su questa terra: “E ora, Padre, glorificami davanti a te, con quella gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse” (Gv 17, 5). Queste parole parlano della eterna unità trinitaria del Figlio con il Padre nello Spirito Santo. Richiamano anche alla morte di Cristo sul Calvario e annunziano nello stesso tempo che questa morte conduce alla risurrezione. Quella stessa gloria che Dio ha dall’eternità, viene donata ora anche al Figlio dell’uomo, che siede alla destra del Padre.
Per un certo tempo – il Vangelo parla di quaranta giorni – fu rivelata quella gloria del Risorto anche agli uomini, alla giovane Chiesa. Il suo compimento viene raggiunto nella gloria di Cristo quando con la sua Ascensione ritorna definitivamente al Padre.
4. I momenti del congedo prima del ritorno al Padre ci sono descritti negli Atti degli apostoli. Trovandosi per l’ultima volta a tavola con essi, ordina agli apostoli di attendere che si adempia la promessa del Padre, quella che ha annunciato loro: “Giovanni ha battezzato con acqua . . . voi avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra” (At 1, 5.8). Queste parole concordano perfettamente con il comando di Gesù alla fine del Vangelo di Marco: “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo a ogni creatura” (Mc 16, 15).
Ecco, con l’Ascensione termina il tempo di Cristo su questa terra e incomincia il tempo della Chiesa. Dieci giorni dopo, alla Pentecoste, questo tempo della Chiesa viene rivelato e annunziato solennemente dallo Spirito Santo, che scende sugli apostoli nel cenacolo di Gerusalemme. Ogni istante di questo cammino della Chiesa attraverso la storia contiene tuttavia le sue radici profonde nella vita e nell’agire messianico di Cristo sulla terra. Incontriamo così sempre di nuovo il mistero dell’Ascensione.
Nel suo pellegrinaggio attraverso i secoli la Chiesa annunzia sempre colui che è uscito dal Padre, è venuto nel mondo, ha poi lasciato il mondo ed è tornato al Padre. È Cristo, il Figlio eterno di Dio, che ora rimane con il Padre come uomo. In questo modo è così diventato la “via” dell’uomo, la via per tutti gli uomini che, tutti senza eccezione, sono chiamati alla sua sequela, sulla via al Padre.
5. Fratelli e sorelle carissimi: la Chiesa del Lussemburgo è chiamata a sua volta a seguire la via di Gesù Cristo; è anch’essa una Chiesa pellegrina. Ma dove si trova oggi? Quale è la sua via nel 1985?
Il vostro Paese, il Lussemburgo, ha saputo superare bene molte difficoltà nel passato e respingere numerose minacce: minacce di guerra, di sconvolgimenti politici, di privazione e miseria. Grazie al vostro dinamismo il tenore di vita è migliorato nel Paese. Un aeroporto, stazioni radiotelevisive, organismi e banche internazionali hanno aperto la vostra città all’Europa e l’hanno resa accogliente per tutti. “Il Lussemburgo appartiene alla società dell’opulenza con i suoi vantaggi, le sue ombre e i suoi eccessi”; così si esprimeva il vostro quarto sinodo diocesano.
Ma oggi, in questo luogo che è stato testimone della prima venerazione dell’immagine della “Consolatrice degli afflitti”, vorrei riprendere alcune importanti domande che vi furono poste dal vostro vescovo nella sua lettera pastorale dello scorso ottobre: “Che ne è della fede e della preghiera nelle nostre famiglie, della santificazione della domenica, della trasmissione della fede alle giovani generazioni? Cosa manca alla nostra comunità di fede, di fronte allo scarso numero delle vocazioni sacerdotali e religiose? La nostra speranza, sale della terra che deve ridare sapore, ossia senso e pienezza alla vita di tanti uomini, sarebbe forse diventata piatta e insipida nel vuoto spirituale della nostra epoca? Le nostre comunità cristiane sono ancora quelle città sulla montagna la cui luce splende agli occhi degli uomini, affinché rendano gloria al Padre che è nei cieli? L’amore che Dio ha per noi, ci apre ancora gli occhi a ciò che deve cambiare nei nostri rapporti umani, affinché la nostra società sia permeata sempre più di giustizia e d’amore?”.
Il Cristo ci ha insegnato a vivere la nostra vita come un cammino verso il Padre. In quanto cristiani, la nostra riflessione e la nostra azione devono guardare continuamente al Dio dei cieli, e devono anche assegnargli il primo posto. “Padre nostro che sei nei cieli”: poiché ci è permesso di dire questa preghiera, riprendiamola senza stancarci. Se contempliamo l’Ascensione di Cristo, se andiamo al Padre nella sua sequela, non è per guardare al cielo come a un sogno, non è per rimanere passivi e dimenticare le nostre responsabilità quotidiane negli avvenimenti concreti. Al contrario, il Padre nostro ci insegna nello stesso tempo a pregare e a fare tutto il possibile affinché la volontà di Dio si compia sin da ora tra di noi, perché “il cielo venga sulla terra”, perché il regno di Dio s’instauri nei nostri cuori, nelle nostre famiglie e nella società.
Ma gli uomini di oggi, accecati dal progresso e dal benessere, volgono spesso il loro sguardo solo verso la terra; non guardano più in là del mondo in cui si chiudono, accettano la secolarizzazione. Si organizza coscientemente il proprio stile di vita in funzione delle sole realtà di questo mondo, senza curarsi di Dio e della sua volontà. È da sempre quella stessa tentazione di dimenticare Dio, o almeno di vivere come se non esistesse (cf. Sap 2, 19). Questa maniera di vivere, nella quale ci si rifiuta di guardare al Padre che è nei cieli, non può tuttavia soffocare l’aspirazione profonda dell’uomo, perché il suo è un destino di eternità. Il suo accecamento lo conduce quindi a nutrirsi d’illusioni, a idolatrare le realtà terrene: ne resta profondamente deluso e assume comportamenti suicidi. Quando l’uomo crede di potersi realizzare con le sue sole forze, mette a tacere il desiderio di Dio che è in lui per dedicarsi alla ricerca insaziabile ed egoistica del piacere.
Ma vorrei essere per voi un messaggero di gioia (cf. 2 Cor 1, 24); nel nome di colui che ci ha promesso la pienezza della vera vita, proprio in questa festa dell’Ascensione di Cristo, vi incoraggio a volgere il vostro sguardo, i vostri pensieri e la vostra ricerca “in alto”, verso Cristo che ci precede. Abbiamo bisogno di questo sguardo volto al cielo, perché ci aiuta a fare buon uso dei beni temporali; non perderemo così il bene eterno, ossia l’amicizia di Dio. Abbiamo bisogno di volgere il nostro sguardo di credenti a Dio, che è il nostro Padre comune. Lui solo ci rende capaci di quella fratellanza così necessaria per avere il coraggio di combattere la fame tra gli uomini, di stabilire la pace nel mondo, di attenuare i conflitti, per vincere il male con il perdono e scegliere la vita piuttosto che la morte.
6. Le parole che Mosè rivolgeva al popolo di Dio nell’antica alleanza conservano il loro valore per noi cristiani: “Io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza” (Dt 30, 19).
Il nostro cammino di pellegrini sulla terra esige che scegliamo continuamente tra la “vita” e la “morte”: la vita eterna si trova solo in Dio; da solo, il mondo in definitiva può offrire agli uomini solo la certezza della morte. La fede orienta il nostro sguardo verso il Padre, ci trascina verso di lui attraverso Cristo che ha vinto il mondo. Aprite a Dio la vostra vita, aprite a Dio la vostra vita di ciascun giorno con la preghiera. Pregate ogni giorno il Padre nostro, come i cristiani ebbero consuetudine di fare sin dai primi tempi.
Aprite a Dio la vostra settimana di lavoro santificando la domenica e partecipando regolarmente all’Eucaristia. Osservate il giorno del Signore come un bene prezioso; sarà così possibile evitare di diventare schiavi del lavoro o dei divertimenti. Nel matrimonio e nella famiglia ricordate le vostre responsabilità gli uni verso gli altri. Santificate la vita del focolare secondo l’insegnamento della Chiesa! Vivete della fede affinché la fede cristiana possa crescere anche nei vostri figli e nei giovani.
Scegliete la vita che Dio vi dà nella Chiesa attraverso Cristo, perché la sua promessa è eterna. Nella vita, date il primo posto ai valori spirituali e religiosi, prima dei valori materiali. Difendete i valori morali fondamentali nella società; solo essi garantiscono una vita comune degna dell’uomo. Chi s’impegna risolutamente in favore del diritto e della giustizia laddove esercita le sue responsabilità personali può anche difendere fermamente le grandi aspirazioni dei popoli e dell’umanità. E colui che lo fa nello spirito di Cristo sa di contribuire alla venuta del regno di Dio nella nostra epoca; nel Padre nostro noi preghiamo specialmente perché questa via venga preparata. Nonostante tutte le minacce reali che la guerra atomica e la degradazione morale fanno pesare sull’umanità, il credente sa a chi alla fine apparterrà il futuro. Il Vangelo dell’Ascensione ce lo annuncia: “Egli tornerà”. Dio è il primo, sarà anche l’ultimo. Gesù è l’Alfa e l’Omega dell’intera storia, colui che è, che era e che viene (cf. At 1, 8).
7. Carissimi fratelli e sorelle, possa la mia visita pastorale, ispirata al tema del Padre nostro, aiutarvi a prendere meglio coscienza della grazia della vostra vocazione cristiana e delle vostre responsabilità. La festa dell’Ascensione dà una forza incomparabile alla preghiera del Signore: celebrando il Cristo asceso ai cieli, tutta la comunità si volge al Padre, come facciamo umilmente ogni giorno nella preghiera che il Signore ci ha affidato.
L’apostolo Paolo ha scritto nella sua Lettera agli Efesini: “Che il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una più profonda conoscenza di lui. Possa egli davvero illuminare gli occhi della vostra mente per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi e quale è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi credenti” (Ef 1, 17-19).
In questo Paese, i testimoni della fede hanno annunciato il Cristo, lui, l’uomo glorificato sulla croce e “seduto alla destra del Padre”. In questo Paese, molte generazioni di uomini hanno ripetuto la preghiera del Padre nostro. Voi stessi l’avete scelto come tema conduttore della visita che sta compiendo tra di voi il Vescovo di Roma, il successore di Pietro.
Questa preghiera sia per voi sempre un sostegno, carissimi fratelli e sorelle: possa essa aiutare la vostra generazione e le generazioni che seguiranno a conoscere Dio più profondamente; possa “illuminare gli occhi del vostro cuore”, affinché nulla vi turbi o vi acciechi; possa rendervi sempre più coscienti “della speranza data a voi cristiani dal suo appello”; possa farvi comprendere “quale regno vi dà la gloria senza prezzo dell’eredità” che Cristo ci ha lasciato, grazie alla sua nascita dalla Vergine Maria; possa farvi scoprire “l’infinita potenza che dispiega per noi credenti”: quella potenza che è stata manifestata dalla sua risurrezione e dalla sua Ascensione.

Gesù Cristo: vero Figlio di Dio! Gesù Cristo: vero uomo, che siede “alla destra di Dio”. Amen.

La preghiera al termine della messa

O Cristo, Signore, Figlio diletto del Padre,
amico dell’uomo, maestro che ami la vita,
tu non dimentichi nessuna creatura.

Guarda la Chiesa che è nel Lussemburgo,
infondi in lei il soffio vivificante e il fuoco del tuo Spirito.

Imprimile il sigillo dello Spirito Santo,
ricorda ai battezzati che essi sono membri del tuo corpo.
Dimora nei loro cuori con la fede.
Fa’ che trovino le loro radici e il loro fondamento nell’amore.
Aprili alla lode della tua gloria.

O Cristo, Signore, potenza e sapienza di Dio,
tu condurrai ogni cosa al suo compimento,
perché la potenza del tuo amore supera ogni conoscenza;
tu puoi darci più di quanto noi sappiamo domandare.

Dona al tuo popolo uno spirito di sapienza,
illumina gli occhi del suo cuore
affinché accolga nella tua parola il fermento di tutta la sua vita:
della famiglia e della società, del lavoro e del tempo libero,
dell’infanzia e della giovinezza,
dell’età adulta e della vecchiaia.

O Cristo, sapienza di Dio,
riflesso splendente della sua gloria ed espressione del suo essere,
tu sostieni l’universo con la potenza della tua parola.
Insegna a questo popolo il vero senso delle cose di questo mondo
e l’amore dei beni eterni,
affinché egli sappia disporre dei tuoi doni
distinguendo il bene e il male.

Donagli l’amore all’interno delle famiglie,
la giustizia nelle relazioni sociali,
la verità nei mezzi di comunicazione,
la riconciliazione nei conflitti.

Aiuta gli uomini di questo Paese a utilizzare il tempo,
per servire il Padre tuo e tutti i loro fratelli,
per amarsi contro le forze del male
e vivere da figli della luce.

O Cristo, Figlio di Dio,
ti sei spogliato prendendo la condizione di servo,
e divieni simile agli uomini fino alla morte di croce.
Primogenito tra i morti, Cristo risorto,
attraverso di te è piaciuto al Padre riconciliare tutti gli esseri.
Mediante il nostro battesimo nella tua morte e nella tua risurrezione,
tu concedi anche a noi di vivere una vita nuova.

Per mezzo della Vergine Maria, Madre tua dal cuore immacolato,
noi ti preghiamo:
facci scoprire i tesori di sapienza nascosti in te.
Con Maria, noi vogliamo conservarli
e meditarli nel nostro cuore.
Con Maria, presente in mezzo ai discepoli,
donaci di essere testimoni fedeli,
nella fede e nell’amore.

Amen.                           

Publié dans:Papa Giovanni Paolo II |on 18 mai, 2012 |Pas de commentaires »

Commento su Atti 1,11: Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?

http://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=22740

Commento su Atti 1,11

Eremo San Biagio 

Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?

Come vivere questa Parola?

Quest’oggi, solennità dell’ascensione di Gesù, gli sguardi sono sollecitati a volgersi verso un cielo che sembra averci sottratto la sua presenza, proprio come riferiscono gli Atti degli apostoli circa i primi discepoli, protagonisti diretti dell’evento. Ma a riscuoterci ecco la sollecitazione angelica: « Perché state a guardare il cielo? ».
Quel Gesù che « una nube sottrasse ai loro occhi » (At 1,9) si era da loro congedato con una promessa più che rassicurante: « Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo » (Mt 28,20). Non si tratta allora di una separazione, ma di una modalità diversa di rendersi presente, adombrata proprio in quella nube a cui accennano gli Atti.
In tutta la Sacra Scrittura, infatti, la nube indica sempre la presenza misteriosa e operante di Dio. Il richiamo ad essa sta quindi a ricordare che il Risorto è ormai totalmente immesso nella sfera del divino che sfugge alla percezione immediata dei sensi, ma non per questo è meno reale.
Cercarlo in un cielo lontano e astratto non ha senso: Dio è ovunque e con la sua presenza raggiunge e avvolge anche la mia vita. È qui, in quest’oggi che sono chiamato a vivere non fuggendo da una storia che con i suoi chiaro-scuri può crearmi difficoltà, ma immergendomi in essa per illuminarla con il gioioso messaggio di cui sono depositario e testimone.
Forte di questa certezza, voglio far mia la sollecitazione angelica a non cercare Dio lontano da me, ma nell’appello del quotidiano che reclama la mia dedizione. A questo penserò nel mio odierno rientro al cuore.
Insegnami, Signore, ad amare la mia storia, luogo concreto in cui ti posso incontrare quale compagno di viaggio e Maestro che mi indica la via dell’impegno, fuori da ogni sviante spiritualismo.

La voce del Papa

Il Gesù che si congeda non va da qualche parte su un astro lontano. Egli entra nella comunione di vita e di potere con il Dio vivente, nella situazione di superiorità di Dio su ogni spazialità. Per questo « non è andato via », ma, in virtù dello stesso potere di Dio, è ora sempre presente accanto a noi e per noi.

Benedetto XVI

Omelia per domenica 20 maggio: Il nostro canto di gioia per l’Ascensione del Signore

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/15376.html

Omelia (24-05-2009)

padre Antonio Rungi

Il nostro canto di gioia per l’Ascensione del Signore

Celebriamo oggi l?Ascensione al cielo di nostro Signore Gesù Cristo, mistero della gioia e di speranza per ogni cristiano. Cristo, infatti, sale al cielo tra i canti di gioia del suo popolo in festa, perché va a preparare un posto nel suo Regno per tutti i suoi figli e per gli uomini di buona volontà. La solennità dell?Ascensione ci proietta con la mente ed il cuore al nostro ultimo e definitivo destino, quello della vita oltre il tempo e per un?eternità beata. Oggi, più della stessa solennità della Pasqua i cristiani sono in festa e gioiscono perché il loro Signore e Redentore ritorna al luogo della sua partenza, non dopo aver portato a termine la sua missione redentiva nei confronti del genere umano. Infatti, il Signore Gesù, re della gloria, vincitore del peccato e della morte, oggi è salito al cielo tra il coro festoso degli angeli. Mediatore tra Dio e gli uomini, giudice del mondo e Signore dell?universo, non si è separato dalla nostra condizione umana, ma ci ha preceduti nella dimora eterna, per darci la serena fiducia che dove è lui, capo e primogenito, saremo anche noi, sue membra, uniti nella stessa gloria. E? questa la consolante promessa per tutti noi: dove è Lui saremo anche noi. Ma per realizzare questo sogno di eternità è necessario lavorare per la nostra personale santificazione e per quella dei nostri fratelli. Siamo invitati a guardare e a fissare il cielo, ma siamo anche richiamati a camminare con i piedi per terra.
E? bello guardare e fissare l?azzurro del cielo, il sole, la luna, le stelle ed il creato intero che esprimono il senso dell?infinito e dell?eterno, ma è dovere di ciascuno di noi fissare lo sguardo sulle realtà, non sempre positive, di questa nostra martoriata terra, che necessita di testimoni di santità e di vita nuova in Cristo, capace di risvegliare le coscienze dei lontani. Cristo non è infatti lontano, egli è più intimo a noi più del nostro stesso cuore. La sua ascensione è in realtà la nostra maggiore vicinanza a Lui. Egli ci attende in un luogo meraviglioso, eterno, di vera felicità. Il posto è stato prenotato, bisogna far sì che venga occupato quando Egli ci convocherà e noi dobbiamo essere pronti per rispondere: Eccomi Signore, prendimi per mano, Dio mio, verso i pascoli eterni e la gioia senza fine.
Nel racconto circostanziato degli Atti degli Apostoli del momento dell?Ascensione, comprendiamo perfettamente ciò che hanno sperimentato nel loro cuore i discepoli di Gesù: dolore per la partenza, ma certezza e gioia della sua vicinanza, comunque e sempre, anche se in modo diverso rispetto al passato.
Il breve brano del Vangelo di Marco ci dice come stanno esattamente le cose per i cristiani e per la chiesa dopo l?ascensione al cielo del Signore. Noi siamo i suoi missionari, noi siamo i suoi inviati. Dovunque siamo e qualsiasi cosa facciamo abbiamo il dovere di far conoscere, amare e servire il Signore. E ciò è possibile in vari modi e in molteplici circostanze; ma un modo più rispondente alla cultura di oggi è quello dell?uso dei mass-media. Nell?annuale messaggio del Papa per le comunicazioni sociali, in occasione della giornata mondiale delle comunicazioni che si celebra nel giorno dell?Ascensione, dobbiamo comprendere cosa ci spetta fare per evangelizzare ed andare in tutto il mondo a portare il vangelo. Una volta i missionari camminavano fisiacamente per portare il vangelo, oggi camminano virtualmente attraverso la rete e sicuramente questo nuovo modo di evangelizzare risponde meglio alle attese dei giovani che usano Internet e che in questo modo possono accostarsi indirettamente a Cristo e alla Chiesa. Le comunicazioni sono un?opportunità nuova rispetto al passato: oggi, nell?era della globalizzazione, dobbiamo viaggiare e navigare nella rete telematica per far conoscere Cristo a quanti hanno l?unico modo per comunicare con gli altri.
Il comando del Signore rivolto a tutti i suoi discepoli, quindi anche a noi, ci obbliga ad andare in tutto il mondo per portare la parola della salvezza, senza violare la coscienza e la libertà degli altri, ma semplicemente proponendo la via di Cristo, come via maestra verso la verità e la felicità. La salvezza che Cristo è venuto a portare riguarda tutti e la Chiesa in questo suo compito di evangelizzazione e missione non può assolutamente venir meno, anzi, deve farsi carico dell?esigenza di una nuova evangelizzazione utilizzando anche le nuove tecnologie per incontrare fisicamente e virtualmente il popolo di Dio sparso in tutto il mondo.
Il mistero dell?Ascensione che celebriamo oggi ci impegna a verificare la nostra fedeltà al vangelo e di conseguenza ad annunciare il vangelo con la coerenza della vita, prima di ogni parola che possiamo e dobbiamo dire a questo scopo. Giustamente l?Apostolo Paolo nella seconda lettura di oggi ci richiama ai nostri fondamentali doveri di cristiani anche in questo nostro tempo, che allontana sempre di più dal proprio orizzonte l?esperienza di una fede vissuta e proclamata. Bisogna comportarsi in maniera degna della nostra identità umana e cristiana, come leggiamo nella lettera agli Efesini, oggi.
La grande gioia che pervade il nostro cuore in questo giorno di festa, perché Cristo è andato a prepararci un degno posto a ciascuno di noi nel suo Regno di luce, pace, amore, carità e verità, ci fa elevare con forza la preghiera a Colui è la nostra speranza e la nostra vera felicità: ?Esulti di santa gioia o Padre, per il mistero che celebra in questa liturgia di lode, poiché nel tuo Figlio asceso al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te, e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere Cristo, nostro capo, nella gloria?.

Jesus said to his disciples: “No one can serve two masters…

Jesus said to his disciples: “No one can serve two masters... dans immagini sacre

http://cacina.wordpress.com/2011/02/

Publié dans:immagini sacre |on 17 mai, 2012 |Pas de commentaires »

Un tempo di silenzio perchè Dio parli (Enzo Bianchi)

http://www.monasterodibose.it/content/view/855/343/1/1/lang,it/

Un tempo di silenzio perchè Dio parli 

 ENZO BIANCHI, Pregare la Parola,
Introduzione alla «lectio divina»,

…sii dunque avvolto dal silenzio e il tempo della lectio ritmi la tua vita…
Cerca che il luogo della lectio divina e l’ora del giorno ti permettano il silenzio esteriore, preliminare necessario al silenzio interiore.
Il Maestro è qui e ti chiama (cf. Giovanni 11,28) e per udirne la voce devi far tacere le altre voci, per ascoltare la Parola devi abbassare il tono delle parole. Ci sono tempi più adatti al silenzio rispetto ad altri: nel cuore della notte, al mattino presto, alla sera… vedi tu secondo il tuo orario di lavoro, ma resta fedele al tempo e determinalo nella tua giornata una volta per tutte. Non è serio andare incontro al Signore quando hai un vuoto tra gli impegni da riempire con la preghiera come se il Signore fosse un tappabuchi. E non dire mai: «Non ho tempo!», perché così tu dichiari di essere idolatra: il tempo della giornata è al tuo servizio e non tu schiavo del tempo!
Sii dunque avvolto dal silenzio e il tempo della lectio ritmi la tua vita. Tu sai che bisogna pregare sempre, senza stancarsi mai (cf. Luca 18,1-8 e 1 Tessalonicesi 5,17), ma sai anche che occorrono dei tempi precisi e specifici per fare questo esplicitamente e visibilmente onde sostenere la memoria Dei in tutta la tua giornata. Sei un innamorato del Signore o tendi a esserlo? Allora non disdegnare di consacrare a lui quel tempo che consacri abitualmente, senza fatica, ogni giorno a tua moglie, a tuo marito, ai tuoi familiari, ai tuoi amici.
Un tempo di silenzio perchè Dio parli   
E non dimenticare che questo tempo per la lectio deve essere sufficientemente lungo, non un ritaglio. Devi prendere calma, devi essere in pace, certamente alcuni minuti non bastano. Per la lectio occorre almeno un’ora, dicono i Padri…
Nella giornata quante parole ascolti! Quante letture fai! Che le parole non soffochino la Parola: anche in questo devi essere vigilante. Se le parole mondane sono abbondanti, che primato concreto può avere la Parola su di esse? Fare la lectio divina puntualmente ogni giorno non ti esime mai dal verificare il rapporto tra Parola e parole. Queste per la loro quantità e la loro qualità possono soffocare la voce divina e non permettere che questa cresca e dia in te il suo frutto (cf. Marco 4,13-20). Che senso ha leggere di tutto, alimentarsi di argomenti mondani, fare letture che lasciano profonde tracce di impurità nel cuore e poi pretendere di vivere della Parola che esce dalla bocca di Dio? Se non vigili sul rapporto Parola-parole nella tua vita sei condannato a restare dilettante, un orecchiante paralizzato nei confronti di un vero cammino di iniziazione.

Publié dans:Enzo Bianchi, preghiera (sulla) |on 17 mai, 2012 |Pas de commentaires »
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