Archive pour mai, 2012

Il rapporto tra lo Spirito Santo e il cristiano (Gianfranco Ravasi)

http://www.stpauls.it/vita00/1198vp/1198vp68.htm

Il rapporto tra lo Spirito Santo e il cristiano

di GIANFRANCO RAVASI

«La grazia del Signore nostro Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi». Il saluto trinitario paolino (2 Corinzi 13,13) può essere idealmente l’avvio della nostra nuova riflessione sullo Spirito Santo. L’accento cade su quel «tutti voi» finale: ogni cristiano ha un rapporto radicale e personale con lo Spirito. È ciò che a più riprese attesta Paolo ed è il naturale sviluppo di quanto abbiamo approfondito lo scorso mese, esaltando la funzione ecclesiale dello Spirito. A partire dall’immagine del corpo l’apostolo, in 1 Corinzi 12, celebrava il nesso tra dono comune effuso con la grazia a tutti i fedeli e i carismi specifici di ciascun credente. Gli stessi verbi usati sono significativi: lo Spirito è «mandato, dato, elargito, versato, effuso» nel cristiano ed è da lui « ricevuto » così da esserne « pieno », da « abitare » o « dimorare » nel suo cuore, da « averlo » come possesso personale. Bellissima è la frase a connotazione battesimale di Romani 5,5: «L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato».
Dicevamo che lo Spirito è presente in modo « radicale » in ogni cristiano. È ciò che accade appunto nel battesimo, quando riceviamo l’adozione a figli e diveniamo nuova creatura. Fondamentale è il passo di Galati 4,6 (ripreso da Romani 8,15): «Che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del Figlio suo che grida: « Abbà », Padre!». L’effusione dello spirito nel battezzato fa sì che egli possa rivolgersi a Dio con l’appellativo familiare aramaico con cui il bambino chiamava suo padre, « papà ». Questo ingresso « radicale » dello Spirito dà il via a una trasformazione integrale dell’essere della creatura e del suo agire. Il figlio di Dio cresce seguendo il percorso che gli viene indicato dallo « Spirito del Figlio »: «Se viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito» (Galati 5,25).
Lo Spirito Santo non è solo una componente strutturale dell’antropologia cristiana, lo è anche dell’etica. Non è solo alla base ontologica della nuova vita trascendente, è anche principio dinamico che anima l’agire morale, conducendo il cristiano a produrre «il frutto dello Spirito che è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Galati 5,22). Lo Spirito stimola il fedele a seguire «la legge dello Spirito», a vivere «nello Spirito» e a comportarsi «secondo lo Spirito» (sono queste espressioni tipiche paoline). Lo Spirito ci conduce, dunque, per tutto l’arco della nostra esistenza ma anche ci fa approdare alla meta ultima, all’escatologia. Per descrivere questa tensione verso la pienezza Paolo usa due immagini: della primizia (aparchè) e della caparra (arrabòn). Esse illustrano il nesso tra presente e futuro, tra realtà ottenuta e compimento sperato, un nesso che sostiene l’esistenza del cristiano e che è alimentato dallo Spirito.
Ai Romani l’apostolo scrive: «Noi possediamo le primizie dello Spirito, ma gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo: nella speranza, infatti, siamo stati salvati» (8,23-24). Ai Corinzi, invece, dichiara: «Dio, in Cristo, ci ha impresso il sigillo e ci ha dato la caparra dello Spirito Santo nei nostri cuori» (2 Corinzi 1,21-22; 5,5). Che cosa significhino queste immagini di « anticipazione » e di speranza è esplicitato nella stessa Lettera ai Romani: «Se lo Spirito di colui che ha risuscitato dai morti Gesù abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti, darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi» (8,11). Il nostro è, perciò, un destino pasquale ed è quello stesso Spirito, che ci ha dato nel battesimo una nuova vita e che ci ha guidato nell’esistenza morale secondo la legge dell’amore, a condurci efficacemente a quella pienezza gloriosa. Paolo nella prima Lettera ai Corinzi la raffigurerà anche con un’espressione greca a prima vista contraddittoria, soma pneumatikòn (15,44.46), « corpo spirituale ».
Come può essere « spirituale » ciò che per sua natura è antitetico, cioè il corpo materiale? La risposta è nell’esatta comprensione dei due termini secondo il linguaggio paolino. Il « corpo » è, come per tutta la Bibbia, l’espressione della persona in tutta la sua realtà ma anche nel suo limite e nella sua mortalità. « Spirituale » non rimanda all’anima ma allo Spirito Santo. Ecco, allora, la soluzione: il nostro essere è invaso dallo Spirito di Dio ed è per questo che nella morte non s’affloscia nel nulla, ma è attirato a Dio che già in esso è presente e operante attraverso lo Spirito Santo. E Dio è eterno: noi, perciò, parteciperemo alla sua vita piena, alla sua gloria, in un abbraccio d’amore.
Con questa riflessione sul rapporto tra lo Spirito Santo e il cristiano abbiamo concluso il nostro itinerario nelle pagine bibliche alla ricerca della presenza della terza persona della Trinità. La molteplicità dell’azione dello Spirito nei singoli cristiani è alla base dell’ »inno sacro » Pentecoste di Alessandro Manzoni che abbiamo già avuto occasione di evocare nella scorsa puntata della nostra rubrica. Per lo scrittore lombardo, lo Spirito rianima i dubbiosi e gli infelici, sconvolge i violenti, insegnando la pietà, conforta il povero in lacrime, pervade i bambini innocenti e rende viva la freschezza interiore delle fanciulle, sostiene le anime consacrate a Dio e le spose, guida il comportamento dei giovani e degli adulti ed è accanto a chi è entrato nella vecchiaia e soprattutto «brilla nel guardo errante/ di chi sperando muor».

Gianfranco Ravasi

PREGARE DIO PADRE CI INSEGNA LA VERA NOZIONE DI PATERNITÀ

http://www.zenit.org/article-30806?l=italian

PREGARE DIO PADRE CI INSEGNA LA VERA NOZIONE DI PATERNITÀ

Un commento all’udienza generale del Papa di mercoledì 23 maggio

di Massimo Introvigne

CITTA’ DEL VATICANO, giovedì, 24 maggio 2012 (ZENIT.org) – All’udienza generale del 23 maggio Benedetto XVI ha proseguito nella sua «scuola della preghiera» dedicata a san Paolo. La settimana scorsa il Pontefice aveva mostrato come san Paolo c’insegna a farci guidare nella preghiera dallo Spirito Santo.
Questa settimana il Papa insiste su come lo Spirito Santo, a sua volta, ci guidi a rivolgerci al Padre come aveva fatto Gesù nel Getsemani: «Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu» (Mc 14,36). E l’udienza diventa così occasione per alcune profonde riflessioni su una nozione oggi in crisi, quella della paternità.
Il riferimento a Dio come Padre, che risuona nel Padre Nostro, emerge anche in due testi di san Paolo. Il primo è tratto dalla Lettera ai Galati: «E che voi siete figli lo prova che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida in noi: Abbà! Padre!» (Gal 4,6). Il secondo, dalla Lettera ai Romani: «E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: “Abbà! Padre!”» (Rm 8,15).
Dopo avere rilevato ancora una volta che «il cristianesimo non è una religione della paura, ma della fiducia e dell’amore al Padre che ci ama», Benedetto XVI spiega che in entrambi i brani san Paolo accenna a una nostra «relazione filiale analoga a quella di Gesù» con Dio Padre.
Naturalmente, «diversa è l’origine e diverso è lo spessore: Gesù è il Figlio eterno di Dio che si è fatto carne, noi invece diventiamo figli in Lui, nel tempo, mediante la fede e i Sacramenti del Battesimo e della Cresima». Nella Lettera agli Efesini lo stesso san Paolo ci assicura che Dio, in Cristo, «ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo» (Ef 1,4).
Il Papa lamenta – e non è la prima volta – la nostra perdita della capacità di stupirci di fronte al mistero della paternità di Dio. «Forse l’uomo d’oggi non percepisce la bellezza, la grandezza e la consolazione profonda contenute nella parola “padre” con cui possiamo rivolgerci a Dio nella preghiera».
Ma questo, oggi, ha anche una possibile spiegazione psicologica e sociologica: «la figura paterna spesso oggi non è sufficientemente presente, anche spesso non è sufficientemente positiva nella vita quotidiana. L’assenza del padre, il problema di un padre non presente nella vita del bambino è un grande problema del nostro tempo, perciò diventa difficile capire nella sua profondità che cosa vuol dire che Dio è Padre per noi».
Ma nulla è definitivamente perduto. Dall’insegnamento di Gesù sulla paternità di Dio possiamo imparare molto anche sul ruolo umano del padre. «Critici della religione hanno detto che parlare del “Padre”, di Dio, sarebbe una proiezione dei nostri padri al cielo. Ma è vero il contrario: nel Vangelo, Cristo ci mostra chi è padre e come è un vero padre, così che possiamo intuire la vera paternità, imparare anche la vera paternità».
Dobbiamo dunque «lasciarci scaldare il cuore» da questa nozione della paternità che Gesù c’insegna, e che ha due dimensioni: la creazione e l’adozione. Anzitutto, Dio è nostro Padre, perché è nostro Creatore. «Ognuno di noi, ogni uomo e ogni donna è un miracolo di Dio, è voluto da Lui ed è conosciuto personalmente da Lui»: «per Lui non siamo esseri anonimi, impersonali, ma abbiamo un nome». «Le tue mani mi hanno plasmato», dice il salmista (Sal 119,73), con un’immagine che il Papa afferma di amare particolarmente.
C’è poi il secondo elemento, l’adozione, con cui Gesù «ci accoglie nella sua umanità e nel suo stesso essere Figlio, così anche noi possiamo entrare nella sua specifica appartenenza a Dio». Anche qui si tratta di analogia, non d’identità: «il nostro essere figli di Dio non ha la pienezza di Gesù: noi dobbiamo diventarlo sempre di più, lungo il cammino di tutta la nostra esistenza cristiana, crescendo nella sequela di Cristo, nella comunione con Lui per entrare sempre più intimamente nella relazione di amore con Dio Padre, che sostiene la nostra vita». Ma neppure si tratta di una semplice metafora. «Siamo realmente entrati oltre la creazione nella adozione con Gesù; uniti siamo realmente in Dio e figli in un nuovo modo, in una dimensione nuova».
Torniamo ai due brani di san Paolo, e notiamo che hanno «una diversa sfumatura». Nella Lettera ai Galati san Paolo afferma che lo Spirito grida in noi «Abbà! Padre!». Nella Lettera ai Romani ci dice invece che siamo noi a gridare «Abbà! Padre!».
Qui l’Apostolo «vuole farci comprendere che la preghiera cristiana non è mai, non avviene mai in senso unico da noi a Dio, non è solo un “agire nostro”, ma è espressione di una relazione reciproca in cui Dio agisce per primo: è lo Spirito Santo che grida in noi, e noi possiamo gridare perché l’impulso viene dallo Spirito Santo».
Detto in termini che riecheggiano sant’Agostino  – che è sempre un punto di riferimento di Benedetto XVI – noi «non potremmo pregare se non fosse iscritto nella profondità del nostro cuore il desiderio di Dio, l’essere figli di Dio. Da quando esiste, l’homo sapiens è sempre in ricerca di Dio, cerca di parlare con Dio, perché Dio ha iscritto se stesso nei nostri cuori». La prima iniziativa nella preghiera viene sempre da Dio, e «la sua presenza apre la nostra preghiera e la nostra vita, apre agli orizzonti della Trinità e della Chiesa».
Un secondo aspetto molto importante è che «la preghiera dello Spirito di Cristo in noi e la nostra in Lui, non è solo un atto individuale, ma un atto dell’intera Chiesa». Non solo «quando ci rivolgiamo al Padre nella nostra stanza interiore, nel silenzio e nel raccoglimento, non siamo mai soli», ma non stiamo inventandoci una relazione con Dio più o meno fantasiosa.
Al contrario, «siamo nella grande preghiera della Chiesa, siamo parte di una grande sinfonia che la comunità cristiana sparsa in ogni parte della terra e in ogni tempo eleva a Dio; certo i musicisti e gli strumenti sono diversi – e questo è un elemento di ricchezza –, ma la melodia di lode è unica e in armonia». San Paolo stesso lo spiega ai cristiani di Corinto: «Ci sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; ci sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; ci sono diverse attività, ma uno solo è Dio che opera tutto in tutti» (1Cor 12,4-6). È tutto un «unico grande mosaico della famiglia di Dio in cui ognuno ha un posto e un ruolo importante, in profonda unità con il tutto».
Un terzo aspetto è che la nostra preghiera «Abba!, Padre!» avviene sempre in unione «anche con Maria, la Madre del Figlio di Dio. Il compimento della pienezza del tempo, del quale parla san Paolo nella Lettera ai Galati (cfr 4,4), avviene al momento del “sì” di Maria, della sua adesione piena alla volontà di Dio: “ecco, sono la serva del Signore” (Lc 1,38)».
Solo così è davvero possibile che «la nostra preghiera cambi, converta costantemente il nostro pensare, il nostro agire per renderlo sempre più conforme a quello del Figlio Unigenito, Gesù Cristo».

El Greco, St Francis in Prayer before the Crucifix

El Greco, St Francis in Prayer before the Crucifix dans immagini sacre

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Publié dans:immagini sacre |on 23 mai, 2012 |Pas de commentaires »

SAN FRANCESCO: LODI DI DIO ALTISSIMO

http://www.assisiweb.com/SF_lodi_it.html

SAN FRANCESCO

LODI DI DIO ALTISSIMO

Tu sei santo, Signore Iddio unico, che fai cose stupende
Tu sei forte
Tu sei grande
Tu sei altissimo
Tu sei Re onnipotente
Tu sei il Padre Santo, Re del cielo e della terra
Tu sei trino ed uno, Signore Iddio degli dei
Tu sei il bene, tutto il bene, il sommo bene
Signore Iddio vivo e vero
Tu sei amore, carità
Tu sei sapienza
Tu sei umiltà
Tu sei pazienza
Tu sei bellezza
Tu sei sicurezza
Tu sei pace
Tu sei gaudio e letizia
Tu sei la nostra speranza
Tu sei giustizia
Tu sei temperanza
Tu sei tutta la nostra ricchezza
Tu sei bellezza
Tu sei mitezza,
Tu sei il protettore
Tu sei custode e il difensore nostro
Tu sei fortezza,
Tu sei rifugio
Tu sei la nostra speranza
Tu sei la nostra fede
Tu se la nostra carità
Tu sei tutta la nostra dolcezza
Tu sei la nostra vita eterna, grande e ammirabile
Signore, Dio onnipotente, misericordioso Salvatore.

Publié dans:Laude, San Francesco d'Assisi |on 23 mai, 2012 |Pas de commentaires »

BENEDETTO XVI: « DA QUANDO ESISTE, L’HOMO SAPIENS È SEMPRE IN RICERCA DI DIO »

http://www.zenit.org/article-30789?l=italian

« DA QUANDO ESISTE, L’HOMO SAPIENS È SEMPRE IN RICERCA DI DIO »

La catechesi del Santo Padre durante l’Udienza Generale di questa mattina

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 23 maggio 2012 (ZENIT.org).- Riprendiamo di seguito il testo della catechesi tenuta da Papa Benedetto XVI in occasione dell’Udienza Generale, che si è svolta questa mattina in piazza San Pietro.
***
Cari fratelli e sorelle,
mercoledì scorso ho mostrato come san Paolo dice che lo Spirito Santo è il grande maestro della preghiera e ci insegna a rivolgerci a Dio con i termini affettuosi dei figli, chiamandolo «Abbà, Padre». Così ha fatto Gesù; anche nel momento più drammatico della sua vita terrena, Egli non ha mai perso la fiducia nel Padre e lo ha sempre invocato con l’intimità del Figlio amato. Al Getsemani, quando sente l’angoscia della morte, la sua preghiera è: «Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu» (Mc 14,36).
Sin dai primi passi del suo cammino, la Chiesa ha accolto questa invocazione e l’ha fatta propria, soprattutto nella preghiera del Padre nostro, in cui diciamo quotidianamente: «Padre… sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra» (Mt 6,9-10). Nelle Lettere di san Paolo la ritroviamo due volte. L’Apostolo, lo abbiamo sentito ora, si rivolge ai Galati con queste parole: «E che voi siete figli lo prova che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida in noi: Abbà! Padre!» (Gal 4,6). E al centro di quel canto allo Spirito che è il capitolo ottavo della Lettera ai Romani, san Paolo afferma: «E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: « Abbà! Padre! »» (Rm 8,15). Il cristianesimo non è una religione della paura, ma della fiducia e dell’amore al Padre che ci ama. Queste due dense affermazioni ci parlano dell’invio e dell’accoglienza dello Spirito Santo, il dono del Risorto, che ci rende figli in Cristo, il Figlio Unigenito, e ci colloca in una relazione filiale con Dio, relazione di profonda fiducia, come quella dei bambini; una relazione filiale analoga a quella di Gesù, anche se diversa è l’origine e diverso è lo spessore: Gesù è il Figlio eterno di Dio che si è fatto carne, noi invece diventiamo figli in Lui, nel tempo, mediante la fede e i Sacramenti del Battesimo e della Cresima; grazie a questi due sacramenti siamo immersi nel Mistero pasquale di Cristo. Lo Spirito Santo è il dono prezioso e necessario che ci rende figli di Dio, che realizza quella adozione filiale a cui sono chiamati tutti gli esseri umani perché, come precisa la benedizione divina della Lettera agli Efesini, Dio, in Cristo, «ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo» (Ef 1,4).
Forse l’uomo d’oggi non percepisce la bellezza, la grandezza e la consolazione profonda contenute nella parola «padre» con cui possiamo rivolgerci a Dio nella preghiera, perché la figura paterna spesso oggi non è sufficientemente presente, anche spesso non è sufficientemente positiva nella vita quotidiana. L’assenza del padre, il problema di un padre non presente nella vita del bambino è un grande problema del nostro tempo, perciò diventa difficile capire nella sua profondità che cosa vuol dire che Dio è Padre per noi. Da Gesù stesso, dal suo rapporto filiale con Dio, possiamo imparare che cosa significhi propriamente «padre», quale sia la vera natura del Padre che è nei cieli. Critici della religione hanno detto che parlare del «Padre», di Dio, sarebbe una proiezione dei nostri padri al cielo. Ma è vero il contrario: nel Vangelo, Cristo ci mostra chi è padre e come è un vero padre, così che possiamo intuire la vera paternità, imparare anche la vera paternità. Pensiamo alla parola di Gesù nel sermone della montagna dove dice: «amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5,44-45). È proprio l’amore di Gesù, il Figlio Unigenito – che giunge al dono di se stesso sulla croce – che ci rivela la vera natura del Padre: Egli è l’Amore, e anche noi, nella nostra preghiera di figli, entriamo in questo circuito di amore, amore di Dio che purifica i nostri desideri, i nostri atteggiamenti segnati dalla chiusura, dall’autosufficienza, dall’egoismo tipici dell’uomo vecchio.
Vorrei fermarmi un momento sulla paternità di Dio, perché possiamo lasciarci scaldare il cuore da questa profonda realtà che Gesù ci ha fatto conoscere pienamente e perché ne sia nutrita la nostra preghiera. Potremmo quindi dire che in Dio l’essere Padre ha due dimensioni. Anzitutto, Dio è nostro Padre, perché è nostro Creatore. Ognuno di noi, ogni uomo e ogni donna è un miracolo di Dio, è voluto da Lui ed è conosciuto personalmente da Lui. Quando nel Libro della Genesi si dice che l’essere umano è creato a immagine di Dio (cfr 1,27), si vuole esprimere proprio questa realtà: Dio è il nostro padre, per Lui non siamo esseri anonimi, impersonali, ma abbiamo un nome. E una parola nei Salmi mi tocca sempre quando la prego: «Le tue mani mi hanno plasmato», dice il salmista (Sal 119,73). Ognuno di noi può dire, in questa bella immagine, la relazione personale con Dio: «Le tue mani mi hanno plasmato. Tu mi hai pensato e creato e voluto». Ma questo non basta ancora. Lo Spirito di Cristo ci apre ad una seconda dimensione della paternità di Dio, oltre la creazione, poiché Gesù è il «Figlio» in senso pieno, «della stessa sostanza del Padre», come professiamo nel Credo. Diventando un essere umano come noi, con l’Incarnazione, la Morte e la Risurrezione, Gesù a sua volta ci accoglie nella sua umanità e nel suo stesso essere Figlio, così anche noi possiamo entrare nella sua specifica appartenenza a Dio. Certo il nostro essere figli di Dio non ha la pienezza di Gesù: noi dobbiamo diventarlo sempre di più, lungo il cammino di tutta la nostra esistenza cristiana, crescendo nella sequela di Cristo, nella comunione con Lui per entrare sempre più intimamente nella relazione di amore con Dio Padre, che sostiene la nostra vita. E’ questa realtà fondamentale che ci viene dischiusa quando ci apriamo allo Spirito Santo ed Egli ci fa rivolgere a Dio dicendogli «Abbà!», Padre! Siamo realmente entrati oltre la creazione nella adozione con Gesù; uniti siamo realmente in Dio e figli in un nuovo modo, in una dimensione nuova.
Ma vorrei adesso ritornare ai due brani di san Paolo che stiamo considerando circa questa azione dello Spirito Santo nella nostra preghiera; anche qui sono due passi che si corrispondono, ma contengono una diversa sfumatura. Nella Lettera ai Galati, infatti, l’Apostolo afferma che lo Spirito grida in noi «Abbà! Padre!»; nella Lettera ai Romani dice che siamo noi a gridare «Abbà! Padre!». E San Paolo vuole farci comprendere che la preghiera cristiana non è mai, non avviene mai in senso unico da noi a Dio, non è solo un «agire nostro», ma è espressione di una relazione reciproca in cui Dio agisce per primo: è lo Spirito Santo che grida in noi, e noi possiamo gridare perché l’impulso viene dallo Spirito Santo. Noi non potremmo pregare se non fosse iscritto nella profondità del nostro cuore il desiderio di Dio, l’essere figli di Dio. Da quando esiste, l’homo sapiens è sempre in ricerca di Dio, cerca di parlare con Dio, perché Dio ha iscritto se stesso nei nostri cuori. Quindi la prima iniziativa viene da Dio, e con il Battesimo, di nuovo Dio agisce in noi, lo Spirito Santo agisce in noi; è il primo iniziatore della preghiera perché possiamo poi realmente parlare con Dio e dire « Abbà » a Dio. Quindi la sua presenza apre la nostra preghiera e la nostra vita, apre agli orizzonti della Trinità e della Chiesa.
Inoltre comprendiamo, questo è il secondo punto, che la preghiera dello Spirito di Cristo in noi e la nostra in Lui, non è solo un atto individuale, ma un atto dell’intera Chiesa. Nel pregare si apre il nostro cuore, entriamo in comunione non solo con Dio, ma proprio con tutti i figli di Dio, perché siamo una cosa sola. Quando ci rivolgiamo al Padre nella nostra stanza interiore, nel silenzio e nel raccoglimento, non siamo mai soli. Chi parla con Dio non è solo. Siamo nella grande preghiera della Chiesa, siamo parte di una grande sinfonia che la comunità cristiana sparsa in ogni parte della terra e in ogni tempo eleva a Dio; certo i musicisti e gli strumenti sono diversi – e questo è un elemento di ricchezza -, ma la melodia di lode è unica e in armonia. Ogni volta, allora, che gridiamo e diciamo: «Abbà! Padre!» è la Chiesa, tutta la comunione degli uomini in preghiera che sostiene la nostra invocazione e la nostra invocazione è invocazione della Chiesa. Questo si riflette anche nella ricchezza dei carismi, dei ministeri, dei compiti, che svolgiamo nella comunità. San Paolo scrive ai cristiani di Corinto: «Ci sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; ci sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; ci sono diverse attività, ma uno solo è Dio che opera tutto in tutti» (1Cor 12,4-6). La preghiera guidata dallo Spirito Santo, che ci fa dire «Abbà! Padre!» con Cristo e in Cristo, ci inserisce nell’unico grande mosaico della famiglia di Dio in cui ognuno ha un posto e un ruolo importante, in profonda unità con il tutto.
Un’ultima annotazione: noi impariamo a gridare «Abba!, Padre!» anche con Maria, la Madre del Figlio di Dio. Il compimento della pienezza del tempo, del quale parla san Paolo nella Lettera ai Galati (cfr 4,4), avviene al momento del «sì» di Maria, della sua adesione piena alla volontà di Dio: «ecco, sono la serva del Signore» (Lc 1,38).
Cari fratelli e sorelle, impariamo a gustare nella nostra preghiera la bellezza di essere amici, anzi figli di Dio, di poterlo invocare con la confidenza e la fiducia che ha un bambino verso i genitori che lo amano. Apriamo la nostra preghiera all’azione dello Spirito Santo perché in noi gridi a Dio «Abbà! Padre!» e perché la nostra preghiera cambi, converta costantemente il nostro pensare, il nostro agire per renderlo sempre più conforme a quello del Figlio Unigenito, Gesù Cristo. Grazie.
[Dopo la catechesi, il Papa si è rivolto ai fedeli provenienti dai vari paesi salutandoli nelle diverse lingue. Ai pellegrini italiani ha detto:]
Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. Saluto in particolare i fedeli della Diocesi di Nola con il Vescovo Mons. Depalma, qui convenuti a 20 anni dalla visita del Beato Giovanni Paolo II. Accolgo con gioia i fedeli e le autorità di Enna, con il Vescovo Mons. Pennisi, in occasione del sesto centenario della proclamazione di Maria SS.ma della Visitazione quale Patrona della Città. Questo giubileo mariano sia ricco di frutti spirituali ed accresca la devozione per la Madre di Dio. Saluto anche l’associazione « Ragazzi in gamba » con il Vescovo Mons. Cetoloni, nel cinquantesimo di attività, ed il Comitato « Cittadini attraverso lo Sport » per l’accensione della fiaccola in partenza per Napoli.
Un pensiero infine per i giovani, gli ammalati e gli sposi novelli. Il dono dello Spirito Santo nel giorno di Pentecoste sostenga e alimenti sempre la vita di fede della comunità cristiana: cari giovani, mettete al di sopra di tutto la ricerca di Dio e l’amore per Lui; cari ammalati, lo Spirito Santo vi sia di aiuto e conforto nel momento del maggiore bisogno; e voi, cari sposi novelli, con la grazia dello Spirito Santo rendete ogni giorno più salda e profonda la vostra unione.
[© Copyright 2012 - Libreria Editrice Vaticana]

Mat-27,45_Entombment,freedom

Mat-27,45_Entombment,freedom dans immagini sacre 15%20ANGELICO%20DEPOSITION

http://www.artbible.net/3JC/-Mat-27,45_Entombment,freedom_Tombeau,%20liberation/15th_siecle/index.html

Publié dans:immagini sacre |on 22 mai, 2012 |Pas de commentaires »

Comprendere le tonalità emotive

http://www.donboscoland.it/articoli/articolo.php?id=129296

(TEOLOGO BORÈL)

Comprendere le tonalità emotive

Chi non ha mai avvertito la sensazione di essersi «alzato col piede sbagliato»? E quante volte è capitato di percepire una lieve ansietà nell’esistere quotidiano? Ci si può sentire tesi o rilassati, fiduciosi o scoraggiati, sereni o giù di morale. Poiché «emozioni e affetti ci agiscono nonostante la nostra volontà cosciente».

«L’essenziale è invisibile agli occhi»
Antoine De Saint-Exupéry

          Chi non ha mai avvertito la sensazione di essersi «alzato col piede sbagliato»? E quante volte è capitato di percepire una lieve ansietà nell’esistere quotidiano, oppure un senso di soddisfazione che, sommessamente, scivola accanto? Se poniamo attenzione allo stato soggettivo del nostro corpo possiamo «percepire una tonalità emotiva, per quanto sfuggente e difficile da descrivere. Ci si può sentire tesi o rilassati, fiduciosi o scoraggiati, sereni o giù di morale».[1] Poiché «emozioni e affetti (…) ci agiscono nonostante la nostra volontà cosciente»,[2] ciò che avvertiamo intimamente influenza il nostro modo quotidiano di percepire e di fare. E questo, come educatori, dobbiamo tenerlo presente: non possiamo, infatti, credere che il prendersi cura e l’educare siano neutri.
          Risulta, allora, opportuno cogliere l’invito di E. Borgna «a guardare negli abissi della nostra interiorità e a cogliere le diverse tonalità emotive che accompagnano l’educazione e la cura»:[3] insomma, a riflettere su quello che percepiamo, senza negarlo, nella consapevolezza che i vissuti emotivi suscitati dall’essere-in-relazione con qualcuno ci interpellino profondamente. In tal senso, è nell’incontro con l’altro che incontriamo noi stessi; è rispecchiandoci in chi ci sta di fronte – nelle sue fragilità e nelle sue risorse – che emergono le nostre difficoltà e le nostre potenzialità.
          Nondimeno, il sentire emotivo sollecitato dall’essere-con costituisce la via e la condizione imprescindibile per conoscere davvero l’altrui presenza: per non fermarsi all’apparenza e alla comodità dei pregiudizi. È, infatti, dall’interrogativo e dalla riflessione sui nostri stati d’animo che emerge l’altro nella sua singolare soggettività il quale, proprio perché unico, è capace di suscitarci vissuti emotivi originali, toccando «corde emotive» speciali.
          Ogni incontro, infatti, non ci lascia mai uguali a prima: ci forma e ci trasforma. Evitare di accogliere il richiamo a sondare la nostra interiorità, a riflettere sul nostro sentire significa misconoscere l’originalità connaturata ad ogni persona; significa livellare ogni soggetto in conformità ad uno stereotipo o tipo-ideale, non permettendogli di entrare in contatto con noi e di contribuire, così, al nostro percorso di crescita.
          Tale impermeabilità esprime, a pensarci bene, una profonda ingiustizia: non tanto – o non solo – nei confronti dell’altro (al quale non riconosciamo la dignità di essere unico e singolare), quanto verso noi stessi, poiché ci neghiamo una cruciale opportunità: quella di conoscerci.

Siamo sempre emotivamente intonati
          Un’atmosfera generalizzata pervade le nostre giornate, i nostri comportamenti e il modo in cui percepiamo la realtà: si tratta di una disposizione che Heidegger ha reso con il termine Stimmung, e che può significare ‘atmosfera emotiva’ o ‘stato d’animo’. Le Stimmungen, o tonalità emotive, «rappresentano la forma più semplice e originaria in cui la vita umana – già sempre secondo una determinata colorazione, con un certo apprezzamento e con una certa presa di posizione – diventa cosciente di se stessa».[4]
          Esse non si riferiscono a qualcosa di determinato: infatti, ciò che le differenzia dai sentimenti è proprio che mentre questi ultimi (come, ad esempio, la gioia) hanno un oggetto definito (ogni gioia è gioia per o di qualcosa), le tonalità emotive sono modi di essere, colorazioni d’insieme dell’esistenza umana. Pertanto, la relazione che noi instauriamo con la realtà, con le cose, con gli altri è sempre emotivamente intonata: non siamo mai al di fuori delle emozioni, ma costantemente immersi in tonalità emotive quali la serenità, il malumore, l’indifferenza, l’euforia, la depressione ecc…
          E Heidegger scrive che, quando l’Esserci è immerso nella tonalità della tristezza, esso diviene cieco nei confronti di se stesso, e il mondo appare, ai suoi occhi, «velato». Di questo, come educatori, dobbiamo essere consapevoli, perché le nostre reazioni, i nostri atteggiamenti, la nostra disponibilità all’incontro risentiranno della tonalità emotiva nella quale siamo immersi, e con la quale qualifichiamo il nostro essere-nel-mondo e il nostro essere-con-gli-altri. Ancora una volta ascoltiamo le parole di Heidegger:
          «Una persona con la quale stiamo in compagnia viene assalita dalla tristezza. (…) Cosa accade? La persona divenuta triste si chiude, diventa inaccessibile, pur senza mostrare durezza nei nostri confronti. (…) Eppure stiamo insieme a lei come al solito, magari ancora più di frequente, e siamo nei suoi confronti ancora più gentili; anche lei non cambia nulla del suo comportamento verso le cose e verso noi. Tutto è come sempre. (…) Ma, ferma restando l’identità di ciò che facciamo e per cui ci adoperiamo, il ‘come’ stiamo insieme è diverso».[5]
          È proprio in questo come che si schiude la disponibilità ad accogliere l’altro, poiché le tonalità emotive costituiscono lo sfondo che ci apre o meno all’incontro con l’altrui presenza; che permette l’accesso di alcuni sentimenti mentre ne preclude altri. Non solo: in questo come si gioca, a ben vedere, la possibilità stessa di educare. Perché se educare significa cogliere e promuovere, in ogni soggetto – anche in quello ritenuto un «caso disperato» – le sue specifiche potenzialità di sviluppo, allora può risultare difficile mantenere uno sguardo aperto e fiducioso alle opportunità di crescita se questo stesso sguardo sorge da un sentire intriso di tristezza, di malinconia, di quel «velo grigio» di cui parlava Heidegger, che alimenta altra sfiducia nel futuro e nell’educazione.
          Si tratta, allora, di coltivare un vedere e un agire permeati dalla speranza e dalla profonda fiducia nell’educabilità dell’uomo – di ogni uomo –; di allenare e affinare quelle tonalità emotive capaci di sostenere un’apertura creativa verso il futuro, verso l’imprevisto e l’inedito. Solo così l’educatore potrà coltivare, nel soggetto in educazione, la speranza e il desiderio di divenire ciò che può essere.[6]

Viaggiare nell’interiorità
          Accomodarsi fra i propri vissuti, lasciarsi vivere, come direbbe Roberta De Monticelli, si discosta dal voler a tutti i costi capire il «perché» e le «cause» delle cose: quando parliamo di tonalità emotive come modi personali di essere-nel-mondo ci riferiamo a legami, relazioni, implicazioni, e non a rapporti di causa-effetto: «non è che ci troviamo felici ‘perché’ le situazioni ci fanno essere così. E nemmeno possiamo dire che la realtà ci sorride ‘perché’ proiettiamo su di essa il nostro stato d’animo».[7]
          La comprensione, allora, si differenzia dalla mera «spiegazione». Così, comprendere può significare svelare il nostro sentire originario, autentico; può voler dire rimanere in ascolto dei vissuti, delle sensazioni che ci avvolgono mentre entriamo in relazione con l’altro e con le cose, nonché delle contraddizioni che, spesso, ci paralizzano. Significa vivere la ricchezza del mondo interiore senza il timore di non riuscire a gestirlo; liberarsi dalla concezione che le emozioni siano qualcosa da rimuovere, da reprimere.
          E, per l’educatore, ciò può tradursi non solo nel lasciar essere ciò che sgorga dall’interiorità ma, altresì, nell’iniziare a percorrere interrogativi esistenziali, volti ad analizzare: «che cosa può significare, in questo momento, tale emozione? Come mai dall’incontro con una particolare persona, scaturisce in me questo sentire? Quali motivazioni mi spingono ad agire o a reagire in un determinato modo?…».
          Così, se lasciare in ombra i vissuti emotivi può tradursi nell’incapacità di essere autentici e spontanei nella relazione educativa, la riflessione sul senso e sul significato connessi al sentire dischiude gli autentici motivi sottesi all’agire, nella convinzione che nella profondità delle tonalità emotive risuoni ciò che, per ciascuno, ha veramente importanza: i valori autentici, e non quelli «prescritti» dal contesto di appartenenza.
          È quanto accade, talvolta, nella relazione educativa quotidiana, quando uno sguardo, un sorriso, una parola altrui – apparentemente «insignificanti» – ci toccano intensamente, e fanno sì che questo nostro emozionarci ci differenzi da chi, invece, da quello stesso sguardo, sorriso o parola non si sente affatto colpito: respiriamo, allora, quella mancanza di «sintonia» che rende difficile, di fatto, una collaborazione costruttiva tra educatori.
          Non solo: è nella comprensione dall’interno che si può realmente accedere al mondo dell’altro: ossia, nella realizzazione di quel processo empatico grazie al quale «ci sono dati soggetti altri da noi e il loro vissuto».[8]
          Nella situazione formativa occorre partire dalla propria realtà vissuta per leggere dall’interno ciò che può sperimentare un altro soggetto; per lasciar risuonare dentro di noi la sua esperienza la quale, pur non essendo originaria, è comunque compresa profondamente, poiché l’empatia è nella sua essenza un co-sentire. Non si tratta di conoscenza logico-razionale, finalizzata alla spiegazione delle cose, ma di intuizione – le ragioni del cuore di Pascal –, di un orizzonte di conoscenza emozionale che ci permette di cogliere ciò che un’altra persona prova. Il sentire, dunque, risulta profondamente intrecciato al comprendere e all’educare, così come il coinvolgimento emotivo è alla base dell’incontro autentico con l’altro, il quale «prima era solo veduto, e ora improvvisamente è, nel vederlo, sentito».[9]

Un cammino riflessivo
          La comprensione – di sé e dell’altro – passa attraverso la capacità di riflettere sul proprio mondo interiore, giacché pensare l’esperienza vissuta significa prendere consapevolezza delle tonalità emotive che colorano gli eventi, anche educativi.
          In particolare, è attraverso un agire e sentire pensosi che si contrasta la tendenza a svolgere le proprie attività in modo impersonale e quasi automatico. E la promozione dell’attitudine riflessiva, fondamentale per chi lavora nell’ambito dell’educazione e della cura, può dispiegarsi lungo percorsi di formazione intesi come «laboratori di riflessività sulla vita emozionale»[10] esercitazioni di autoeplorazione guidata, metodologie animative, strumenti narrativi, ecc…:[11] si tratta, insomma, di stimolare «un camminare accompagnato dal pensare il cammino che si sta tracciando, dunque non un semplice camminare ma un camminare pensando sui propri passi».[12] È da tale incedere riflessivo che fluiscono rinnovati significati e che si rigenerano le motivazioni a compiere il lavoro educativo, giorno dopo giorno, con-senso, grazie alla capacità di vedere le stesse cose con «occhi nuovi».
          Tale agire e sentire riflessivo richiede un tempo che non sia frettolosamente distratto, o freneticamente frammentato in mille attività: torna alla mente, a questo proposito, la lezione di J.J. Rousseau, il quale sosteneva – nel suo famoso Emilio o dell’educazione – che si deve perdere tempo per guadagnarne. Si tratta, allora, di coltivare, in noi educatori, pause silenziose permeate dalla postura mentale dell’ascolto e dell’attenzione sincera. Questo richiede la messa tra parentesi di alcune delle usuali categorie interpretative della realtà, che sovente rischiano di imbrigliarla all’interno di stereotipi e pregiudizi, come quando affermiamo che «si fa, si dice, si pensa, ci si comporta…» in determinati modi, semplicemente perché così è sempre stato. Si tratta di «non tener conto delle teorie sulle cose, (…) avvicinarsi ad esse con uno sguardo privo di pregiudizi e attingere ad una visione immediata».[13] L’atteggiamento impersonale, invece, svuota, a poco a poco, di senso il lavoro educativo, che diventa la noiosa replicazione di attività insensate, dove non c’è più la volontà di scoprire l’altro nella sua originalità.

Note educative
          Meditare sui vissuti emotivi; abitare gli spazi dell’interiorità; percorrere i sentieri del personale sentire: tutto ciò costituisce la condizione necessaria per promuovere, negli altri, una pienezza d’essere. Tale è la finalità dell’educazione, la quale potrebbe declinarsi nei seguenti aspetti:
– cogliere l’unicità di ogni situazione, di ogni modalità di essere-nel-mondo, superando la tentazione di applicare lo stesso sguardo ad ogni soggetto. Nell’agire educativo ciò può significare discostarsi dalle rassicuranti pratiche consolidate, accettare – e sopportare – di sostare nell’incertezza e nell’imprevisto, al fine di porre attenzione agli specifici bisogni educativi, alle singolari potenzialità di sviluppo dei soggetti in educazione, che si traduce nella volontà di porre le condizioni affinché ognuno possa dis-velare la propria forma [14] di essere e poter-essere nel mondo: «saper scorgere e riconoscere i vissuti espressi dalla tonalità emotiva dell’altro è la condizione per attivare le possibilità presenti in lui»;[15]
– coltivare un agire sensato, e non sottoposto alla spinta di sensazioni emotive che risultano incomprensibili: non di rado, infatti, emerge come sia la capacità di ascoltare le proprie emozioni a permettere di cogliere gli elementi essenziali di una situazione più o meno problematica, e a discriminare le soluzioni migliori da adottare. Il lavoro educativo e di cura, giocandosi nelle relazioni, comporta capacità decisionali a volte immediate, che richiedono all’educatore di pensare e sentire insieme, ossia di riconoscere consapevolmente le proprie tensioni emotive legate agli aspetti di valore e significato connessi alla singolare circostanza da affrontare;
– trasformare l’esperienza vissuta delle cose, nella consapevolezza che «non si padroneggia una tonalità emotiva liberandosi da essa, ma in virtù della tonalità opposta».[16] Dunque, occorre stimolare l’incontro con nuove realtà esistenziali, e ampliare le opportunità esperienziali capaci di suscitare emozioni diverse, attraverso cui sperimentare il valore di prospettive fino a quel momento sconosciute; favorire l’incontro con persone significative e l’inserimento in relazioni autentiche ed empatiche; incentivare esperienze di contatto con il mondo dell’arte, della musica, della natura, poiché «l’emozione estetica che scaturisce dall’immedesimazione attraverso la contemplazione e l’ascolto rappresenta un’ulteriore possibilità di trasformare sentimenti e stati d’animo».[17] Dunque, come sottolinea O. Bollnow, a partire dalla presa di consapevolezza delle diverse tonalità emotive che impregnano del proprio colore l’esistere quotidiano, scaturisce la possibilità di dire di sì o di no, di prendere posizione nei loro riguardi, favorendone alcune e reprimendone altre: ed è tale presa di posizione che, determinando l’apertura – o la chiusura – alle singolari possibilità dell’esistenza, ne condiziona lo stile di vita;
– aver cura di sé e dell’altro, ossia accettare di percorrere, con passi calmi e graduali, il sentiero che porta alla scoperta del proprio sentire. In ciò consiste l’educazione: nel coltivare, sia in se stessi che nell’altro da sé, la pratica dell’aver cura, promuovendo la piena attualizzazione delle personali potenzialità affinché ognuno possa dare, alla propria singolare esistenza, la miglior forma possibile;
– promuovere la progettualità esistenziale – in sé e nell’altro –: ossia, attuare il passaggio dalla competenza emotiva alla competenza esistenziale, poiché la capacità di decidere responsabilmente circa gli scopi e i compiti della propria esistenza passa attraverso la disposizione ad ascoltare i propri vissuti e le variazioni emotive che conferiscono un senso all’esperienza.
Non dimenticando, tuttavia, che ogni personale progetto di vita risulta sì condizionato dal clima emozionale dal quale è permeato, ma mai da esso totalmente determinato.

Note
[1] S.I. Greenspan, L’intelligenza del cuore: le emozioni e lo sviluppo della mente, Mondadori, Milano, 1997, p.23.
[2] M. G. Riva, Il lavoro pedagogico come ricerca dei significati e ascolto delle emozioni, Guerini Studio, Milano, 2004, p. 135.
[3] E. Borgna, «Prefazione» a V. Iori (a cura di), Quando i sentimenti interrogano l’esistenza. Orientamenti fenomenologici nel lavoro educativo e di cura, Guerini Studio, Milano, 2006, p. 10.
[4] O. F. Bollnow, Le tonalità emotive, Vita e Pensiero, Milano, 2009, p. 25.
[5] M. Heidegger, I concetti fondamentali della metafisica: mondo – finitezza – solitudine, Il Melangolo, Genova, 1992, pp. 90-98.
[6] Cf L. Mortari, Aver cura della vita della mente, La Nuova Italia, Milano, 2002, soprattutto sul tema del coltivare i sentimenti vitali in educazione.
[7] A. Caputo, Pensiero e affettività: Heidegger e le Stimmungen (1889-1928), F. Angeli, Milano, 2001, pp. 13-14.
[8] E. Stein, L’empatia, F. Angeli, Milano, 1992, p. 53.
[9] R. De Monticelli, La conoscenza personale, Guerini e Associati, Milano, 2000, p. 135.
[10] L. Mortari, La pratica dell’aver cura, Mondadori, Milano, 2006, p. 90, nota 14.
[11] Cf V. Iori (a cura di) Il sapere dei sentimenti. Fenomenologia e senso dell’esperienza, Franco Angeli, Milano, 2009; E. Cocever, A. Chiantera (a cura di), Scrivere l’esperienza in educazione, Clueb, Bologna 1996.
[12] L. Mortari, Un metodo a-metodico. La pratica della ricerca in Maria Zambrano, Liguori, Napoli, 2006, p. 24.
[13] E. Stein, La struttura della persona umana, Città Nuova, Roma, 2000, p. 66.
[14] Cf R. Fadda, La cura, la forma, il rischio. Percorsi di psichiatria e pedagogia critica, Unicopli, Milano, 1997.
[15] V. Iori , «Per una pedagogia fenomenologica della vita emotiva», in Id. (a cura di), Quando i sentimenti interrogano l’esistenza, cit. , p. 102.
[16] M. Heidegger, Essere e tempo, Longanesi, Milano, 1976, p. 174.
[17] D. Bruzzone, «Fenomenologia dell’affettività e significato della formazione», in V. Iori (a cura di), Quando i sentimenti interrogano l’esistenza, cit., p. 142.

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LA « QUERCIA MILLENARIA » CHE GENERA VITA « Caring Perinatale »

http://www.zenit.org/article-30756?l=italian

LA « QUERCIA MILLENARIA » CHE GENERA VITA

Il 26 maggio al Gemelli di Roma verrà presentata la prima metodica di « Caring Perinatale » in Italia

di Massimo Losito
ROMA, lunedì, 21 maggio 2012 (ZENIT.org).- «Mi spiace ma in questi casi non c’è niente da fare, se non interrompere la gravidanza». Questa frase viene pronunciata molto frequentemente quando si è di fronte ad una diagnosi infausta durante la gestazione, fino al caso estremo del “feto terminale”, cioè incompatibile con la vita.
Eppure non è mai vero che non ci sia “nulla da fare”. Piuttosto c’è sempre molto da fare, dal punto di visto dell’assistenza medica, umana e spirituale. È quanto emerge dal lavoro serio svolto qui in Italia dall’associazione “La Quercia Millenaria ONLUS”, che presenterà la prima metodica di Caring Perinatale in Italia nel convegno « Il dono della cura, la cura del dono », sabato 26 maggio al Policlinico A. Gemelli di Roma.
ZENIT ne ha parlato con la fondatrice e presidente dell’associazione, Sabrina Pietrangeli Paluzzi.
Cosa racchiude una metodica di Caring Perinatale?
Sabrina Pietrangeli: La metodica racchiude tutta una serie di servizi, che non sono soltanto “tecnici e pratici”, ma conditi di un grande desiderio di aiutare i genitori a spezzare il dolore in tante parti, per portarne un pezzetto ciascuno. Si parte dall’affiancamento, subito dopo la diagnosi infausta, a famiglie che hanno già vissuto quel particolare e doloroso momento, alla programmazione di future ecografie, sempre da farsi con un operatore vicino per contenere l’ansia e sostenere i genitori. E poi l’accoglienza residenziale ove necessario, a titolo gratuito, fino a programmare un vero e proprio “piano nascita” per i bambini sicuramente terminali, dove i genitori possono esprimere tutti i loro desideri sulla gestione del travaglio, del parto, dei momenti da passare accanto al piccolo, fino al momento della morte e ai gesti di amore da fare anche dopo: vestirlo, tumularlo, conservare dei ricordi concreti come le foto, le impronte delle manine, una ciocca di capelli, o altro.
Si tratta dunque di qualcosa paragonabile al servizio che svolge un hospice per i malati terminali, ma qui il morente è un “nascente”: con poche ore di vita davanti… a molti sembrerà una vita senza senso.
Sabrina Pietrangeli: Il senso lo vedono i genitori che fanno una scelta di accoglienza, perché sono nutriti e sostenuti durante l’attesa e persino dopo la morte stessa del piccolo, grazie all’amore che realmente scorre tra la coppia e il bambino, che risponde agli stimoli e “partecipa” con tutta la sua famiglia ai suoi istanti di vita, sia intrauterina che terrena. I frutti si vedono nel tempo, e tutte le famiglie ne hanno raccontati molti. Dal nostro punto di vista, e con l’esperienza maturata, non potremmo mai dire che sono “vite senza senso”.
Dalle storie che avete raccolto nei vostri libri e sul vostro sito, si evince che non sempre la diagnosi infausta si traduce in realtà.
Sabrina Pietrangeli: Sono le storie più belle, quelle in cui un bambino riesce a sorprendere la scienza, anche quando è una scienza ben fatta. Sono episodi non prevedibili, ma non per questo trascurabili, anzi… Bisogna sempre dare una possibilità alla vita, perché la vita sa ancora sorprendere.
La “Quercia” ha rami in molte strutture ospedaliere in tutta Italia, ma sicuramente le radici per così dire qui a Roma: dopo anni di lavoro in collaborazione con gli specialisti del Policlinico Gemelli, cosa rappresenta questo convegno per voi?
Sabrina Pietrangeli: Rappresenta il coronamento di sette anni di lavoro in cui davvero persone concrete hanno perso la propria vita e messo nel progetto tutte le loro capacità e le abilità personali, nonché una enorme quantità di tempo, sacrificando spesso anche i propri interessi familiari.
Sono stati anni in cui è maturata la consapevolezza di quale buco istituzionale e assistenziale andavamo a coprire, e si sono messe in opera tutte le energie per rappresentare l’eccellenza nel campo. Eccellenza che si sposa con quella del Policlinico Gemelli, lì dove la Quercia Millenaria ha preso vita grazie alla nostra storia familiare con il nostro terzo figlio, “ex feto terminale”!
La vostra linfa però sembra scorrere dall’alto verso il basso, da quella che chiamate “la quercia celeste”…
Sabrina Pietrangeli: I “figli della Quercia” che sono in cielo sono per noi grande motivo di stupore e riflessione, perché li sentiamo vivi più che mai. Siamo sicuri che da lassù si diano un gran da fare per garantire benedizioni non solo alle loro famiglie, ma a tutti coloro che collaborano per far sì che quelle piccole vite, “le pietre scartate dai costruttori”, non vengano più uccise ma accolte con l’amore dovuto!

Santa Rita da Cascia

Santa Rita da Cascia dans immagini sacre saint-rita-of-cascia

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22 maggio: Santa Rita da Cascia Vedova e religiosa

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Santa Rita da Cascia Vedova e religiosa

22 maggio – Memoria Facoltativa

Roccaporena, presso Cascia, Perugia, c. 1381 – Cascia, Perugia, 22 maggio 1447

La tradizione ci racconta che, portata alla vita religiosa, fu data in sposa ad un uomo brutale e violento che, convertito da lei , venne in seguito ucciso per una vendetta. I due figli giurarono di vendicarlo e Rita, non riuscendo a dissuaderli, pregò Dio farli piuttosto morire. Quando ciò si verificò, Rita si ritirò nel locale monastero delle Agostiniane di Santa Maria Maddalena. Qui condusse una santa vita con una particolare spiritualità in cui veniva privilegiata la Passione di Cristo. Durante un’estasi ricevette una speciale stigmata sulla fronte, che le rimase fino alla morte. La sua esistenza di moglie di madre cristiana, segnata dal dolore e dalle miserie umane, è ancora oggi un esempio.

Patronato: Donne maritate infelicemente, Casi disperati
Etimologia: Rita = accorc. di Margherita

Martirologio Romano: Santa Rita, religiosa, che, sposata con un uomo violento, sopportò con pazienza i suoi maltrattamenti, riconciliandolo infine con Dio; in seguito, rimasta priva del marito e dei figli, entrò nel monastero dell’Ordine di Sant’Agostino a Cascia in Umbria, offrendo a tutti un sublime esempio di pazienza e di compunzione.
Fra le tante stranezze o fatti strepitosi che accompagnano la vita dei santi, prima e dopo la morte, ce n’è uno in particolare che riguarda s. Rita da Cascia, una delle sante più venerate in Italia e nel mondo cattolico, ed è che essa è stata beatificata ben 180 anni dopo la sua morte e addirittura proclamata santa a 453 anni dalla morte.
Quindi una santa che ha avuto un cammino ufficiale per la sua canonizzazione molto lento (si pensi che sant’Antonio di Padova fu proclamato santo un anno dopo la morte), ma nonostante ciò s. Rita è stata ed è una delle più venerate ed invocate figure della santità cattolica, per i prodigi operati e per la sua umanissima vicenda terrena.
Rita ha il titolo di “santa dei casi impossibili”, cioè di quei casi clinici o di vita, per cui non ci sono più speranze e che con la sua intercessione, tante volte miracolosamente si sono risolti.
Nacque intorno al 1381 a Roccaporena, un villaggio montano a 710 metri s. m. nel Comune di Cascia, in provincia di Perugia; i suoi genitori Antonio Lottius e Amata Ferri erano già in età matura quando si sposarono e solo dopo dodici anni di vane attese, nacque Rita, accolta come un dono della Provvidenza.
La vita di Rita fu intessuta di fatti prodigiosi, che la tradizione, più che le poche notizie certe che possediamo, ci hanno tramandato; ma come in tutte le leggende c’è alla base senz’altro un fondo di verità.
Si racconta quindi che la madre molto devota, ebbe la visione di un angelo che le annunciava la tardiva gravidanza, che avrebbero ricevuto una figlia e che avrebbero dovuto chiamarla Rita; in ciò c’è una similitudine con s. Giovanni Battista, anch’egli nato da genitori anziani e con il nome suggerito da una visione.
Poiché a Roccaporena mancava una chiesa con fonte battesimale, la piccola Rita venne battezzata nella chiesa di S. Maria della Plebe a Cascia e alla sua infanzia è legato un fatto prodigioso; dopo qualche mese, i genitori, presero a portare la neonata con loro durante il lavoro nei campi, riponendola in un cestello di vimini poco distante.
E un giorno mentre la piccola riposava all’ombra di un albero, mentre i genitori stavano un po’ più lontani, uno sciame di api le circondò la testa senza pungerla, anzi alcune di esse entrarono nella boccuccia aperta depositandovi del miele. Nel frattempo un contadino che si era ferito con la falce ad una mano, lasciò il lavoro per correre a Cascia per farsi medicare; passando davanti al cestello e visto la scena, prese a cacciare via le api e qui avvenne la seconda fase del prodigio, man mano che scuoteva le braccia per farle andare via, la ferita si rimarginò completamente. L’uomo gridò al miracolo e con lui tutti gli abitanti di Roccaporena, che seppero del prodigio.
Rita crebbe nell’ubbidienza ai genitori, i quali a loro volta inculcarono nella figlia tanto attesa, i più vivi sentimenti religiosi; visse un’infanzia e un’adolescenza nel tranquillo borgo di Roccaporena, dove la sua famiglia aveva una posizione comunque benestante e con un certo prestigio legale, perché a quanto sembra ai membri della casata Lottius, veniva attribuita la carica di ‘pacieri’ nelle controversie civili e penali del borgo.
Già dai primi anni dell’adolescenza Rita manifestò apertamente la sua vocazione ad una vita religiosa, infatti ogni volta che le era possibile, si ritirava nel piccolo oratorio, fatto costruire in casa con il consenso dei genitori, oppure correva al monastero di Santa Maria Maddalena nella vicina Cascia, dove forse era suora una sua parente.
Frequentava anche la chiesa di S. Agostino, scegliendo come suoi protettori i santi che lì si veneravano, oltre s. Agostino, s. Giovanni Battista e Nicola da Tolentino, canonizzato poi nel 1446. Aveva tredici anni quando i genitori, forse obbligati a farlo, la promisero in matrimonio a Fernando Mancini, un giovane del borgo, conosciuto per il suo carattere forte, impetuoso, perfino secondo alcuni studiosi, brutale e violento.
Rita non ne fu entusiasta, perché altre erano le sue aspirazioni, ma in quell’epoca il matrimonio non era tanto stabilito dalla scelta dei fidanzati, quando dagli interessi delle famiglie, pertanto ella dovette cedere alle insistenze dei genitori e andò sposa a quel giovane ufficiale che comandava la guarnigione di Collegiacone, del quale “fu vittima e moglie”, come fu poi detto.
Da lui sopportò con pazienza ogni maltrattamento, senza mai lamentarsi, chiedendogli con ubbidienza perfino il permesso di andare in chiesa. Con la nascita di due gemelli e la sua perseveranza di rispondere con la dolcezza alla violenza, riuscì a trasformare con il tempo il carattere del marito e renderlo più docile; fu un cambiamento che fece gioire tutta Roccaporena, che per anni ne aveva dovuto subire le angherie.
I figli Giangiacomo Antonio e Paolo Maria, crebbero educati da Rita Lottius secondo i principi che le erano stati inculcati dai suoi genitori, ma essi purtroppo assimilarono anche gli ideali e regole della comunità casciana, che fra l’altro riteneva legittima la vendetta.
E venne dopo qualche anno, in un periodo non precisato, che a Rita morirono i due anziani genitori e poi il marito fu ucciso in un’imboscata una sera mentre tornava a casa da Cascia; fu opera senz’altro di qualcuno che non gli aveva perdonato le precedenti violenze subite.
Ai figli ormai quindicenni, cercò di nascondere la morte violenta del padre, ma da quel drammatico giorno, visse con il timore della perdita anche dei figli, perché aveva saputo che gli uccisori del marito, erano decisi ad eliminare gli appartenenti al cognome Mancini; nello stesso tempo i suoi cognati erano decisi a vendicare l’uccisione di Fernando Mancini e quindi anche i figli sarebbero stati coinvolti nella faida di vendette che ne sarebbe seguita.
Narra la leggenda che Rita per sottrarli a questa sorte, abbia pregato Cristo di non permettere che le anime dei suoi figli si perdessero, ma piuttosto di toglierli dal mondo, “Io te li dono. Fà di loro secondo la tua volontà”. Comunque un anno dopo i due fratelli si ammalarono e morirono, fra il dolore cocente della madre.
A questo punto inserisco una riflessione personale, sono del Sud Italia e in alcune regioni, esistono realtà di malavita organizzata, ma in alcuni paesi anche faide familiari, proprio come al tempo di s. Rita, che periodicamente lasciano sul terreno morti di ambo le parti. Solo che oggi abbiamo sempre più spesso donne che nell’attività malavitosa, si sostituiscono agli uomini uccisi, imprigionati o fuggitivi; oppure ad istigare altri familiari o componenti delle bande a vendicarsi, quindi abbiamo donne di mafia, di camorra, di ‘ndrangheta, di faide familiari, ecc.
Al contrario di s. Rita che pur di spezzare l’incipiente faida creatasi, chiese a Dio di riprendersi i figli, purché non si macchiassero a loro volta della vendetta e dell’omicidio.
S. Rita è un modello di donna adatto per i tempi duri. I suoi furono giorni di un secolo tragico per le lotte fratricide, le pestilenze, le carestie, con gli eserciti di ventura che invadevano di continuo l’Italia e anche se nella bella Valnerina questi eserciti non passarono, nondimeno la fame era presente.
Poi la violenza delle faide locali aggredì l’esistenza di Rita Lottius, distruggendo quello che si era costruito; ma lei non si abbatté, non passò il resto dei suoi giorni a piangere, ma ebbe il coraggio di lottare, per fermare la vendetta e scegliere la pace. Venne circondata subito di una buona fama, la gente di Roccaporena la cercava come popolare giudice di pace, in quel covo di vipere che erano i Comuni medioevali. Esempio fulgido di un ruolo determinante ed attivo della donna, nel campo sociale, della pace, della giustizia.
Ormai libera da vincoli familiari, si rivolse alle Suore Agostiniane del monastero di S. Maria Maddalena di Cascia per essere accolta fra loro; ma fu respinta per tre volte, nonostante le sue suppliche. I motivi non sono chiari, ma sembra che le Suore temessero di essere coinvolte nella faida tra famiglie del luogo e solo dopo una riappacificazione, avvenuta pubblicamente fra i fratelli del marito ed i suoi uccisori, essa venne accettata nel monastero.
Per la tradizione, l’ingresso avvenne per un fatto miracoloso, si narra che una notte, Rita come al solito, si era recata a pregare sullo “Scoglio” (specie di sperone di montagna che s’innalza per un centinaio di metri al disopra del villaggio di Roccaporena), qui ebbe la visione dei suoi tre santi protettori già citati, che la trasportarono a Cascia, introducendola nel monastero, si cita l’anno 1407; quando le suore la videro in orazione nel loro coro, nonostante tutte le porte chiuse, convinte dal prodigio e dal suo sorriso, l’accolsero fra loro.
Quando avvenne ciò Rita era intorno ai trent’anni e benché fosse illetterata, fu ammessa fra le monache coriste, cioè quelle suore che sapendo leggere potevano recitare l’Ufficio divino, ma evidentemente per Rita fu fatta un’eccezione, sostituendo l’ufficio divino con altre orazioni.
La nuova suora s’inserì nella comunità conducendo una vita di esemplare santità, praticando carità e pietà e tante penitenze, che in breve suscitò l’ammirazione delle consorelle. Devotissima alla Passione di Cristo, desiderò di condividerne i dolori e questo costituì il tema principale delle sue meditazioni e preghiere.
Gesù l’esaudì e un giorno nel 1432, mentre era in contemplazione davanti al Crocifisso, sentì una spina della corona del Cristo conficcarsi nella fronte, producendole una profonda piaga, che poi divenne purulenta e putrescente, costringendola ad una continua segregazione.
La ferita scomparve soltanto in occasione di un suo pellegrinaggio a Roma, fatto per perorare la causa di canonizzazione di s. Nicola da Tolentino, sospesa dal secolo precedente; ciò le permise di circolare fra la gente.
Si era talmente immedesimata nella Croce, che visse nella sofferenza gli ultimi quindici anni, logorata dalle fatiche, dalle sofferenze, ma anche dai digiuni e dall’uso dei flagelli, che erano tanti e di varie specie; negli ultimi quattro anni si cibava così poco, che forse la Comunione eucaristica era il suo unico sostentamento e fu costretta a restare coricata sul suo giaciglio.
E in questa fase finale della sua vita, avvenne un altro prodigio, essendo immobile a letto, ricevé la visita di una parente, che nel congedarsi le chiese se desiderava qualcosa della sua casa di Roccaporena e Rita rispose che le sarebbe piaciuto avere una rosa dall’orto, ma la parente obiettò che si era in pieno inverno e quindi ciò non era possibile, ma Rita insisté.
Tornata a Roccaporena la parente si recò nell’orticello e in mezzo ad un rosaio, vide una bella rosa sbocciata, stupita la colse e la portò da Rita a Cascia, la quale ringraziando la consegnò alle meravigliate consorelle.
Così la santa vedova, madre, suora, divenne la santa della ‘Spina’ e la santa della ‘Rosa’; nel giorno della sua festa questi fiori vengono benedetti e distribuiti ai fedeli.
Il 22 maggio 1447 Rita si spense, mentre le campane da sole suonavano a festa, annunciando la sua ‘nascita’ al cielo. Si narra che il giorno dei funerali, quando ormai si era sparsa la voce dei miracoli attorno al suo corpo, comparvero delle api nere, che si annidarono nelle mura del convento e ancora oggi sono lì, sono api che non hanno un alveare, non fanno miele e da cinque secoli si riproducono fra quelle mura.
Per singolare privilegio il suo corpo non fu mai sepolto, in qualche modo trattato secondo le tecniche di allora, fu deposto in una cassa di cipresso, poi andata persa in un successivo incendio, mentre il corpo miracolosamente ne uscì indenne e riposto in un artistico sarcofago ligneo, opera di Cesco Barbari, un falegname di Cascia, devoto risanato per intercessione della santa.
Sul sarcofago sono vari dipinti di Antonio da Norcia (1457), sul coperchio è dipinta la santa in abito agostiniano, stesa nel sonno della morte su un drappo stellato; il sarcofago è oggi conservato nella nuova basilica costruita nel 1937-1947; anche il corpo riposa incorrotto in un’urna trasparente, esposto alla venerazione degli innumerevoli fedeli, nella cappella della santa nella Basilica-Santuario di S. Rita a Cascia.
Accanto al cuscino è dipinta una lunga iscrizione metrica che accenna alla vita della “Gemma dell’Umbria”, al suo amore per la Croce e agli altri episodi della sua vita di monaca santa; l’epitaffio è in antico umbro ed è di grande interesse quindi per conoscere il profilo spirituale di S. Rita.
Bisogna dire che il corpo rimasto prodigiosamente incorrotto e a differenza di quello di altri santi, non si è incartapecorito, appare come una persona morta da poco e non presenta sulla fronte la famosa piaga della spina, che si rimarginò inspiegabilmente dopo la morte.
Tutto ciò è documentato dalle relazioni mediche effettuate durante il processo per la beatificazione, avvenuta nel 1627 con papa Urbano VIII; il culto proseguì ininterrotto per la santa chiamata “la Rosa di Roccaporena”; il 24 maggio 1900 papa Leone XIII la canonizzò solennemente.
Al suo nome vennero intitolate tante iniziative assistenziali, monasteri, chiese in tutto il mondo; è sorta anche una pia unione denominata “Opera di S. Rita” preposta al culto della santa, alla sua conoscenza, ai continui pellegrinaggi e fra le tante sue realizzazioni effettuate, la cappella della sua casa, la cappella del “Sacro Scoglio” dove pregava, il santuario di Roccaporena, l’Orfanotrofio, la Casa del Pellegrino.
Il cuore del culto comunque resta il Santuario ed il monastero di Cascia, che con Assisi, Norcia, Cortona, costituiscono le culle della grande santità umbra.

Autore: Antonio Borrelli

Publié dans:Santi, santi: biografia |on 21 mai, 2012 |Pas de commentaires »
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