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martedì, Ufficio delle Letture: Dalle «Confessioni» di sant’Agostino, vescovo

MARTEDÌ 29 MAGGIO 2012 – UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura

Dalle «Confessioni» di sant’Agostino, vescovo

(Lib. 10, 1. 1 – 2, 2; 5. 7; CSEL 33, 226-227. 230-231)

A te, o Signore, chiunque io sia, sono manifesto
Conoscerò te, o mio conoscitore, ti conoscerò come anch’io sono conosciuto (cfr. 1 Cor 13, 12). Forza della mia anima, entra in essa e uniscila a te, per averla e possederla «senza macchia né ruga» (Ef 5, 27). Questa è la mia speranza, per questo oso parlare e in questa speranza gioisco, perché gioisco di cosa sacrosanta. Tutto il resto in questa vita tanto meno richiede di essere rimpianto, quanto più si rimpiange, e tanto più merita di essere rimpianto, quanto meno si rimpiange. «Ma tu vuoi la sincerità del cuore» (Sal 50, 8), poiché chi la realizza, viene alla luce (cfr. Gv 3, 21). Voglio quindi realizzarla nel mio cuore davanti a te nella mia confessione e nel mio scritto davanti a molti testimoni.
Davanti a te, o Signore, è scoperto l’abisso dell’umana coscienza: può esserti nascosto qualcosa in me, anche se m’impegnassi di non confessartelo? Se mi comportassi così, io nasconderei te a me, anziché me a te. Ma ora il mio gemito manifesta che io dispiaccio a me stesso, e che tu rifulgi e piaci e meriti di essere amato e desiderato, al punto che arrossisco di me e rifiuto me per scegliere te, e non bramo di piacere né a te né a me, se non in te.
Dunque, o Signore, tu mi conosci veramente come sono. Ho già espresso il motivo per cui mi manifesto a te. Non faccio questo con parole e voci della carne, ma con parole dell’anima e grida della mente, che il tuo orecchio ben conosce. Quando sono cattivo, l’atto di confessarmi a te non è altro che un dispiacere a me; quando invece sono buono, l’atto di confessarmi a te non è altro che un non attribuire a me questa bontà, poiché, «Signore, tu benedici il giusto» (Sal 5, 13), ma prima lo giustifichi quando è empio (cfr. Rm 4, 5). Perciò, o mio Dio, la mia confessione dinanzi a te avviene in forma tacita e non tacita: avviene nel silenzio, ma è forte il grido dell’affetto.
Tu solo, Signore, mi giudichi; infatti «chi conosce i segreti dell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui?» (1 Cor 2, 11). Tuttavia c’è qualcosa nell’uomo che non è conosciuto neppure dallo spirito che è in lui. Tu però, Signore, conosci tutto di lui, perché l’hai creato. Io invece, quantunque mi disprezzi davanti a te e mi ritenga terra e cenere, so di te qualcosa che non so di me.
«Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia» (1 Cor 13, 12), e perciò, fino a quando sono pellegrino lontano da te, sono più vicino a me stesso che a te, e tuttavia so che tu sei inviolabile in modo assoluto. Ma io non so a quali tentazioni possa resistere e a quali no. Io ho speranza, perché tu sei fedele e non permetti che siamo tentati oltre le nostre forze, ma con la tentazione tu ci darai anche la via d’uscita e la forza per sopportarla (cfr. 1 Cor 10, 13).
Confesserò, dunque, quello che so e quello che non so di me; perché anche quanto so di me, lo conosco per tua illuminazione; e quanto non so di me, lo ignorerò fino a quando la mia tenebra non diventerà come il meriggio alla luce del tuo volto (cfr. Is 58, 10).

Day 7 Shabbat, the rest of God and man

Day 7 Shabbat, the rest of God and man dans immagini sacre 08%20MOSAIC%20GOD%20THE%20CREATOR

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ANCHE L’ANTICO TESTAMENTO CONOSCE BEATITUDINI

http://www.atma-o-jibon.org/italiano/don_doglio32.htm

ANCHE L’ANTICO TESTAMENTO CONOSCE BEATITUDINI

di Don Claudio Doglio

« BEATO CHI TROVA IN DIO LA SUA FORZA! »

Introduzione

Abbiamo concluso il discorso sulle beatitudini proclamate da Gesù, però vogliamo completare il nostro corso dando un’occhiata anche ad altri testi biblici dove compaiono delle beatitudini.
Dedichiamo questo incontro alle beatitudini dell’Antico Testamento; i prossimi saranno invece dedicati alle beatitudini presenti nel Nuovo Testamento e l’ultima, in modo specifico, alle beatitudini dell’Apocalisse.
Nell’Antico Testamento si incontrano oltre cinquanta espressioni di beatitudine, quindi, se dovessimo passarle in rassegna tutte, saremmo costretti a fare un lungo elenco di frasi.
Allora scelgo come strada quella di raccogliere queste citazioni sotto alcuni titoli e di vedere, per ogni titolo o argomento generale, un esempio, scegliendoli tutti dal Libro dei Salmi. Possiamo così cogliere l’occasione per rileggere insieme alcuni salmi e vedere come, attraverso la formula della beatitudine, l’Antico Testamento ci presenti un’indicazione del modo di essere di Dio e dei valori che vengono trasmessi dalla predicazione.

Beato chi ha Dio per Signore
Possiamo iniziare allora da un primo capitolo. Una beatitudine fondamentale nell’Antico Testamento è quella che può essere ridotta alla formula seguente: « Beato chi ha Dio per Signore! ». Come nel caso di Gesù, le beatitudini anche nell’Antico Testamento sono delle dimostrazioni di felicità, delle « congratulazioni », o meglio, delle indicazioni di una strada per la felicità ovvero per la realizzazione della persona umana.

« Beato chi ha Dio per Signore! » significa allora che la relazione con il Signore in quanto Dio è fonte di felicità.
Noi usiamo il termine « Signore » per tradurre il nome proprio di Dio come si è rivelato nell’Antico Testamento, cioè « Yahweh », termine che abitualmente non traduciamo e non conserviamo, ma sostituiamo con « Signore ». Ogni volta che troviamo la parola « Signore » nell’Antico Testamento sappiamo che fa riferimento al nome proprio di Dio.

Allora, non « qualunque Dio va bene », ma « Beato chi ha per Dio Yahweh ».
È un’idea del popolo di Israele che, prima di arrivare alla negazione dell’esistenza delle altre divinità, arriva alla consapevolezza che quel Dio che si è rivelato al popolo di Israele è la strada della felicità: « Beato chi ha incontrato quel Dio, perché è lui che garantisce una situazione buona ».
Pensiamo allora come esempio il salmo 33. È un salmo che celebra come inno la provvidenza di Dio, celebra il Signore perché regge la storia e la creazione: « Il Signore annulla i disegni delle nazioni, rende vani i progetti dei popoli. Ma il piano del Signore sussiste per sempre, i pensieri del suo cuore per tutte le generazioni » (Sal 33, 10÷11). Dio ha un progetto, ha un piano che vale per tutti i popoli e, mentre i progetti dei grandi e dei potenti della terra vengono vanificati, i progetti di Dio sussistono « perché egli parla e tutto è fatto, comanda e tutto esiste » (Sal 33, 9), « dalla parola del Signore furono fatti i cieli, dal soffio della sua bocca ogni loro schiera » (Sal 33, 6). Parola e Spirito, dalla parola del Signore, dal soffio, dal respiro, dallo Spirito di Dio è stato creato l’universo: il Padre, il Figlio e lo Spirito creatori dell’universo, i pensieri del cuore di Dio durano per sempre, il progetto del Signore è eterno; allora, dopo aver detto questo, l’autore del salmo esplode in un’affermazione di entusiasmo: « Beata la nazione il cui Dio è il Signore, il popolo che si è scelto come erede » (Sal 33, 12). Israele celebra la propria beatitudine in quanto nazione: « Beata la nazione che è stata scelta dal Signore ». Eppure noi, rileggendo questi testi in un’ottica cristiana, ampliamo l’orizzonte di Israele, ci sentiamo noi partecipi di questa nazione e applichiamo tranquillamente a noi questa beatitudine: siamo noi quella nazione – non intesa in senso civile, politico, amministrativo, ma in senso religioso -, siamo noi quel popolo fortunato, beato, perché « scelto ». È interessante il contesto comunitario, non individualista: non tanto « io », ma « noi », noi popolo scelto da Dio, beati noi!
Sentiamo la beatitudine dell’essere popolo che Dio si è scelto? Proviamo a porre questo nostro ragionare anche come un possibile esame di coscienza, una revisione di vita all’interno del nostro cammino quaresimale. Abbiamo coscienza di essere popolo scelto da Dio, di appartenere a lui? Abbiamo coscienza che il fatto di essere stati scelti e di appartenere a lui è fonte della nostra gioia? Beati noi perché apparteniamo a lui, creatore e Signore dell’universo: « Dal luogo della sua dimora scruta tutti gli abitanti della terra, lui che, solo, ha plasmato il loro cuore e comprende tutte le loro opere » (Sal 33, 14÷15).
Per la seconda volta torna la parola « cuore » che, nel linguaggio biblico, non è inteso come la sede dell’affetto, ma piuttosto dell’intelligenza, è il centro della persona: « I pensieri del suo cuore durano in eterno », il cuore di Dio ha progettato, egli ha creato i cuori di ciascuno – il testo latino diceva: « singillatim », uno per uno, singolarmente – è lui l’origine della nostra persona. Il salmo termina con una terza ricorrenza della parola « cuore »: « In lui gioisce il nostro cuore e confidiamo nel suo santo nome. Signore, sia su di noi la tua grazia, perché in te speriamo » (Sal 33, 21÷22).
« Il nostro cuore gioisce in lui » è un altro modo per esprimere questa beatitudine di appartenere al Signore: lui ha creato la nostra persona e la nostra persona trova la propria gioia in lui. Questo è il senso della beatitudine.

Beato chi si fida del Signore
Sempre in questa direzione possiamo aprire un nuovo capitolo e prendere come modello un’altra espressione: « Beato chi si fida del Signore! ». È la beatitudine della fede, è una formulazione con cui si riconosce che il Signore è l’origine e il fine della nostra esistenza, e l’atto di fiducia con cui la persona si affida a lui è fonte di felicità.
Prendiamo come esempio il salmo 84 che contiene ben tre espressioni di beatitudine. È un canto di pellegrinaggio e, tra l’altro, questa riflessione può tornare utile anche per sviluppare quello che abbiamo detto la volta scorsa a proposito del Giubileo, perché una delle opere caratteristiche del Giubileo è il pellegrinaggio.
Questo salmo ci dà la dimensione corretta del pellegrinaggio soprattutto in ottica cristiana, non semplicemente come lo spostamento fisico verso un luogo preciso.
Noi rileggiamo il salmo 84 in una dimensione spirituale, mentre l’antico autore lo ha composto proprio in una dimensione fisica e spaziale. L’autore è innamorato di Gerusalemme e celebra la beatitudine di chi abita in Gerusalemme – forse è un levita che abita in campagna in qualche villaggio – e inizia così: « Quanto sono amabili le tue dimore, Signore degli eserciti! L’anima mia languisce e brama gli atri del Signore. Il mio cuore e la mia carne esultano nel Dio vivente » (Sal 84, 2÷4). Il desiderio profondo di questa persona è l’incontro con il Signore ed ha un’idea fisica di questo incontro, pensa che gli atri del Signore, i cortili del tempio, quegli ambienti del culto a Gerusalemme siano il luogo privilegiato dell’incontro, ha una grande voglia di andare lì e quasi guarda con invidia quel passero o quella rondine che ha potuto fare il nido in qualche angolo del tempio: « Anche il passero trova la casa, la rondine il nido, dove porre i suoi piccoli, presso i tuoi altari, Signore degli eserciti, mio re e mio Dio » (Sal 84, 4).
Ed ecco che esplodono le beatitudini: « Beato chi abita la tua casa: sempre canta le tue lodi! » (Sal 84, 5). In senso letterale l’autore dice: « Beato chi abita a Gerusalemme, beato chi fa servizio continuo nel tempio ». Probabilmente egli, come levita di campagna, ritiene fortunato il suo collega che invece fa servizio proprio nella sede centrale. Subito dopo aggiunge un’altra beatitudine: « Beato chi trova in te la sua forza e decide nel suo cuore il santo viaggio » (Sal 84, 6). Se uno non può abitare a Gerusalemme, e nel tempio, può almeno decidere di andare a Gerusalemme; allora, fortunato chi abita là, fortunato chi decide di andare là. L’autore pensa proprio in senso fisico a questo pellegrinaggio, ma noi no, noi rileggiamo questo testo in un’altra dimensione: il tempio del Signore non esiste più, la Gerusalemme di oggi è una città semplicemente di ricordo, ma per noi è città santa come memoria però non riteniamo che Dio abiti lì piuttosto che altrove.
Allora, la beatitudine di chi abita la casa del Signore non riguarda gli abitanti di Gerusalemme o i leviti del tempio, che non ci sono più. La casa del Signore « abitata » da qualcuno è, in senso spirituale, la comunione con lui: per noi diventa beato « chi trova in te la sua dimora, chi vive con te, chi sta in comunione di vita, chi ti è vicino ». E non riteniamo affatto che il viaggio a Gerusalemme sia oggetto così desiderato e amabile, è un’esperienza positiva ma non è il senso del salmo: la beatitudine non sta nell’andare in pellegrinaggio in Terra Santa, sta nel decidere il « santo viaggio ». Ma il « santo viaggio » qual è? Non certo un viaggio organizzato o fatto con i nostri sistemi turistici: il « santo viaggio » è la nostra vita, è l’impostazione della nostra vita, è uno stile di vita. « Beato chi trova in te la sua forza e decide nel suo cuore il santo viaggio »: è un’espressione bellissima, viene celebrata la felicità di chi trova la propria forza in Dio, forza per decidere un viaggio, un viaggio santo, la forza per impostare la propria vita al seguito del Signore, alla ricerca del Signore.
Il testo originale contiene l’idea della salita, anche perché Gerusalemme si trova in alto e da qualunque parte si inizi il viaggio si sale sempre per andare a Gerusalemme. Il testo latino traduceva così: « Beatus qui posuit in corde suo ascensiones », beato chi ha preso la decisione di salire, di intraprendere le ascensioni, le salite. Noi adoperiamo la parola « ascesi » proprio nel senso di salita, di impegno di miglioramento, di crescita.
Il « santo viaggio » allora è questo desiderio ardente di una vita che migliori, di una comunione col Signore che cresca. Leggevo proprio oggi un passo di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori in cui dice, più o meno: « Nella nostra vita terrena aspiriamo ad avere di più ed a stare meglio, ma quando parliamo del Paradiso la maggior parte di noi si dice soddisfatta semplicemente di entrarci e di stare anche solo in un cantuccio; sarebbe molto meglio accontentarci di niente qui ed aspirare ad avere un bel posto, ampio e spazioso, in paradiso ». È che ci preoccupiamo poco – diceva il santo moralista – del tesoro che ci aspetta.
Porre nel proprio cuore le ascensioni, le salite significa desiderare il miglioramento. Pensate un po’ a certe situazioni anche difficili in cui ci possiamo trovare: possiamo avere dei nemici, può capitare di avere a che fare con qualche persona che ci ha fatto del male o che in qualche modo ci dia fastidio; istintivamente non riusciamo a volerle bene, non riusciamo magari neanche a perdonarla. Ma il problema credo che sia qui: desideriamo riuscirci? Istintivamente mi sta antipatica, mi dà fastidio, non riesco a tollerarla, ma « desidero » diventare capace di amare anche quella persona così antipatica e nemica? Sta qui porre nel proprio cuore la salita: ho voglia di salire? E, di conseguenza, chiedo al Signore la forza e l’aiuto per essere capace di fare ciò che non riesco a fare? Se sono malato mi viene facilissimo chiedere di guarire. Se sono peccatore, ovvero non riesco a fare il bene che il Signore mi chiede, mi viene da chiedere l’aiuto per riuscire a farlo? Oppure mi accontento di dire semplicemente che non ci riesco e che non ce la faccio? Credo che questo sia un punto nodale e decisivo: porre nel proprio cuore il desiderio di salire, di migliorare, di riuscire a fare quello che istintivamente non riesco, è fonte di beatitudine. « Beato chi trova in te la sua forza e decide nel suo cuore il santo viaggio » è molto di più che andare a Gerusalemme.
« Passando per la valle del pianto la cambia in una sorgente » (Sal 84, 7). Chi trova in Dio la propria forza e decide questa salita diventa capace di trasformare la valle del pianto in una sorgente.

« Cresce lungo il cammino il suo vigore » (Sal 86, 8). Sembrerebbe un’espressione strana, perché in genere durante il cammino ci si affatica, più si cammina e più ci si stanca, verso la fine non se ne può più: abbiamo esperienza, ad esempio, di una camminata in montagna, quando si arriva si è contenti di essere arrivati perché si è stanchi morti. Qui invece è un cammino diverso: « Cresce lungo il cammino il suo vigore », più cammina e più si riposa, più sale e più acquista energia. Non è un discorso fisico, è la dimensione del nostro impegno spirituale: più cammini e più sali, più acquisti forza di salire e voglia di salire. È un aspetto della beatitudine del pellegrino: in questo senso parliamo del Giubileo come di un pellegrinaggio, questa è la beatitudine del pellegrino, dell’ »homo viator », dell’uomo naturalmente in via come persona in divenire, che si sta facendo, si sta formando, sta diventando veramente uomo, sta crescendo in umanità, sta diventando « figlio » di Dio.
« Sole e scudo è il Signore Dio; il Signore concede grazia e gloria, non rifiuta il bene a chi cammina con rettitudine. Signore degli eserciti, beato l’uomo che in te confida » (Sal 84, 12÷13). Terza beatitudine, ridice la stessa cosa con altre parole: « Beato chi confida in te, chi trova in te la sua forza, colui che si fida di te e desidera con tutte le sue forze di compiere il tuo progetto ».

Beato chi osserva la legge, beato chi fa del bene
Passiamo ad un’altra beatitudine dell’Antico Testamento, che potremmo indicare come la beatitudine di chi opera la legge, di chi la osserva.
Troviamo un esempio significativo di questa beatitudine nel salmo 112. Si tratta di un salmo « alfabetico »: se lo cercate nella Bibbia troverete che prima del salmo ci sono le lettere dell’alfabeto ebraico. Si tratta di uno schema poetico un po’ artificioso: l’autore mette innanzitutto l’alfabeto, scritto una lettera sotto l’altra, quindi, essendo le lettere dell’alfabeto ebraico ventidue, prevede ventidue versi ognuno dei quali inizia con una lettera diversa dell’alfabeto, in ordine. Provate un po’ a immaginarlo in italiano: è un elemento che costringe la vena poetica e diventa una formula artistica che contiene l’abc della religiosità. Dal momento che « beato » in ebraico inizia con la prima lettera dell’alfabeto, « aleph », molto spesso i salmi di questo genere iniziano proprio con la formula « beato ». Non solo, ma c’è un gioco di parole: « Beato l’uomo che (…) » in ebraico si dice « ashré aish asher » e diventa una formula ritmica che si ricorda a memoria e che ritorna in molte formule.
Il salmo 112 inizia con: « Ashré aish asher », « Beato l’uomo che teme il Signore e trova grande gioia nei suoi comandamenti » (Sal 112, 1) e, più avanti, « Felice l’uomo pietoso che dà in prestito, amministra i suoi beni con giustizia » (Sal 112, 5). Qui la beatitudine è letta in una chiave di morale, di condotta buona: « Beato chi teme il Signore, beato chi trova grande gioia nei suoi comandamenti » – « In mandatis eius cupit nimis » – ha proprio un desiderio, quasi eccessivo, ha una passione per i precetti del Signore; « Beato l’uomo appassionato della legge », al punto da viverla seriamente, concretamente in tutto quello che fa.
« Beato l’uomo pietoso, misericordioso – noi diremmo « generoso » – che dà in prestito e amministra i suoi beni con giustizia »; « beatitudine » diventa quindi sinonimo di « giustizia ».
Riconoscete facilmente in queste formule dell’Antico Testamento anche delle idee che ricorrono nelle beatitudini di Gesù, possiamo in qualche modo riportarle tutte lì. La novità di Gesù non sta tanto nelle formule della beatitudine quanto nelle cause, cioè nell’annuncio dell’intervento di Dio a favore dell’uomo. Abbiamo detto con insistenza che l’elemento importante delle beatitudini è la causa: « Perché vostro è il regno dei cieli », questo è importante, l’importante è il regno, è la presenza del regno, è il fatto che Dio, Re e Signore onnipotente, sia dalla vostra parte; mentre nell’Antico Testamento c’è ancora l’idea dell’autosufficienza dell’uomo: l’uomo buono, l’uomo generoso, l’uomo che dà in prestito, l’uomo giusto, l’uomo che fa il bene è fortunato perché è giusto. Questo tipo di impostazione rischia di degenerare nella visione dei farisei, cioè in quell’ottica di autosufficienza per cui sono beato in quanto sono bravo: fonte della mia felicità è la mia onestà.

Il Vangelo di Gesù supera questa impostazione.
Prendendo un altro esempio di salmo di questo tipo possiamo leggere il primo salmo, proprio quello che apre tutto il libro e presenta quasi la storia divisa in due parti.
« Beato l’uomo che non segue il consiglio degli empi, non indugia nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli stolti; ma si compiace della legge del Signore, la sua legge medita giorno e notte » (Sal 1, 1÷2): beato chi studia la Bibbia, beato chi legge la sua parola e la medita giorno e notte.
« Sarà come albero piantato lungo corsi d’acqua, che darà frutto a suo tempo e le sue foglie non cadranno mai; riusciranno tutte le sue opere » (Sal 1, 3): la beatitudine dell’uomo che medita la legge è finalizzata a portare frutto, sa quel che deve fare e a suo tempo lo farà.
« Non così, non così gli empi: ma come pula che il vento disperde; perciò non reggeranno gli empi nel giudizio, né i peccatori nell’assemblea dei giusti. Il Signore veglia sul cammino dei giusti, ma la via degli empi andrà in rovina »(Sal 1, 4÷6): è il grande quadro di contrapposizione fra il giusto e l’empio, fra l’uomo devoto e l’uomo che crede di fare da sé, che va per la propria strada.
Il Salterio si apre proprio con la parola « beato », la prima parola di tutti i salmi è « beato »: beato l’uomo che si compiace nella legge del Signore, che trova il proprio piacere nella volontà di Dio.

Beato l’uomo perdonato da Dio
Andiamo avanti e troviamo un’altra beatitudine molto importante: « Beato l’uomo perdonato da Dio ». È un’idea che anticipa fortemente la buona notizia di Gesù e che troviamo, ad esempio, nel salmo 32 che inizia proprio con due formule di beatitudine:
« Beato l’uomo a cui è rimessa la colpa e perdonato il peccato.
Beato l’uomo a cui Dio non imputa alcun male e nel cui spirito non è inganno.
Tacevo e si logoravano le mie ossa, mentre gemevo tutto il giorno.
Giorno e notte pesava su di me la tua mano, come per arsura d’estate inaridiva il mio vigore.
Ti ho manifestato il mio peccato, non ho tenuto nascosto il mio errore.
Ho detto: «Confesserò al Signore le mie colpe» e tu hai rimesso la malizia del mio peccato » (Sal 32, 1÷5).
È proprio un’anticipazione del sacramento della penitenza ed è la proclamazione della beatitudine dell’uomo che si riconosce peccatore perdonato.
Il passo in avanti, rispetto alla precedente formula, è che il giusto non è tale per merito proprio, in modo autosufficiente, ma è cosciente del proprio peccato e della misericordia di Dio che lo ha trasformato: « Beato l’uomo a cui è rimessa la colpa ».
San Paolo cita questo versetto nella lettera ai Romani al capitolo quarto, proprio come un’esemplificazione della sua dottrina sulla giustificazione per fede: ogni uomo è radicalmente segnato dal peccato e allora la beatitudine sta nel fatto di essere perdonato.
Ma il perdono di Dio non è il colpo di spugna o il far finta che non sia successo niente, ma è l’intervento creatore che trasforma effettivamente l’uomo, che rende davvero il peccatore giusto. Allora la beatitudine sta nel fatto di sentire come il Signore in me, in noi, trasformi quella natura segnata dal peccato in una natura capace di fare il bene. Siamo sempre nell’ottica del « desiderare le salite » fidandosi del Signore.

Beato l’uomo « sapiente »
Un altro modo è espresso dalla beatitudine del sapiente: in molti testi si dice che « Beato è il sapiente, beato l’uomo che ha trovato la sapienza ». Nel salmo 65 troviamo questa espressione: « Beato chi hai scelto e chiamato vicino, abiterà nei tuoi atri. Ci sazieremo dei beni della tua casa, della santità del tuo tempio » (Sal 65, 5). Vedete come siano espressioni molto simili a quelle che abbiamo già commentato a proposito del salmo 84: « Beato chi abita la tua casa, beato chi hai scelto e chiamato vicino ». Non è una questione fisica, come abitare nel tempio di Gerusalemme, è questione di comunione spirituale, di autentica condivisione di vita con il Signore; è quella sapienza di cui abbiamo parlato a proposito dei doni dello Spirito, come capacità di gustare, quella sapienza che è fondamentalmente connessa con la povertà di spirito, il riconoscimento del proprio peccato, della propria debolezza, della propria indegnità e l’affidamento al Signore con la sicurezza che l’essere con lui è fonte della felicità.

La beatitudine del dono dei figli
Ancora, troviamo espressioni di beatitudine relativa alla famiglia. Nel salmo 127 si dice: « Dono del Signore sono i figli, e sua grazia il frutto del grembo. Come frecce in mano a un eroe sono i figli della giovinezza. Beato l’uomo che ne ha piena la faretra: non resterà confuso quando verrà a trattare alla porta con i propri nemici » (Sal 127, 3÷5).
È la celebrazione della beatitudine umana dell’avere figli, dell’avere tanti figli « come frecce in mano ad un eroe » e la « faretra che contiene le frecce », se è piena, è fonte di beatitudine.
È un modo per indicare anche nell’ambito della vita familiare la presenza di questa felicità, dono del Signore. Beatitudine è l’accoglienza dei doni del Signore, la capacità di accorgersi della sua presenza e del suo dono.
Ancora, nel salmo 89 leggiamo questa beatitudine: « Beato il popolo che ti sa acclamare e cammina, o Signore, alla luce del tuo volto » (Sal 89, 16). Noi diremmo « beato chi sa pregare », cioè chi sa essere capace di lodare il Signore, di riconoscerlo, di ringraziarlo, di vivere con lui, di dialogare con lui. È una strada di felicità, ma è una risposta.
Tante volte diciamo che la fede è un dono, chi non ce l’ha non l’ha ricevuto. In realtà dovremmo dire che la fede è l’incontro di chiamata e risposta: laddove alla chiamata c’è la risposta e insieme i due elementi si uniscono, lì c’è la fede. La fede è l’incontro di dono e di accoglienza: il dono, se è accolto, diventa fede: « Beato chi sa lodare, chi sa accogliere e ringraziare ».

Beato l’uomo che si oppone al male con tutte le sue forze
C’è ancora un’espressione molto strana e difficile, e la prendo in considerazione proprio perché è tale.
Nel salmo 137, quello di Babilonia, canto dell’esilio, si termina con questa preghiera terribile: « Figlia di Babilonia devastatrice, beato chi ti renderà quanto ci hai fatto. Beato chi afferrerà i tuoi piccoli e li sbatterà contro la pietra » (Sal 137, 8÷9).
Sono beatitudini dell’Antico Testamento e nella nostra ottica suonano molto strane, suonano come desiderio di vendetta, di violenza tremenda anche contro i bambini della nazione nemica.
È probabile che l’autore antico avesse in testa queste idee, ma non era il messaggio che Dio voleva trasmettere. Alla luce di Cristo noi siamo in grado di rileggere in altro modo questo testo, innanzitutto tenendo conto del fatto simbolico di Babilonia. Babilonia non è né una persona né una città, diventa un simbolo: è la città del male, è il male personificato. Allora la beatitudine è per coloro che si oppongono al male con tutte le forze, non al peccatore, ma al peccato. Beato chi combatte contro il peccato, non chi elimina il peccatore, beato chi elimina il peccato.
« Beato chi afferra i tuoi piccoli e li sbatte contro la pietra ». Allora se Babilonia è il peccato, se è il male, chi sono i « piccoli » di Babilonia’? Potrebbero essere i peccati veniali, i piccoli peccati quotidiani, le piccole mancanze di tutti i giorni, le nostre inclinazioni al male, i nostri istinti legati al nostro carattere che portano verso certi comportamenti negativi.
Possono essere le tentazioni o, come si dice nell’Atto di dolore, le occasioni prossime del peccato: sono situazioni piccole che possono crescere e che possono diventare grandi.
Allora, beato chi prende queste piccole cose e « le sbatte contro la pietra » e la pietra è Cristo.
Siamo sempre daccapo: « Beato chi trova in Dio la sua forza ed ha il desiderio profondo di salire, di migliorare, ed ha a cuore di combattere il male anche nelle piccole cose; di fronte a Cristo, sa distruggere e sa annientare anche le piccole inclinazioni al male ».
Chi si fida del Signore e desidera imitarlo pienamente, questi è davvero beato: in questo sta la felicità, ci dice l’Antico Testamento, in perfetta sintonia con le beatitudini di Gesù.

PAPA BENEDETTO: « DOVE C’È DIVISIONE ED ESTRANEITÀ, LA PENTECOSTE PORTA UNITÀ E COMPRENSIONE »

 http://www.zenit.org/article-30863?l=italian

« DOVE C’È DIVISIONE ED ESTRANEITÀ, LA PENTECOSTE PORTA UNITÀ E COMPRENSIONE »

L’omelia di Benedetto XVI in occasione della solennità liturgica

di Luca Marcolivio

CITTA’ DEL VATICANO, domenica, 27 maggio 2012 (ZENIT.org) – La solennità della Pentecoste costituisce “il battesimo della Chiesa” a cui imprime la sua “forma iniziale” e la “spinta per la sua missione”. Lo ha detto stamattina papa Benedetto XVI all’inizio dell’omelia, in occasione della Santa Messa di Pentecoste nella Basilica di San Pietro.
La Pentecoste, ha spiegato il Papa, è innanzitutto “la festa dell’unione, della comprensione e della comunione umana”. Un dato significativo in un mondo che, a dispetto dell’impressionante sviluppo dei mezzi di comunicazione, vede una comprensione e una comunione tra le persone “spesso superficiale e difficoltosa”.
Il dialogo tra le generazioni, ha proseguito il Pontefice, “si fa faticoso e a volte prevale la contrapposizione”, mentre gli esseri umani diventano sempre più “aggressivi” e “scontrosi”. La comprensione reciproca, dunque, diventa impegnativa e si preferisce “rimanere nel proprio io, nei propri interessi”.
Com’è possibile, allora, uscire da questo quadro antropologico così sconfortante? Il Santo Padre ha citato in proposito l’episodio biblico della Torre di Babele (cfr. Gen 11,1-9). “È la descrizione di un regno – ha spiegato – in cui gli uomini hanno concentrato tanto potere da pensare di non dover fare più riferimento a un Dio lontano e di essere così forti da poter costruire da soli una via che porti al cielo per aprirne le porte e mettersi al posto di Dio”.
Nella corsa forsennata all’edificazione di quest’opera, gli uomini improvvisamente si resero conto che stavano “costruendo l’uno contro l’altro”. La presunzione di “essere come Dio” li pone davanti al “pericolo di non essere più neppure uomini, perché avevano perduto un elemento fondamentale dell’essere persone umane: la capacità di accordarsi, di capirsi e di operare insieme”.
L’epoca attuale, del resto, rispecchia fortemente lo spirito di Babele: l’uomo pretende, “con il progresso della scienza e della tecnica” di manipolare la natura e, in particolare la natura umana, arrivando a diventare lui stesso fabbricatore di esseri viventi.
Anche il progresso dei mezzi di comunicazione mostra dei risvolti fallimentari, al punto che “paradossalmente, ci capiamo sempre meno”. Al contrario, si ha la sensazione di “un senso di diffidenza, di sospetto, di timore reciproco”, che ci fa percepire “perfino pericolosi l’un l’altro”.
La risposta a tutti questi disastri antropologici, prodotti di un presunto progresso scientifico e tecnologico, risiede nel “dono dello Spirito di Dio, il quale ci darà un cuore nuovo e una lingua nuova, una capacità nuova di comunicare”.
Quando cinquanta giorni dopo la Resurrezione, un vento impetuoso arrivò quasi a travolgere gli Apostoli, la fiamma dello Spirito Santo si depose su di loro: si trattava di “un fuoco divino, un fuoco d’amore capace di trasformare”.
“La paura scomparve – ha commentato il Papa – il cuore sentì una nuova forza, le lingue si sciolsero e iniziarono a parlare con franchezza, in modo che tutti potessero capire l’annuncio di Gesù Cristo morto e risorto. A Pentecoste dove c’era divisione ed estraneità, sono nate unità e comprensione”.
È quindi lo Spirito Santo, la chiave per la Chiesa come “luogo dell’unità e della comunione nella Verità”. È il dono dello Spirito che permette ai cristiani di non rimanere “chiusi nel proprio «io»”, ma di orientarsi “verso il tutto”.
Lo Spirito Santo, inoltre, “ci introduce in tutta la verità, che è Gesù, ci guida nell’approfondirla, nel comprenderla”: una conoscenza possibile “solo nel «noi» della Chiesa, con un atteggiamento di profonda umiltà interiore”.
È qui che riscontra la differenza tra Babele e la Pentecoste: “Dove gli uomini vogliono farsi Dio, possono solo mettersi l’uno contro l’altro. Dove invece si pongono nella verità del Signore, si aprono all’azione del suo Spirito che li sostiene e li unisce”, ha osservato Benedetto XVI.
La contrapposizione tra queste due realtà viene messa in rilievo anche da San Paolo (cfr. Gal 5,16) che individuava da un lato le “opere della carne”, ovvero i “peccati di egoismo e di violenza, come inimicizia, discordia, gelosia, dissensi”, che impediscono di “vivere in modo veramente umano e cristiano, nell’amore”, dall’altro il “frutto dello Spirito”, che è “amore, gioia, pace” (Gal 5,22).
Concludendo l’omelia, il Papa ha sottolineato la presenza orante di Maria con gli Apostoli nel Cenacolo, nell’attesa del dono dello Spirito Santo: “Raccolta con Maria, come al suo nascere, la Chiesa anche quest’oggi prega: «Veni Sancte Spiritus!»”.

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LO SPIRITO SANTO NELLA STORIA DELLA SALVEZZA (P. Cantalamessa)

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LO SPIRITO SANTO NELLA STORIA DELLA SALVEZZA 

riflessione omiletica di P. Raniero Cantalamessa per l’anno B (2007)

Letture:

Atti 2, 1-11

1 Corinti 12, 3b-7.12-13         

Giovanni 20, 19-23 

Gli Atti degli apostoli narrano un curioso episodio: giungendo a Efeso, Paolo trovò alcuni discepoli e disse loro: Avete ricevuto lo Spirito Santo quando siete venuti alla fede? Gli risposero: Non abbiamo nemmeno sentito dire che ci sia uno Spirito Santo (Atti, 19, 1s.).
Se rivolgessimo oggi la stessa domanda a tanti cri­stiani, riceveremmo forse una risposta del genere: sanno, sì, che c’è uno Spirito Santo, ma è tutto quello che sanno di lui; per il resto, ignorano chi è, in realtà, lo Spirito Santo, e che cosa rappresenta per la loro vita.
Oggi ci si offre un’occasione unica, nel corso dell’anno liturgico, per fare questa scoperta essenziale per la no­stra fede. Ci proponiamo perciò, con l’aiuto dello stesso Spirito Santo, di ripercorrere da capo l’intera storia della salvezza alla ricerca della sua presenza dolce e silenziosa.
 E stato detto, con parola terribile ma vera, che la violenza è la levatrice della storia umana, perché non c’è cambiamento profondo che, di fatto, non sia stato se­gnato da guerre, rivoluzioni e sangue. Non così nell’altra storia, quella della salvezza, che ha per protagonista Dio:
la sua levatrice è lo Spirito Santo, cioè la forza e la dol­cezza dell’amore.
Ogni nuovo inizio, ogni salto di qualità, nello svol­gersi del piano divino della salvezza, rivela uno speciale intervento dello Spirito di Dio. I Padri della Chiesa (spe­cialmente i greci) avevano colto perfettamente questi punti luminosi che attraversano la Bibbia, come una specie di filo rosso, fino a diventare luce di meriggio nel giorno di Pentecoste. Pensi alla creazione?, esclama san Basilio; essa fu operata nello Spirito Santo che consolidava e ornava i cieli. Pensi alla venuta di Cristo? Lo Spirito l’ha prepa­rata e poi, nella pienezza dei tempi, l’ha realizzata discen­dendo su Maria. Pensi alla formazione della Chiesa? Essa è opera dello Spirito Santo. Pensi alla parusia? Lo Spirito non sarà assente neppure allora, quando i morti sorgeranno dalla terra e si rivelerà dal cielo il nostro Salvatore (san Basilio, De Spiritu Sancto, 16 e 19).
Cerchiamo di approfondire questa grandiosa visione, facendola scorrere lentamente davanti ai nostri occhi. Ge­sù, l’indomani della Pasqua, ripercorreva la Scrittura per spiegare ai discepoli tutto ciò che si riferiva a lui (Lc. 24, 27); noi, nel giorno di Pentecoste, ripercorriamo la stessa Scrittura per scoprire in essa tutto ciò che si riferisce allo Spirito Santo.
 In principio – narra la Bibbia – Dio creò il cielo e la terra. Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso (Gen. 1, 1s.). Era il caos. Ma ecco che « lo spirito di Dio » (qualunque cosa esso designi in que­sto punto) venne sopra di esso e fu la luce, la separazione, l’ordine, l’armonia; ogni cosa assunse il suo vero aspetto e il suo posto: le acque si raccolsero nel mare, le erbe e i semi germogliarono sulla terra, gli astri cominciarono a brillare nel cielo e Dio si compiacque della sua creazione (cf. Gen. 1, 25).
Quando questo mondo fu pronto per accogliere la vita (« sei giorni » dopo, nel linguaggio figurato della Bib­bia; milioni o miliardi di anni dopo, secondo il calcolo della scienza), Dio disse: Facciamo l’uomo a nostra immagine­  (Gen. 1, 26). Egli plasmò l’uomo con il fango della terra: un modo di esprimersi che vuol dire: Dio preparò, con le leggi  dell’evoluzione che egli stesso aveva racchiuso nella materia, un vivente animale diverso da tutti gli altri, l’uomo. Diverso dagli altri, ma ancora animale, cioè crea­tura guidata da istinti e non illuminata dentro dalla luce della ragione. Ma ecco che interviene di nuovo quella mi­steriosa realtà che aveva aleggiato sulle acque primordiali – lo spirito di Dio – e l’ominide diventa uomo, la crea­tura animale diventa essere spirituale, dotato – anche se all’inizio solo embrionalmente – di ragione e di libertà. Dio soffiò nelle sue narici uno spirito di vita e l’uomo divenne un essere vivente (Gen. 2, 7). Un essere capace di dialogare con il suo Creatore, di essere suo amico, ma anche di ribellarsi a lui.
 La scelta dell’uomo si portò, sciaguratamente, su questa seconda possibilità: peccò. Si produsse allora una frattura profonda, come una dissonanza che creò incomunicabilità tra Dio e l’uomo; un inquinamento che, col volgere dei secoli, cambiò il volto dell’umanità e della terra; da oggetto di compiacenza essa divenne motivo di disgusto per Dio (cf. Gen. 6, 7: Sono pentito di averli fatti).
Dio però non si arrese al male; nella sua misericor­dia, egli decise, a questo punto (ma in lui non c’è un pri­ma e un dopo!), di riplasmare la sua creazione, come si rifonde una statua di bronzo, corrosa e deformata dal tempo, per ritrarne una nuova dai lineamenti originali ri­portati alla luce. Per questa creazione e umanità nuova, egli stabili un capostipite nuovo, un « nuovo Adamo », cioè lo stesso Figlio suo Gesù Cristo. Lo trasse dalla carne della Vergine Maria – come all’inizio aveva tratto Adamo dalla vergine terra – per opera dello Spirito Santo (Mt. 1, 18). Lo Spirito Santo segna anche qui l’inizio d’una fase nuova nella storia della salvezza (cf. Lc. 1, 35).
Tutta la vita di Gesù – non soltanto ‘il suo inizio -, si svolge sotto il segno dello Spirito Santo; questi è colui
che guida tutte le sue scelte e opera i prodigi che egli compie sui malati, sugli oppressi dal demonio, sui pecca­tori. Nel battesimo del Giordano egli fu consacrato in Spirito Santo e potenza (Atti, 10, 38), per portare la buona novella ai poveri. Gesù « è condotto » dallo Spirito Santo e, nello stesso tempo, rivela lo Spirito Santo. Sulla sua bocca, lo Spirito comincia ad acquistare tratti pre­cisi; non è solo una forza di Dio, ma anche una « per­sona » in Dio; di lui infatti dice che sarà inviato ai disce­poli, che condannerà il mondo, che condurrà i discepoli alla verità integrale, che renderà testimonianza a lui, che parlerà in loro (cf. Gv. 14-16); e Paolo aggiunge che pre­gherà in loro con gemiti ineffabili (cf. Rom. 8, 26).
 Terminata la sua opera terrena, Gesù è glorificato alla destra del Padre. Sulla terra ha lasciato la sua Chiesa; sono undici apostoli e alcune decine di discepoli; vivono nascosti e impauriti, senza sapere cosa devono fare e cosa significhi il comando di andare in tutto il mondo a predi­care il Vangelo. E ancora, per così’ dire, un corpo inani­mato e inerte, come quello del primo uomo, quando Dio non aveva ancora insufflato in esso lo spirito di vita.
Ma ecco che, improvvisamente, nel giorno di Pente­coste, si rinnova il prodigio che ha segnato tutti i grandi inizi della storia e cioè la nascita del mondo, quella del­l’uomo e quella di Cristo (l’analogia con la creazione del primo uomo è visibile nel racconto di Giovanni: Alitò su di loro e disse: « Ricevete lo Spirito Santo »: Gv. 20, 22). Mentre erano riuniti con Maria nel Cenacolo, fece ir­ruzione su di essi lo Spirito Santo e il « piccolo gregge »divenne la Chiesa, cioè corpo di Cristo, animato dalla stessa realtà che, nell’Incarnazione, aveva animato il suo Capo. La Pentecoste è il natale della Chiesa, come il Natale era stato la pentecoste di Gesù! La presenza di Maria nel Cena­colo serve proprio a richiamare questo legame tra la na­scita di Gesù e quella della Chiesa; colei che era stata la madre di Gesù, ora diventa anche « madre della Chiesa ».
Era finalmente compiuta quella «cosa nuova » che da tanto tempo Dio andava annunziando agli uomini (cf. Is 43, 19). Per questo la liturgia odierna, nel Salmo responsoriale, applica all’evento della Pentecoste quelle vibranti parole che erano servite a cantare il prodigio della creazione: Mandi il tuo Spirito, sono creati e rinnovi la faccia  della terra.
 Il segno più visibile che qualcosa di nuovo è avvenuto sulla terra è la riunificazione del linguaggio umano: gli apostoli, usciti fuori, parlano una misteriosa lingua nuova; meglio, parlano con una potenza nuova la loro lingua  abituale, cosicché chiunque li ascolta – parti, elamiti, greci o romani – li comprende come se parlassero la sua lingua e si stupisce. E il segno della ritrovata unità del genere umano. La Pentecoste è l’antibabele; ribellandosi a Dio gli uomini avevano finito per non comprendersi più nem­meno tra di loro; la terra era diventata « l’aiuola che ci fa tanto feroci » (Dante Alighieri). Ora la dissonanza è ricomposta; le genti – dice sant’Ireneo – formano un mirabile coro per celebrare nelle varie lingue la lode di Dio, mentre lo Spirito riconduce all’unità le disperse tribù’ e offre al Padre le primizie di tutti i popoli (Adv. Haer.III, 17, 2).
Nella Chiesa, gli uomini devono riscoprirsi fratelli, devono di nuovo poter comunicare tra di loro con una stessa lingua che è la lingua dell’amore insegnata dallo Spi­rito Santo; meglio: « impressa nei cuori » dallo Spirito Santo (Rom. 5, 5): « Lo Spirito del Signore ha riempito l’universo; egli che tutto unisce conosce ogni linguaggio »(Antif. di inizio).
Il prodigio operatosi nel giorno di Pentecoste continua anche oggi. « Se qualcuno – scriveva un antico autore – ti dirà: Hai ricevuto lo Spirito Santo, per qual motivo al­lora non parli in tutte le lingue?, devi rispondere: Certo che parlo in tutte le lingue, sono infatti inserito in quel corpo di Cristo che è la Chiesa che parla tutte le lingue » (Autore del VI sec. in PL 65, 743s.). Anche oggi, la Chiesa parla (e comprende) le lingue di tutti i popoli; essa capisce e valorizza la cultura e il patrimonio di ogni razza e di ogni popolo e ogni popolo capisce il suo annun­cio come proprio, come destinato a sé.
Nulla però è irreversibile e definitivo finché siamo in questa vita; di irreversibile c’è solo la promessa di Dio, mentre la libertà dell’uomo non fa che zoppicare. L’anti­ca tentazione di Babele è sempre in agguato; riappare ogni volta che c’è un rigurgito di orgoglio (« Facciamo qualcosa che arrivi fino al cielo », cioè che sostituisca e renda inutile Dio); ogni volta che l’odio intorbida il linguaggio umano e affida il suo freddo messaggio di morte al linguaggio ter­rificante delle bombe e delle rivoltelle. Noi ne siamo i testimoni giustamente atterriti in questi anni di violenza; abbiamo fatto, a nostre spese, l’esperienza di quanto siano vere quelle parole del Salmo responsoriale di oggi: Se togli il tuo Spirito muoiono e ritornano nella loro polvere.
 Tanto più, perciò, ci stringeremo oggi intorno alla Chiesa per invocare, coralmente, su di noi e sul mondo intero lo Spirito Santo che è Spirito di riconciliazione, di unità e di pace; Spirito che, nel Battesimo, ha segnato l’inizio della nostra personale storia di salvezza e che ora può segnare, se lo vogliamo veramente, l’inizio di una vita nuova in Cristo e nella Chiesa; diciamo con fervore:
«Vieni, Spirito Santo, riempi i cuori dei tuoi fedeli e accendi in essi il fuoco del tuo amore » (Acclamazione al Vangelo).

Publié dans:Padre Cantalamessa |on 26 mai, 2012 |Pas de commentaires »

Pentecoste

Pentecoste dans immagini sacre 14%20PENTECOST

http://www.artbible.net/2NT/ACTS%2002%20PENTECOST%20AND%20PREACHING…PENTECOTE%20ET%20PREDICATION_/slides/14%20PENTECOST.html

Publié dans:immagini sacre |on 25 mai, 2012 |Pas de commentaires »

Papa Benedetto, Solennità di Pentecoste, 31 maggio 2009

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/homilies/2009/documents/hf_ben-xvi_hom_20090531_pentecoste_it.html

CAPPELLA PAPALE NELLA SOLENNITÀ DI PENTECOSTE

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Basilica Vaticana

Domenica, 31 maggio 2009

Cari fratelli e sorelle!

Ogni volta che celebriamo l’Eucaristia, viviamo nella fede il mistero che si compie sull’altare, partecipiamo cioè al supremo atto di amore che Cristo ha realizzato con la sua morte e risurrezione. L’unico e medesimo centro della liturgia e della vita cristiana – il mistero pasquale – assume poi, nelle diverse solennità e feste, “forme” specifiche, con ulteriori significati e con particolari doni di grazia. Tra tutte le solennità, la Pentecoste si distingue per importanza, perché in essa si attua quello che Gesù stesso aveva annunciato essere lo scopo di tutta la sua missione sulla terra. Mentre infatti saliva a Gerusalemme, aveva dichiarato ai discepoli: “Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!” (Lc 12,49). Queste parole trovano la loro più evidente realizzazione cinquanta giorni dopo la risurrezione, nella Pentecoste, antica festa ebraica che nella Chiesa è diventata la festa per eccellenza dello Spirito Santo: “Apparvero loro lingue come di fuoco… e tutti furono colmati di Spirito Santo” (At 2,3-4). Il vero fuoco, lo Spirito Santo, è stato portato sulla terra da Cristo. Egli non lo ha strappato agli dèi, come fece Prometeo, secondo il mito greco, ma si è fatto mediatore del “dono di Dio” ottenendolo per noi con il più grande atto d’amore della storia: la sua morte in croce.
Dio vuole continuare a donare questo “fuoco” ad ogni generazione umana, e naturalmente è libero di farlo come e quando vuole. Egli è spirito, e lo spirito “soffia dove vuole” (cfr Gv 3,8). C’è però una “via normale” che Dio stesso ha scelto per “gettare il fuoco sulla terra”: questa via è Gesù, il suo Figlio Unigenito incarnato, morto e risorto. A sua volta, Gesù Cristo ha costituito la Chiesa quale suo Corpo mistico, perché ne prolunghi la missione nella storia. “Ricevete lo Spirito Santo” – disse il Signore agli Apostoli la sera della risurrezione, accompagnando quelle parole con un gesto espressivo: “soffiò” su di loro (cfr Gv 20,22). Manifestò così che trasmetteva ad essi il suo Spirito, lo Spirito del Padre e del Figlio. Ora, cari fratelli e sorelle, nell’odierna solennità la Scrittura ci dice ancora una volta come dev’essere la comunità, come dobbiamo essere noi per ricevere il dono dello Spirito Santo. Nel racconto, che descrive l’evento di Pentecoste, l’Autore sacro ricorda che i discepoli “si trovavano tutti insieme nello stesso luogo”. Questo “luogo” è il Cenacolo, la “stanza al piano superiore” dove Gesù aveva fatto con i suoi Apostoli l’Ultima Cena, dove era apparso loro risorto; quella stanza che era diventata per così dire la “sede” della Chiesa nascente (cfr At 1,13). Gli Atti degli Apostoli tuttavia, più che insistere sul luogo fisico, intendono rimarcare l’atteggiamento interiore dei discepoli: “Tutti questi erano perseveranti e concordi nella preghiera” (At 1,14). Dunque, la concordia dei discepoli è la condizione perché venga lo Spirito Santo; e presupposto della concordia è la preghiera.
Questo, cari fratelli e sorelle, vale anche per la Chiesa di oggi, vale per noi, che siamo qui riuniti. Se vogliamo che la Pentecoste non si riduca ad un semplice rito o ad una pur suggestiva commemorazione, ma sia evento attuale di salvezza, dobbiamo predisporci in religiosa attesa del dono di Dio mediante l’umile e silenzioso ascolto della sua Parola. Perché la Pentecoste si rinnovi nel nostro tempo, bisogna forse – senza nulla togliere alla libertà di Dio – che la Chiesa sia meno “affannata” per le attività e più dedita alla preghiera. Ce lo insegna la Madre della Chiesa, Maria Santissima, Sposa dello Spirito Santo. Quest’anno la Pentecoste ricorre proprio nell’ultimo giorno di maggio, in cui si celebra solitamente la festa della Visitazione. Anche quella fu una sorta di piccola “pentecoste”, che fece sgorgare la gioia e la lode dai cuori di Elisabetta e di Maria, una sterile e l’altra vergine, divenute entrambe madri per straordinario intervento divino (cfr Lc 1,41-45). La musica e il canto, che accompagnano questa nostra liturgia, ci aiutano anch’essi ad essere concordi nella preghiera, e per questo esprimo viva riconoscenza al Coro del Duomo e alla Kammerorchester di Colonia. Per questa liturgia, nel bicentenario della morte di Joseph Haydn, è stata infatti scelta molto opportunamente la sua Harmoniemesse, l’ultima delle “Messe” composte dal grande musicista, una sublime sinfonia per la gloria di Dio. A voi tutti convenuti per questa circostanza rivolgo il mio più cordiale saluto.
Per indicare lo Spirito Santo, nel racconto della Pentecoste gli Atti degli Apostoli utilizzano due grandi immagini: l’immagine della tempesta e quella del fuoco. Chiaramente san Luca ha in mente la teofania del Sinai, raccontata nei libri dell’Esodo (19,16-19) e del Deuteronomio (4,10-12.36). Nel mondo antico la tempesta era vista come segno della potenza divina, al cui cospetto l’uomo si sentiva soggiogato e atterrito. Ma vorrei sottolineare anche un altro aspetto: la tempesta è descritta come “vento impetuoso”, e questo fa pensare all’aria, che distingue il nostro pianeta dagli altri astri e ci permette di vivere su di esso. Quello che l’aria è per la vita biologica, lo è lo Spirito Santo per la vita spirituale; e come esiste un inquinamento atmosferico, che avvelena l’ambiente e gli esseri viventi, così esiste un inquinamento del cuore e dello spirito, che mortifica ed avvelena l’esistenza spirituale. Allo stesso modo in cui non bisogna assuefarsi ai veleni dell’aria – e per questo l’impegno ecologico rappresenta oggi una priorità –, altrettanto si dovrebbe fare per ciò che corrompe lo spirito. Sembra invece che a tanti prodotti inquinanti la mente e il cuore che circolano nelle nostre società – ad esempio immagini che spettacolarizzano il piacere, la violenza o il disprezzo per l’uomo e la donna – a questo sembra che ci si abitui senza difficoltà. Anche questo è libertà, si dice, senza riconoscere che tutto ciò inquina, intossica l’animo soprattutto delle nuove generazioni, e finisce poi per condizionarne la stessa libertà. La metafora del vento impetuoso di Pentecoste fa pensare a quanto invece sia prezioso respirare aria pulita, sia con i polmoni, quella fisica, sia con il cuore, quella spirituale, l’aria salubre dello spirito che è l’amore!
L’altra immagine dello Spirito Santo che troviamo negli Atti degli Apostoli è il fuoco. Accennavo all’inizio al confronto tra Gesù e la figura mitologica di Prometeo, che richiama un aspetto caratteristico dell’uomo moderno. Impossessatosi delle energie del cosmo – il “fuoco” – l’essere umano sembra oggi affermare se stesso come dio e voler trasformare il mondo escludendo, mettendo da parte o addirittura rifiutando il Creatore dell’universo. L’uomo non vuole più essere immagine di Dio, ma di se stesso; si dichiara autonomo, libero, adulto. Evidentemente tale atteggiamento rivela un rapporto non autentico con Dio, conseguenza di una falsa immagine che di Lui si è costruita, come il figlio prodigo della parabola evangelica che crede di realizzare se stesso allontanandosi dalla casa del padre. Nelle mani di un uomo così, il “fuoco” e le sue enormi potenzialità diventano pericolosi: possono ritorcersi contro la vita e l’umanità stessa, come dimostra purtroppo la storia. A perenne monito rimangono le tragedie di Hiroshima e Nagasaki, dove l’energia atomica, utilizzata per scopi bellici, ha finito per seminare morte in proporzioni inaudite.
Si potrebbero in verità trovare molti esempi, meno gravi eppure altrettanto sintomatici, nella realtà di ogni giorno. La Sacra Scrittura ci rivela che l’energia capace di muovere il mondo non è una forza anonima e cieca, ma è l’azione dello “spirito di Dio che aleggiava sulle acque” (Gn 1,2) all’inizio della creazione. E Gesù Cristo ha “portato sulla terra” non la forza vitale, che già vi abitava, ma lo Spirito Santo, cioè l’amore di Dio che “rinnova la faccia della terra” purificandola dal male e liberandola dal dominio della morte (cfr Sal 103/104,29-30). Questo “fuoco” puro, essenziale e personale, il fuoco dell’amore, è disceso sugli Apostoli, riuniti in preghiera con Maria nel Cenacolo, per fare della Chiesa il prolungamento dell’opera rinnovatrice di Cristo.
Infine, un ultimo pensiero si ricava ancora dal racconto degli Atti degli Apostoli: lo Spirito Santo vince la paura. Sappiamo come i discepoli si erano rifugiati nel Cenacolo dopo l’arresto del loro Maestro e vi erano rimasti segregati per timore di subire la sua stessa sorte. Dopo la risurrezione di Gesù questa loro paura non scomparve all’improvviso. Ma ecco che a Pentecoste, quando lo Spirito Santo si posò su di loro, quegli uomini uscirono fuori senza timore e incominciarono ad annunciare a tutti la buona notizia di Cristo crocifisso e risorto. Non avevano alcun timore, perché si sentivano nelle mani del più forte. Sì, cari fratelli e sorelle, lo Spirito di Dio, dove entra, scaccia la paura; ci fa conoscere e sentire che siamo nelle mani di una Onnipotenza d’amore: qualunque cosa accada, il suo amore infinito non ci abbandona. Lo dimostra la testimonianza dei martiri, il coraggio dei confessori della fede, l’intrepido slancio dei missionari, la franchezza dei predicatori, l’esempio di tutti i santi, alcuni persino adolescenti e bambini. Lo dimostra l’esistenza stessa della Chiesa che, malgrado i limiti e le colpe degli uomini, continua ad attraversare l’oceano della storia, sospinta dal soffio di Dio e animata dal suo fuoco purificatore. Con questa fede e questa gioiosa speranza ripetiamo oggi, per intercessione di Maria: “Manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la terra!”.

Omelia Pentecoste 2012: Egli vi guiderà alla verità tutta intera

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/25608.html

Omelia (27-05-2012)

mons. Gianfranco Poma

Egli vi guiderà alla verità tutta intera

Celebriamo la Pentecoste, la « regina festivitatum », come la chiama S.Giovanni Crisostomo: è, infatti, il compimento del progetto di Dio sulla creazione. La creazione è frutto dell’amore di Dio: la sua caratteristica fondamentale non può che essere la fragilità, ma è una fragilità amata. La fragilità non è il termine di tutto, ma è l’Amore: quanto più si fa grande la fragilità e tanto più grande è l’Amore. La Pentecoste è l’Amore che vince la fragilità: Dio nell’incarnazione di Gesù ha partecipato al più completo annullamento di sé, ma proprio per questo la Croce diventa la Gloria. La Croce del Figlio, espressione della sua com-passione senza limite della fragilità del creato, diventa la via attraverso la quale l’infinito Amore del Padre può entrare nella creazione e farla nuova. Giovanni narra così il momento della morte di Gesù: « Gesù disse: ?Compiuto’ e chinato il capo, donò lo Spirito » (Giov.19,30). Così, la morte di Gesù è l’inizio della irruzione dello Spirito di Dio (che è Amore), che riempie l’universo: è la Pentecoste, la vita che sorge dalla morte, l’Amore che riempie ciò che è fragile, lo Spirito di Dio che ricrea l’universo. Tutto è Amore, bellezza: libertà che si offre all’uomo, perché liberamente l’accolga e cominci a vivere non più la vita della creatura ma quella del figlio di Dio.
Così la Pentecoste è la festa del « cuore nuovo », realizzazione dell’attesa di Geremia, il profeta dell’interiorità: « Ecco, verranno giorni nei quali concluderò un’alleanza nuova con la casa di Israele e con la casa di Giuda?porrò la mia legge dentro di loro, la sciverò nel loro cuore? » (Ger.31-33) e della promessa di Ezechiele, il profeta della ri-creazione del mondo: « ?vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne? » (Ez.36,26).
Ancora una volta alcune riflessioni del giovane Montini possono farci gustare la festa che oggi viviamo. « Ciò che nelle altre feste domandavamo, per comprendere l’intenzione divina, al presepio, al Giordano, al Calvario, qui bisogna domandarlo al cuore nostro? Qui vi è anche lo scopo di questo mistero. Delle maggiori altre solennità, una ci dava l’Incarnazione, l’altra la Redenzione, questa ci dà la Santificazione: Dio con noi, Dio per noi, Dio in noi?La Pentecoste perciò che porta la Presenza soprannaturale di Dio nell’anima, dovrebbe essere meglio compresa dalla nostra pietà ed avere nelle nostre preferenze spirituali l’eccellenza che la Liturgia, riflesso fedele del dogma, le riconosce ».
Se la Pentecoste è la festa del cuore nuovo, il modo più autentico per viverla è quello di gustare la presenza interiore di Dio nel nostro cuore. Dice ancora Montini: « Ora il soprannaturale è nell’anima, sorgente di ispirazione nuova, di accenti incomunicabili, di letizia da concedersi solo agli iniziati alle sue leggi arcane. Dio viene: è l’ineffabile essere che si avvicina. Non è vero che se egli si mosse dalla sua inaccessibile sostanza verso di noi, il nome che gli conviene è « l’Amante »? E che se egli viene, il primo slancio di anima prodotto dalla sua presenza che posandosi in quella la deve aver trasfigurata, rigenerata, sarà come una simpatia, che non posso chiamare altrimenti che Amore? »
Il brano del Vangelo di Giovanni che la Liturgia della Pentecoste ci fa leggere (Giov.15,26-27; 16,12-15) è di notevole importanza per la comprensione dell’esperienza cristiana che, oggi, siamo chiamati a vivere. Certo, quando viene composto il quarto Vangelo la comunità credente è interpellata da grandi domande: Gesù è stato condannato dai capi del popolo e dai capi religiosi proprio a motivo della sua parola e dalla sua testimonianza portata sino alla morte. Gesù è un illuso, un fallito, oppure è davvero il Figlio di Dio? Ma chi può rispondere a questa domanda? E i discepoli che continuano a sentirsi tali, come lo devono considerare: come un maestro che porta a livelli altissimi gli antichi precetti morali, oppure come il Figlio che dona al mondo la vita di Dio?
Il Vangelo di Giovanni riporta i discepoli a quella sera nella quale Gesù ai discepoli tristi perché parla del suo prossimo ritorno al Padre, apre il cuore e li introduce nella intimità che lo lega al Padre, intimità nella quale la morte lo introdurrà pienamente. « Quando verrà il Paraclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito che procede dal Padre? » « Io vi manderò? »: Gesù con estrema chiarezza afferma che la sua morte non è la fine ma il suo personale essere nuovo nel Padre, dal quale egli manda lo Spirito che procede dal Padre. Il Vangelo di Giovanni è preoccupato di affermare anche a proposito dello Spirito la personalità divina: lo Spirito è la presenza di Dio in noi, che fa in modo che l’esperienza che Gesù offre ai suoi discepoli non si riduca alla sola psicologia o alla sola intelligenza umana.
Gesù parla di « Paraclito » e precisa « Spirito della verità »: « Paraclito » significa « chiamato a difendere », « avvocato », « consolatore », ed è lo « Spirito della verità ». E’ lui, mandato da Gesù risorto e vivo della vita del Padre, il Dio in noi, che attesta che Gesù è veramente il Figlio che rivela il volto paterno di Dio. E’ lo Spirito della verità che crea in noi la « sintonia » con Gesù, con il Figlio che non è un fallito, un illuso, ma è colui che conosce intimamente Dio e lo rivela. Il Paraclito attesta la verità di Gesù, lo difende dalla condanna del mondo ed è il « difensore di Dio »: Dio è davvero il Padre nel quale Gesù abbandona totalmente se stesso. Dio è l’infinito mistero d’Amore che incarnandosi nella fragilità del creato, lo rinnova. L’esperienza interiore dello Spirito ci fa gustare l’Amore che è Dio e ci dà la certezza che Gesù è la via vera per entrare nella pienezza della vita.
Nella seconda parte del brano che la Liturgia ci presenta (Giov.16, 12-15), Gesù afferma ancora la centralità della sua presenza nella storia: la pienezza della rivelazione di Dio è in Lui. Nella fragilità della sua carne si è riversata l’inesauribilità del mistero di Dio: Dio è nella carne ma la carne non esaurisce il mistero di Dio. Ed è ancora lo Spirito della verità che attinge dalla pienezza inesauribile del Cristo nella continua novità della storia. L’esperienza cristiana non è la relazione con il Gesù della storia, ma con il mistero del Cristo vivo, incarnato nella storia ma vivo nel Padre: l’esperienza cristiana è la vita nello Spirito che in modo sempre nuovo, rende l’umanità e il mondo intero partecipe dell’inesauribilità di Dio, che con Gesù si è reso partecipe della carne del mondo.
E questa è la Pentecoste che noi viviamo: Dio è con noi, Dio è per noi, Dio è in noi, e noi lo gustiamo. Gesù mediante lo Spirito è veramente la via che ci introduce nella pienezza del gusto della vita.

Acts 2, Day one of the Church, receives the Holy Spirit

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Publié dans:immagini sacre |on 24 mai, 2012 |Pas de commentaires »
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