Omelia per la festa della Visitazione della Beata Vergine Maria – Angelo Card. Bagnasco (2007)

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Omelia per la festa della Visitazione della Beata Vergine Maria

Angelo Card. Bagnasco

Genova, Monastero della Visitazione Santa Maria,

31 maggio 2007

Un saluto cordiale e affettuoso ai nostri Sacerdoti, a voi carissimi fratelli e sorelle, e alle nostre sorelle monache che oggi celebrano la festa così bella, importante e cara per loro, ma anche per la comunità cristiana, e cioè la Visitazione della Beata Vergine Maria: mistero grande, come tutti i misteri della vita di Cristo, e della Santa Vergine, e della Chiesa, perché ci riconduce non solo alle sorgenti della nostra fede, ma anche della nostra vocazione e della nostra missione, in particolare di voi, carissime monache, che al mistero della Visitazione di Maria a Santa Elisabetta non solo dedicate questo monastero, ma la vostra vita, il vostro carisma, il vostro particolare modo di vivere la vita di clausura, la vita monastica. E allora, poche cose, per poter richiamare all’attenzione vostra e di tutti noi ciò che questo mistero porta come inesauribile ricchezza per la Chiesa intera.
E, innanzi tutto, vorrei sottolineare questo: Maria si reca di corsa, sfidando fatiche, pericoli della strada, disagio, in un villaggio lontano (soprattutto allora), da Nazareth a Ain-Karim, per incontrare la cugina Elisabetta. E’ un moto di carità ed è giusto leggerlo così: una carità pronta, decisa, generosa, una carità non richiesta, perché Maria non ha ricevuto nessuna domanda, nessuna richiesta di aiuto. Una carità, quindi, non richiesta, che previene e che si offre, nella discrezione del gesto e della presenza. Già qui abbiamo tutti molto da imparare, sia nelle comunità, sia nella vita ordinaria, sia nelle nostre famiglie. Una carità che si accorge dei bisogni, che prende l’iniziativa, sempre con discrezione certo, con umiltà, e che concretamente, nei bisogni quotidiani e soprattutto nel nascondimento della vita quotidiana, senza esibizioni, senza enfasi, senza applausi, scende nel solco del bisogno e si fa luce.
Ma, come ben sapete care sorelle, questo squisito atteggiamento di carità, come ho poc’anzi descritto è anche, innanzi tutto, un atto di fede, perché è dalla fede che nasce la carità cristiana. Altrimenti restiamo sul piano di nobile filantropia umana: nobilissima nel suo valore, ma non attinge la natura, il cuore di Dio. E noi siamo chiamati, in forza della fede, del Battesimo che abbiamo ricevuto, siamo chiamati a vivere « da Dio », non solo a vivere « di Dio », il che significa sostanziare i nostri sentimenti, i nostri pensieri, il nostro agire: sostanziarlo e ispirarlo da ciò che Dio è. E come ci ha ricordato il Santo Padre, riprendendo la Scrittura, « Dio è amore ». Ed è amore di famiglia, è amore di famiglia perché la Trinità Santa è famiglia, nell’intreccio profondo e misterioso delle relazioni: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo nell’unità dell’unico Dio. Famiglia che non può mai lasciarci indifferenti e del quale siamo tutti creati ad immagine e somiglianza. Famiglia, dinamismo d’amore.
E allora, dicevo che la carità di Maria, così esemplare, così profonda e vera, nasce da un atto di fede. Infatti, come ben sappiamo, il mistero della Visitazione è preceduto dal mistero dell’Annunciazione; e non a caso uso e ripeto la parola mistero: non perché è un po’ esoterica, ma perché tutta la nostra vita, a ben vedere, se letta nella dimensione interiore e non solo nella cronaca, sa di mistero, cioè di intreccio tra l’azione di Dio, che chiamiamo giustamente « divina Provvidenza », e la dimensione umana, la nostra libertà, che spesso non determina le circostanze, ma sempre è chiamata ad accoglierle. Come Maria che, nel mistero dell’Annunciazione, non determina nulla con la propria volontà di ciò che accade, ma accoglie ciò che accade. Sì, la nostra vita, come la vita di Maria, è mistero.
E anche qui troviamo una seconda indicazione per la vita comunitaria, per la vita cristiana, per la vita spirituale, ed è quella di non fermarci alla superficie, alla crosta degli eventi della nostra esistenza, quelli quotidiani, semplici, nascosti, ripetitivi, quelli meno ripetitivi, o più eclatanti, non importa: scendere da questo piano per entrare nel cuore di ciò che ci accade, per cogliere la presenza provvidenziale del Signore che guida la nostra vita verso sentieri sconosciuti a noi, a volte ostici, non desiderabili, ma sempre per il nostro bene più grande.
E allora, dicevo che nel mistero che immediatamente precede alla Visitazione della Madonna a Santa Elisabetta, troviamo Maria nel cuore dell’Annunciazione, quando l’angelo per confortare, per confermare la fede di Maria di fronte al grande annuncio del grande mistero insondabile, assolutamente imperscrutabile, le dice semplicemente: Elisabetta, ormai avanti negli anni, è avanti anche nella gravidanza. Ecco ciò che l’angelo confida a Maria. Un dato di cronaca, una gravidanza inattesa: ma l’angelo le offre anche l’interpretazione, la chiave misteriosa, alza per un momento il velo su questo episodio che potrebbe rimanere una cronaca festosa, ma solamente cronaca. « …perché nulla è impossibile a Dio ». E qui si apre la luce: tutto è possibile a Dio perché Dio è amore e l’amore è Dio! E allora tutto ciò che accade nella nostra esistenza, come nell’esistenza di Elisabetta ed in quella di Maria, è veramente riflesso, espressione della onnipotenza di Dio. E Maria crede. E corre, corre ansiosa e gioiosa nella casa di Elisabetta, per poter toccare con mano il segno di Dio che avrebbe confermato il mistero del suo grembo ormai fecondato.
Corre per un gesto di fede, che ispira un gesto di amore, ma anche permette un passaggio, umanissimo e necessario, delle anime. E qui troviamo, carissime sorelle, un terzo aspetto, non piccolo, della vita di comunità e cioè il desiderio, come per Maria verso Elisabetta, il desiderio di comunicarsi l’anima. A chi confidare ciò che era accaduto nella vita di Maria, in un modo misterioso, miracoloso, inatteso, incredibile? Chi avrebbe creduto alle parole di Maria, se non un’altra anima segnata dal mistero di Dio? C’è bisogno di comunicarci l’anima! Non tanto nelle nostre suggestioni o nelle nostre involuzioni, a volte psicologiche, ma nella semplicità di ciò che Dio compie dentro di noi. Comunicare ciò che Dio compie nel nostro cuore, nella nostra vita; comunicare le meraviglie di Dio ai nostri fratelli, alle nostre sorelle, non per esibire noi stessi, ma per magnificare Dio. Ecco il Magnificat che dovrebbe non solo intonare la vita di una comunità, ma ispirarla e accompagnarla sempre. Nonostante difficoltà, che ci sono nella vita di tutti; nonostante problemi, a volte delusioni, sofferenze, il Magnificat ha sempre diritto di cittadinanza nella vita di ciascuno e delle nostre comunità, perché Dio è più grande del nostro cuore.
E allora vi invito, care sorelle, proprio non solo a questa dimensione umile, nascosta, attenta, preventiva, della carità fraterna, che certamente costituisce il tessuto di un monastero e di una clausura, ma anche a una coltivazione della fede che aiuti a scendere oltre la superficie degli eventi, sia personali, sia comunitari, per cogliere la mano della Provvidenza di Dio e, infine, alla comunicazione delle vostre anime, nel segno della umiltà, della fraternità, perché in tutto venga magnificato il Signore.

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