Archive pour le 30 mai, 2012

Raffaello, trasfigurazione

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Bellezza e Trasfigurazione – Raffaello, La Trasfigurazione (di Enzo Bianchi)

http://www.artcurel.it/ARTCUREL/ARTE/TEORIA%20DELL’ARTE/bellezzaetrasfigurazionebianchi.htm

BELLEZZA  E  TRASFIGURAZIONE

di Enzo Bianchi

Raffaello , La Trasfigurazione – particolare , Museo Vaticano .

Nell’episodio della trasfigurazione è certamente presente il nucleo evangelico più denso e pregnante circa la visione cristiana della bellezza. Ci chiediamo: Quale bellezza emerge dalla trasfigurazione di Gesù? E quale rapporto può avere con la salvezza?
La trasfigurazione è mistero di bellezza anzitutto in quanto mostra che la bellezza è dimensione in Dio che si rivela in Cristo: Cristo narra la bellezza di Dio con la luminosità irradiante del suo volto trasfigurato. Il Dio che «abita una luce inaccessibile» (1 Tm 6,16) ha comunicato agli uomini la sua luce in Cristo, dunque in un corpo umano, nel viso di un uomo: così, tramite il Figlio, che è «irradiazione della gloria del Padre» (Eb 1,3), l’uomo può conoscere il Dio che nessuno ha mai visto né può vedere e può avere comunione con lui. Al cuore della trasfigurazione, come della salvezza, vi è il dono di Dio: la bellezza si declina pertanto come donazione e grazia di Dio cui l’uomo risponde con la gratuità. La bellezza cristiana è l’evento di una relazione di grazia, e la vita cristiana, in quest’ottica, si configura come vita eucaristica posta sotto il primato del dono e non della prestazione, come esperienza di luce e avventura di libertà e amore, dove luce, libertà e amore trovano in Cristo la loro oggettivazione. Diventare somigliantissimi al Cristo partecipando alla bellezza della sua vita è quindi il compito dei discepoli. Bellezza e santità sono sinonimi! E la santità cristiana si declina come comunione. Come la trasfigurazione, infatti, è evento di comunione tra prima e nuova alleanza (Mosè ed Elia e i tre discepoli), tra cielo e terra e tra l’uomo e tutto il creato e il cosmo (l’alta montagna), tra viventi e trapassati che nel Cristo ricevono la possibilità di comunicare, così anche la bellezza cristiana, che nasce dalla rinuncia alla concupiscenza, al possesso e all’abuso, trova nella comunione un suo criterio decisivo. Avvenuta nella carne umana di Gesù di Nazaret, la trasfigurazione non è riducibile a esperienza gnostica ma si oppone a ogni spiritualità dualistica, di rottura: essa non vuole suscitare rotture con il mondo né evasioni dalla storia, non richiede cinismo verso ciò che è corporeo e materiale e neppure vuole negare o diminuire l’umano, ma chiede di accogliere positivamente tutte queste realtà in Cristo per mantenerle o restituirle alla loro bontà e bellezza radicali. E così la bellezza apre alla contemplazione, alla purificazione dello sguardo sulle realtà tutte, considerate come tempio di Dio, luogo della sua presenza.
La trasfigurazione è poi celebrazione del volto, anzitutto il volto luminoso di Cristo, ma poi i volti di coloro che lo attorniano – Mosè, Elia, Pietro, Giacomo, Giovanni -, e questo ricorda ai credenti che la comunione ecclesiale è compagnia di volti e nomi precisi, cioè di libertà personali, e che la chiesa ha la responsabilità di essere un luogo di libertà e di umanità, che bandisce la paura e tut­to ciò che attenta alla piena dilatazione dell’umano e, soprattutto, della libertà. In particolare la trasfigurazione ricorda che il volto di ogni figlio di Adamo, di ogni uomo creato a immagine e somiglianza di Dio è portatore di un riflesso dello splendore divino e ha insita in sé la vocazione alla bellezza, a vivere una vita bella, buona e felice. Ora, la luce e lo splendore di bellezza che abitano l’umanità di Cristo preannunciano il regno escatologico in cui non vi sarà più alcuna bruttezza e in cui l’umanità tutta sarà resa dimora di Dio, bella come una sposa pronta per il suo sposo (cf. Ap 21,2-3). Se il regno di Dio è la perfetta bellezza, è cioè il mondo pienamente rispondente allo sguardo e alla volontà di Dio, la chiesa ha nella storia il compito di annunciare la bellezza, o meglio, ha la vocazione di essere bella, «senza macchia né ruga, senza difetti» (Ef 5,27). Per far questo deve essere chiaro che la bellezza da perseguire è certamente già stata narrata da Cristo, ma per la chiesa è a-venire, è la bellezza del regno, del Cristo quando verrà nella sua gloria. La dimensione escatologica è costitutiva della trasfigurazione. Scrive Basilio: «Pietro, Giacomo e Giovanni conobbero la bellezza di Cristo sul monte: era bellezza che splendeva più del sole, ed essi furono resi degni di cogliere con gli occhi un anticipo della sua gloriosa seconda venuta». La trasfigurazione è promessa, promessa del regno, della ricapitolazione di tutte le cose in Cristo, della Pasqua eterna, della salvezza universale, della venuta nella gloria del Figlio dell’uomo, e anche la bellezza è sempre una promessa: essa apre il futuro, ma non è mai totalmente fruibile, non può essere esaurita, abbracciata completamente. Altrimenti sarebbe un idolo. Anche l’esperienza umana di bellezza ha questo connotato: la bellezza dischiude una promessa di felicità suscitando così una tensione vitale nell’uomo. La bellezza ci visita, di essa noi possiamo parlare solo in termini di evento e di avvento, mai di dato!
La trasfigurazione configura dunque la salvezza come vita con Cristo, come un essere con lui («È bello per noi stare qui»: Mt 17,4): essa apre al credente la via della partecipazione alla vita divina attraverso l’ascolto («Questi è il mio Figlio … Ascoltatelo!»: Mt 17,5) e dunque connota la bellezza della vita cristiana anche nella sua dimensione di interiorità: si tratta di «rendere bello l’uomo nascosto nel cuore» (1 Pt 3,4), cioè di dare radici interiori e profonde alla bellezza. Nessuna comunione con gli altri uomini e con le creature se non si vive questa dimensione interiore di comunione con Dio che richiede la pacificazione e l’unificazione del cuore! Il «comportamento bello» (1 Pt 2,12) dei cristiani, il loro «comportamento santo» (1 Pt 1,15-16), la loro condotta eticamente responsabile e irreprensibile trova la sua radice nell’innesto vitale della prassi nel mistero pasquale e si nutre di interiorità, di silenzio, di solitudine, di attesa, di lacrime, di preghiera… non di sola efficienza vive l’uomo, ma anche, e soprattutto, di gratuità, di perdono, di carità.
È questa comunione fra Dio e uomo, fra l’umano e lo spirituale, fra uomo e uomo, fra l’uomo e il cosmo e tutte le creature che costituisce il cuore della trasfigurazione come esperienza di bellezza e di salvezza. La splendida Gerusalemme celeste descritta nell’Apocalisse non sarà forse esperienza di comunione piena, senza più ombre e opacità? E ciò che si celebra nell’eucaristia non è forse anche magistero di bellezza per le vite dei cristiani? Vite troppo spesso tentate di spegnere il fuoco del vangelo con la timidezza e perfino la pavidità, di frenare l’irruenza del vento dello Spirito con un’etica delle buone maniere, di rendere insipido il sale della buona novella con l’edulcorazione delle esigenze evangeliche, di imprigionare la follia della croce nella camicia di forza della razionalità, della prudenza e del buon senso. E tutto questo fa sì che ci si debba porre una domanda: Che ne abbiamo fatto, noi cristiani, della chiamata a vivere la bellezza?
Ma dalla trasfigurazione discende anche un imperativo per le chiese. La trasfigurazione è una festa amatissima dall’oriente cristiano e da li assunta in occidente a partire dal XII secolo (con Pietro il Venerabile, abate di Cluny): essa visibilizza quello scambio dei doni tra chiese sorelle che dovrebbe condurre alla ricomposizione dell’unità visibile tra i credenti in Cristo. Perché è proprio questa divisione che deturpa la bellezza a cui è chiamata la chiesa. E smentendone la bellezza ne indebolisce la forza di segno salvifico, ne spegne la dimensione profetica, ne infiacchisce la capacità testimoniale. E infatti nell’essere uno come il Padre e il Figlio sono uno nel seno della Trinità divina, che i cristiani possono dare al mondo la loro «bella testimonianza». La loro vocazione è essere riflesso della bellezza trinitaria.

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PAPA BENEDETTO: « LA PREGHIERA È L’INCONTRO CON UNA PERSONA VIVA »

http://www.zenit.org/article-30930?l=italian

« LA PREGHIERA È L’INCONTRO CON UNA PERSONA VIVA »

La catechesi del Santo Padre durante l’Udienza Generale di questa mattina

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 30 maggio 2012 (ZENIT.org).- Riprendiamo di seguito il testo della catechesi tenuta oggi da Benedetto XVI in occasione dell’Udienza Generale, che si è svolta questa mattina in piazza San Pietro.
***
Cari fratelli e sorelle,
in queste catechesi stiamo meditando la preghiera nelle lettere di san Paolo e cerchiamo di vedere la preghiera cristiana come un vero e personale incontro con Dio Padre, in Cristo, mediante lo Spirito Santo. Oggi in questo incontro entrano in dialogo il «sì» fedele di Dio e l’«amen» fiducioso dei credenti. E vorrei sottolineare questa dinamica, soffermandomi sulla Seconda Lettera ai Corinzi. San Paolo invia questa appassionata Lettera a una Chiesa che più volte ha messo in discussione il suo apostolato, ed egli apre il suo cuore perché i destinatari siano rassicurati sulla sua fedeltà a Cristo e al Vangelo. Questa Seconda Lettera ai Corinzi inizia con una delle preghiere di benedizione più alte del Nuovo Testamento. Suona così: «Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione! Egli ci consola in ogni nostra tribolazione, perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in ogni genere di afflizione con la consolazione con cui noi stessi siamo consolati da Dio» (2Cor 1,3-4).
Quindi Paolo vive in grande tribolazione, sono molte le difficoltà e le afflizioni che ha dovuto attraversare, ma non ha mai ceduto allo scoraggiamento, sorretto dalla grazia e dalla vicinanza del Signore Gesù Cristo, per il quale era diventato apostolo e testimone consegnando nelle sue mani tutta la propria esistenza. Proprio per questo, Paolo inizia questa Lettera con una preghiera di benedizione e di ringraziamento verso Dio, perché non c’è stato alcun momento della sua vita di apostolo di Cristo in cui abbia sentito venir meno il sostegno del Padre misericordioso, del Dio di ogni consolazione. Ha sofferto terribilmente, lo dice proprio in questa Lettera, ma in tutte queste situazioni, dove sembrava non aprirsi una ulteriore strada, ha ricevuto consolazione e conforto da Dio. Per annunziare Cristo ha subito anche persecuzioni, fino ad essere rinchiuso in carcere, ma si è sentito sempre interiormente libero, animato dalla presenza di Cristo e desideroso di annunciare la parola di speranza del Vangelo. Dal carcere così scrive a Timoteo, suo fedele collaboratore. Lui in catene scrive: «la Parola di Dio non è incatenata! Perciò io sopporto ogni cosa per quelli che Dio ha scelto, affinché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo, insieme alla gloria eterna» (2Tm 2,9b-10). Nel suo soffrire per Cristo, egli sperimenta la consolazione di Dio. Scrive: «come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così per mezzo di Cristo, abbonda la nostra consolazione» (2Cor 1,5).
Nella preghiera di benedizione che introduce la Seconda Lettera ai Corinzi domina quindi, accanto al tema delle afflizioni, il tema della consolazione, da non intendersi solo come semplice conforto, ma soprattutto come incoraggiamento ed esortazione a non lasciarsi vincere dalla tribolazione e dalle difficoltà. L’invito è a vivere ogni situazione uniti a Cristo, che carica su di sé tutta la sofferenza e il peccato del mondo per portare luce, speranza, e redenzione. E così Gesù ci rende capaci di consolare a nostra volta quelli che si trovano in ogni genere di afflizione. La profonda unione con Cristo nella preghiera, la fiducia nella sua presenza, conducono alla disponibilità a condividere le sofferenze e le afflizioni dei fratelli. Scrive Paolo: «Chi è debole, che anch’io non lo sia? Chi riceve scandalo, che io non frema?» (2Cor 11,29). Questa condivisione non nasce da una semplice benevolenza, né solo dalla generosità umana o dallo spirito di altruismo, bensì scaturisce dalla consolazione del Signore, dal sostegno incrollabile della «straordinaria potenza che viene da Dio e non da noi» (2Cor 4,7).
Cari fratelli e sorelle, la nostra vita e il nostro cammino cristiano sono segnati spesso da difficoltà, da incomprensioni, da sofferenze. Tutti lo sappiamo. Nel rapporto fedele con il Signore, nella preghiera costante, quotidiana, possiamo anche noi, concretamente, sentire la consolazione che viene da Dio. E questo rafforza la nostra fede, perché ci fa sperimentare in modo concreto il «sì» di Dio all’uomo, a noi, a me, in Cristo; fa sentire la fedeltà del suo amore, che giunge fino al dono del suo Figlio sulla Croce. Afferma san Paolo: «Il Figlio di Dio, Gesù Cristo, che abbiamo annunziato tra voi, io, Silvano e Timoteo, non fu « sì » e « no », ma in lui ci fu il « sì ». Infatti tutte le promesse di Dio in lui sono « sì ». Per questo per mezzo di lui sale a Dio il nostro « amen », per la sua gloria» (2Cor 1,19-20). Il «sì» di Dio non è dimezzato, non va tra «sì» e «no», ma è un semplice e sicuro «sì». E a questo «sì» noi rispondiamo con il nostro «sì», con il nostro «amen» e così siamo sicuri nel «sì» di Dio.
La fede non è primariamente azione umana, ma dono gratuito di Dio, che si radica nella sua fedeltà, nel suo «sì», che ci fa comprendere come vivere la nostra esistenza amando Lui e i fratelli. Tutta la storia della salvezza è un progressivo rivelarsi di questa fedeltà di Dio, nonostante le nostre infedeltà e i nostri rinnegamenti, nella certezza che «i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili!», come dichiara l’Apostolo nella Lettera ai Romani(11,29).
Cari fratelli e sorelle, il modo di agire di Dio – ben diverso dal nostro – ci dà consolazione, forza e speranza perché Dio non ritira il suo «sì». Di fronte ai contrasti nelle relazioni umane, spesso anche familiari, noi siamo portati a non perseverare nell’amore gratuito, che costa impegno e sacrificio. Invece, Dio non si stanca con noi, non si stanca mai di avere pazienza con noi e con la sua immensa misericordia ci precede sempre, ci viene incontro per primo, è assolutamente affidabile questo suo «sì». Nell’evento della Croce ci offre la misura del suo amore, che non calcola, che non ha misura. San Paolo nella Lettera a Tito scrive: «È apparsa la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini» (Tt 3,4). E perché questo «sì» si rinnovi ogni giorno «ci ha conferito l’unzione, ci ha impresso il sigillo e ci ha dato la caparra dello Spirito nei nostri cuori» (2Cor 1,21b-22).
E’ infatti lo Spirito Santo che rende continuamente presente e vivo il «sì» di Dio in Gesù Cristo e crea nel nostro cuore il desiderio di seguirlo per entrare totalmente, un giorno, nel suo amore, quando riceveremo una dimora non costruita da mani umane nei cieli. Non c’è persona che non sia raggiunta e interpellata da questo amore fedele, capace di attendere anche quanti continuano a rispondere con il «no» del rifiuto o dell’indurimento del cuore. Dio ci aspetta, ci cerca sempre, vuole accoglierci nella comunione con Sé per donare a ognuno di noi pienezza di vita, di speranza e di pace.
Sul «sì» fedele di Dio s’innesta l’«amen» della Chiesa che risuona in ogni azione della liturgia: «amen» è la risposta della fede che chiude sempre la nostra preghiera personale e comunitaria, e che esprime il nostro «sì» all’iniziativa di Dio. Spesso rispondiamo per abitudine col nostro «amen» nella preghiera, senza coglierne il significato profondo. Questo termine deriva da ’aman che, in ebraico e in aramaico, significa «rendere stabile», «consolidare» e, di conseguenza, «essere certo», «dire la verità». Se guardiamo alla Sacra Scrittura, vediamo che questo «amen» è detto alla fine dei Salmi di benedizione e di lode, come, ad esempio, nel Salmo 41: «Per la mia integrità tu mi sostieni e mi fai stare alla tua presenza per sempre. Sia benedetto il Signore, Dio d’Israele, da sempre e per sempre. Amen, amen» (vv. 13-14). Oppure esprime adesione a Dio, nel momento in cui il popolo di Israele ritorna pieno di gioia dall’esilio babilonese e dice il suo «sì», il suo «amen» a Dio e alla sua Legge. Nel Libro di Neemia si narra che, dopo questo ritorno, «Esdra aprì il libro (della Legge) in presenza di tutto il popolo, poiché stava più in alto di tutti; come ebbe aperto il libro, tutto il popolo si alzò in piedi. Esdra benedisse il Signore, Dio grande, e tutto il popolo rispose: « Amen, amen », alzando le mani» (Ne 8,5-6).
Sin dagli inizi, quindi, l’«amen» della liturgia giudaica è diventato l’«amen» delle prime comunità cristiane. E il libro della liturgia cristiana per eccellenza, l’Apocalisse di San Giovanni, inizia con l’«amen» della Chiesa: «A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre, a lui la gloria e la potenza, nei secoli dei secoli. Amen» (Ap 1,5b-6). Così nel primo capitolo dell’Apocalisse. E lo stesso libro si chiude con l’invocazione «Amen, vieni, Signore Gesù» (Ap 22,21).
Cari amici, la preghiera è l’incontro con una Persona viva da ascoltare e con cui dialogare; è l’incontro con Dio che rinnova la sua fedeltà incrollabile, il suo «sì» all’uomo, a ciascuno di noi, per donarci la sua consolazione in mezzo alle tempeste della vita e farci vivere, uniti a Lui, un’esistenza piena di gioia e di bene, che troverà il suo compimento nella vita eterna.
Nella nostra preghiera siamo chiamati a dire «sì» a Dio, a rispondere con questo «amen» dell’adesione, della fedeltà a Lui di tutta la nostra vita. Questa fedeltà non la possiamo mai conquistare con le nostre forze, non è solo frutto del nostro impegno quotidiano; essa viene da Dio ed è fondata sul «sì» di Cristo, che afferma: mio cibo è fare la volontà del Padre (cfr Gv 4,34). E’ in questo «sì» che dobbiamo entrare, entrare in questo «sì» di Cristo, nell’adesione alla volontà di Dio, per giungere con san Paolo ad affermare che non siamo noi a vivere, ma è Cristo stesso che vive in noi. Allora l’«amen» della nostra preghiera personale e comunitaria avvolgerà e trasformerà tutta la nostra vita, una vita di consolazione di Dio, una vita immersa nell’Amore eterno e incrollabile. Grazie.
[Dopo la catechesi, il Papa si è rivolto ai fedeli provenienti dai vari paesi salutandoli nelle diverse lingue. Ai pellegrini italiani ha detto:]
Porgo un cordiale saluto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto le Suore Francescane Missionarie di Gesù Bambino, le Suore di Nostra Signora della Mercede e le Suore Francescane dell’Immacolata, che celebrano i rispettivi Capitoli Generali. Care sorelle, il Signore vi doni di rispondere con prontezza alle sue sollecitazioni. Saluto gli esponenti del Centro Sportivo Italiano di Imola, accompagnati dal Vescovo Mons. Tommaso Ghirelli, i membri della Selezione Sacerdoti Calcio e i ministranti della Parrocchia dei Santi Antonio e Annibale Maria in Roma.
Mi è poi gradito rivolgere un saluto particolare ai giovani, agli ammalati ed agli sposi novelli. Lo Spirito Santo, dono di Cristo risuscitato, guidi voi, cari giovani, e vi renda c????i di orientare con decisione la vita verso il bene; sostenga voi, cari ammalati, ad accogliere la sofferenza quale misterioso strumento di salvezza per voi e ??r i fratelli; aiuti voi, cari sposi novelli, a riscoprire ogni giorno le esigenze dell’amore, per essere sempre pronti a comprendervi e sostenervi reciprocamente.
Gli avvenimenti successi in questi giorni, circa la Curia e i miei collaboratori, hanno recato tristezza nel mio cuore, ma non si è mai offuscata la ferma certezza che, nonostante la debolezza dell’uomo, le difficoltà e le prove, la Chiesa è guidata dallo Spirito Santo e il Signore mai le farà mancare il suo aiuto per sostenerla nel suo cammino. Si sono moltiplicate, tuttavia, illazioni, amplificate da alcuni mezzi di comunicazione, del tutto gratuite e che sono andate ben oltre i fatti, offrendo un’immagine della Santa Sede che non risponde alla realtà. Desidero, per questo, rinnovare la mia fiducia e il mio incoraggiamento ai miei più stretti collaboratori e a tutti coloro che, quotidianamente, con fedeltà, spirito di sacrificio e nel silenzio, mi aiutano nell’adempimento del mio Ministero.
E, infine, il mio pensiero va ancora una volta alle care popolazioni dell’Emilia, colpite da ulteriori forti scosse sismiche, che hanno causato vittime e ingenti danni, specialmente alle chiese. Sono vicino con la preghiera e l’affetto ai feriti, come pure a coloro che hanno subito disagi, ed esprimo il più sentito cordoglio ai familiari di quanti hanno perso la vita. Auspico che con l’aiuto di tutti e la solidarietà dell’intera Nazione possa riprendere al più presto la vita normale in quelle terre così duramente provate.

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