Archive pour le 29 mai, 2012

via Crucis

via Crucis dans immagini sacre ferw_28

http://www.azionecattolica.diocesi.torino.it/cms/index.php?option=com_content&view=article&id=365:venerdi-30-marzo-sesta-stazione-della-via-crucis&catid=54:podcast&Itemid=143

Publié dans:immagini sacre |on 29 mai, 2012 |Pas de commentaires »

Preghiera nel pericolo – Salmo 25

http://www.sospreghiera.it/Sofferenza_2.htm

Preghiera nel pericolo -  Salmo 25

Preghiera per il perdono e la salvezza.
« La speranza non delude » (Rm 5, 5)

Abbiamo qui un salmo che è considerato uno dei più bei modelli di preghiera dell’Antico Testamento.  In questo salmo si avvicendano la preghiera e la meditazione, la confidenza e una profonda  umiltà. È una serie di piccole orazioni molto graziose. Si invoca la protezione di Dio, ricordandogli la sua amicizia per i suoi fedeli e, qualora i nostri nemici dovessero vincerci, Egli muterà il male della nostra vita in lode per la sua gloria.
Non solo si chiedono beni materiali, ma soprattutto si domanda luce per conoscere la volontà di Dio, forza per metterla in pratica, perdono per i peccati.
Questo inno è un sereno atto di contrizione.  Qui troviamo alcune espressioni che ciascuno di noi può ripetere e fare proprie: « Non ricordare i peccati della mia giovinezza »; « Per il tuo nome, Signore, perdona il mio peccato, anche se grande… ».
Per questo gli autori di spiritualità lo inseriscono nel propri manuali, affinché sia pregato con frequenza, in particolar modo nel momenti di ravvedimento, o quando si avverte una certa depressione o il bisogno di un aiuto speciale.  Quando preghiamo con questo salmo chiediamo al Signore di non guardare tanto alle nostre cattiverie che abbiamo commesse per la nostra miseria e fragilità, ma alla sua grande misericordia.
È un salmo che Invita alla meditazione silenziosa, all’umiltà e alla confidenza in Dio.

A te, Signore, elevo l’anima mia, Dio mio, in te confido: non sia confuso!
Non trionfino su di me i miei nemici!  Chiunque spera in te non resti deluso, sia confuso chi tradisce per un nulla.
Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri.
Guidami nella tua verità e istruiscimi, perché sei tu il Dio della mia salvezza, in te ho sempre sperato.
Ricordati, Signore, del tuo amore, della tua fedeltà che è da sempre.
Non ricordare i peccati della mia giovinezza: ricordati di me nella tua misericordia, per la tua bontà, Signore.
Buono e retto è il Signore, la via giusta addita ai peccatori;
guida gli umili secondo giustizia, insegna ai poveri le sue vie.
Tutti i sentieri del Signore sono verità e grazia per chi osserva il suo patto e i suoi precetti.  Per il tuo nome, Signore, perdona il mio peccato, anche se grande.
Chi è l’uomo che teme Dio?
Gli indica il cammino da seguire.  Egli vivrà nella ricchezza, la sua discendenza possederà la terra.  Il Signore si rivela a chi lo teme, gli fa conoscere la sua alleanza.  Tengo i miei occhi rivolti al Signore, perché libera dal laccio il mio piede.  Volgiti a me ed abbi misericordia, perché sono solo ed infelice.
Allevia le angosce del mio cuore, liberami dagli affanni.
Vedi la mia miseria e la mia pena e perdona tutti i miei peccati.
Guarda i miei nemici: sono molti e mi detestano con odio violento.
Proteggimi, dammi salvezza; al tuo riparo io non sia deluso.
Mi proteggano integrità e rettitudine, perché in te ho sperato. O Dio, libera Israele da tutte le sue angosce.

Publié dans:BIBBIA. A.T. SALMI |on 29 mai, 2012 |Pas de commentaires »

La guerra nella Bibbia (Rinaldo Fabris)

http://www.conflittidimenticati.it/cd/a/16172.html

La guerra nella Bibbia

Rinaldo Fabris

Fonte: « Arcobaleno di pace » marzo-aprile 1991

L’esperienza storica fondamentale del popolo di Dio, che dal nome dato a Giacobbe si chiama « Israele », è la distruzione dell’esercito egiziano con tutti i suoi carri cavalli e cavalieri al mar Rosso o « mare di canne » per l’intervento potente ed unico di Dio senza mediazioni umane. Il canto epico che celebra questo evento lo presenta in questi termini. « Il Signore è prode in guerra, si chiama Signore » (Es 15,3). Questa immagine di Dio, combattente vittorioso, si condensa nella formula « Signore degli eserciti », Jhwh seba’òt, « uomo di guerra, ‘Ish milchamà. Tra le fonti della Bibbia si menziona un « libro delle guerre del Signore » (Nm 21, 14). Ma nella Bibbia Dio è conosciuto anche come colui che « stronca le guerre », perché egli « farà cessare le guerre sino ai confini della terra, romperà gli archi e spezzerà le lance, brucerà al fuoco gli scudi » (Sal 46,10).
La guerra nel medioriente antico, in cui nasce e vive il popolo di Dio, è una realtà tragica e terribile. Gli autori della Bibbia hanno tentato di integrarla nel loro universo religioso come le grandi catastrofi naturali e le epidemie cicliche.
Per comprendere la valutazione etico-religiosa della guerra nella Bibbia è opportuno tenere presente il suo quadro storico in Israele e i modelli culturali ai quali si riferisce.

Le guerre in Israele
Per semplicità si possono distinguere nella storia della guerra in Israele alcuni grandi periodi con relativi modelli culturali ai quali si fa ricorso per interpretare e dare un senso alla guerra. Il primo è caratterizzato dalla guerra di fondazione e di conquista. Esso comprende l’evento fondante dell’esodo e la conquista della terra di Canaan. Dio con un atto potente libera il suo popolo dall’oppressione egiziana e lo conduce attraverso le campagne militari vittoriose prima sui re amorrei orientali, Og re di Basan e Sicon re di Chesbon, e poi su quelli del Canaan, al dominio completo della terra promessa ai padri. In questa storia della conquista narrata nei libri dei Numeri, Deuteronomio e soprattutto in quello di Giosuè, lo schema culturale prevalente è quello della « guerra sacra ». E’ uno schema stereotipo desunto dal contesto culturale del medioriente antico che serve ad enfatizzare la vittoria sui nemici, mostrare l’efficacia della presenza di Dio e della sua promessa e infine a sancire la separazione totale dalle popolazioni pagane idolatriche. Dio è l’unico Dio, superiore a tutti gli altri « dei » perché li ha definitivamente vinti in una guerra vittoriosa. Su questo sfondo si colloca la conquista di Gerico, le cui mura crollano al grido di guerra e al suono delle trombe secondo la parola del Signore a Giosuè. Anche la conquista del Canaan avviene con due « guerre-lampo », una al sud contro la coalizione dei cinque re morrei, e una al nord, contro Jabin, re di Cazor. In realtà sul piano storico quella che viene chiamata la « conquista della terra » è stata una lenta penetrazione nelle zone non fortificate delle città stato dei Cananei. Gli scavi archeologici hanno rivelato che solo con l’epoca di Davide si ha la vera e propria conquista delle città fortificate.
In un secondo periodo, che coincide con quello che nella Bibbia si chiama l’epoca dei giudici precedente la monarchia, si hanno solo guerre o meglio battaglie di difesa contro i predoni del deserto, i Madianiti, o contro i Filistei della zona costiera e delle città fortificate. I « giudici » suscitati da Dio per guidare queste battaglie sono figure di leader politico-militari che coordinano alcune tribù contro le incursioni o minacce degli avversari. Ma la superiorità tecnologica dei Filistei – lavorazione del ferro – rende precaria la situazione degli ebrei insediati nelle zone non fortificate del Canaan. Solo all’ epoca della monarchia soprattutto con Davide e i re del regno del nord si ha una vera e propria guerra di conquista delle zone orientali, attuale Transgiordania, e del nord fino ai confini dell’attuale Libano e della Siria. Ma con Davide e i suoi successori nei due regni del nord (Israele) e del sud (Giuda) si passa dallo schema della cosiddetta « guerra sacra », prevalente ancora all’epoca dei giudici, a quello che si può chiamare « guerra laica ». Non solo si ha coscrizione militare, ma si crea un esercito permanente di mercenari addestrati all’arte della guerra. Le campagne vittoriose di Davide prima e poi dei re di Israele sono favorite dalla tecnica di guerra che fa ricorso, grazie al controllo della tecnologia del ferro, all’uso dei carri e dei cavalli. Ma questo periodo di conquista per il controllo delle zone limitrofe e delle grandi vie commerciali, dura poco perché all’orizzonte della storia del medioriente si profila la potenza assira prima e poi quella babilonese. Dall’ottavo secolo in poi i re-generali assiri conquistano in modo sistematico i regni che stanno tra il Mediterraneo e il deserto siro-arabico. La supremazia militare si avvale della nuova tecnologia di guerra fondata sui carri, i cavalli e soprattutto sull’equipaggiamento dei soldati. Il regno di Israele prima cade sotto il rullo compressore dell’Assiria (721) e poi anche quello di Giuda al sud, con la sua capitale Gerusalemme, finisce sotto il dominio babilonese. Dopo il ritorno dall’esilio favorito dalla politica dei Persiani, la storia della guerra in Israele conosce una fiammata con la lotta dei Maccabei. Si tratta di una guerra di insurrezione o indipendenza nazionale e religiosa contro la politica di assimilazione imposta dei successori di Alessandro Magno, i Seleucidi, nella regione della Giudea. In questo periodo si ha un revival dello schema della « guerra sacra » come era successo all’epoca del re Giosia nel settimo secolo, nel segno della riconquista del regno del nord. E la presenza di Dio che guida il suo popolo nella lotta contro gli idolatri che assicura la vittoria ai combattenti. Un’ultima fase della storia di guerra si ha nella lotta contro il dominio di Roma, in cui si fa ancora ricorso all’ideologia della guerra sacra rivestita da immagini apocalittiche, come appare dal « manuale » della guerra trovato nelle grotte di Qumran presso il mar Morto. Una proiezione idealizzata di questo schema della guerra apocalittica, già presente in alcuni testi profetici della Bibbia ebraica, si ha nell’Apocalisse di Giovanni, che fa parte dei testi sacri cristiani del Nuovo Testamento.

La guerra sacra
Proprio in un testo profetico di stile apocalittico si ha la presentazione della « guerra sacra » o « santa ». Il profeta Gioele annuncia il giudizio di Dio sui popoli stranieri, nemici del popolo di Dio, facendo ricorso al modello culturale della guerra santa: « Proclamate questo fra le genti: chiamate alla guerra santa, incitate i prodi, vengano e salgano tutti i guerrieri. Con le vostre zappe fatevi delle spade e lance con le vostre falci; anche il più debole dica: io sono un guerriero » (Gl4,9-10). Questo oracolo del profeta Gioele sembra essere una controlettura del più noto oracolo riportato nei testi di Isaia 2, 2,-5 e di Michea 4, 1-3 in cui si annuncia per la fine dei tempi un pellegrinaggio ideale dei popoli al monte santo del Signore, il Sion, per lasciarsi guidare dalla parola e dalla legge di Dio. In tale contesto si proclama la fine dei conflitti perché Dio stesso farà da arbitro e giudice tra i popoli e allora non ci sarà più bisogno di strumenti di guerra e di eserciti e i popoli « forgeranno le loro spade in vomeri e le loro lance in falci ». Ma quasi tutti i profeti nei loro oracoli contro i popoli idolatri, di cui denunciano le guerre di conquista e sterminio non solo contro Israele, annunciano il giudizio di Dio facendo ricorso al modello della guerra sacra. Il profeta Ezechiele che accompagna i deportati nei campi di prigionia dell’esilio, immagina una grande guerra contro tutti i re della terra guidati da Gog, re di Magog. Essi erano vinti e sterminati dall’intervento irresistibile di Dio.
Questo è solo uno schema ideale che trascrive in termini bellici la potenza vittoriosa e liberatrice di Dio. Infatti lo scopo di questa guerra mondiale è quello di manifestare davanti a tutti i popoli che solo Dio è il « Signore », colui che libera e salva Israele in forza della sua promessa: « Fra le genti .manifesterò la mia gloria e tutte le genti vedranno la giustizia che avrò fatto e la mia mano ch’e avrò posta su di voi » (Ez 39,21).
Lo stesso schema utilizzato dai profeti per annunciare il giudizio finale di-Dio si trova nei libri storici che raccontano la conquista della terra di Canaan – libro di Giosuè – o la sua riconquista. Il modello culturale della « guerra sacra », documentato nei testi del medioriente antico, si ispira ad una concezione magico-sacrale della realtà in cui rientra anche la guerra. Essa è concepita come un rituale che deve essere rispettato per ottenere la vittoria. La concezione di fondo della guerra sacra è che si tratta di una cosa di Dio. Egli è il comandante in capo che chiama e convoca per la guerra. Dio stesso combatte, vince e mette in fuga il nemico o lo consegna nelle mani dei suoi protetti. La guerra sacra infatti inizia con un oracolo in cui Dio promette la vittoria. Seguono i riti di purificazione dei soldati che devono essere considerati dei « consacrati » che si affidano completamente a Dio. Chi ha paura dei nemici o non si fida di Dio non può partecipare alla guerra sacra. Per questo è previsto che il giovane sposo non partecipi alla guerra. Parimenti chi ha piantato una vigna o costruito una casa e desidera godere i frutti del suo lavoro non è adatto alla guerra perché la sua nostalgia potrebbe demoralizzare i combattenti (Dt 20, 1-9). Dopo la preparazione e scelta dei combattenti inizia la guerra con il suo rituale: il grido di guerra e il suono della tromba. La presenza di Dio all’epoca di Samuele era garantita dall’arca dell’alleanza: il santuario mobile che richiamava il tempo epico vittorioso dell’esodo e della conquista della terra di Canaan. La conclusione vittoriosa della guerra sacra è sancita dal rito finale del cherem, che consiste nello. sterminio dei nemici e nella consacrazione del bottino a Dio. La violazione del cherem – tradotto in greco, con anatema – è un’infrazione di un tabù – divieto sacro – che comporta la sconsacrazione della guerra. Nella idealizzazione della conquista di Gerico la violazione del cherem ha come conseguenza la sconfitta nella battaglia di Ai. Solo con l’applicazione dell’anatema al violatore Acan e a tutta la sua famiglia si ha il ristabilimento dell’ordine violato. Questo schema della guerra sacra ed in particolare quello del cherem-sterminio viene assunto nel libro del Deuteronomio per radicalizzare la separazione del popolo di Dio dagli altri popoli idolatri: « Quando il Signore tuo Dio le avrà messo nelle tue mani [le sette nazioni della terra di Canaan] tu le voterai allo sterminio » (Dt 7,2). Quando veniva scritta questa disposizione, posta in bocca a Mosè nel discorso al popolo prima di attraversare il Giordano, la guerra sacra era solo uno schema culturale e la guerra per Israele era solo un’esperienza tragica di conquista e dominio delle superpotenze straniere.

Valutazione etico-religiosa della guerra
Gli autori della Bibbia, per trascrivere l’esperienza religiosa del popolo di Dio, fanno ricorso al lessico, agli schemi e modelli culturali del proprio ambiente. Questo vale anche per il fenomeno umano e storico della guerra. Ma nella prospettiva della fede biblica che fa leva sui due principi fondamentali della creazione e dell’esodo-alleanza si dà una valutazione etico-religiosa della guerra. La guerra è la conseguenza dilatata del peccato che si manifesta come forza antagonista della creazione e della vita. E’ infatti nella discendenza di Caino, il contadino-fabbro, uccisore del fratello debole, pastore-allevatore, che si diffonde la violenza favorita dalla tecnica della lavorazione dei metalli. Tra i discendenti di Caino è Lamech che stabilisce la legge della rappresaglia illimitata: « sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamech settantasette » (Gen 4-24). La distruzione della terra che precipita nel caos dell’anti-creazione nel diluvio è connessa con il fatto che la guerra « era corrotta davanti a Dio e piena di violenza » (Gv 6,9.13). L’alleanza di pace che Dio dopo il diluvio stabilisce con l’uomo e con ogni essere vivente sulla terra si fonda sul rispetto della vita, di cui Dio stesso si fa garante (Gen 9,1-17).
Nel contesto dell’alleanza che nasce dall’esperienza di esodo la guerra viene interpretata come la conseguenza intrinseca della infedeltà del popolo di Dio a causa delle violazioni delle clausole di alleanza. Infatti tra le maledizioni che si abbatteranno sui violatori dell’alleanza vi è la distruzione della guerra assieme alla carestia, sterilità ed epidemie (Dt 28,47 -68). La guerra con il suo corteo di violenze, oppressioni e deportazioni è l’antiesodo: il popolo con l’esilio tornerà allo stadio precedente all’esodo di liberazione. In breve. la guerra che si abbatte su Israele a causa della sua infedeltà al Signore dell’esodo e dell’alleanza, ha la sua radice ultima nel peccato. Ma anche le guerre delle grandi potenze sono l’effetto del peccato perché sono l’espressione della loro arroganza idolatrica. In quest’ottica religiosa che sta alla base della valutazione etica della guerra non esiste la possibilità di « giustificarla » o legittimarla, ma solo la speranza di superarla. Nella prospettiva biblica del primo testamento questa speranza è coltivata dai profeti che annunciano il trionfo della giustizia di Dio. Essa coincide con la sua fedeltà al progetto della creazione e alle promesse dell’alleanza. Solo con il trionfo di questa giustizia che sta alla base di nuovi rapporti tra tutti gli esseri viventi si realizza la pace-shalòm, come pienezza e integrità di vita. In questa linea della speranza di pace si colloca Gesù di Nazareth che annuncia il regno di Dio come pace e giustizia per i poveri. Egli propone come etica del regno di Dio la « giustizia sovrabbondante ». Questa disinnesca il meccanismo di ogni violenza per mezzo di un amore creativo e attivo che abbraccia anche il nemico. Fonte e modello di questo amore è quello di Dio Padre creatore rivelato e reso presente nelle parole e nelle scelte di Gesù (Mt 5,43-48).

Publié dans:biblica, DOCENTI - STUDI |on 29 mai, 2012 |Pas de commentaires »

martedì, Ufficio delle Letture: Dalle «Confessioni» di sant’Agostino, vescovo

MARTEDÌ 29 MAGGIO 2012 – UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura

Dalle «Confessioni» di sant’Agostino, vescovo

(Lib. 10, 1. 1 – 2, 2; 5. 7; CSEL 33, 226-227. 230-231)

A te, o Signore, chiunque io sia, sono manifesto
Conoscerò te, o mio conoscitore, ti conoscerò come anch’io sono conosciuto (cfr. 1 Cor 13, 12). Forza della mia anima, entra in essa e uniscila a te, per averla e possederla «senza macchia né ruga» (Ef 5, 27). Questa è la mia speranza, per questo oso parlare e in questa speranza gioisco, perché gioisco di cosa sacrosanta. Tutto il resto in questa vita tanto meno richiede di essere rimpianto, quanto più si rimpiange, e tanto più merita di essere rimpianto, quanto meno si rimpiange. «Ma tu vuoi la sincerità del cuore» (Sal 50, 8), poiché chi la realizza, viene alla luce (cfr. Gv 3, 21). Voglio quindi realizzarla nel mio cuore davanti a te nella mia confessione e nel mio scritto davanti a molti testimoni.
Davanti a te, o Signore, è scoperto l’abisso dell’umana coscienza: può esserti nascosto qualcosa in me, anche se m’impegnassi di non confessartelo? Se mi comportassi così, io nasconderei te a me, anziché me a te. Ma ora il mio gemito manifesta che io dispiaccio a me stesso, e che tu rifulgi e piaci e meriti di essere amato e desiderato, al punto che arrossisco di me e rifiuto me per scegliere te, e non bramo di piacere né a te né a me, se non in te.
Dunque, o Signore, tu mi conosci veramente come sono. Ho già espresso il motivo per cui mi manifesto a te. Non faccio questo con parole e voci della carne, ma con parole dell’anima e grida della mente, che il tuo orecchio ben conosce. Quando sono cattivo, l’atto di confessarmi a te non è altro che un dispiacere a me; quando invece sono buono, l’atto di confessarmi a te non è altro che un non attribuire a me questa bontà, poiché, «Signore, tu benedici il giusto» (Sal 5, 13), ma prima lo giustifichi quando è empio (cfr. Rm 4, 5). Perciò, o mio Dio, la mia confessione dinanzi a te avviene in forma tacita e non tacita: avviene nel silenzio, ma è forte il grido dell’affetto.
Tu solo, Signore, mi giudichi; infatti «chi conosce i segreti dell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui?» (1 Cor 2, 11). Tuttavia c’è qualcosa nell’uomo che non è conosciuto neppure dallo spirito che è in lui. Tu però, Signore, conosci tutto di lui, perché l’hai creato. Io invece, quantunque mi disprezzi davanti a te e mi ritenga terra e cenere, so di te qualcosa che non so di me.
«Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia» (1 Cor 13, 12), e perciò, fino a quando sono pellegrino lontano da te, sono più vicino a me stesso che a te, e tuttavia so che tu sei inviolabile in modo assoluto. Ma io non so a quali tentazioni possa resistere e a quali no. Io ho speranza, perché tu sei fedele e non permetti che siamo tentati oltre le nostre forze, ma con la tentazione tu ci darai anche la via d’uscita e la forza per sopportarla (cfr. 1 Cor 10, 13).
Confesserò, dunque, quello che so e quello che non so di me; perché anche quanto so di me, lo conosco per tua illuminazione; e quanto non so di me, lo ignorerò fino a quando la mia tenebra non diventerà come il meriggio alla luce del tuo volto (cfr. Is 58, 10).

PUERI CANTORES SACRE' ... |
FIER D'ÊTRE CHRETIEN EN 2010 |
Annonce des évènements à ve... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Vie et Bible
| Free Life
| elmuslima31